14 maggio 2021 - Festa rovinata per il compleanno dello Stato d'Israele

Versione stampabileSend by emailVersione PDF

Il 18 maggio 1948 è la storica e controversa data della nascita di Israele. A circa tre anni dal termine della Seconda Guerra Mondiale e dell’olocausto, gli ebrei potevano avere una patria. Nel 1947 l’Assemblea delle Nazioni Unite (all’epoca composta da 52 Paesi membri), dopo sei mesi di lavoro da parte dell’UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine), approvò la Risoluzione dell’Assemblea Generale n. 181 con 33 voti a favore, 13 contro e 10 astenuti, che prevedeva la creazione di uno Stato ebraico (sul 56,4% del territorio e con una popolazione di 500 000 ebrei e 400 000 arabi) e di uno Stato arabo (sul 42,8% del territorio e con una popolazione di 800 000 arabi e 10 000 ebrei). La città di Gerusalemme e i suoi dintorni (il rimanente 0,8% del territorio), con i luoghi santi alle tre religioni monoteiste, sarebbero dovuti diventare una zona separata sotto l’amministrazione dell’ONU. 

La nascita di Israele

Il 14 maggio 1948 venne dichiarata unilateralmente la nascita dello Stato di Israele, un giorno prima che l’ONU stessa, come previsto, ne sancisse la creazione. Il 15 maggio, le truppe britanniche si ritirarono definitivamente dai territori del Mandato. Lo stato di Israele viene accettato dalle Nazioni Unite come 59° membro. Gerusalemme, divisa tra Israele e Giordania, è dichiarata capitale. 

La prima guerra arabo-israeliana

Lo stesso 15 maggio 1948 gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania, attaccarono l’appena nato Stato di Israele! L’offensiva venne bloccata dall’esercito israeliano, e le forze arabe vennero costrette ad arretrare. Israele, quindi, conquistò centinaia di villaggi palestinesi, concausa dell’esodo degli abitanti. La guerra terminò con la sconfitta araba nel maggio del 1949, e produsse 711.000 profughi arabo-palestinesi.

Agli arabi non stava bene l'esistenza di due stati, Israele doveva essere cancellata!

- Vedi anche il breve documentario qui

- Israele: Territori occupati o contesi? - Perchè il mondo odia Israele?

Da all'ora ogni anno Israele cerca di festeggiare questa data importante, come accadde spesso i palestinesi cercano di rovinargli la festa, qui breve cronostoria dei fatti che accadono in questi giorni (maggio 2021) - fonte: https://www.ilvangelo-israele.it/

Offensiva contro Hamas. Bluff di Israele sui media per preparare l’attacco

Salgono i morti nella Striscia. Ucciso un miliziano di Hezbollah in Libano Dai Territori richiesta di tregua. Netanyahu: "Non è ancora finita"

di Sharon Nizza

GERUSALEMME — Si moltiplicano i fronti delle ostilità per Israele: nell’ultima giornata, oltre al durissimo scontro con Hamas, la tensione monta in Cisgiordania, al confine libanese e non si placano i violenti scontri interni che stanno sconvolgendo i precari equilibri della società israeliana. Mentre continuano i lanci di missili da Gaza sulle città israeliane, Israele sferra un bombardamento dietro l’altro: il palazzo Ansar, il ministero degli Interni e della Sicurezza nazionale di Hamas, si aggiunge alla lista di oltre 750 obiettivi legati a Hamas e alla Jihad Islamica che l’esercito ha già colpito in quattro giorni di combattimenti. Ed è proprio in quei momenti, mentre atterra in Israele Hady Amr, l’inviato americano incaricato da Biden di mediare tra le parti, che arrivano le prime voci su una possibile tregua in arrivo. Khaled Mashal tramite l’agenzia di stampa turca dice che Hamas è pronto al cessate il fuoco. Negli stessi istanti la tv israeliana cita "fonti governative" secondo cui «Israele ora potrebbe cominciare a discutere di una tregua, ma ci vorrà ancora qualche giorno». Poco prima Netanyahu aveva dichiarato: «Non è finita. Stanno pagando e continueranno a pagare un caro prezzo per averci attaccato nella capitale e lanciato missili sulle nostre città». Se vuoi la tregua, cerca la guerra.
   Il lancio di sei missili di Hamas lunedì verso Gerusalemme aveva dato il via a bombardamenti senza precedenti dell’aviazione israeliana sulla Striscia e a incessanti lanci di missili da Gaza, che hanno puntato l’area metropolitana di Tel Aviv come mai in passato. Nella notte di giovedì, Israele cambia le carte in tavola e avvia la più massiccia offensiva dall’Operazione Margine Protettivo del 2014, mettendo in campo per la prima volta dall’inizio degli scontri anche forze di terra. Per 40 minuti 160 aerei bombardano il Nord della Striscia, mentre corazzati, artiglieria e fanteria sono schierati a ridosso del confine in uno schema di cui solo il giorno dopo si capirà il meccanismo. Il portavoce internazionale dell’Idf ha tratto in inganno la stampa estera, con un comunicato ambiguo che ha fatto credere ad alcuni giornalisti che Israele stesse invadendo via terra. L’ Afp rilancia, il Wsj cita anche fonti palestinesi che intravedono i carri in mobilitazione. Nulla di tutto ciò è vero e dopo un’ora arriva una «precisazione» del portavoce militare: le truppe israeliane non sono nella Striscia di Gaza. La mossa ottiene l’obiettivo stabilito: una trappola per gli uomini di Hamas che prendono postazione all’interno della "Metro". Così chiamano gli ufficiali dell’Idf il sistema di tunnel sotterranei.
  Sotto le macerie dopo i bombardamenti, secondo l’esercito israeliano, si trovano decine di operativi di alto di livello di Hamas. Con loro, anche diverse vittime civili, che secondo le stime del ministero della Salute palestinese di Gaza, portano il bilancio dei morti dall’inizio delle ostilità a 126, tra cui 31 bambini. Israele sostiene che almeno 75 tra le vittime siano combattenti e che una parte delle vittime siano il risultato di "fuoco amico", razzi esplosi all’interno della Striscia. Il portavoce militare riporta che in quattro giorni sono stati lanciati su Israele oltre 2mila missili, intercettati al 90 percento dal sistema antimissilistico Iron Dome. Le vittime israeliane sono 9. «L’obiettivo di Israele è infliggere un colpo duro a Hamas che ripristini la deterrenza », ci dice il professor Uzi Rabi, direttore del centro Dayan dell’Università di Tel Aviv. «L’azione di giovedì notte è stata un game changer , e per questo ora si può cominciare a parlare di tregua». Ma ci sono ancora altri obiettivi che Israele intende ancora colpire per stroncare lo scheletro dell’organizzazione, «spostando il prossimo round di scontri il più lontano possibile», dice Rabi. La conferma di Biden «al diritto d’Israele di difendersi», espresso in una telefonata a Netanyahu, garantisce ancora qualche giorno di manovre, probabilmente fino a dopo la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu prevista domenica.
  Mentre molta della concentrazione dell’establishment politico e delle forze di sicurezza è volta a cercare di gestire la situazione di guerriglia interna che dilaga nelle città a popolazione mista musulmana ed ebraica, ora il focus rischia di spostarsi su altri fronti. In vista del giorno della Nakba, "la Catastrofe", come definiscono i palestinesi quella che per gli israeliani è la data civile dell’indipendenza dello Stato, le tensioni si sono fatte sentire anche al Nord e in Cisgiordania. Al confine con il libano dei sostenitori di Hezbollah hanno varcato il confine con la cittadina di Metulla, imbattendosi nel fuoco dei soldati israeliani che hanno provocato un morto, il 21enne Muhammad Tahhan. Un altro giovane è rimasto ferito. In Cisgiordania si sono tenute per la prima volta dall’inizio dell’escalation con Gaza manifestazioni nelle città palestinesi, coordinate da Hamas. Gli scontri con l’esercito hanno provocato 9 morti tra i palestinesi. Abu Mazen ha chiesto alla comunità internazionale di condannare Israele e ha invocato la mediazione americana per fermare «"la brutale aggressione israeliana». Si apre per l’amministrazione Usa il primo banco di prova sulla questione israelo-palestinese dall’insediamento di Biden.

(la Repubblica, 15 maggio 2021)


 


 


Offensiva contro Hamas. Bluff di Israele sui media per preparare l’attacco

Salgono i morti nella Striscia. Ucciso un miliziano di Hezbollah in Libano Dai Territori richiesta di tregua. Netanyahu: "Non è ancora finita"

di Sharon Nizza

GERUSALEMME — Si moltiplicano i fronti delle ostilità per Israele: nell’ultima giornata, oltre al durissimo scontro con Hamas, la tensione monta in Cisgiordania, al confine libanese e non si placano i violenti scontri interni che stanno sconvolgendo i precari equilibri della società israeliana. Mentre continuano i lanci di missili da Gaza sulle città israeliane, Israele sferra un bombardamento dietro l’altro: il palazzo Ansar, il ministero degli Interni e della Sicurezza nazionale di Hamas, si aggiunge alla lista di oltre 750 obiettivi legati a Hamas e alla Jihad Islamica che l’esercito ha già colpito in quattro giorni di combattimenti. Ed è proprio in quei momenti, mentre atterra in Israele Hady Amr, l’inviato americano incaricato da Biden di mediare tra le parti, che arrivano le prime voci su una possibile tregua in arrivo. Khaled Mashal tramite l’agenzia di stampa turca dice che Hamas è pronto al cessate il fuoco. Negli stessi istanti la tv israeliana cita "fonti governative" secondo cui «Israele ora potrebbe cominciare a discutere di una tregua, ma ci vorrà ancora qualche giorno». Poco prima Netanyahu aveva dichiarato: «Non è finita. Stanno pagando e continueranno a pagare un caro prezzo per averci attaccato nella capitale e lanciato missili sulle nostre città». Se vuoi la tregua, cerca la guerra.
   Il lancio di sei missili di Hamas lunedì verso Gerusalemme aveva dato il via a bombardamenti senza precedenti dell’aviazione israeliana sulla Striscia e a incessanti lanci di missili da Gaza, che hanno puntato l’area metropolitana di Tel Aviv come mai in passato. Nella notte di giovedì, Israele cambia le carte in tavola e avvia la più massiccia offensiva dall’Operazione Margine Protettivo del 2014, mettendo in campo per la prima volta dall’inizio degli scontri anche forze di terra. Per 40 minuti 160 aerei bombardano il Nord della Striscia, mentre corazzati, artiglieria e fanteria sono schierati a ridosso del confine in uno schema di cui solo il giorno dopo si capirà il meccanismo. Il portavoce internazionale dell’Idf ha tratto in inganno la stampa estera, con un comunicato ambiguo che ha fatto credere ad alcuni giornalisti che Israele stesse invadendo via terra. L’ Afp rilancia, il Wsj cita anche fonti palestinesi che intravedono i carri in mobilitazione. Nulla di tutto ciò è vero e dopo un’ora arriva una «precisazione» del portavoce militare: le truppe israeliane non sono nella Striscia di Gaza. La mossa ottiene l’obiettivo stabilito: una trappola per gli uomini di Hamas che prendono postazione all’interno della "Metro". Così chiamano gli ufficiali dell’Idf il sistema di tunnel sotterranei.
  Sotto le macerie dopo i bombardamenti, secondo l’esercito israeliano, si trovano decine di operativi di alto di livello di Hamas. Con loro, anche diverse vittime civili, che secondo le stime del ministero della Salute palestinese di Gaza, portano il bilancio dei morti dall’inizio delle ostilità a 126, tra cui 31 bambini. Israele sostiene che almeno 75 tra le vittime siano combattenti e che una parte delle vittime siano il risultato di "fuoco amico", razzi esplosi all’interno della Striscia. Il portavoce militare riporta che in quattro giorni sono stati lanciati su Israele oltre 2mila missili, intercettati al 90 percento dal sistema antimissilistico Iron Dome. Le vittime israeliane sono 9. «L’obiettivo di Israele è infliggere un colpo duro a Hamas che ripristini la deterrenza », ci dice il professor Uzi Rabi, direttore del centro Dayan dell’Università di Tel Aviv. «L’azione di giovedì notte è stata un game changer , e per questo ora si può cominciare a parlare di tregua». Ma ci sono ancora altri obiettivi che Israele intende ancora colpire per stroncare lo scheletro dell’organizzazione, «spostando il prossimo round di scontri il più lontano possibile», dice Rabi. La conferma di Biden «al diritto d’Israele di difendersi», espresso in una telefonata a Netanyahu, garantisce ancora qualche giorno di manovre, probabilmente fino a dopo la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu prevista domenica.
  Mentre molta della concentrazione dell’establishment politico e delle forze di sicurezza è volta a cercare di gestire la situazione di guerriglia interna che dilaga nelle città a popolazione mista musulmana ed ebraica, ora il focus rischia di spostarsi su altri fronti. In vista del giorno della Nakba, "la Catastrofe", come definiscono i palestinesi quella che per gli israeliani è la data civile dell’indipendenza dello Stato, le tensioni si sono fatte sentire anche al Nord e in Cisgiordania. Al confine con il libano dei sostenitori di Hezbollah hanno varcato il confine con la cittadina di Metulla, imbattendosi nel fuoco dei soldati israeliani che hanno provocato un morto, il 21enne Muhammad Tahhan. Un altro giovane è rimasto ferito. In Cisgiordania si sono tenute per la prima volta dall’inizio dell’escalation con Gaza manifestazioni nelle città palestinesi, coordinate da Hamas. Gli scontri con l’esercito hanno provocato 9 morti tra i palestinesi. Abu Mazen ha chiesto alla comunità internazionale di condannare Israele e ha invocato la mediazione americana per fermare «"la brutale aggressione israeliana». Si apre per l’amministrazione Usa il primo banco di prova sulla questione israelo-palestinese dall’insediamento di Biden.

(la Repubblica, 15 maggio 2021)


Israele e Gaza, Eydar: «Ci hanno attaccato loro noi siamo pronti a tutto»

di Gianluca Perino

- Dror Eydar, ambasciatore di Israele in Italia, era necessario l'attacco a Gaza?
  «Israele è sotto attacco missilistico da più di quattro giorni. Hamas ha iniziato la sua offensiva lunedì alle ore 18:00 israeliane, lanciando missili verso la nostra capitale, Gerusalemme. E ognuno di quei duemila missili era destinato alle famiglie, ai bambini e agli anziani israeliani. Ne abbiamo neutralizzata una parte considerevole, ma alcuni sono caduti all'interno di Israele e hanno recato danno alle case e hanno colpito le famiglie. Questa è una situazione impossibile, che nessun paese civile potrebbe accettare. Hamas non è un'organizzazione militare, ma un'organizzazione terroristica, il cui documento fondante, la Convenzione di Hamas, è un documento nazista, che parla della distruzione dello Stato di Israele e sostiene l'uccisione di tutti gli ebrei ovunque si trovino. Oltretutto, circa un quarto dei missili lanciati da Hamas è caduto nella stessa Striscia di Gaza e ha ucciso bambini e donne innocenti. Non abbiamo lanciato l'attacco, ma abbiamo risposto ai feroci attacchi di Hamas. E faremo di tutto per proteggere i nostri cittadini. È un ordine categorico supremo».

- Quali sono le vere ragioni dietro questa guerra e chi sono i responsabili dell'escalation?
  «Hamas si ispira all'Iran, che gli fornisce denaro, armi, tecnologia e addestramento. L'interesse dell'Iran è quello di minare la stabilità in tutto il Medio Oriente, aumentando così la sua influenza e il suo controllo in questa regione: è il caso di Siria, Iraq, Libano, Yemen, ma anche della Striscia di Gaza. Hanno interesse a minare la stabilità all'interno dell'Autorità Palestinese e anche tra i cittadini arabi di Israele. E hanno pianificato questo attacco con molte settimane di anticipo».

- Per quale motivo?
  «Non hanno bisogno di particolari ragioni per nuocere agli ebrei. Hanno approfittato del sentimento religioso e infiammato il clima con l'antico falso slogan: Al-Aqsa è in pericolo. In pratica, mentre decine di migliaia di musulmani pregavano sul Monte del Tempio, gli ebrei non potevano accedere al Muro Occidentale per pregare, perché dalla moschea venivano lanciate contro di loro pietre, pezzi di ferro e molotov. Facendo così, Hamas ha anche profanato la santità del luogo. Il loro piano era di infiammare Gerusalemme, Samaria e Giudea, e di lasciare Gaza da parte. Ma hanno sbagliato i calcoli».

- L'abilità offensiva di Hamas è aumentata notevolmente. Hanno armi più potenti, razzi a lungo raggio e un servizio di intelligence preparato. Chi ha costruito questo apparato? E con il supporto di chi?
  «La formazione proviene dall'Iran, anche il denaro, le armi e l'addestramento. Hamas utilizza tutti i rifornimenti che entrano nella Striscia di Gaza per ragioni umanitarie, per i suoi scopi terroristici. Il cemento, ad esempio, destinato alla costruzione di case, viene utilizzato quasi interamente per la costruzione di tunnel terroristici. Le strutture portanti per costruire le case, vengono invece usate per costruire missili. I fertilizzanti progettati per migliorare l'agricoltura, per preparare degli esplosivi. Anche i soldi che arrivano a Gaza dalle organizzazioni umanitarie o da Israele vengono spesi principalmente per i bisogni militari di Hamas. A proposito, Israele fornisce elettricità a Gaza dalla centrale elettrica di Rotenberg ad Ashkelon e fornisce loro acqua dalla stazione Simcha vicino a Sderot. Entrambi i luoghi sono stati colpiti dai missili di Hamas. Il salto di qualità è avvenuto nel 2012, quando i Fratelli Musulmani hanno preso il potere in Egitto per circa un anno, trasferendo a Gaza macchinari pesanti per la lavorazione dei metalli e la produzione di missili».

- Come possono queste armi entrare nella Striscia di Gaza?
  «La maggior parte dei missili sono di produzione propria e, come dicevo prima, i materiali e il denaro per la loro produzione provengono dagli aiuti umanitari che Hamas sottrae ai suoi residenti per finanziare il terrorismo».

- L'Europa, e non solo, sostiene la popolazione di Gaza con tanti fondi: come vengono utilizzati questi soldi? E chi li gestisce?
  «Per anni abbiamo avvertito gli europei che il denaro che danno agli abitanti di Gaza - miliardi di euro dei contribuenti - viene utilizzato principalmente per il terrorismo. Hamas e altre organizzazioni stanno sfruttando la generosità degli europei, rubando la maggior parte dei soldi e rifornendo così la loro macchina del terrore. L'ultimo attacco dell'IDF, la scorsa notte, ha rivelato alcune strutture della città che Hamas aveva costruito non per turismo ma per terrorismo. E in gran parte i finanziamenti per questa farsa sono stati presi da fondi europei. Si può tranquillamente seguire la strada che hanno fatto questi fondi da quando sono stati erogati fino a quando sono stati collocati sulla testata di un missile».

- Crede che questa operazione possa creare problemi nella convivenza tra ebrei e arabi israeliani in tante città?
  «Israele è uno stato di diritto e non accetterà alcuna condotta brutale da parte di qualsiasi settore della sua popolazione. Hamas, l'Iran e mezzi di comunicazione come Al-Jazeera disseminano ormai da anni odio e rabbia fra i cittadini arabi di Israele. La maggior parte dei cittadini arabi è interessata a far parte del tessuto sociale in Israele, e abbiamo già visto molte iniziative di ebrei e arabi che hanno manifestato vicinanza e cooperazione, invitando ad opporsi alla polarizzazione durante i difficili eventi che abbiamo vissuto. Il Primo Ministro e altri leader del Paese, fra cui i leader religiosi, hanno invitato tutti i cittadini a restare uniti e a ricordare che abbiamo tutti il destino comune di vivere insieme. Purtroppo, una piccola ma significativa parte ha ceduto all'istigazione, fatta di toni religiosi apocalittici. Israele non consentirà una situazione di anarchia tra i diversi gruppi della popolazione e sta lavorando per ripristinare la legge e l'ordine nelle città coinvolte. Siamo una società in fase storica di formazione, anche i dolori e le ferite fanno parte della creazione delle fondamenta di una società».

- Cosa ne pensa della posizione del governo italiano su questa situazione?
  «Siamo stati lieti di vedere il sostegno trasversale al diritto di Israele di proteggere i suoi cittadini e la condanna radicale del brutale attacco terroristico che Israele sta subendo. Ringraziamo il Ministro degli Esteri Di Maio e il suo vice Della Vedova per i messaggi di vicinanza e sostegno nei nostri confronti. Siamo stati anche felici di vedere le manifestazioni di sostegno nelle principali città italiane. I nostri due popoli storicamente condividono un destino comune». - La comunità internazionale chiede il cessate il fuoco: quando vi fermerete? «Non capisco perché questa richiesta sia rivolta a noi, mentre tutti sanno che è Hamas che ha iniziato questa offensiva prepianificata. Questa è una situazione insostenibile e inaccettabile, in cui deve essere fatto ogni sforzo per far sì che il nemico non voglia proseguire».

(Il Messaggero, 15 maggio 2021)

 


 

Hanno ragione quelli de Il Post: quella tra Israele e terroristi non è una guerra alla pari

di Franco Londei

Sulla guerra tra Israele e terroristi arabi si è letto di tutto e di più, ma l’articolo più “originale” l’hanno scritto quelli de Il Post, nome altisonante che rievoca testate importanti.
   L’articolo, del quale mi sfugge la firma, si intitola «Non è una guerra alla pari» ed è l’ennesimo banalissimo spiegone su come i poveri (poverissimi) terroristi palestinesi si trovino a combattere il potentissimo esercito israeliano usando “solo” missiletti racimolati qua e la oppure costruiti in cantina.
   L’articolo tuttavia ci offre la possibilità di spiegare a coloro che poco sanno del conflitto tra Israele e terroristi arabi, perché quelli de Il Post hanno ragione, anche se non è per i motivi da loro addotti.
   Prima di tutto non è una guerra alla pari perché da un lato, quello israeliano, si fa di tutto per proteggere i propri civili e anche per limitare le perdite di civili dall’altra parte, mentre i terroristi arabi fanno di tutto per colpire i civili israeliani e usano i propri come scudi umani.
   Detta così sembra una cosuccia da niente, ma è proprio questo il motivo per cui si chiama “guerra asimmetrica” non quello raccontatoci da Il Post.
   Non voler colpire i civili per gli israeliani vuol dire limitare di molto il proprio potenziale bellico, vuol dire non combattere alla pari
   Perché? Ma perché proteggere i civili di ambo le parti costa moltissimo. Non voler colpire i civili per gli israeliani vuol dire limitare di molto il proprio potenziale bellico, vuol dire non combattere alla pari.
   Tecnicamente potrebbero annientare Hamas in una giornata ma non lo possono fare perché Hamas si nasconde tra i civili, lancia i missili da postazione posizionate deliberatamente tra palazzoni abitati, scava i tunnel sotto abitazioni civili e ospedali.
   Nel contempo gli israelia ni devono difendere i propri di civili, che invece sono il target dei terroristi. Per farlo usano un sistema chiamato Iron Dome (cupola di ferro), il quale intercetta quasi tutti i missili che potenzialmente possono provocare danni ai civili.
   I terroristi arabi non si curano del problema dei civili, anzi, più civili israeliani uccidono e più diventano eroi.
   Come può, una guerra fatta così, essere alla pari? Semplicemente non può perché da una parte c’è chi si difende con tutte le attenzioni per i civili, gli israeliani, mentre dall’altra c’è chi vuole sterminare i civili, i terroristi arabi. Da un lato c’è la legittima difesa, dall’altro l’illegittima offesa.
   E poi, come può essere alla pari un conflitto dove sistematicamente chi si difende finisce sotto accusa e chi attacca passa per “poverello” e da attaccante finisce per passare da vittima?
   Quindi no, cari amici del Il Post, non è una guerra alla pari, avete perfettamente ragione.

(Rights Reporter, 15 maggio 2021)

 


 

La TV palestinese ammette che Israele preavverte i civili prima di colpire un obiettivo

Mentre i terroristi di Gaza attaccano i civili israeliani facendosi scudo dei civili palestinesi

Per evitare vittime innocenti, prima di colpire un palazzo usato come base operativa dai terroristi le Forze di Difesa israeliane avvertono per tempo i civili di sgomberare mediante sia telefonate sia colpi di avvertimento. Ora lo ammette persino la televisione ufficiale dell’Autorità Palestinese.

Reporter della tv ufficiale dell’Autorità Palestinese: «Quando sono stati informati che questo palazzo sarebbe stata attaccato… il sito è stato completamente evacuato. L’isolato, la strada, gli edifici civili e gli edifici residenziali della zona, completamente, compresi bambini e donne, e l’abbiamo visto… Il guardiano che lavora in questo palazzo è stato avvertito tramite una telefonata dell’agenzia di sicurezza israeliana. Gli hanno detto testualmente: “Evacuate il palazzo e dite loro che questo palazzo sarà attaccato. Sarà attaccato in qualsiasi momento”. Dopo questa conversazione, il palazzo è stato attaccato circa due ore dopo.» 


(TV ufficiale dell’Autorità Palestinese, 11.5.21)

(israele.net, 15 maggio 2021)

 


 

Klein: "In Germania antisemitismo alimentato dalle parole di Erdogan"

L’intervista con il sottosegretario agli Interni del governo Merkel

di Tonia Mastrobuoni

BERLINO — Da giorni, centinaia di persone stanno scendendo in piazza in Germania per manifestare contro Israele. Ma lo fanno urlando «ebrei di merda», tirando pietre contro sinagoghe, bruciando bandiere israeliane. Per Felix Klein, sottosegretario all’Interno e responsabile per la lotta contro l’antisemitismo, non si tratta di legittime proteste contro Netanyahu, ma di manifestazioni di odio contro gli ebrei organizzate da «ambienti islamisti e arabi». Alimentati anche, nel Paese in cui vive la più grande comunità turca al mondo, dalla presa di posizione di Erdogan contro Tel Aviv.

- Klein, cosa pensa delle manifestazioni contro Israele di questi giorni?
  «Questo odio sfrenato è spaventoso. E in alcuni casi sono stati commessi anche dei reati. È una situazione che ricorda quella del 2014, quando esplose una tensione simile tra Israele e la Striscia di Gaza. Allora ci furono manifestazioni e rivolte con slogan anti-israeliani. Ma anche inviti a gasare gli ebrei. Che una cosa del genere venisse urlata nelle strade tedesche dopo il 1945, è qualcosa che nessuno avrebbe ritenuto possibile. Anche allora sono state bruciate bandiere israeliane. Per questo ho chiesto, appena insediato come Responsabile alla lotta contro l’antisemitismo, che dare fuoco alle bandiere fosse considerato un reato penale. Dall’anno scorso quella norma è legge e la polizia può intervenire, nel caso».

- Ma la polizia non lo ha fatto in varie occasioni, negli ultimi giorni.
  «È vero. E non va bene. Anche se penso che la polizia possa averlo fatto per evitare un’ulteriore escalation».

- Che lei sappia chi è che sta manifestando, gridando "ebrei di merda", bruciando le bandiere israeliane e attaccando le sinagoghe? Sono neonazisti?
  «Per quanto ne so, gli autori provengono principalmente dall’ambiente islamista e arabo. Saranno i servizi segreti interni a chiarire se ci siano dietro organizzazioni pericolose. Non sappiamo ancora quanto queste proteste siano pilotate. Ma ciò che è abbastanza chiaro è che le associazioni musulmane dovrebbero condannare questo antisemitismo».

- Non l’hanno ancora fatto?
  «Per quanto ne so, non ancora. Mi aspetto che dicano chiaramente che il dissenso non può essere espresso in questa forma, con roghi di bandiere israeliane e insulti contro gli ebrei. Quando si lanciano pietre contro le sinagoghe, è antisemitismo».

- La dichiarazione di Erdogan contro Israele (dobbiamo dargli «una lezione») può aver influenzato le piazze?
  «Nella mia opinione sì, penso che Erdogan le abbia influenzate. In alcune delle manifestazioni sono spuntate anche bandiere turche. Credo che la presa di posizione di Erdogan sia caduta su un terreno molto problematico. E l’influenza di Erdogan su alcune parti della comunità turca in Germania è ben nota. Ed è naturale che ciò abbia delle conseguenze».

- Pensa che la situazione possa peggiorare?
  «Se la situazione a Gaza si aggrava, gli attacchi in Germania potrebbero aumentare. L’esperienza del 2014 lo dimostra. D’altra parte, la polizia e la magistratura sono in grado di affrontare meglio questi incidenti. E hanno rafforzato le misure di sicurezza intorno alle istituzioni ebraiche».

- Dov’è il confine tra le proteste legittime contro il governo israeliano e l’antisemitismo?
  «L’equiparazione degli ebrei in Germania e Israele è già, di per sé, un esempio di antisemitismo. Incolpare gli ebrei e le loro istituzioni, come le sinagoghe o le scuole, per ciò che il governo israeliano sta facendo, è di per sé antisemita. Come se i cittadini tedeschi potessero influenzare in alcun modo il governo Netanyahu».

(la Repubblica, 15 maggio 2021)

 


 

Israele attacca Gaza. Pioggia di fuoco da aerei e carri armati

Le notizie di "la Repubblica" su Israele a firma Sharon Nizza si susseguono continuamente. Ne riportiamo la prima in versione cartacea e due in versione online. NsI

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - Nella notte l'esercito israeliano ha lanciato un massiccio attacco con forze aeree e di terra nella Striscia di Gaza. Si tratta dei bombardamenti più duri dall'Operazione Margine Protettivo del 2014. L’attacco a tenaglia è partito da Nord e da Sud con un bombardamento da aerei, elicotteri e tank. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Hamas pagherà un prezzo alto per gli i lanci di missili contro la popolazione israeliane e che ''l'operazione continuerà per tutto il tempo necessario''. ''Agiremo con tutte le nostre forze contro i nemici all'esterno e contro i fuorilegge all'interno per riportare la calma nello Stato di Israele''. Media locali parlavano di famiglie palestinesi stanno scappando dal Nord della Striscia a causa di quello che viene descritto come un vero e proprio diluvio di fuoco.
    La giornata di ieri, la terza di combattimenti tra Israele e Hamas, è stata segnata da una costante escalation su tre fronti, con la novità a ora di cena quando tre razzi lanciati dal Libano cadono nel Mar Mediterraneo. Non suonano le sirene e la comunicazione è diffusa da un reporter della Tv filo Hezbollah Al Manar, confermata in seguito dall'esercito israeliano. Il corrispondente di Al Jazeera in Libano diffonde una dichiarazione di una fonte di sicurezza libanese secondo cui non c'è Hezbollah dietro, e i razzi sono stati lanciati dal campo profughi palestinese Rashidieh. Ci sarebbero degli arresti da parte delle forze di sicurezza libanesi. Uno sviluppo che potrebbe rimescolare le carte in tavola e che arriva a corollario di una giornata scandita dalle notizie sui due fronti principali: le incessanti sirene che annunciano i lanci di missili da Gaza, sul Negev come su Tel Aviv, si accavallano alle comunicazioni di nuovi bombardamenti sulla Striscia.
    Il terzo fronte riguarda lo scenario politico. Ieri sera infatti Naftali Bennett annuncia il congelamento dei colloqui con il ''campo del cambiamento'' guidato da Yair Lapid, e in un clamoroso dietrofront torna a negoziare con Netanyahu per formare un governo di destra. Con oltre 1800 missili lanciati sulle città israeliane, il portavoce dell'esercito aveva annunciato di primo mattino che l'esercito sta valutando piani per un possibile ingresso via terra a Gaza. Più tardi, arriva il dispiegamento di alcune unità combattenti al confine con la Striscia e l'arruolamento di 9000 riservisti. Nel corso nella giornata si apprende che parte dei riservisti saranno impiegati per rimpiazzare unità della polizia di frontiera dislocate nelle città stravolte dagli scontri violenti. La mossa è ''qualcosa di mezzo tra deterrenza e previdenza'', ci dice il prof Eyal Zisser, mediorientalista e vicerettore dell'Università di Tel Aviv in un Medioriente dalle dinamiche spesso sorprendenti, ''dove tutto può succedere'', così come un lancio da Gaza di sei missili sulla capitale nel pieno dei festeggiamenti del ''Giorno di Gerusalemme'', l'azione che ha aperto la campagna in corso lunedì. Israele ha sorpreso a sua volta Hamas colpendo da subito duramente la Striscia.
   In tre giorni, con oltre mille attacchi, ha colpito 750 obiettivi, tra cui 33 tunnel di Hamas, 160 rampe di lancio, la Banca Islamica Centrale. L’esercito ha allertato i residenti palestinesi affinché evacuassero l'area prima degli attacchi. Ma in serata è stato colpito un villaggio a nord della Striscia, con i media locali che hanno parlato di 11 morti, compresa una madre incinta e i suoi 4 figli. Il portavoce dell'esercito comunica che sono stati eliminati 60 operativi delle varie organizzazioni militari. Tra questi, figure chiave di Hamas come Bassem Issa, il comandante della Brigata di Gaza City, Jomaa Tahla, capo dell'unità cyber, e figure altamente qualificate come Nazzem Hatib, capo dell'unità di ingegneria. Ma anche Manelis rimane cauto: il rischio che le parti rimangano invischiate nella spirale delle rappresaglie infinite è alto e nulla può essere escluso.

(la Repubblica, 14 maggio 2021)

 

*



L'esercito israeliano attacca Gaza con aviazione e carri armati

Il portavoce delle forze armate: "Nessuna truppa ha varcato il confine". Il premier israeliano: "Ho detto che avremmo fatto pagare un prezzo molto alto ad Hamas. Lo facciamo e continueremo a farlo con grande intensità". Il presidente francesce Macron: "Faccio un forte appello al cessate il fuoco e al dialogo. Vi chiedo calma e pace".

di Sharon Nizza

A tre giorni dall'inizio dell'escalation, poco dopo la mezzanotte l'esercito israeliano ha lanciato un massiccio attacco con forze aeree e di terra contro la Striscia di Gaza. Si tratta dei bombardamenti più duri dall'Operazione Margine Protettivo del 2014. Per due ore, aerei, artiglieria e carri armati israeliani hanno attaccato circa 150 obiettivi nelle aree settentrionali e orientali della Striscia. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Hamas pagherà un prezzo alto per i lanci di missili contro la popolazione israeliana e che "l'operazione continuerà per tutto il tempo necessario". "Agiremo con tutte le nostre forze contro i nemici all'esterno e contro i fuorilegge all'interno per riportare la calma nello Stato di Israele". Media locali riferiscono di famiglie palestinesi che stanno scappando dal Nord della Striscia verso Gaza City a causa di quello che viene descritto come un vero e proprio diluvio di fuoco. L'agenzia stampa palestinese Wafa riferisce di due morti e una dozzina di feriti a Beit Lahia. Ieri l'esercito aveva dispiegato al confine con la Striscia unità di fanteria e corazzati e richiamato 9,000 riservisti. L'esercito ha ordinato alla popolazione israeliana nel raggio di 4 chilometri dalla Striscia di rimanere chiusi nei rifugi fino a nuova comunicazione. Nel corso della notte si è registrata un'altra vittima israeliana a Sderot.
    Secondo alcune testimonianze raccolte dal Wall Street Journal, le truppe israeliane sono avanzate da nord con i carri armati. Il portavoce dell'esercito ha tuttavia smentito la presenza di truppe all'interno della Striscia. La notizia dell’ingresso via terra era stata inizialmente comunicata da diversi media internazionali che si basavano su una conferma del portavoce dell’esercito data in inglese, Jonathan Conricus, creando grande confusione tra i cronisti. Secondo il corrispondente militare della televisione israeliana Kan11, potrebbe trattarsi di un tentativo di trarre in inganno Hamas, in una sorta di “battaglia psicologica”.
    Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Hamas pagherà un prezzo alto per i lanci di missili contro la popolazione israeliana e che "l'operazione continuerà per tutto il tempo necessario". "Agiremo con tutte le nostre forze contro i nemici all'esterno e contro i fuorilegge all'interno per riportare la calma nello Stato di Israele", ha detto il premier. Che ha parlato anche dell'altro fronte, quello delle rivolte nelle città israeliane: "Appoggiamo al cento per cento la polizia ed il resto delle forze di sicurezza per riportare la legge e l'ordine nelle città di Israele. Non tollereremo l'anarchia".
    Lanci di missili da parte di Hamas e della Jihad Islamica non sono cessati per tutta la notte, raggiungendo anche Ashkelon e Beersheva. "La spirale di violenza in Medio Oriente deve finire", twitta il presidente francese Emmanuel Macron pochi minuti dopo la notizia dell'attacco di terra lanciato da Israele. "Faccio un forte appello al cessate il fuoco e al dialogo. Vi chiedo calma e pace".

La gaffe dell'invasione via terra annunciata e poi negata   
   Il Times of Israel prova a spiegare la clamorosa gaffe dell'esercito israeliano, che stanotte attraverso un suo portavoce ha prima annunciato l'avvio delle operazioni di terra a Gaza e dopo un paio d'ore ha precisato che invece le truppe non erano mai entrate nella Striscia, adducendo "un problema interno di comunicazione". "Le forze di difesa israeliane - scrive il giornale sul suo sito web - sembrano aver indotto erroneamente i media stranieri a credere che l'esercito avesse lanciato un'invasione di terra nella Striscia durante il suo massiccio bombardamento del nord di Gaza. Nella sua dichiarazione iniziale in inglese, l'esercito ha espresso in modo ambiguo dove si trovavano le sue forze di terra durante l'attacco, dicendo che "le truppe aeree e di terra dell'Idf stanno attualmente attaccando nella Striscia di Gaza". Quando è stato chiesto di chiarire la questione, ovvero se ci fosse stata un'invasione di terra, il portavoce dell'esercito Jonathan Conricus ha risposto: 'Sì. Come è scritto nella dichiarazione. In effetti, le forze di terra stanno attaccando a Gaza. Questo vuol dire che sono nella Striscia'". Ma, continua Times of Israel, sebbene dire che l'esercito era dentro Gaza "fosse tecnicamente corretto", è stato fuorviante: "Alcune truppe dell'Idf erano effettivamente posizionate in un'enclave tecnicamente all'interno del territorio di Gaza, ma a tutti gli effetti sotto il controllo israeliano. Per questo la loro presenza lì non poteva rappresentare un'invasione di terra".

Oltre 1.800 razzi lanciati dall'inizio del conflitto, Israele risponde con i raid
   Sono oltre 1.800 i razzi lanciati da Gaza in direzione delle città israeliane da quando sono iniziate le ostilità fra Hamas e Israele. Secondo il portavoce militare, circa il 90 per cento di quelli diretti verso aree abitate sono stati intercettati dal sistema antimissilistico Iron Dome. Mercoledì mattina le stesse forze armate avevano spiegato che da lunedì alle 18 – inizio delle ostilità con il lancio di sei missili su Gerusalemme - mille razzi erano stati lanciati da Gaza.
    In parallelo, Israele sta portando avanti una pesante offensiva militare nella Striscia di Gaza. In più di mille attacchi aerei in tre giorni sono stati centrati 750 obiettivi e sono stati uccisi almeno 60 operativi di Hamas e della Jihad Islamica, tra cui alcuni leader appartenenti allo Stato maggiore di Hamas, come Bassem Issa, il comandante della Brigata di Gaza City, Jomaa Tahla, capo dell’unità cyber, e figure altamente qualificate come Nazzem Hatib, capo dell’unità di ingegneria. Secondo un rapporto fornito dal portavoce dell’esercito, sono stati colpiti anche 33 tunnel di Hamas, 160 rampe di lancio, la Banca Islamica Centrale, arteria economica di Hamas. L’aviazione israeliana ha bombardato con attacchi senza precedenti diversi palazzi residenziali che ospitavano infrastrutture logistiche e di intelligence di Hamas. L’esercito ha allertato i residenti palestinesi affinché evacuassero l’area prima degli attacchi.
    In serata, i media arabi hanno denunciato una strage nel villaggio Um el-Nasser, presso Sheikh Zayed, nel nord della Striscia di Gaza. Secondo i media locali sarebbero 11 i palestinesi rimasti uccisi e 50 i feriti da un bombardamento israeliano. Sei sono membri della famiglia locale Tanani. Fra i morti, secondo i media, ci sono anche bambini. Queste informazioni non hanno però avuto una conferma da parte delle autorità sanitarie di Hamas. In Israele l'episodio non è stato ancora commentato.

Scontri nelle città a popolazione mista, due persone linciate
   L’escalation militare con Gaza si sta ripercuotendo anche all’interno del Paese, provocando scontri senza precedenti in particolare nelle città a popolazione mista, musulmana ed ebraica. Grande shock per due linciaggi avvenuti mercoledì sera ad Akko e a Bat Yam, al confine sud con Giaffa. Ad Akko un uomo di 30 anni è in condizioni critiche dopo essere stato assalito brutalmente da manifestanti arabi. A Bat Yam invece, una folla di manifestanti ebrei ha attaccato un conducente arabo, prelevandolo dall’auto e picchiandolo selvaggiamente. A Lod, dove nei giorni scorsi si erano registrati gli scontri più duri, il coprifuoco notturno annunciato dalla polizia è stato violato da molti e si sono registrati numerosi incidenti violenti. A Haifa, 59 inquilini di una palazzina sono stati curati in ospedale per inalazioni di fumo, dopo che cinque veicoli dati alle fiamme hanno provocato un massiccio incendio che ha coinvolto il parcheggio residenziale.

Timori per sabato, anniversario della nascita di Israele
   Oltre 370 persone coinvolte nelle violenze sono state arrestate negli ultimi 2 giorni. Vi è timore che nuovi pesanti scontri possano avvenire nella giornata di sabato, per i palestinesi il Giorno della Nakba, la “Catastrofe”, ossia la data che indica la nascita dello Stato d’Israele nel 1948. Il ministro della difesa ha dispiegato 10 unità di riserva della polizia di frontiera per contenere la situazione. “Ai cittadini d’Israele dico: questa anarchia è ingiustificabile: non mi interessa se vi ribolle il sangue. Non avete nessun diritto di prendere la legge in mano”, ha detto Netanyahu in un messaggio alla popolazione. “Nulla giustifica il linciaggio di cittadini arabi da parte di ebrei né quello di ebrei da parte di arabi”. Il presidente Rivlin si è detto “estremamente preoccupato” e ha supplicato i leader, i cittadini, i genitori a fare tutto il possibile per mettere fine agli episodi di violenza. “Siamo sotto la minaccia di continui lanci di missili e ci occupiamo di una guerra civile senza ragione”. Anche il leader del partito islamico Ra’am, Mansour Abbas, ha condannato le violenze e invitato i manifestanti a rispettare la legge e l’ordine. Abbas ha annunciato la sospensione delle trattative per la formazione di un governo “fino a che la situazione non si placherà”.

Ancora stallo nella formazione del governo
   Israele è nel pieno dello stallo politico, dopo quattro elezioni in due anni. Messo in secondo piano dall’escalation di sicurezza, lo scenario politico torna improvvisamente alla ribalta quando ieri sera Naftali Bennett annuncia il congelamento dei colloqui con il “campo del cambiamento” guidato da Yair Lapid, e in un clamoroso dietrofront torna a negoziare con Netanyahu per formare un governo di destra.

Domenica riunione all'Onu per discutere dell'escalation
   L'ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Linda Thomas Greenfield, ha annunciato che domenica si riunirà il Consiglio di sicurezza Onu per discutere dell'escalation in corso tra Israele e la Striscia di Gaza. "Il consiglio di sicurezza dell'Onu si riunirà domenica per discutere della situazione in Israele ed a Gaza", ha scritto su Twitter, evidenziando che "gli Stati Uniti continueranno ad impegnarsi attivamente in azioni diplomatiche al più alto livello per cercare di far rientrare le tensioni". Nelle scorse ore il segretario di stato Usa, Antony Blinken, aveva fatto sapere che gli Stati Uniti sarebbero stati disponibili a prender parte alla riunione all'inizio della settimana prossima.

(la Repubblica online, 14 maggio 2021)

 

*



L'esercito israeliano attacca Gaza con aviazione e truppe di terra

Il premier israeliano: "Ho detto che avremmo fatto pagare un prezzo molto alto ad Hamas. Lo facciamo e continueremo a farlo con grande intensità". Il presidente francese Macron: "Faccio un forte appello al cessate il fuoco e al dialogo. Vi chiedo calma e pace".

di Sharon Nizza

L'esercito israeliano ha lanciato un massiccio attacco con forze aeree e di terra nella Striscia di Gaza. Si tratta dei bombardamenti più duri contro la Striscia dall'Operazione Margine Protettivo del 2014. L'attacco sta avvedendo in contemporanea al Nord e al Sud della Striscia. Famiglie palestinesi stanno scappando dal Nord della Striscia a causa di quello che viene descritto come un vero e proprio diluvio di fuoco. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Hamas pagherà un prezzo alto per gli i lanci di missili contro la popolazione israeliane che "l'operazione continuerà per tutto il tempo necessario". "Agiremo con tutte le nostre forze contro i nemici all'esterno e contro i fuorilegge all'interno per riportare la calma nello Stato di Israele".
    Sono circa 1.600 i razzi che sono stati lanciati da Gaza in direzione delle città israeliane da quando sono iniziate le ostilità fra Hamas e Israele. Lo ha reso noto la Radio militare israeliana, spiegando che di quelli diretti verso aree abitate ne è stato intercettato circa il 90 per cento. Mercoledì mattina le stesse forze armate avevano spiegato che da lunedì mattina mille razzi erano stati lanciati da Gaza. Sono quindi stati circa 500 i razzi lanciati nelle ultime 24 ore.
    C'è poi un ulteriore elemento che fa temere un innalzamento del livello dello scontro: per la prima volta le forze militari israeliane hanno lanciato un allarme razzi anche nella parte nord del Paese, un'area in cui finora non erano risuonate le sirene antiaeree. Anche se le autorità militari israeliane precisano che si è trattato solo di una misura precauzionale e nessun razzo è caduto nel Nord. Nella tarda serata italiana era stata confermata la notizia che le forze armate israeliane stavano ammassando truppe al confine.
    In parallelo, Israele sta portando avanti una pesante offensiva militare nella Striscia di Gaza. Negli attacchi aerei sono stati centrati 600 obiettivi e sono stati uccisi almeno 10 alti esponenti militari di Hamas. Distrutti un paio di grattacieli che ospitavano esponenti dell'organizzazione palestinese: in particolare, sostiene l'esercito, una struttura dell'intelligence di Hamas con "dozzine di terroristi operativi", che serviva "come comando principale per la sua rete di sorveglianza". Non è stato precisato quanti membri di Hamas fossero all'interno.
    In serata i media arabi hanno denunciato una strage nel villaggio Um el-Nasser, presso Sheikh Zayed, nel nord della Striscia di Gaza. Secondo i media locali sarebbero 11 i palestinesi rimasti uccisi e 50 i feriti da un bombardamento israeliano. Sei sono membri della famiglia locale Tanani. Fra i morti, secondo i media, ci sono anche bambini. Queste informazioni non hanno però avuto una conferma da parte delle autorità sanitarie di Hamas. In Israele l'episodio non è stato ancora commentato.
    Il ritorno alla calma sembra lontano, anche a sentire le dichiarazioni di Abu Mazen, presidente dell'Autorità palestinese, al quotidiano Haaretz: "Israele ha superato il limite. Gerusalemme rappresenta una linea rossa e non ci sarà pace né stabilità senza la fine dell'occupazione". Il presidente Usa Joe Biden ha dato aperto sostegno al premier israeliano Benjamin Netanyahu, mentre il suo segretario di Stato Antony Blinken ha avuto un colloquio proprio con Abu Mazen, al quale ha chiesto di fermare il lancio di razzi.
    "La spirale di violenza in Medio Oriente deve finire", twitta il presidente francese Emmanuel Macron pochi minuti dopo la notizia dell'attacco di terra lanciato da Israele. "Faccio un forte appello al cessate il fuoco e al dialogo. Vi chiedo calma e pace".

Bersagliata Sderot
   Intensi lanci di razzi da Gaza sono ripresi stamane in direzione della vicina città israeliana di Sderot e dei villaggi agricoli della zona. La popolazione è stata costretta più volte a correre nei rifugi. In un villaggio ebraico di confine i razzi hanno colpito edifici, ma non si hanno notizie di vittime. Lo ha reso noto l'esercito. La scorsa notte un razzo palestinese ha centrato un condominio a Petach Tikwa, città popolosa ad est di Tel Aviv. Secondo i servizi di soccorso, otto persone sono rimaste ferite.

Il bilancio: almeno 83 morti palestinesi, tra cui 17 bambini. Sette uccisi israeliani
   È di almeno 83 morti, tra cui 17 bambini e 7 donne, l'ultimo bilancio dei raid aerei compiuti dalle forze di Israele nella Striscia di Gaza dall'inizio delle ostilità, secondo il ministero della Salute di Gaza, gestito dal movimento palestinese Hamas. Sono invece almeno 388 i feriti, che secondo il gruppo palestinese comprendono 115 minori e 50 donne. Durante la notte i lanci di razzi dall'enclave si sono interrotti per almeno tre ore, mentre stamattina le sirene d'allarme hanno ripreso a suonare in diverse località israeliane (Kerem Shalom, Sderot, She'ar Hanegev, e varie citta' lungo il confine di Gaza). Finora i morti israeliani sono 7. Tra loro, un soldato ucciso da un missile anti-tank e un bambino di 6 anni colpito da un razzo.
    Ieri sera nuovi razzi sono stati lanciati in direzione di Tel Aviv, anche nelle vicinanze dell'aeroporto Ben Gurion. E tutti i voli diretti a Tel Aviv sono stati deviati.

Deviati tutti i voli passeggeri in arrivo all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv
   Dopo la decisione di alcune compagnie aeree di evitare l'atterraggio all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, stamane, a causa del lancio di razzi da Gaza, tutti i voli passeggeri in arrivo all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv sono stati dirottati verso lo scalo di Ramon vicino Eilat, nel sud del Paese. Lo hanno fatto sapere i responsabili dello scalo aggiungendo che gli aerei torneranno poi vuoti al Ben Gurion per imbarcare i passeggeri diretti all'estero.

Oggi saranno presentati i piani per l'invasione di terra di Gaza
   Il comando meridionale delle forze armate israeliane presenterà nelle prossime ore al comando generale dell'esercito dello Stato ebraico un piano per l'invasione da terra della Striscia di Gaza. Lo riferisce il portavoce della Difesa israeliana, Hadai Zilberman. Il piano sarà poi sottoposto alle autorità politica perché lo prenda in considerazione. Le forze di terra al confine con la Striscia sono già aumentate e sono state mobilitate per una potenziale incursione, tra le altre, la brigata paramilitare, la brigata di fanteria del Golan e la settima brigata corazzata.

Scontri nelle città, la condanna di Netanyahu: "Anarchia ingiustificabile"
   Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu condanna "l'anarchia" della violenza ebraico-araba nelle città di tutto il paese dopo una giornata di tumultuosi disordini. Netanyahu ha detto che "nulla giustifica" gli ebrei che attaccano gli arabi o gli arabi che attaccano gli ebrei. Giura di ristabilire l'ordine dopo due giorni di violenze non controllate dalla polizia. "Non mi importa che il tuo sangue stia bollendo - è stato il suo appello ai cittadini israeliani - . Non puoi prendere la legge nelle tue mani". Poco dopo il suo intervento, la polizia ha denunciato due persone ferite in una sparatoria nella città di Lod, uno dei luoghi in cui gli scontri sono più feroci. Nonostante la grande mobilitazione della polizia in uno stato di emergenza e un coprifuoco notturno, Lod è stata teatro di scontri di strada tra folle ebraiche e arabe.

Colloquio Biden-Netanyahu: "Israele ha diritto di difendersi"
   Joe Biden ha avuto un colloquio con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il presidente Usa, informa la Casa Bianca, ha condannato gli attacchi missilistici di Hamas e di altri gruppi terroristici, anche contro Gerusalemme e Tel Aviv. Biden inoltre ha espresso il suo sostegno alla sicurezza di Israele e al legittimo diritto di Israele di difendere se stesso e il suo popolo, proteggendo i civili, auspicando un percorso verso un nuovo clima di calma nella regione al più presto. Per Biden, Gerusalemme, deve essere un luogo di pace. L'inquilino della Casa Bianca ha aggiornato Netanyahu sull'impegno diplomatico degli Stati Uniti con i paesi della regione, tra cui Egitto, Giordania e Qatar, oltre che con funzionari palestinesi.

Onu, venerdì terzo tentativo di prendere una posizione sul conflitto
   Tunisia, Norvegia e Cina hanno chiesto un'altra riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza dell'Onu sul conflitto israelo-palestinese, questa volta in pubblico, hanno riferito fonti diplomatiche. La sessione, alla quale dovrebbero partecipare Israele e i palestinesi, sarà la terza riunione del Consiglio di sicurezza da lunedì. Durante le prime due videoconferenze, tenute a porte chiuse, gli Stati Uniti si sono opposti all'adozione di una dichiarazione congiunta del Consiglio di sicurezza volta a fermare gli scontri, ritenendola "controproducente" in questa fase, hanno detto i diplomatici.
    Intanto alcuni funzionari egiziani si sono incontrati con i leader di Hamas a Gaza e poi con gli israeliani a Tel Aviv, in quello che viene considerato uno sviluppo significativo nel tentativo di arrivare a un cessate il fuoco.

(la Repubblica online, 13 maggio 2021)


L'incubo della guerra civile tra vicini di casa

Non solo il conflitto esterno con Gaza. Esplode la violenza tra ebrei e arabi-israeliani

GERUSALEMME - La guerra è su due fronti: ormai oltre alla pioggia di missili un feroce scontro interno fra cittadini ebrei e arabi tormenta Israele. Certo, i missili di Hamas non distinguono fra cittadini israeliani dell'una o dell'altra etnia o religione: Khalid e Nadin Awad, un padre di 56 e la figlia di 16 anni, arabi, sono stati uccisi insieme a Lod da un missile proprio come il bambino di cinque anni ebreo che ha lasciato la vita mercoledì a Ashdod proprio nello stesso modo. Ma episodi come questi ormai corrono paralleli alla frattura della vita quotidiana dei cittadini di Lod, Acco, Kfar Kassem, Jaffa, Bat Yam... E cento altre cittadine. "Il mio caro vicino arabo" -racconta una donna ebrea di Acco- “non mi guarda più negli occhi dopo tanti anni di buoni rapporti, né io a lui. L'ho visto dalla finestra dare fuoco alla mia macchina qui nel parcheggio".
   Ci sono ebrei che tolgono la mesusà, la benedizione della casa, dalla porta, perché gli arabi non sappiano. Vetrine sfondate, inseguimenti e tentativi di linciaggio, e gruppi di giovani ebrei che diventano violenti bulli, c'è di tutto: in un grande ospedale Assaf ha Rofè, gli arabi hanno assalito medici e infermieri ebrei chiamandoli "collaborazionisti", un ebreo è stato pugnalato stamani a Acco per strada verso la sinagoga, c'è chi, terrorizzato, lascia la città e cerca ospitalità altrove...
   Per Israele è una frattura dell'ispirazione pluralistica e democratica, e soprattutto è un danno per gli arabi israeliani che vivono una condizione unica. La festa di Ramadan, la rivendicazione della difesa di Al Aqsa sono diventate, insieme al fatto che il Partito arabo centrale, la Lista Unita, si è accodato all'incitamento una tromba di battaglia. Ieri Abu Obeida, il portavoce dell'ala militare Izzedin al Kassam, l'ha detto da Gaza: "La nostra arma oggi sono gli arabi israeliani". Ma i politici arabi danno segno di avvertire il pericolo e chiedono con gli ebrei di abbandonare la violenza. Tuttavia ci vorrà tempo, così anche sul fronte bellico: il messaggio del Gabinetto di Sicurezza è che sarà compiuto senza remissione e senza sconti il lavoro di tagliare le gambe all'apparato bellico di Hamas, uomini e missili. L'obiettivo è troncare la struttura missilistica, i suoi ingegneri, i suoi generali.
   Una ventina ne sono già stati eliminati, e fra loro personaggi di primo grado come Jamal Tahla, vice del superterrorista Muhammed Deif, una prestigiosa primula rossa che ha anche inventato il sistema degli ultimatum ("Se non vi ritirate alle 8 bombardiamo Gerusalemme.E poi Tel Aviv" e lo fa). Ma il ritmo deve aumentare e si capisce il perché. Prima di tutto, i missili continuano a piovere a centinaia. Poi, se l'atteggiamento di Biden segnala a Israele comprensione perché Hamas ha aggredito la popolazione israeliana, e il Paese deve difendersi via via che i morti aumentano e la guerra asimmettrica costringe gli israeliani a colpire i siti dei missili nascosti fra i civili facendo vittime anche fra di loro, sorge la solita protesta internazionale sulla "reazione sbilanciata". Aumenterà di giorno in giorno, tagliando i tempi.
   Ieri dopo una micidiale raffica di razzi Cornet che ha mandato nei rifugi il 75 per cento della popolazione israeliana e la sorpresa a Tel Aviv di un grosso missile "Yehie Ayash", una nuova creatura che può fare 250 chilometri, Israele ha colpito a Rafiah un altro grosso edificio che come quello di 14 piani a Gaza città, conteneva uffici e abitazioni fondamentali per il funzionamento di Hamas. Ma l'organizzazione è molto strutturata e flessibile nella parte militare e molto aiutata all'estero, come si vede anche dal fatto che leader come Ismail Hanjye non si trovano certo in sede e che di nuovo un alto dirigente ha ringraziato l'Iran delle armi. Il fine di Netanyahu adesso è colpire al cuore l'organizzazione, smantellandone le armi e gli uomini; e dall'altra parte ridurre alla quiete con mezzi "senza precedenti" alla polizia, come afferma, lo scontro interno. Tutto insieme.

(il Giornale, 14 maggio 2021)


Bassem Eid: “Non bevetevi le loro falsità”

Corriere Israelitico vi propone la testimonianza di Bassem Eid, un palestinese di Gerusalemme Est fondatore del Palestinian Human Rights Monitoring Group. Purtroppo certo “mainstream” ignora che esistono Palestinesi democratici, vittime anche loro del terrorismo.

di Robert Hassan

“Mentre scrivo queste righe, piovono razzi da Gaza su Israele e vengono fomentate proteste violente nelle città del paese. Si contano già dei morti a causa di questa violenza insensata, e ne seguiranno sicuramente altri nei prossimi giorni. Come palestinese che vive a Gerusalemme sono frustrato e infuriato, e non posso che incolpare Hamas. I fanatici che governano Gaza con pugno di ferro non sanno resistere all’opportunità di aizzare violenze anti-ebraiche per il loro tornaconto politico. Se nel farlo muoiono innocenti ebrei e musulmani, per loro è tanto di guadagnato.Il pretesto per quest’ultimo fuoco di fila missilistico e per l’istigazione sui social network è Sheikh Jarrah, dove era prevista un’udienza in tribunale su una controversia legale di antica data: una questione privata tra ebrei in possesso di un vecchio atto di proprietà risalente al XIX secolo e gli abitanti arabi di quattro case che ci vivono da decenni e non vogliono pagare l’affitto.
   È il genere di causa che dovrebbe essere definita da un tribunale locale. Il che potrebbe accadere in qualsiasi altro paese senza alcun interessamento pubblico. Ma questa è Gerusalemme, quindi tutto deve essere visto nel contesto della situazione politica. E bisogna anche chiedersi: chi può trarre vantaggio dalla violenza politica in questo momento?Bandiere di Hamas venerdì scorso nella spianata delle moschee sul Monte del Tempio a Gerusalemme. Dopo che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha annullato le tanto attese elezioni, Hamas ha semplicemente intravisto un’occasione che non poteva lasciarsi sfuggire, sfruttando la situazione di Sheikh Jarrah in un’atmosfera già tesa tra la festività musulmana di Leylat Al Qadr e la Giornata di Gerusalemme.
   Hamas ha lanciato una campagna sui social network esortando i palestinesi a fomentare violenze durante le proteste a Gerusalemme e altrove. Spingono i giovani palestinesi a gettare via la loro vita lanciando pietre e ordigni incendiari contro la polizia.I tumulti capeggiati da Hamas davanti dalla moschea di al-Aqsa dimostrano che non è la polizia israeliana quella che mette in pericolo i fedeli impedendo ai musulmani di pregare. Hamas ha aizzato le folle e ha provocato le violenze con il preciso intento di intrappolare Israele nell’accusa di pulizia etnica. Cosa ancora più eloquente, i capi di Hamas hanno poi ordinato il lancio di centinaia di razzi sulle principali città israeliane. Molti di loro lo hanno comodamente fatto dalle loro lussuose ville a Doha, Damasco o altrove, sapendo benissimo di essere al sicuro da qualsiasi contraccolpo. È importante ricordare che la propensione di Hamas per l’assassinio di innocenti è quasi pari alla sua inetta incompetenza, che è in parte la ragione per cui uno su tre dei loro razzi si schianta all’interno della striscia di Gaza, dove le uniche vittime possibili sono palestinesi.
   A quanto risulta, hanno anche bombardato Abu Ghosh, un antico villaggio arabo (e presso Lod hanno ucciso un padre e la figlia arabi musulmani ndr). Questo scontro in realtà non è dovuto a quattro case a Gerusalemme est. E’ dovuto a Hamas, che vede la possibilità di tornare al centro della scena e aumentare la propria influenza e il proprio controllo sui palestinesi a Gerusalemme e altrove. Non bevetevi le loro notizie false, non permettetegli di minimizzare la loro responsabilità. Nelle prossime ore, purtroppo, è assai probabile che sia ebrei che musulmani moriranno perché Hamas ha individuato nella violenza il suo vantaggio politico. Non dimenticatelo.”

(Il Corriere Israelitico, 14 maggio 2021)


Milano, manifestazione contro Israele: bruciata bandiera dello Stato ebraico

Migliaia di persone, tra cui moltissimi giovani, hanno manifestato contro Israele, gridando “Allah u Akbar” e arrivando, addirittura, a bruciare una bandiera dello Stato ebraico: gesto denso di significato che afferma senza parole che Israele deve bruciare e non deve esistere.

Non siamo a Gaza, non siamo in qualche altre città del Medio Oriente, dove i giovani vengono educati all’odio.
    Siamo a Milano, una delle città traino del paese. Siamo in Italia, nel nostro paese. Quel paese che attaccato più volte dal terrorismo palestinese, come nei due attentati all’aeroporto di Fiumicino (1973 e 1985) o come nell’attacco terroristico avvenuto davanti alla Sinagoga Maggiore di Roma (1982), senza dimenticare i numerosi altri tentativi di attentati, che sono sepolti negli atti delle varie Commissioni parlamentari fatte in Italia, che hanno tentato e tentano di far luce sugli Anni 70 e 80.
    Siamo a Milano, 13 maggio, Gaza Free Style, Assopace Palestina e altre associazioni hanno organizzato un presidio per le ore 18. Un’ora prima, però, diversi giovani si sono ritrovati nei pressi del Duomo e solo l’intervento delle forze dell’ordine gli ha impedito prima di arrivare a via Mazzini e poi entrare in Galleria.
    Alle 18 è iniziata la manifestazione vera e propria e come sempre i presenti si sono contraddistinti più per l’odio nei confronti di Israele che per vicinanza al popolo palestinese. Quel popolo che da anni è soggetto alla sete di potere delle loro leadership, che lo utilizzano per combattere una guerra che hanno nel loro DNA e non è in alcun modo dovuta a ciò che fa Israele.
    La differenza che c’è lo Stato d’Israele e Hamas sembra riversarsi nelle piazze. Mentre il giorno precedente, Roma era stata teatro di una manifestazione in sostegno di Israele senza che alcun vessillo palestinese venne dato alle fiamme, Milano è stata fatta diventare, suo malgrado, la città dove l’odio contro Israele sembrerebbe essere normale.
    Per chiarezza si è voluto sottolineare il diverso carattere delle due manifestazioni e non le città in cui si sono svolte.
    Perché l’odio palestinese per Israele non ha confini ed è arrivato anche in Italia.

(Progetto Dreyfus, 14 maggio 2021)


Lega Giovani: "Il diritto di esistere di Israele non si tocca"

"La comunità internazionale deve prendere con decisione una posizione a difesa dell'unica vera democrazia nel Medio Oriente"

"Più di mille missili contro Israele, silenzio assordante da parte dell'Europa e dell'ONU e dei troppi governi sulla violenza islamista. Aspetto ferma condanna anche da parte del governo italiano. Lunga vita a Israele che difende il diritto di esistere, viva la pace e la convivenza fra i popoli", così oggi Matteo Salvini sulla recente escalation di violenza scoppiata successivamente agli attacchi di Hamas nei confronti di Israele.
    Come Lega Giovani, spiegano in una nota - vogliamo aggiungerci al coro di sostegno nei confronti di Israele, attaccato per l'ennesima volta dalle forze islamiste di Hamas che da anni impediscono il raggiungimento della pace nella regione. Alla manifestazione che si è tenuta nella giornata di ieri all'interno della Sinagoga di Genova per dimostrare solidarietà alla comunità ebraica, erano presenti Marco Ghisolfo, consigliere municipale della Lega Giovani Liguria, l'onorevole Sara Foscolo, il consigliere regionale Alessio Piana e il capogruppo della Lega in consiglio comunale Lorella Fontana.
    "Il diritto di esistere di Israele non si tocca e la comunità internazionale deve prendere con decisione una posizione a difesa dell'unica vera democrazia nel Medio Oriente".
    Come giovani attivi in politica, auspichiamo che la situazione si risolva il prima possibile e con il minor numero di morti e vogliamo esprimere vicinanza ai giovani israeliani a cui auguriamo un futuro di pace, senza guerra e terrorismo - concludono - La nostra amicizia con il popolo israeliano è stata dimostrata anche nei recenti webinar con i rappresentanti dei giovani del Likud, durante i quali abbiamo avuto uno scambio di opinioni molto interessante e serrato sulle situazioni politiche del nostro paese e sull'amicizia tra Italia e Israele".

(La Voce di Genova, 14 maggio 2021)


Razzi, bombe e scontri Da Tel Aviv a Gaza la guerra dei due fronti

Viaggio a Lod, la città teatro della rivolta della minoranza araba: bruciate le sinagoghe Uccisi nella Striscia 4 capi militari di Hamas. Morti almeno 65 palestinesi e 6 israeliani

di Sharon Nizza

LOD — Nelle ore drammatiche in cui il confronto tra Israele e Hamas degenera senza ancora assumere formalmente il titolo di guerra, la battaglia per lo Stato ebraico si divide su due fronti: la Striscia di Gaza, da dove continua ad arrivare una pioggia di missili, mentre non si placano i pesanti bombardamenti israeliani. Ma c’è anche il fronte domestico, con rivolte violente a Lod, Gerusalemme, Ramla, Acri, Haifa, le città a popolazione mista da dove arrivano immagini che rievocano l’inizio della Seconda Intifada dell’ottobre 2020. Le scene degli scontri nella Moschea di Al Aqsa, virali sui social, fanno scendere per le strade folle di giovani arabi arrabbiati.
   A Lod, 80,000 anime, ebrei e musulmani che convivono a fasi alterne, sembra si concentrino tutte le tensioni che il Paese sta vivendo nelle ultime settimane. Scene di vera e propria guerriglia urbana hanno portato il premier Netanyahu a dichiarare lo stato di emergenza. Dalle 20:00 di ieri è in vigore un coprifuoco notturno, proprio mentre ha inizio Eid al Fitr, la festività che chiude il mese del Ramadan. La polizia si prepara a usare il pugno duro. Trenta auto, una sinagoga e due scuole di studi ebraici sono stati dati alle fiamme, presi d’assalto dalla folla che lancia sassi e molotov e issa una bandiera palestinese al posto di quella israeliana in un parco pubblico. Ebrei barricati in casa lamentano l’assenza della polizia fino a che parte lo sparo che fa una vittima tra gli assalitori. Il giovane ebreo che ha sparato è agli arresti, e la sua comunità protesta perché invece «tra gli arabi non è stato arrestato nessuno». La polizia in serata comincia a effettuare i primi fermi anche tra gli arabi.
   Come previsto, diversi giovani sfidano il coprifuoco, e nuovi scontri sono inevitabili. Anche Akko brucia e in un tentativo di linciaggio rimane ferito gravemente un ebreo. Pogrom, li ha definiti il presidente Rivlin, chiedendo una chiara condanna da parte della leadership araba. Nel clima avvelenato che si respira, un gesto importante arriva da Mansour Abbas, leader del partito islamista Ra’am, che, in arabo, invita i manifestanti a fermare le violenze. Mantiene così il suo potere negoziale nelle trattative per la formazione di un governo che Yair Lapid cerca di mandare avanti mentre il Paese dà segnali di andare verso una campagna più lunga e fatale di quanto ci si aspettasse. In un messaggio diretto ai palestinesi tramite i social media, il ministro della Difesa Benny Gantz minaccia che «se Hamas non cessa le violenze, Gaza subirà un colpo più duro di quanto inflitto nel 2014».
   Nella seconda giornata dall’inizio dell’escalation, l’aviazione israeliana riduce in macerie altri palazzi interi nella Striscia di Gaza, da cui vengono fatti evacuare per tempo gli inquilini. Secondo quanto riferito dal portavoce dell’esercito, gli obiettivi ospitano quartier generali dell’intelligence di Hamas, che continua nella pratica di stabilire le proprie infrastrutture nel cuore della popolazione civile. Il ministero della Salute di Gaza riporta 65 vittime, tra cui 16 bambini. Israele rivendica ieri l’uccisione di quattro operativi tra i vertici di Hamas, appartenenti alla cerchia di Mohammad Deif, il comandante delle Ezzedin al-Qassam. Tra questi anche Bassem Issa, il comandante della divisione di Gaza City e Jomaa Tahla, capo dell’unità cyber. A oggi, più di mille missili hanno colpito Israele, raggiungendo anche la periferia di Tel Aviv e provocando 6 morti, con un bambino di 5 anni in fin di vita. Le sirene non cessano di suonare per tutto il giorno, anche mentre siamo a Lod, a pochi chilometri dall’aeroporto Ben Gurion. Qui, la notte di martedì, durante uno degli attacchi più pesanti, un missile aveva fatto due nuove vittime: padre e figlia sedicenne, arabi israeliani. Come dice Umm Yousef, con cui ci troviamo a cercare riparo mentre suona nuovamente la sirena, «i missili non distinguono tra ebrei e musulmani. Hamas dovrebbe tenerlo a mente».

(la Repubblica, 13 maggio 2021)

 

*



"Diamo una lezione a Gerusalemme" Erdogan attacca e chiama Putin

Ankara cerca la leadership nel mondo islamico. Usa e Europa per la "de-escalation" Berlino: "Al fianco dello Stato ebraico"

«Bisogna dare una lezione a Israele ». Le parole del presidente Erdogan rispecchiano il cambiamento di ogni scenario nel Medio Oriente. Fino a pochi anni fa la Turchia era un alleato solido di Israele, adesso Ankara impugna la bandiera palestinese per legittimare le sue ambizioni di potenza e rievoca i fasti del Sultanato ergendosi a difensore di Gerusalemme musulmana. Un piano che da una parte mira a conquistare il consenso dell’Islam radicale in patria e nel mondo; dall’altro punta a obiettivi molto più concreti: la partita per il controllo dei giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale. Non a caso, Erdogan si rivolge al partner che condivide con lui lo stesso interesse economico: la Russia, che sta stendendo una ragnatela di influenza e capisaldi militari dalla Siria alla Libia, proprio nell’area dei fondali più ricchi di risorse energetiche.
   Erdogan e Putin ieri si sono consultati sulla nuova crisi. Più cauta la posizione del Cremlino, concentrata sulla ricerca di un modo per fermare l’escalation. Durissima la linea turca, che ha invocato l’intervento armato delle Nazioni Unite per proteggere Gaza con lo schieramento di caschi blu nei Territori. Per poi ribadire la necessità che la comunità internazionale dia «una lezione forte e deterrente a Israele ».
   I paesi occidentali invece si allineano con gli Stati Uniti, impegnati nel tentativo di impedire un conflitto, interrompendo i lanci di razzi palestinesi e i bombardamenti israeliani. Il segretario di Stato Antony Blinken ha chiesto a Israele di farsi carico di «un impegno straordinario » per evitare vittime civili nel rispondere agli attacchi di Hamas. «Israele — ha dichiarato — ha il diritto pieno di difendere i suoi cittadini ma deve prendere tutte le misure possibili per proteggere i palestinesi innocenti ». Blinken ha annunciato che una delegazione statunitense sta partendo per spingere entrambe le parti a fermare la violenza. Nel condannare i raid missilistici di Hamas, ha ribadito che «israeliani e palestinesi hanno il diritto a vivere in pace e in sicurezza ». Parole simili a quelle di Boris Johnson: «È vitale che ogni azione siano proporzionata, in linea con le leggi umanitarie internazionali e si faccia di tutto per evitare vittime civili».
   Anche Luigi Di Maio ha domandato «misure immediate di de-escalation ». Il ministro degli Esteri, oltre alla «ferma condanna degli inaccettabili lanci indiscriminati di razzi» ha però anche invitato a «rispettare rigorosamente lo status quo dei luoghi sacri»: «L’Italia resta convinta che una soluzione a due Stati, negoziata con entrambe le parti in linea con il diritto internazionale e le risoluzioni del consiglio di sicurezza sia l’unica via per evitare conflitti e garantire una stabilizzazione duratura, che consenta a israeliani e palestinesi di vivere in sicurezza gli uni accanto agli altri, con Gerusalemme capitale di entrambi».
   Tra i paesi della Ue, l’unico distinguo è arrivato da Berlino. Dove la ministra della Giustizia Christine Lambrecht ha condannato gli attacchi di Hamas e ha detto che «la Germania è con decisione al fianco di Israele». Una posizione comune all’intero governo. La ministra ha poi denunciato le manifestazioni antisemite davanti alle sinagoghe tedesche, in cui sono state bruciate le bandiere di Israele: «Questi gesti non mostrano altro che un orribile disprezzo per la dignità umana».

(la Repubblica, 13 maggio 2021)

 

*



"Hamas ha ingaggiato lo scontro per ottenere la leadership islamista"

Il generale: "Non è ancora la resa dei conti, ci saranno altri round. Ma Israele ha il dovere di proteggere il proprio popolo"

di Fiamma Nirenstein

No, lo scontro di queste ore fra Israele e Hamas non è una resa dei conti definitiva: è soltanto un round, anche se molto importante. Lo dice il generale Yossi Kuperwasser, uno degli esperti più importanti del Jerusalem Center for Public Affairs, famoso esperto di strategia, di sicurezza e di mondo arabo. Dall'esercito dove ha diretto il settore ricerca, è passato a direttore generale del ministero degli Affari Strategici occupandosi con taglio nuovo di antisemitismo. Adesso fra un incontro e l'altro ci affida i suoi pensieri, molto diretti e privi di illusioni o ideologie.

- Netanyahu e il ministro Gantz sembrano promettere alla popolazione bombardata, tormentata da Hamas, lo smantellamento definitivo dell'organizzazione.   «Si tratta di un altro capitolo di una lunga storia, un capitolo con caratteri di estrema durezza data la smodata aggressività di Hamas che ha bombardato Gerusalemme e Tel Aviv, terrorizza la popolazione civile del sud giorno dopo giorno, ha fatto morti e feriti a tutte le latitudini con un attacco premeditato e sanguinoso».

- Sta però pagando un duro prezzo, come se ci fosse una risposta non proporzionale. Ci sono crolli imponenti e bambini uccisi durante le eliminazioni mirate dei capi di Hamas.
  «Penso che stavolta chi non ha un pregiudizio incancrenito e pesante contro Israele capisce che sotto un attacco di migliaia di missili, Israele ha il dovere di fermare l'attacco e di proteggere la popolazione. Israele deve attaccare gli edifici in cui si nascondono i capi di Hamas, e tuttavia noi avvertiamo uno a uno gli abitanti prima di colpire; quanto ai bambini che cerchiamo in tutti i modi di non colpire, secondo Defense for Children Palestine alcuni sono stati uccisi da missili palestinesi mal costruiti e sparati (Dcip). Detto questo, l'escalation di Hamas deve fermarsi».

- Lei stesso dice che è solo un round. Presto ci saranno gli stessi problemi?
  «Perché presto? Dal 2014, dopo l'ultima guerra abbiamo avuto poche aggressioni. Si tratta di garantire la messa fuori giuoco delle armi e dei leader terroristi per un bel pezzo. È quello che stiamo facendo».

- Perché Israele non cerca di smantellare Hamas?
  «Perché nessuno ha intenzione di governare di nuovo la striscia di Gaza; non lo vuole l'Egitto, non lo vuole Fatah, non vedo perché dovremmo metterci noi in questo guaio».

- L'ipotesi «stivali sul terreno» non è contemplata?
  «Ci sono tanti modi di vincere una guerra, quella è la più rischiosa, si cerca di evitarlo».

- Hamas lo sa. Perché ha intrapreso una guerra perduta?
  «Ne sta ricavando altissimi riconoscimenti nel mondo in cui ambisce alla leadership ideologica, quello islamista che mette la Moschea di Al Aqsa e Gerusalemme in testa ai suoi interessi. Ha intrapreso la guerra perché questo le garantisce di battere Abu Mazen e poi perché deve sperimentare i missili nuovi preparati con l'aiuto dell'Iran».

- E questo li compensa dalle distruzioni in corso.
  «Reputano i guadagni ideologici maggiori delle perdite».

- Hamas conta anche sul sostegno di Iran e Turchia.
  «E non solo. Sente anche che i commenti dell'amministrazione americana gli consentono margini di manovra. Si è sentito rassicurato».

- Intanto i moti degli arabi israeliani a Lod sono molto preoccupanti. Una nuova Intifada di cittadini israeliani musulmani contro gli ebrei?
  «Difficile dirlo. Noi sopravvalutiamo sempre l'integrazione, il senso di comunanza nella democrazia. La loro leadership alla Knesset ha rifiutato il giuramento di fedeltà al Paese, gli abitanti delle case di Lod vedono stupefatti i vicini dare fuoco alle auto nei comuni parcheggi. Storia molto difficile».

- Quanto dura ancora questa guerra?
  «Se è una guerra, dura ancora settimane. Se invece è solo un grande scontro e possiamo accontentarci di risultati che garantiscano la quiete, poco. Per ora, Hamas ha ancora i missili nascosti, e i terroristi che li lanciano a centinaia».

(il Giornale, 13 maggio 2021)

 

*



Per Hamas i razzi sui civili israeliani sono uno show politico

I rivali di Fatah immobili

di Daniele Raineri

ROMA - Il secondo giorno di guerra tra i gruppi armati di Gaza e le forze militari di Israele è stato intenso come le prime ventiquattro ore ma ci sono stati un po’ meno lanci di razzi – giusto qualche decina in meno, un cambiamento non percettibile sul totale di milleduecento registrati alle sei di sera. Prima o poi entrambe le parti dovranno cercare il rallentamento e poi il termine delle operazioni. Sanno che alla fine questo conflitto non avrà alcun risultato pratico se non parecchi morti e la distruzione di molti edifici. Secondo il ministero della Sanità di Gaza finora i bombardamenti aerei hanno ucciso 56 palestinesi, dei quali 14 minorenni, e dall’altra parte i lanci di razzi hanno ucciso sei israeliani, incluso un bambino di sei anni. Tuttavia secondo Defense for Children, una ong palestinese che si occupa di protezione dei bambini e registra le vittime e le circostanze della loro morte, alle sei del pomeriggio di martedì un razzo sparato da un gruppo palestinese – e non una bomba israeliana – è caduto corto nella Striscia di Gaza vicino alla moschea al Omari a Jabalia e ha ucciso otto palestinesi, inclusi due bambini.
    Ogni attacco e ogni raid aereo a questo punto è dettato dalla necessità di non apparire deboli mentre si attende il giorno del cessate il fuoco. Ieri mattina Hamas ha ucciso con un missile controcarro un soldato israeliano dentro a un veicolo blindato sul confine della Striscia e poi con colpi di mortaio ha ostacolato per un po’ i soccorsi. Poche ore dopo un bombardamento israeliano ha centrato grazie a informazioni di intelligence una riunione di Hamas e ha ucciso alcuni leader – uno di prima fila, non succedeva a quel livello dal 2014. Gli israeliani hanno abbattuto un altro palazzo di una decina di piani – usato da Hamas – e il gruppo armato ha risposto con altri lanci a sciame. Questi colpi reciproci per ora bloccano ogni possibile mediazione. Se il ritmo degli attacchi riprende e accelera, allora si va verso una escalation che fino a una settimana fa sembrava impensabile e dopo verso l’intervento di terra da parte di Israele dentro la Striscia. Hamas e gli altri gruppi di appoggio non ricevono alcun vantaggio pratico da questa fiammata di violenza.
   Non porta loro nulla se non il progressivo esaurirsi dei razzi a disposizione, che secondo le stime dell’intelligence israeliana sono circa cinque-seimila. A questo ritmo corrispondono a dieci giorni di guerra, meno se si considera i raid aerei israeliani che distruggono depositi e uccidono lanciatori. La grande maggioranza di questi razzi inoltre è a corto raggio e quindi non offre la possibilità di attacchi come quello contro Tel Aviv che martedì sera ha fatto il giro del mondo. Ma Hamas e gli altri stanno ricevendo un altro tipo di vantaggio, incassano prestigio, credibilità e seguito nell’opinione pubblica palestinese. Sui loro canali telegram addirittura annunciano i lanci degli sciami di razzi con qualche minuto di anticipo, che da un lato vanifica l’efficacia ma dall’altro è un modo di ostentare la capacità di essere una minaccia coordinata contro gli israeliani. E’ tutto capitale politico che guadagnano a discapito di Fatah, l’altro grande schieramento palestinese.
    Due settimane fa Hamas era pronta a vincere contro Fatah le prime elezioni palestinesi dopo quindici anni, ma le elezioni sono state annullate dall’Autorità nazionale palestinese, che fa capo a Fatah e non vuole perdere. Adesso Fatah vede Hamas occupare tutta la scena e non può fare nulla perché in queste circostanze è debole e poco rilevante. I giovani arabi che in queste notti scendono nelle strade delle città miste per scontrarsi con la polizia israeliana non guardano a Fatah, ma ai gruppi armati di Gaza.
    Ieri Hamas ha pubblicato un video di propaganda che s’intitola “La battaglia della spada di Gerusalemme” e spiega come fa a lanciare decine di razzi in sequenze rapidissime dalla Striscia contro le città israeliane. Sono razzi pesanti che hanno una gittata di 120 chilometri e gli uomini di Hamas protetti da un telone che blocca la vista dall’alto – quindi a droni e satelliti – li piazzano molto in anticipo dentro rampe di lancio metalliche seppellite nella sabbia e già orientate verso i bersagli, come Tel Aviv e Ashdod. Il numero di lanci in due giorni di guerra ci dice che ci sono migliaia di queste rampe nascoste nel terreno, sparpagliate in tutto il nord della Striscia e riempite con razzi. Quando viene il momento di sparare, Hamas e le altre fazioni ne lanciano a decine in modo da creare un effetto sciame che può mettere in difficoltà le difese degli israeliani. Nel video di Hamas si dà enfasi ai lanci ma le postazioni sono oscurate per non farle vedere e Hamas ha ordinato agli abitanti di Gaza di non mettere sui social video delle partenze di razzi per non aiutare gli israeliani. Si tratta di una precauzione inutile perché l’intera Striscia è sempre sotto osservazione e i radar individuano subito il punto di partenza dei razzi.

(Il Foglio, 13 maggio 2021)

 

*



La violenza dei bombardamenti di Hamas e il rischio di un secondo fronte interno

di Ugo Volli

Siamo arrivati al quarto giorno dell’attacco missilistico di Hamas e della Jihad Islamica al territorio di Israele e la situazione non è sostanzialmente cambiata rispetto ai giorni precedenti. Dalla striscia di Gaza partono centinaia di proiettili contro le città israeliane, spesso a raffiche molto fitte, pensate, per saturare le possibilità di difesa di Iron Dome. L’antimissile riesce per lo più a reggere la sfida, bloccando l’ottantacinque o il novanta per cento dei tiri destinati ad arrivare su case, scuole, ospedali, autobus: tutti obiettivi civili. Ma non è possibile ottenere una sicurezza assoluta: qualche tiro riesce a passare. E ogni razzo che arriva a colpire il suo obiettivo causa distruzione, feriti, terrore, talvolta vittime innocenti. Fra queste, ricordiamo due donne anziane, una badante indiana, un bambino di cinque anni: Ivo Avigal, ucciso a Sderot dalle schegge di un razzo che gli è entrato in casa; anche sua madre Shani Avigal che lo teneva in braccio è grave all’ospedale. Israele risponde colpendo obiettivi militari e di governo della Striscia, dopo aver preso tutti i provvedimenti per evitare di colpire i civili. Ha distrutto depositi e fabbriche d’armi, lanciarazzi, centri di comando, caserme e uffici militari ed eliminato un buon numero di comandanti terroristi di alto livello.
   Ma, come era successo nel 2014, con tutta la sua forza non riesce a bloccare il lancio dei missili su Israele. Si parla ora di un’operazione terrestre, ma l’esperienza mostra che essa è costosa in termini di vite umane e difficilmente e solo lentamente è in grado di eliminare la capacità offensive di Hamas. Questa impossibilità deriva dalla natura asimmetrica di queste guerre: da un lato gruppi terroristi che sparano sui civili e sono indifferenti alle leggi internazionali, ben contenti se colpiscono donne e bambini, indifferenti alle perdite del proprio popolo, anzi ansiosi di sfruttarle per fini propagandistici, con centinaia di lanciarazzi, annidati in mezzo alle case, alle moschee, agli asili. Dall’altra parte un esercito regolare che fa attenzione alla liceità di ogni sua azione e cerca soprattutto di difendere i civili. Da una parte gruppi consistenti, se non la totalità della popolazione, che appoggia la “lotta armata”. Dall’altro un popolo che vuole solo vivere in pace e godersi la libertà riconquistata dopo l’incubo del Covid.
   È importante capire che dunque l’iniziativa della guerra è in mano ai terroristi, i quali l’hanno iniziata, ne hanno deciso l’escalation, potrebbero terminarla se volessero solo interrompendo l’aggressione, smettendo di sparare i loro missili. L’esercito di Israele difende il paese, risponde alle aggressioni, procede a rappresaglie proporzionali agli attacchi. Non ha iniziato questa guerra e non è nelle sue possibilità decidere quando concluderla, senza concedere ai terroristi una vittoria che produrrebbe presto nuovi attacchi. Ci sono spinte internazionali per una tregua, come è sempre accaduto in tutti questi episodi di terrorismo missilistico massiccio che si ripetono regolarmente da una ventina d’anni. Ma Israele non può fermarsi prima di aver ottenuto sul campo o con la diplomazia che l’aggressione cessi davvero.
   L’elemento nuovo e preoccupante che si è manifestato nelle ultime ore è però l’apertura di un altro fronte oltre a quello missilistico. Vi sono state cioè in molte parti di Israele, non solo a Gerusalemme e in Giudea e Samaria ma anche nella parte centrale del paese, numerosi casi di aggressione e di violenza collettiva, degenerati fino ad alcuni tentativi di linciaggio: alberghi e ristoranti distrutti ad Acco, con ferimenti e cacce all’uomo; sinagoghe distrutte a Lod; pestaggi, lanci di pietre, roghi di macchine a Haifa e a Gerusalemme, accoltellamenti e bombe incendiarie. Questi episodi provengono in gran parte da parte di gruppi di arabi israeliani contro gli ebrei, anche se vi sono stati casi di reazione violenta in senso opposto. Sono segnali molto gravi.
   La società israeliana è plurale, comprende fra le tantissime differenze che la arricchiscono anche una minoranza araba consistente (intorno al venti per cento) che fruisce di tutti i diritti politici, civili e sociali, ha esponenti in tutti i settori professionali, economici, politici, istituzionali e gode dunque di una libertà e di un benessere che non si possono neppure lontanamente paragonare con le popolazioni degli stati circostanti. Per questa ragione, anche se le forze politiche arabe si sono quasi sempre tenute all’opposizione e hanno spesso manifestato atteggiamenti di rifiuto dello stato di Israele, la massa della popolazione araba ha per lo più evitato di farsi coinvolgere in manifestazioni violente e ha badato soprattutto al proprio benessere. Il terrorismo è stato per lo più importato dai territori amministrati dall’Autorità Palestinese e il coinvolgimento degli arabi israeliani vi è stato abbastanza raro. È probabile che ancora oggi questa situazione di convivenza pacifica tenga, ma è evidente il tentativo di Hamas e dei suoi alleati di coinvolgere gli arabi israeliani a sostegno della guerra. Purtroppo bastano gruppi abbastanza limitati per accendere i tumulti e questo è avvenuto un po’ dappertutto. Gli estremisti nella maggioranza ebraica, che sono pochi ma esistono, reagendo qua e là alle violenze arabe con le stesse maniere, di fatto favoriscono la strategia divisiva di Hamas. Tutte le forze politiche e le autorità civili e religiose dello stato si sono espresse contro questa deriva verso gli scontri interetnici di piazza. A Lod è stato proclamato un coprifuoco, le forze di polizia sono state schierate per bloccare le violenze. Ma è chiaro che sul piano politico prima che militare, l’apertura di un secondo fronte interno a Israele sarebbe un fatto molto grave, una vittoria per i terroristi.

(Shalom, 13 maggio 2021)

 

*



Da Salvini a Letta. Tutti per Israele

La manifestazione della Comunità ebraica al Portico d'Ottavia unisce i leader Applausi per Matteo: «Basta ambiguità, chiamiamo i terroristi col loro nome»
 

Il ministro Di Maio
«La soluzione dei due Stati è l'unica via per evitare il conflitto e favorire una stabilizzazione duratura».Lollobrigida (Fd'l)
«Tutte le forze politiche dimostrino la solidarietà a un popolo costretto a lottare per la difesa della propria terra».



La solidarietà nei confronti di Israele unisce per un giorno tutto l'arco parlamentare. Mentre i razzi di Hamas sparati da Gaza continuano a piovere su Israele, a Roma la politica italiana si raduna al Portico d'Ottavia per partecipare alla manifestazione di solidarietà per il popolo israeliano organizzata dalla comunità ebraica. Da una finestra del palazzo di fronte alla sinagoga è stato calato un enorme drappo con la bandiera dello stato ebraico. Dal palco allestito alle spalle della sinagoga, via via prendono la parola gli esponenti dei vari partiti. Il leader della Lega, Matteo Salvini, tra i più applauditi, chiede al governo Draghi «una posizione chiara e netta» sul conflitto in atto. «Israele è un esempio di democrazia da tutelare senza se e senza ma» aggiunge Salvini, spiegando che «qua non c'è una parte contro l'altra, c'è voglia di pace e diritto alla vita ma anche di chiarezza: se qualcuno è un terrorista va chiamato terrorista e se l'Iran dice che Israele va cancellato dalla faccia della terra non si può commerciare con l'Iran».
   Molto apprezzato anche l'intervento del coordinatore nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani, che ricorda «il sogno di Silvio Berlusconì», cioè quello di vedere Israele «parte integrante dell'Ue, i valori sono gli stessi». «L'aggressione contro Israele con centinaia di razzi è inaccettabile - sottolinea -. Gli ebrei hanno diritto a vivere nella loro terra». Il segretario dem, Enrico Letta, torna invece con la memoria ai tempi della visita in Sinagoga assieme a Benjamin Netanyahu: «Non è il momento della retorica ma della condivisione. Ricordo quando entrai nella Sinagoga da premier accanto al primo ministro israeliano e in quel momento insieme ci dicemmo che Italia e Israele lavorano per la pace». «La soluzione dei due stati è quella su cui lavorare» aggiunge Letta, che invoca un immediato stop alle ostilità: «La richiesta è un cessate il fuoco immediato. Deve finire il radicalismo, la soluzione di questi due diritti legittimi trovi applicazioni concrete».
   A indicare la strada dei due Stati come soluzione al conflitto è anche il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che - al termine dell'incontro alla Farnesina con il suo omologo tedesco Heiko Maas - sottolinea come sia «la sola via per evitare conflitti e favorire una stabilizzazione duratura, che consenta a israeliani e palestinesi di vivere in pace e in sicurezza, gli uni al fianco degli altri, con Gerusalemme capitale di entrambi».
   «Fratelli d'Italia ha raccolto l' appello per il sostegno a Israele. E ora che tutte le forze politiche, senza se e senza ma, sostengano uno Stato che ha diritto di esistere e non ci devono più essere incomprensioni da questo punto di vista. Quindi tutte le forze politiche siano concordi e dimostrino solidarietà verso un popolo che è da tanto tempo costretto a combattere per la difesa della propria terra» ha detto il capogruppo alla Camera di Fratelli d'Italia Francesco Lollobrigida.
   Al Portico d'Ottavia si affaccia anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi, che ha avuto un breve colloquio con la presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello. La prima cittadina della Capitale non è salita sul palco, a differenza del candidato sindaco, Carlo Calenda. «Non siamo equidistanti, da una parte c'è la democrazia e la cultura dall'altra l'odio e la violenza» il messaggio netto del leader di Azione. TOM. CAR.

(Il Tempo, 13 maggio 2021)


La forza di Hamas è la presidenza Biden

di Davide Cavaliere

Il conflitto arabo-israeliano ha ripreso a divampare secondo un canovaccio consolidato: Hamas, ben equipaggiato dalla teocrazia iraniana, avvia un fitto lancio di missili dalla Striscia di Gaza; le forze di difesa di Israele (IDF) intervengono per neutralizzare le postazioni di lancio e, una volta colpiti, i palestinesi vestono i panni delle vittime, nel tentativo di impietosire l’opinione pubblica occidentale sempre alla ricerca di “oppressi” esotici da sostenere.
   Si tratta di uno schema tanto semplice quanto efficace: l’Occidente è afflitto da un masochistico senso di colpa per il suo passato coloniale, che gli islamisti conoscono e sfruttano con l’obiettivo di minare la reputazione dello Stato ebraico e isolarlo politicamente. Insomma, i palestinesi aggrediscono Israele, subiscono un’adeguata reazione militare e poi i loro diplomatici corrono alle Nazioni Unite e alla Corte Penale Internazionale per promuovere la lacrimevole e fasulla narrativa del “regime” israeliano “oppressore”, “omicida” e “segregazionista”.
   I palestinesi, inoltre, possono contare sul sostegno della sinistra alla loro causa. In Europa, come negli Stati Uniti, dove la retorica antimperialista e post-marxista è ancora forte, l’elettorato progressista nutre robusti pregiudizi anti-israeliani, ben ancorati nel profondo e radicati in un substrato pre-razionale che induce un istintivo rifiuto di Israele e delle sue ragioni.
   In realtà, l’esercito israeliano tiene una condotta moralmente impeccabile. Le forze armate avvertono, quando possibile, i palestinesi non combattenti prima di abbattere un edificio ritenuto sede di batterie per il lancio di missili. Eventuali vittime tra i civili palestinesi sono la diretta conseguenza della decisione dei terroristi palestinesi di operare nascosti tra la popolazione civile. Inoltre, alcuni dei morti civili sono causati dai razzi sparati dai terroristi che, invece di raggiungere Israele, sono precipitati su Gaza.
   In questo bailamme di missili e menzogne, il primo ministro Netanyahu, senza dubbio, preferirebbe che alla Casa Bianca ci fosse ancora Donald Trump. Il ritorno, voluto dal presidente Biden, al cosiddetto “approccio imparziale” dell’amministrazione Obama, che consiste nel porre una certa distanza tra gli Stati Uniti e Israele, ha facilitato molto ciò che sta avvenendo in queste ore. Le decisioni di Biden in merito al Medio Oriente, in particolare quella di riprendere a finanziare con milioni di dollari l’UNRWA, ha spinto i palestinesi a farsi più bellicosi.
   Il Dipartimento di Stato, per bocca di Ned Price, ha condannato gli attacchi missilistico-terroristici a danno di Israele, ma si tratta del minimo sindacale. Il portavoce del Dipartimento di Stato ha, con “democratica” prudenza, invitato “tutte le parti” a mostrare moderazione – ecco l’equidistanza obamiana che riemerge. Non è chiaro cosa farà l’amministrazione Biden se, come probabilmente accadrà, un’ennesima risoluzione unilaterale anti-israeliana promossa dai palestinesi e dai loro sostenitori venisse messa ai voti al Consiglio di sicurezza dell’ONU. Ricordiamo che Consiglio di sicurezza si è già riunito, a porte chiuse, per discutere l’attuale crisi.
   L’amministrazione Biden si asterrà come ha fatto l’amministrazione Obama-Biden nel 2016, consentendo l’approvazione della famigerata risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza? È ipotizzabile che lo farà, Biden è pronto a vendere Israele pur di accodarsi all’internazionalismo umanitario islamofilo e, soprattutto, per non inimicarsi l’estrema sinistra antisionista del suo partito, che è stata fondamentale per la sua elezione. L’amministrazione Biden, dunque, non avrebbe scrupoli a consentire l’approvazione di un’altra risoluzione che riaffermi la 2334, con la quale si chiedeva a Israele di porre fine alla sua politica di “insediamento” nei territori palestinesi, inclusa Gerusalemme Est.
   I leader palestinesi, tanto di Hamas quanto dell’ANP, sperano che la nuova ondata di violenza contro Israele rimetta al centro la spompata “causa palestinese”, messa in sordina da quattro anni di amministrazione Trump. Auspicano, ardentemente, che la risposta muscolare dell’IDF crei una spaccatura tra Israele e i paesi arabi che, dopo decenni, cercano migliori relazioni con Gerusalemme.
   Questa strategia potrebbe avere successo. La narrazione demonizzante di Israele, confezionata artatamente dalla propaganda palestinese, domina l’informazione. È già stata convocata una riunione della Lega araba per discutere la situazione, incontro che è sfociato in una dichiarazione che ha attribuito la colpa dei disordini, ça va sans dire, solamente a Israele.
   Bisogna aggiungere, però, che l’attuale escalation messa in atto dai terroristi palestinesi riflette anche, almeno in parte, la perenne lotta per il potere tutta interna alla leadership palestinese. Hamas vuole dimostrare al popolo che è ben attrezzata e risoluta coi nemici, migliore di Mahmoud Abbas, corrotto presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, che ha deciso di rimandare a tempo indeterminato quelle che dovevano essere le prime elezioni palestinesi dopo quindici anni.
   Se la storia è maestra, un trio composto da Egitto, Qatar e Nazioni Unite proverà a mediare un cessate il fuoco. In cambio della pace, Israele farà qualche concessione in merito a Gerusalemme e allo sfratto di Sheikh Jarrah. La tranquillità tornerà sui cieli, che non saranno più solcati dai missili di Hamas, ma per quanto tempo ancora?

(Il Corriere Israelitico, 13 maggio 2021)


I razzi colpiscono Tel Aviv con Hamas è guerra totale Morti e feriti tra i civili

Si intensificano gli scontri fra israeliani e palestinesi: presi di mira anche palazzi e mezzi pubblici A Gaza decine di vittime. Uccise tre donne nella pioggia di missili partiti dalla Striscia.

di Sharon Nizza

ASHKELON — Per tutta la giornata, nelle cittadine israeliane al confine con la Striscia di Gaza si entra ed esce dai rifugi. Mentre visitiamo ad Ashkelon, 20 km a nord della Striscia, una delle case colpite da un missile nella notte, le sirene che danno trenta secondi di tempo per trovare riparo non smettono di suonare. Hamas rivendica 137 lanci in cinque minuti. Poco dopo scopriamo che le prime due vittime dalla parte israeliana, tra loro una badante indiana, sono state colpite in abitazioni poco distanti. L’escalation si propaga verso il nord del Paese nel corso della giornata: prima Ashdod, fino ad arrivare a 130 missili in pochi minuti lanciati verso il cuore d’Israele: Holon, Tel Aviv, Ramat Gan, Rishon Letzion, e qui c’è una nuova vittima. L’esercito dà istruzione a tutti i cittadini dal sud del Paese fino al nord di Tel Aviv di rimanere adiacenti ai rifugi. Il traffico aereo per l’aeroporto Ben Gurion è deviato verso Cipro. Ad Ashkelon colpito anche un oleodotto.
   È durissima la risposta di Israele agli oltre 500 missili che in poco più di 24 ore hanno colpito buona parte del Paese: 80 aerei israeliani, tra cui gli invisibili F35, bombardano simultaneamente la Striscia, obiettivi militari, rampe di lancio, un tunnel che ambiva a penetrare il confine. Sono stati eliminati almeno quindici operativi delle organizzazioni terroristiche tra cui alcune figure chiave come il capo dell’unità dei missili anticarro di Hamas. «C’è una lunga lista di target che si aggiorna in ogni momento», dice il portavoce dell’esercito. Un palazzo di 13 piani a Gaza City, obiettivo legato a Hamas, crolla e diventa un enorme cumulo di macerie. Il direttore dell’UNRWA a Gaza conferma che i residenti del complesso erano stati allertati e si sono evacuati. Nel pomeriggio l’esercito aveva inviato un messaggio alla popolazione di Gaza: state lontani da siti identificati con Hamas perché "è in arrivo un’ampia ed eccezionale ondata di attacchi".
   L’ultimo bollettino del ministero della Salute palestinese riferisce di 28 palestinesi uccisi, tra cui 10 bambini. Secondo alcune fonti, una parte delle vittime civili potrebbero essere state colpita da un razzo esploso all’interno della Striscia. Un rapporto diffuso dalla Ong Palestinian Centre for Human Rights indica che 7 persone sono rimaste uccise da un razzo a Jabalia alle 18:05 di lunedì — ossia in concomitanza con il primo lancio di missili verso Gerusalemme e il sud del Paese — e che «le circostanze di questo incidente sono ancora in corso di indagine ».
   Netanyahu ha annunciato «il rafforzamento della potenza e del ritmo degli attacchi ». Ancora più esplicito il ministro della Sicurezza Gantz: «Per ogni giorno di spari sui cittadini israeliani, rispediremo le organizzazioni terroristiche anni indietro. Non ci fermeremo fino a che non tornerà il silenzio». Israele ha richiamato 5.000 riservisti — prevalentemente in unità di logistica del Comando delle Retrovie — e dispiegato forze nel Sud del Paese. In un briefing con i giornalisti, il portavoce dell’esercito conferma che «le violenze si intensificheranno » e rispetto a un ingresso delle truppe via terra dà risposte vaghe: «Non siamo ancora lì. Ma tutti gli scenari sono aperti».
   Una delegazione egiziana è in arrivo a Gaza per cercare di raggiungere una tregua. Anche il Qatar è tra i mediatori. Il presidente turco Erdogan annuncia la mobilitazione «per esprimere una ferma posizione delle nazioni musulmane per fermare l’uso della forza da parte d’Israele contro i palestinesi». «La Turchia sarà sempre un sostenitore in prima linea dei palestinesi e lavorerà per proteggere la dignità e l’integrità di Gerusalemme», è il messaggio che il leader turco parlando ha fatto arrivare al presidente palestinese Abu Mazen e al leader di Hamas Ismail Hanyieh. Erdogan vede un’occasione per espandere la sua influenza su quanto sta accadendo a Gerusalemme e presentarsi come la potenza regionale che protegge i luoghi santi dell’Islam. Non a caso per Israele "Guardiani delle mura", per Hamas "La spada di Gerusalemme": sono i nomi dell’operazione in corso, che forse a breve diventerà guerra, perché tutto nasce e finisce intorno alla Città santa.

(la Repubblica, 12 maggio 2021)

 

*



La strategia della saturazione di Hamas per colpire Tel Aviv

I raid aerei si intensificano

di Daniele Raineri

ROMA - Ieri la guerra fra Israele e i gruppi armati palestinesi della Striscia di Gaza si è intensificata, anche se è evidente che non c’è alcun obiettivo realistico a portata di mano. Da parte dei palestinesi sparare molti razzi per molti giorni contro le città israeliane non smuoverà la situazione e non cambierà l’equilibrio di forza fra i due schieramenti e da parte israeliana i raid aerei non infliggeranno danni definitivi alle fazioni armate di Gaza. E’ un conflitto a scopo dimostrativo, una prova generale in attesa di sviluppi futuri e che intanto provoca morti e feriti da entrambe le parti – ventotto palestinesi uccisi sotto i bombardamenti secondo il ministero della Sanità di Gaza e due donne israeliane uccise da un missile nella città di Ashkelon e una a Tel Aviv. E allora vediamo come sta andando questo test terrificante.
   L’ultimatum di lunedì scadeva alle sei di sera, i primi lanci di razzi sono cominciati pochi minuti dopo e ieri alle sei di sera il numero di razzi sparati da Gaza verso Israele era intorno ai 630. Due ore dopo Hamas ha sparato un altro sciame di 130 razzi contro la città di Tel Aviv e alcuni sono andati a segno — le prime notizie dicono: una donna uccisa — come risposta contro l’abbattimento di un palazzo di tredici piani a Gaza che faceva da sede per il gruppo. Un attacco di questa portata contro Tel Aviv non si era mai visto prima ed è chiaro che Hamas non lo ha improvvisato, ma lo ha piuttosto eseguito secondo un piano definito molto in anticipo, che ora descriveremo. Subito dopo la salva di 130 razzi, i jet israeliani hanno abbattuto un altro palazzo di molti piani nella Striscia di Gaza, a mo’ di controrisposta.
   I gruppi armati palestinesi stanno tentando la cosiddetta “strategia della saturazione”. La strategia della saturazione è il grande argomento che riempie questi anni di preparativi in attesa di un grande conflitto futuro. Ne parlano i gruppi palestinesi a sud, ne parlano le forze militari di Israele prese in mezzo e ne parla anche la milizia libanese di Hezbollah a nord. L’idea è che lanciando moltissimi razzi forse sarebbe possibile saturare le difese missilistiche israeliane, che si basano su sistemi automatizzati che rispondono in frazioni di secondo ai lanci di razzi da terra.
  Di solito i computer leggono la prima parte della traiettoria del razzo, a partire da quella calcolano il resto della traiettoria e quindi dove andrà a colpire e sempre in tempi ultrarapidi prendono una decisione: se il razzo è destinato a cadere in una zona disabitata lo lasciano passare – perché abbatterlo è molto costoso – e se invece è diretto contro una zona abitata lo abbattono con un contro-missile. Questa routine di funzionamento ha una percentuale di successo abbastanza alta. I gruppi armati nemici di Israele studiano la questione e sono sicuri che con un numero enorme di lanci fatti tutti assieme possono sovraccaricare i sistemi automatizzati di difesa, che oltre un certo numero di razzi non riuscirebbero più a gestire la situazione come un cameriere con troppi piatti in mano. Per questo motivo ieri mattina abbiamo visto le scene di questi lanci simultanei di razzi che sono intercettati nel giro di pochi secondi e lasciano tutto un reticolo di scie bianche e di sbuffi quando esplodono ancora innocui ad alta quota nel cielo sopra Ashdod e Ashkelon. E per lo stesso motivo ieri sera abbiamo visto centinaia di razzi e controrazzi illuminare come Ufo lo spazio aereo di Tel Aviv. Le volate di ordigni sono prove per saggiare le capacità di risposta del sistema – e allo stesso tempo i gruppi di fuoco che lanciano i razzi preferiscono farlo assieme perché sanno che i jet israeliani vanno a caccia dei siti di lancio e quindi sparare nello stesso momento rende la caccia più complicata.
   Questa strategia della saturazione spiega perché Hamas e gli altri gruppi armati lavorano così intensamente al loro arsenale di razzi. Nell’inverno 2008, durante i ventidue giorni dell’operazione Piombo fuso spararono 660 razzi. Nel 2012, durante gli otto giorni dell'operazione Pilastro di difesa spararono 1.506 razzi. Nell’estate 2014 durante i 42 giorni dell’operazione Bordo di protezione spararono più di 3.300 razzi (dati presi dal Journal of Global Security Studies dell’aprile 2018). Nel maggio 2019 spararono in meno di due giorni 690 razzi. E’ una crescita costante. Ora, come si diceva prima, sono arrivati a 760 in 26 ore. A mezzogiorno di ieri i gruppi palestinesi hanno lanciato in pochi minuti più di cento razzi contro la città di Ashkelon, dove le sirene hanno mandato tutta la popolazione dentro i rifugi più volte. Secondo il giornalista Emanuel Fabian, di Times of Israel, il sistema Iron Dome che proteggeva la città si inceppato e sei razzi non sono stati intercettati. Uno ha distrutto una scuola elementare, che però era vuota perché la Difesa israeliana aveva annunciato la sospensione delle lezioni a causa della guerra. Altri razzi hanno colpito alcuni edifici e il porto, hanno distrutto una macchina e hanno centrato e incendiato un bacino di carburante.
   I gruppi palestinesi usano anche altri stratagemmi per colpire i civili israeliani. Ieri hanno sparato un missile Sejjil di progettazione iraniana, che non segue la solita traiettoria curva ma è piuttosto un tiro teso che inganna i sistemi di difesa: ha volato parallelo al suolo e molto basso per dieci chilometri, ha forato la facciata di un palazzo residenziale di Ashkelon e ha ucciso due donne. Hamas ha rivendicato la nuova tattica in un comunicato. Un altro gruppo armato, il Jaysh al Saraya, ha rivendicato l’uso del missile iraniano Badr-3, che porta una testata con 250 chilogrammi di esplosivo, sempre contro Ashkelon. Com’è noto, i gruppi palestinesi della Striscia hanno come punto di riferimento l’Iran, che provvede armi e finanziamenti. In questa corsa agli armamenti, Iran e gruppi palestinesi alzano il livello di pericolosità e gli israeliani aggiornano i loro piani di protezione. Se le difese israeliane nella zona fossero rimaste quelle di quindici anni fa, le perdite sarebbero molto più pesanti.
  Come nota Associated Press, non è chiaro se alcune delle vittime palestinesi sono state uccise dalle bombe degli aerei o da razzi caduti troppo corti. Circa un terzo dei razzi palestinesi, secondo l’esercito israeliano, non cade in Israele ma a Gaza.

(Il Foglio, 12 maggio 2021)

 

*



Ora Hamas bombarda Tel Aviv. Iran e Turchia soffiano sul fuoco

Missili su Israele. Richiamati i riservisti: «Sarà un conflitto lungo». Raid su Gaza: 28 morti. La crisi rischia di allargarsi.

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Lo scontro è al massimo. Alle 9, secondo l'ultimatum, dopo che l'aviazione israeliana aveva colpito un altro edificio a Gaza, Hamas ha diretto i suoi missili ormai potenti e raffinati su Tel Aviv, dove c'è stata almeno una vittima. Intanto l'Egitto spinge Israele per un cessate il fuoco, il Qatar si dà da fare con Hamas. Ma ancora non ci siamo. Israele deve ricostituire la deterrenza per cui Hamas capisca che non può dominare la popolazione israeliana rinchiudendola in casa nel terrore dei missili. E Hamas si sente troppo grande per smettere e dei morti gli è sempre importato poco: è evidente dall'andamento degli scontri in Medio Oriente che un'eccitazione simile a quella dell'Intifada possiede in queste ore Hamas, il grande difensore, oggi, della Moschea di Al Aqsa, che ha spodestato Abu Mazen nella leadership palestinese.
    Quasi 500 missili sono stati lanciati da Gaza contro Israele, gli obiettivi colpiti sono decine, vari edifici sono stati centrati e due donne uccise nelle macerie a Ashkelon, i feriti sono decine, le sirene suonano senza tregua di continuo al sud e la gente è costretta a restare chiusa in casa e a breve distanza dai rifugi, mentre lunedì anche Gerusalemme, la capitale, ha subito la stessa sorte. Su Gaza si è abbattuto il raid israeliano che ha colpito obiettivi mirati che hanno ucciso almeno 3 leader di Hamas e della Jihad Islamica, anche il responsabile di lanci dei missili di questa organizzazione è stato eliminato e in queste ore pare che anche un comandante militare di Hamas sia stato centrato; i morti sono 28 fra cui purtroppo, secondo Hamas, 10 bambini. Al contrario di Hamas, l'esercito israeliano non prende di mira i civili. L'aviazione ha avvertito gli abitanti di sgomberare, ma la voluta mescolanza di Hamas fra sedi militari e civili crea un rischio enorme per la popolazione.
    Il Capo di Stato Maggiore Avi Kochavi ha annunciato la mobilitazione di 5000 soldati delle riserve, ma l'ipotesi «stivali sul terreno» ancora non si disegna, anche se reparti speciali si assiepano sul confine. Israele seguita a dibattersi senza tregua nel dubbio su che fare con la Striscia popolata e povera, dominata da un gruppo di fanatici dittatori. La pressione perché si trovi una soluzione strategica è forte. La violenza si è anche estesa a molte città israeliane a larga presenza araba, come Lod, Ramla o Yaffo. Un giovane arabo è rimasto ucciso in scontri fra civili. L'ospedale di Assaf ha Rofè è stato vandalizzato da giovani arabi che hanno assalito malati e medici dandogli di «collaborazionisti». I civili israeliani bombardati dai missili lamentano la mancanza di una reazione decisiva: le dure dichiarazioni di Netanyahu sembrano condivise da tutto il mondo politico.
    L'avventura bellica di Hamas è stata complessa e preparata, giocata sul terreno della politica internazionale e dello scontro con Israele, ed è del tutto verosimile che Hamas intenda giocarsela fino in fondo in un momento in cui i palestinesi, con l'amministrazione Biden, hanno di nuovo il favore americano. Erdogan, l'Iran, sanno bene che è un terreno fertile. La scelta dei giorni conclusivi di Ramadan è coincisa, e certo coordinata, con la crescita dell'incitamento dall'Iran mentre Erdogan dando di assassino a Israele si ingaggiava nella medesima gara.
    Hamas ha sentito il vento in poppa della spinta congiunta di due grandi poteri, l'uno sciita e l'altro sunnita, che in questo periodo sono al centro di una ridefinizione di rapporti dovuta alla presidenza Biden. La Turchia, mentre aggredisce con mille spade Israele, cerca un inusitato contatto con i sauditi, i sauditi si avvicinano alla Siria filorussa. Probabilmente da oggi le urla di Erdogan e degli iraniani lasceranno spazio alle cerimonie egiziane e qataresi, e allora tutti gli altri paesi islamici nella riunione della Lega Araba che si tiene oggi cercheranno oltre il rito della condanna di bloccare i furori di Hamas, che non servono a nessuno. Non servono nemmeno all'Unione Europea, che ripete la solita musica antisraeliana mentre si svolge una guerra totalmente scelta e condotta dalla parte descritta invece come vittima: i palestinesi. Un bambino un po' capriccioso di cui Israele avrebbe sempre la responsabilità.

(la Repubblica, 12 maggio 2021)

 

*



Operazione Guardiani delle Mura: come Israele può sconfiggere l'aggressione terrorista

di Ugo Volli

La situazione in Israele non migliora. I terroristi continuano a sparare missili sulla popolazione civile; fino al momento in cui scrivo un migliaio sono entrati in Israele e circa duecento sono ricaduti a Gaza. I terroristi ne hanno alcune decine di migliaia, di cui diverse migliaia abbastanza potenti da arrivare a minacciare il centro del paese, l’aeroporto Ben Gurion, Tel Aviv e Gerusalemme. La tattica di lanciarli in gruppi compatti di molte decine in parte funziona, perché Iron Dome non riesce a fermarli tutti. Ci sono stati diversi impatti diretti su case, scuole, impianti industriali, automobili e autobus. I morti al momento sono cinque. Le forze armate israeliane reagiscono con un lavoro sistematico di distruzione di obiettivi militari di Gaza: tunnel di attacco, lanciarazzi, depositi e fabbriche d’armi, singoli miliziani: qualche volta sono riuscite a neutralizzare capi terroristi importanti. Ma le sue tattiche militari sono limitate dall’attenzione a non danneggiare i civili. Israele per esempio avverte prima di distruggere edifici che ospitano impianti nemici e dà ai civili il tempo di sgomberarli, rinunciando all’effetto sorpresa. E’ l’esatto contrario di quel che fanno i terroristi, i quali prendono di mira solo la popolazione e non hanno neanche provato a colpire gli obiettivi militari.
   Israele senza dubbi prevarrà, ma ha bisogno di tempo per farlo, perché procede sistematicamente, senza cercare di terrorizzare la popolazione, ma mirando al sodo dell’apparato militare terrorista. Il risultato dell’asimmetria fra una banda terroristica e un esercito regolare che rispetta le vite umane e ubbidisce a regole umanitarie è che l’iniziativa strategica resta in mano a Hamas. Esso ha programmato questa guerra, l’ha scatenata quando ha ritenuto utile farla e ora preme per chiuderla in modo da incamerare il vantaggio almeno comunicativo che ha accumulato. In questo tentativo di ottenere un cessate il fuoco immediato prima di pagare il prezzo del suo attacco ha sponde importanti: alcuni paesi arabi, l’Onu; e senza dubbio presto in questo senso si muoveranno gli Stati Uniti, che hanno espresso una solidarietà molto tiepida a Israele e l’Unione Europea. Per il momento Israele ha rifiutato la tregua, ma prima o poi dovrà cedere alla pressione.
   Vi sono tre elementi ulteriori che destano preoccupazione. Il primo è l’atteggiamento degli arabi israeliani, o almeno di una loro parte consistente. Vi sono stati incidenti abbastanza gravi di nuovo sul Monte del Tempio, a Lod dove è stata data alle fiamme una sinagoga, ad Acco, a Haifa: dovunque convivono di solito civilmente arabi e israeliani, vi sono stati tumulti, aggressioni, vandalismi. La seconda cosa è l’atteggiamento del nemico principale di Israele, l’Iran, che ha mandato il ministro degli esteri in Siria per dare istruzioni ad Assad e Hizbullah. Bisogna sapere che il fronte del nord è almeno dieci volte più pericoloso di quello di Gaza: per numero di razzi, di truppe nemiche, per la conformazione territoriale e l’esistenza di retrovie,. Se Israele non riesce a imporsi rapidamente e completamente a Sud, il rischio è che si accenda il fronte settentrionale, se non ora alla prima occasione favorevole. Infine il fronte internazionale: come al solito la solidarietà a un paese la cui popolazione civile è attaccata con grande violenza da terroristi armati fino ai denti è molto scarsa.
   I risultati di una guerra vanno giudicati dagli obiettivi delle parti. Quelli che Israele si è dato, secondo fonti vicine al suo esercito, sono tre: infliggere danni severi alle strutture terroriste di Gaza; distruggere le capacità nemiche di restaurare il loro apparato militare; ristabilire la deterrenza di Israele, cioè far sì che i nemici di nuovo abbiano timore di attaccarlo. I primi due obiettivi sono materiali e l’aviazione israeliana sta lavorando duro per raggiungerli. Il terzo è politico e ottenerlo dipende dalle percezioni delle parti. Il fatto è che Hamas ha già raggiunto alcuni dei suoi obiettivi politici. Anche se alla fine le sue forze saranno logorate e sconfitte, avrà mostrato a palestinesi e arabi israeliani di essere lui (e non Fatah) l’organizzazione capace di combattere Israele, sarà riuscito a riproporre la vecchia immagine dell’”occupazione” israeliana all’attenzione del mondo, magari convincendo i suoi sostenitori nel mondo arabo, in Europa e negli Usa che l’autodifesa israeliana è oppressiva, crudele, inumana. E soprattutto, molto probabilmente sarà riuscito a sopravvivere, non sarà rovesciato. E’ importante capire che l’eliminazione di Hamas non fa parte degli obiettivi israeliani, perché la valutazione permanente delle forze armate israeliane è che è meno peggio avere Hamas al governo di Gaza, piuttosto che il caos delle bande terroristiche che lo sostituirebbe. D’altro canto, la rioccupazione della Striscia è troppo pericolosa e costosa sul piano politico e militare. Ma nello scontro fra un gruppo terroristico e uno stato, per i terroristi la sopravvivenza è già una vittoria. Dunque il quadro stretto di questo conflitto rende difficile una vittoria decisiva israeliana. Si punta a ottenere un altro periodo di calma, non a risolvere il problema una volta per tutte.Insomma, la situazione di Israele è molto delicata. Bisogna sperare che le forze militari abbiano il tempo di completare la loro missione eliminando il grosso dell’apparato militare di Hamas e che i danni inflitti dai terroristi siano invece limitati.
   Ma si deve sempre tener conto del fatto che questa guerra è solo un episodio, fra i tanti tragici che sono avvenuti nei decenni, di un conflitto dove l’obiettivo dei nemici è la vita stessa dello stato ebraico. Hamas non può credere di distruggerla in questo momento, i rapporti di forza non lo consentono affatto, ma da sempre mira a logorarla, a scalfirne la forza. La posta specifica oggi è il successo di Israele, il suo sviluppo economico e sociale, la sua capacità di instaurare relazioni col mondo e anche con molti paesi arabi e islamici. Al di là degli obiettivi militari, Hamas attacca per cercare di cancellare i successi israeliani degli ultimi anni, in particolare gli “accordi di Abramo” favoriti da Trump. Quando i combattimenti saranno cessati, Israele avrà vinto se gli accordi con Emirati, Arabia, Egitto, Marocco avranno tenuto; avrà perso se sarà avanzato il fronte di chi la vuol distruggere, guidato dall’Iran. Guardano le cose su questa dimensione politico-strategica, Israele sta ancora prevalendo e, se riuscirà a condurre la guerra con determinazione e lucida prudenza, come sta facendo, otterrà un’importante vittoria strategica, mostrando l’inutilità politica degli attacchi terroristi.

(Shalom, 12 maggio 2021)


Lo stato di diritto vale anche a Sheikh Jarrah

di Davide Cavaliere

A infiammare le rivolte palestinesi di questi giorni vi è anche il contenzioso relativo alle rivendicazioni di proprietà di Sheikh Jarrah. La vicenda ha avuto una certa eco anche in Italia, dove è stata presentata come un sopruso “coloniale” israeliano. Gad Lerner, per esempio, ha parlato di “pulizia etnica”. Ma si tratta davvero di un abuso di potere dello Stato ebraico? La risposta è un deciso “no” per chiunque si sia informato in merito alla vicenda, che si trascina da decenni.
   Il 10 febbraio 2021, il tribunale distrettuale di Gerusalemme ha confermato la sentenza, dell’ottobre 2020 di un altro tribunale, che richiede a un certo numero di residenti nel quartiere di Sheikh Jarrah di liberare le proprietà in cui vivono entro il due maggio dell’anno in corso. A seguito di questa decisione, i residenti hanno presentato ricorso alla Corte Suprema di Israele, che si sarebbe dovuta pronunciare in modo definitivo il dieci maggio, ma la sentenza è stata rinviata.
   I recenti sviluppi di questa vicenda che si trascina da decenni, sono state la causa di una vasta campagna, condotta in particolare dal gruppo palestinese Al-Haq – con il sostegno della Corte penale internazionale e di funzionari delle Nazioni Unite – che ritiene che l’ordine di sfratto del tribunale rappresenti un “crimini di guerra”. La mobilitazione palestinese e degli enti internazionali non tiene conto dei fatti storici in merito alla proprietà e della loro minuziosa ricostruzione operata dai tribunali israeliani.
   La terra in questione venne acquistata dai rabbini capo Avraham Ashkenazi e Meir Orbach nel 1875, per poi passare nella mani di due organizzazioni ebraiche, Va’ad Eidat HaSfaradim e Va’ad HaKlali L’Knesset Yisrael, che registrarono le proprietà presso le autorità israeliane. Infine, nel 2003, le suddette vennero venduta a un’altra organizzazione, la Nahalat Shimon.
   Stando a una decisione dell’Alta Corte Israeliana del 1989, nel caso di inquilini che vivono su proprietà di qualcun altro, i residenti sono tenuti a pagare l’affitto ai proprietari. Il mancato rispetto di tale disposizione, insieme a casi di costruzione illegale e affitto illegale di proprietà altrui, ha portato all’attuale procedimento legale contro i palestinesi, poi conclusosi con l’imposizione dello sfratto.
   Le rivendicazioni dei palestinesi sono stata respinte fin da subito, data la loro fragilità. Di otto ricorrenti, quattro affermano di aver acquistato le proprietà nel 1991, ossia diciannove anni dopo che le proprietà erano state registrate presso le autorità israeliane, da un uomo mai identificato di nome “Ismail”. Almeno tre ricorrenti sono figli e nipoti di residenti che hanno riconosciuto la proprietà israeliana della terra in procedimenti giudiziari nel 1982. Mentre per un singolo ricorrente la Corte ha stabilito che non aveva pagato l’affitto come richiesto e aveva costruito illegalmente su una proprietà non sua, dunque deve essere sfrattato.
   Secondo i palestinesi, la terra sarebbe stata affidata a loro dalle autorità giordane, ma tale pretesa è stata respinta dal tribunale dello stato d’Israele, poiché “tutti i testimoni sono nati dopo il 1967 o erano molto giovani all’epoca e hanno testimoniato di aver sentito della concessione delle autorità giordane da un parente più anziano”. Il tribunale ha aggiunto che per provare questa presunta garanzia giordana “l’unico documento presentato è una copia di un documento standard dall’equivalente giordano del Ministero dell’edilizia abitativa, ma questo modulo non è firmato e non conferisce la proprietà a nessuno degli imputati”. Inoltre, alcuni ricorrenti hanno presentato un contratto poi rivelatosi contraffatto e fasullo.
   Stando ai fatti, Israele ha tutto il diritto di sfrattare i palestinesi di Sheikh Jarrah. Non si tratta di un abuso di potere, ma dell’applicazione del diritto di uno stato democratico.

Il Corriere Israelitico


Palestinesi: il nostro vero obiettivo è distruggere Israele

di Bassam Tawil*

Quando nel 1991 l'ex dittatore iracheno Saddam Hussein lanciò 39 missili Scud contro Israele, numerosi palestinesi scesero in strada per celebrare gli attacchi. Molte manifestazioni di protesta ebbero luogo in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme Est, anche se i palestinesi erano stati provvisti dalle autorità israeliane di maschere antigas, da indossare per proteggersi da un possibile attacco chimico da parte dell'Iraq contro Israele.
   Il Los Angeles Times riportò allora che "diversi palestinesi hanno espresso gioia per l'assalto missilistico [iracheno] della scorsa settimana a Tel Aviv e Haifa".
   Quando nel 2015 il gruppo terroristico Hezbollah, sostenuto dall'Iran, lanciò una serie attacchi missilistici contro Israele dal Libano, i palestinesi scesero in strada per festeggiare, tenendo in mano le bandiere di Hezbollah e distribuendo dolci a guidatori e passanti.
   Per i palestinesi, chiunque attacchi Israele o minacci di distruggerlo è un vero "eroe".
   Nei giorni scorsi i palestinesi hanno acclamato un altro "eroe": Mohammed Deif, figura oscura che guida l'ala militare del movimento islamista palestinese Hamas.
   Deif è il terrorista più ricercato da Israele negli ultimi 25 anni, a causa del suo coinvolgimento in diversi attacchi terroristici, tra cui l'uccisione di soldati israeliani, attentati suicidi e rapimenti. Nel 2015, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti aggiunse Deif alla lista degli Specially Designated Global Terrorists (SDGTs), ("terroristi globali particolarmente pericolosi", N.d.T.)
   A causa del suo coinvolgimento diretto nel terrorismo contro Israele, Deif è sempre stato considerato da molti palestinesi un "eroe".
   Ora, dopo che Deif ha minacciato Israele di ritorsioni, se non cambia le sue politiche a Gerusalemme Est, sembra essere ancora più popolare tra i palestinesi.
   In una rara dichiarazione pubblica, il terrorista, che vive nella Striscia di Gaza governata da Hamas, ha dichiarato che Israele pagherà un "prezzo molto elevato", se non fermerà lo sgombero delle famiglie palestinesi che vivono nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme. "Questo è un chiaro e definitivo avvertimento", ha minacciato Deif, accennando al fatto che Hamas avrebbe ripreso i suoi attacchi missilistici e altre forme di terrorismo contro Israele.
   La minaccia è stata lanciata dopo che un tribunale di Gerusalemme aveva approvato lo sfratto di un certo numero di famiglie arabe residenti a Sheikh Jarrah dalle case che erano appartenute agli ebrei prima della fondazione di Israele nel 1948.
   Durante le manifestazioni di massa tenutesi negli ultimi giorni a Gerusalemme e in alcune parti della Cisgiordania, migliaia di palestinesi hanno scandito slogan in lode di Deif e lo hanno esortato a mettere in atto la sua minaccia di lanciare razzi contro Israele. I palestinesi hanno anche scandito slogan a sostegno dell'ala militare di Hamas, Izaddin al-Qassam, responsabile di migliaia di attacchi terroristici contro Israele negli ultimi tre decenn
   "Siamo gli uomini di Mohammed Deif", hanno ripetuto ritmicamente migliaia di palestinesi durante una manifestazione alla Moschea di al-Aqsa, il terzo luogo più sacro dell'Islam. Lo hanno anche esortato a "colpire" Tel Aviv con i razzi, facendo eco all'appello del 1991 a Saddam Hussein: "O amato Saddam, colpisci, colpisci Tel Aviv!".
   Le manifestazioni a Gerusalemme sono iniziate il primo giorno del mese di digiuno musulmano del Ramadan, quando decine di giovani hanno attaccato agenti di polizia e residenti ebrei con pietre, bombe incendiarie e altri oggetti. I manifestanti hanno inizialmente giustificato gli attacchi sostenendo che la polizia israeliana aveva installato barricate in uno degli ingressi della Città Vecchia di Gerusalemme, impedendo così loro di riunirsi di notte per celebrare il Ramadan.
   Le rivolte, tuttavia, sono continuate anche dopo che la polizia ha rimosso le barricate. I rivoltosi hanno detto che stavano protestando contro il possibile sfratto delle famiglie da Sheikh Jarrah e contro i tentativi degli ebrei di "assaltare" la Moschea di al-Aqsa, un riferimento alle visite di routine degli ebrei al Monte del Tempio, il luogo più sacro dell'Ebraismo.
   E allora come si inserisce Deif, il capo terrorista di Hamas, negli scontri tra i palestinesi e la polizia israeliana a Gerusalemme?
   Invocando il nome di Deif e invitandolo a bombardare Tel Aviv, i manifestanti hanno rivelato la verità: che le loro proteste non riguardavano la moschea di al-Aqsa, le polemiche sulle case di Sheikh Jarrah o sule barriere della polizia nella Città Vecchia, ma puntavano all'eliminazione di Israele.
   Occorre notare che Israele non ha adottato nuove misure per "alterare lo status storico o legale" della Moschea di al-Aqsa, come hanno affermato i palestinesi e altri arabi.
   I palestinesi sono irritati perché agli ebrei è permesso recarsi sul Monte del Tempio. I palestinesi non vogliono che gli ebrei visitino il loro luogo sacro; non vogliono vedere ebrei a Gerusalemme, e non vogliono assolutamente vedere nessun ebreo nella terra che si estende dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo.
   In che modo il bombardamento di Tel Aviv aiuta i casi delle famiglie arabe di Sheikh Jarrah, che contestano l'ordine di sfratto nei tribunali israeliani? In che modo invitare Hamas a lanciare attacchi terroristici contro Israele aiuta i palestinesi nella loro campagna finalizzata a impedire agli ebrei di visitare il Monte del Tempio?
   Alzando le bandiere di Hamas e scandendo slogan a sostegno di un arci-terrorista alla Moschea di al-Aqsa, i manifestanti hanno profanato il luogo sacro, non gli ebrei. Coloro che hanno usato il complesso della moschea per lanciare pietre e altri oggetti contro gli agenti di polizia sono coloro che hanno contaminato il luogo sacro. Non si possono attaccare gli agenti di polizia e poi lamentarsi del fatto che Israele abbia inviato la polizia a "fare irruzione" e a "profanare" la Moschea di al-Aqsa, a meno che la tua mente non sia stata distorta dalla logica del terrorismo.
   Nessuno contesta il diritto dei palestinesi di protestare contro le politiche israeliane. Ma quando le proteste si trasformano in grandi manifestazioni pro-Hamas, con appelli per bombardare Tel Aviv e uccidere gli ebrei, smascherano le vere intenzioni mortali dei manifestanti.
   Quando migliaia di palestinesi scandiscono lo slogan "Siamo tutti Mohammed Deif", intendono dire che si vedono come terroristi pronti ad attaccare e distruggere Israele e che Deif è il loro modello perché è riuscito a uccidere molti ebrei e rimane a piede libero, nonostante i tentativi israeliani di arrestarlo o ucciderlo.
   La violenza scoppiata a Gerusalemme negli ultimi giorni mostra che Hamas ha un ampio seguito tra i palestinesi, compresi i residenti di Gerusalemme Est in possesso di carte d'identità rilasciate da Israele, ma non sono cittadini israeliani. Dopo che Israele annesse Gerusalemme Est nel 1968, concesse ai palestinesi lì residenti il diritto di richiedere la cittadinanza israeliana. La maggior parte di loro, tuttavia, ha scelto di non chiedere la cittadinanza israeliana per paura di essere bollata come traditrice.
   Da residenti permanenti di Israele, i residenti palestinesi di Gerusalemme godono di tutti i diritti concessi ai cittadini israeliani con un'eccezione: il diritto di votare per il Parlamento israeliano, la Knesset. Allo stesso tempo, questi residenti hanno il diritto di richiedere la cittadinanza israeliana ogni volta che lo desiderano e diverse migliaia di loro lo hanno già fatto.
   La popolarità di Hamas è in aumento non solo a Gerusalemme Est, ma anche in Cisgiordania, dove alcuni palestinesi hanno anche elogiato Deif e lo hanno esortato a scatenare una nuova ondata di terrore contro Israele.
   Hamas deve la sua crescente popolarità alla provocatoria campagna anti-israeliana condotta dai media palestinesi, in particolare dalle piattaforme dei social media, dalle moschee e dalla retorica pubblica dei leader palestinesi. Hamas deve la sua popolarità anche alla corruzione in atto e all'incompetenza dell'Autorità Palestinese e del suo autocratico presidente, Mahmoud Abbas.
   Abbas aveva buone ragioni per ritardare fino a nuovo avviso le elezioni legislative e presidenziali che aveva in programma di tenere il 22 maggio e il 31 luglio. Sapeva benissimo che i suoi rivali di Hamas erano diretti verso una vittoria simile a quella ottenuta nelle ultime elezioni legislative tenutesi nel 2006.
   Eppure Abbas non ha avuto il coraggio di ammettere che questo era il vero motivo per cui ha annullato le elezioni. Invece, ha preferito incolpare Israele accusandolo falsamente di impedire ai palestinesi di Gerusalemme di partecipare alle elezioni.
   Seduto nel suo soggiorno a guardare in tv le migliaia di palestinesi a Gerusalemme che lo denunciano come traditore e salutano Hamas e Deif, Abbas deve aver tirato un sospiro di sollievo per il fatto che le elezioni sono state rinviate a tempo indeterminato. Le manifestazioni pro-Hamas a Gerusalemme dovrebbero preoccupare non solo Israele, ma anche Abbas e la sua Autorità Palestinese.
   Le manifestazioni a favore di Hamas dovrebbero anche essere un campanello d'allarme per l'amministrazione Biden e servire da indicatore accurato delle priorità palestinesi. L'amministrazione Biden parla di rilanciare il processo di pace in stallo tra Israele e i palestinesi sulla base della "soluzione dei due Stati". Hamas e le migliaia di palestinesi che hanno inneggiato slogan a sostegno di Hamas e Deif, tuttavia, hanno in mente una soluzione diversa: l'annientamento di Israele e la morte degli ebre e più si è, meglio è. * Bassam Tawil è un musulmano che vive e lavora in Medio Oriente.

(Gatestone Institute, 11 maggio 2021 - trad. di Angelita La Spada)


Israele, la prima volta in rosa

Un'impresa che regala speranza in ore difficili

di Adam Smulevich

In queste ore di grande preoccupazione per Israele una straordinaria impresa sportiva regala un po’ di conforto e speranza. La Israel Start-Up Nation, la squadra israeliana impegnata in queste settimane nel suo quarto Giro d’Italia, conquista infatti la sua prima storica maglia rosa. E proprio grazie a un italiano, l’esperto passista-scalatore Alessandro De Marchi, alla sua prima stagione con i colori della ISN.
De Marchi, 35 anni, friulano di San Daniele, è arrivato secondo sul traguardo di un’appassionante e movimentata tappa che ha portato il gruppo da Piacenza a Sestola. Mai secondo posto fu più dolce visto che, grazie alla buona posizione in classifica alla partenza, e per effetto dell’ottima prova odierna, ha potuto insediarsi in testa alla graduatoria.
Un successo frutto del talento del singolo, tra i protagonisti di un attacco sferrato da lontano, ma anche della forza di una squadra che in queste prime giornate di corsa ha impressionato per compattezza e risultati. Ieri con il secondo posto di Davide Cimolai e il quinto di Patrick Bevin a Canale. Il giorno precedente con un piazzamento in top ten dello stesso Cimolai, nono a Novara. Nella cronometro d’esordio di Torino con Matthias Brandle in top ten, e piazzamenti significativi anche per Alex Dowsett e De Marchi.
L’emozione in casa Israel Start-Up Nation è palpabile. C’è l’orgoglio per il risultato sportivo, naturalmente. Ma anche la consapevolezza di aver fatto qualcosa di importante in un momento di grande sofferenza per il Paese.
Sylvan Adams, il mecenate e filantropo israelo-canadese alla guida del team, parlando con Pagine Ebraiche a poche ore dall’inizio del Giro non si era nascosto: “Il 2020 è stato il nostro primo anno nel World Tour. Ma il bello inizia adesso. Non siamo mai stati così competitivi”. I ‘suoi’ ragazzi li descriveva così: “Tutti molto bravi, adatti a diversi scenari. Una squadra ben assortita. Un bel mix tra ciclisti di lungo corso e giovani emergenti alla ricerca di spazio”.
Appena giunto al traguardo, De Marchi ha commentato: “Ho iniziato a pensare di provare a prendere la maglia rosa due giorni fa, ma non l’ho detto a nessuno. Oggi sapevo di dover attaccare al momento giusto e che non sarebbe stato facile. Un po’ di fortuna ci ha aiutato e adesso eccoci qui, in rosa. Sono senza parole. Questa maglia è il sogno d’infanzia di ogni corridore”.
L’impresa di oggi è storica. Ma in prospettiva, molte altre potrebbero seguire.

(moked, 11 maggio 2021)


La battaglia di Gerusalemme. I razzi di Hamas sulla città

Evacuati Parlamento e Muro del pianto, trecento feriti negli ultimi scontri Israele risponde. “Venti morti a Gaza, tre sono bimbi”. Preoccupazione Usa

di Sharon Nizza

GERUSALEMME — La tensione era palpabile fin dalle prime ore della mattina e nel corso della giornata diversi segnali hanno dato la misura dell’escalation alle porte. Nel pomeriggio Hamas ha lanciato un ultimatum: se entro le 18 Israele non ritira le proprie forze da Al Aqsa e Sheikh Jarrah, ci saranno conseguenze. Promessa mantenuta: alle 18 in punto sono suonate le sirene a Gerusalemme, con due forti esplosioni. Sei missili hanno percorso oltre 100 chilometri raggiungendo la Città santa, intercettati e provocando solo danni marginali a un’abitazione. La Knesset è stata evacuata. E lo stesso il Muro del Pianto. In parallelo, almeno 60 razzi sono stati lanciati nel giro di poche ore verso il Sud d’Israele, tra cui un missile anticarro che ha colpito un’auto a Sderot, e l’attacco continua. A stretto giro è arrivata la reazione dell’aviazione israeliana. «Abbiamo solo iniziato a colpire gli obiettivi a Gaza» dice il portavoce dell’esercito Jonathan Conricus alla stampa. «Diverse organizzazioni terroristiche rivendicano i lanci, ma noi consideriamo Hamas l’unico responsabile di questo attacco».
    Secondo il ministero della Salute di Hamas, a Gaza ci sono venti vittime nella zona di Bet Hanoun, tra cui diversi bambini. Da parte israeliana, nessuna presa di responsabilità rispetto a possibili vittime civili. Conricus sostiene che si potrebbe trattare di un incidente interno provocato da un razzo vagante «come già avvenuto in precedenti occasioni» riferisce ai giornalisti. Conferma invece l’uccisione di tre uomini di Hamas, tra cui Mohammed Abdullah Fayyad, uno dei comandanti delle Brigate Izzedine al-Qassam.
    La giornata si era aperta con nuovi scontri violenti sulla Spianata delle Moschee. La polizia israeliana aveva deciso di non fare salire fedeli ebrei sul sito che identificano come il primo luogo santo per l’ebraismo, il Monte del Tempio. Una misura contestatissima tra gli israeliani che non è comunque servita a placare gli animi. Migliaia di palestinesi avevano trascorso la notte all’interno della Moschea di Al Aqsa, organizzando barricate e cumuli di sassi, alcuni dei quali sono stati lanciati di primo mattino sui passanti dall’alto della Spianata verso il tratto orientale della strada che circonda le mura della città vecchia, provocando l’irruzione della polizia israeliana nell’area. Gli scontri sono risultati in centinaia di feriti palestinesi, riporta la Mezzaluna Rossa, di cui almeno 7 gravi. Nelle stesse ore, nei pressi della Porta dei Leoni, un’auto israeliana è stata presa d’assalto a sassate da un gruppo di giovani palestinesi, causando l’uscita di strada del conducente e il ferimento dei tre passeggeri e di uno degli assalitori.
    I numerosi poli di attrito hanno infiammato Gerusalemme proprio mentre Israele celebrava l’unificazione della città dopo la guerra dei Sei giorni. Ma Gerusalemme appare più divisa che mai. La schizofrenia è lampante nelle poche centinaia di metri che separano la porta di Damasco da quella di Giaffa in città vecchia: negli stessi momenti, al primo valico delle mura antiche che conduce al quartiere musulmano, erano in corso scontri tra polizia e palestinesi, scene di guerriglia urbana che hanno caratterizzato quasi tutto il mese del Ramadan; mentre alla porta che conduce al quartiere ebraico procedevano i festeggiamenti tra musica e balli per il “Giorno di Gerusalemme” – deviati in extremis rispetto al tradizionale percorso che passa proprio per la Porta di Damasco - che si sono improvvisamente interrotti al suono della sirena che non si sentiva a Gerusalemme da anni. Nel terzo polo di fuoco nella città, il quartiere di Sheikh Jarrah, dove alcune famiglie palestinesi potrebbero essere sfrattate a favore di famiglie ebraiche che rivendicano la proprietà dei terreni contesi, gli scontri ieri sono stati più di basso profilo, ma molto dell’attuale escalation ha a che fare con questo quartiere di Gerusalemme Est: una battaglia legale trentennale che nelle ultime due settimane è diventata la causa che è riuscita a unire Fatah e Hamas, nuovamente ai ferri corti dopo l’annullamento delle prime elezioni palestinesi in quindici anni che si sarebbero dovute tenere il 22 maggio.
    La Casa Bianca esprime seria preoccupazione per la degenerazione degli eventi. «Al Aqsa è una linea rossa » è il messaggio delle numerose condanne arrivate dai Paesi arabi, tra cui Egitto e Qatar. Linea rossa è lo stesso termine scelto da Netanyahu, riferendosi al lancio di missili verso Gerusalemme. «La risposta d’Israele sarà dura. E potrebbe durare a lungo».

(la Repubblica, 11 maggio 2021)

 

*



Gerusalemme, nella trincea Sheikh Jarrah

Il quartiere delle case contese dove si è riaccesa la miccia

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - L’odore acidulo dello skunk, il liquido che la polizia utilizza per disperdere le manifestazioni, è il segnale inequivocabile che stai entrando in uno dei poli in cui si concentra la tensione che sta devastando Gerusalemme. A Sheikh Jarrah, nella parte orientale della città, si trovano le case della discordia intorno alle quali da più di trent’anni si protrae una disputa legale che si intreccia con la storia centenaria del conflitto arabo-israeliano.
    Di fronte a una delle case contese si trovano due presidi fissi di solidarietà: giovani ebrei da un lato, ragazzi palestinesi dall’altro. Quattro famiglie palestinesi rischiano lo sfratto, già confermato da due gradi di giudizio e ora in attesa della sentenza della Corte Suprema, che ieri ha rinviato l’udienza in un tentativo di placare le acque. Dopo giorni di guerriglia urbana, la polizia ha iniziato a contingentare gli ingressi e gli scontri sono meno frequenti, ma l’atmosfera rimane tesa. Mentre siamo qui parte qualche sassaiola, la polizia lancia granate assordanti, un’auto viene data alle fiamme.
    A oggi, il tribunale ha confermato la proprietà ebraica dei lotti contesi, risalente al 1875. Dopo la guerra del 1948, questa parte della città fu occupata dalla Giordania, che negli anni ’50 costruì 28 abitazioni per rifugiati palestinesi. Poi la guerra dei Sei giorni, e Israele annette la parte est a quella ovest della città che considera capitale unica e indivisibile. In virtù della legge sulle proprietà degli assenti del 1950, che consente allo Stato di confiscare i beni di «chi ha lasciato le proprietà per recarsi in un Paese nemico», le case sono tornate agli eredi dei proprietari ebrei, che ne hanno venduti i diritti ad associazioni legate alla destra che vogliono ricreare l’insediamento ebraico. La corte ha cercato il compromesso: ai palestinesi l’offerta di riconoscere la proprietà ebraica ottenendo lo status di inquilini protetti.
    «Non accetteremo mai. Siamo proprietari, ci vogliono far fuori con leggi discriminatorie», dice Carmel Qassem a nome delle famiglie sfrattate. All’altro lato della strada c’è Jonathan Yosef, nipote dello storico rabbino capo sefardita Ovadia Yosef, tra gli inquilini pre ’48: «Chi parla di pulizia etnica è fuori strada: casa mia la affitto a una famiglia palestinese senza problemi. Sono loro che non vogliono ebrei». Orayeb, 18 anni, uno degli inquilini protetti di una casa ebraica, è arrivato con la madre dalla Giordania 5 anni fa. «Mi trovo bene, ma la situazione è difficile. Quasi mi manca il Covid, quando eravamo chiusi in casa». Si sta esercitando per arruolarsi come pompiere. Forse un giorno spegnerà lui le fiamme.

(la Repubblica online, 10 maggio 2021)

 

*



Gerusalemme, pioggia di razzi di Hamas

di Fiamma Nirenstein

Chissà se adesso le intenzioni dei palestinesi sono chiare: terrorizzare, dominare, fare fuggire gli ebrei da Gerusalemme, mettere in ginocchio Israele, umiliandone la capitale coi missili, la violenza. L'escalation degli scontri di questi giorni è feroce, e adesso Israele non potrà farsi mettere in ginocchio né farsi ricattare. In un'ora, da Gaza sono stati lanciati 30 missili sul sud d'Israele. Bruciata un'auto in sosta, terrorizzate Sderot e Ashkelon. Sette dei missili hanno spedito tutta Gerusalemme nei rifugi e hanno centrato almeno un edificio sulle colline. Un'intera famiglia era in casa e, fortunatamente, ha fatto in tempo a ripararsi nel rifugio prima dell'esplosione.
    I palestinesi vogliono terrorizzare tutta Gerusalemme, contestare a fondo l'ebraicità della città in cui l'ebraismo è nato col re David, e che Gesù ha condiviso. All'inizio del pomeriggio, Hamas aveva lanciato un ultimatum in cui minacciava i bombardamenti se entro le 18 non fosse stato sgomberato il Monte del Tempio, ovvero la Spianata delle Moschee, e il quartiere di Sheich Jarra (ovvero Shimon HaTzadik) da ogni presenza ebraica.
    In realtà, per tutto quello che è stato possibile, i desideri di Hamas. data la situazione di tensione estrema dopo una mattinata di scontri, sono stati quasi del tutto esauditi: la grande sfilata delle bandiere della festa ha modificato il percorso, così da non passare dalla porta di Shkem, la zona più calda; ed è stata proibita ai fedeli ebrei, contro la loro stessa libertà religiosa, la salita sulla Spianata, sia pure in gruppi ristretti per pregare dove un tempo sorgeva il Grande Tempio che era il simbolo e la ricchezza d'Israele, finché i romani non lo distrussero nel 70 dC. Ma questo non ha placato il desiderio famelico di schiacciare gli ebrei, e alle 18.02 locali il bombardamento ha colpito i quartieri di Ein Karem e Kiriat Anavim, in collina. Le sirene hanno richiamato un passato relativamente recente, il 1991 con Saddam Hussein, e poi i missili palestinesi dell'Intifada su Gilo dal 2001 al 2003. Chi scrive ha vissuto tutte le puntate, e il déjà vu è stato immediato e motivato. Il tempo e la memoria non contano per un mondo che sogna la vittoria islamista e che usa l'arma dell'unità antisraeliana su Gerusalemme anche per sopraffarsi l'un l'altro: è più antisraeliano Hamas o Abu Mazen? Su questo si gioca la loro popolarità, come quella della gara fra Erdogan e Khamenei: chi odia di più Israele, vince. Alla fine, a causa dei missili, Hamas è decisamente in testa su Fatah, almeno finché Israele non risponderà all'attacco di ieri. Finora la scelta di Netanyahu, prossimo a lasciare il ruolo di premier, è stata quella di non lasciarsi dietro una scia di sangue, ma ieri la reazione è stata dura: «Hamas ha varcato una linea rossa, Israele colpirà con grande potenza, non tolleriamo attacchi. Chi ci attacca pagherà un duro prezzo», Un anticipo sono i tre terroristi che sono stati neutralizzati ieri sera dagli attacchi mirati dell'aviazione israeliana.
    Gli scontri alle moschee si sono ingenerati dopo la scoperta di un vero arsenale di molotov, bastoni, pietre, e dopo un tentativo di linciaggio contro un gruppo di tre persone dentro un'auto, passata vicino al Muro del Pianto, sventato da un poliziotto. Si seguita a immaginare il mondo palestinese che va alla moschea come un universo di sfruttati e oppressi, ma si tratta in genere di giovani che lavorano e godono della sicurezza sociale di Israele, forti, spesso istruiti, oggi ringalluzziti dall'atmosfera generale di sostegno che ne circonda le gesta violente come quella che ha dato inizio a questa fase: l'attacco violento per strada a un religioso che portava il cane a passeggiare di notte e la diffusione del video su TikTok con risate e commenti soddisfatti. I social palestinesi rimbalzano la propaganda del disegno israeliano di «rubare» la Spianata delle moschee ai musulmani e le dimostrazioni di gruppetti di estremisti ebrei - peraltro perseguiti e indagati dalla polizia - sono strumentalizzate per alimentare il falso mito dello scontro alla pari fra le parti. Anche la vicenda di Sheich Jarra viene piegata alle esigenze narrative dell'occupazione, mentre la Corte Suprema israeliana, spesso madre di decisioni filopalestinesi. è incaricata di scioglierne il nodo. E evidente che la leadership palestinese punta all'escalation nella sua gara interna. E approfitta dell'avvento di Biden, che non fa nulla per smontare questo pericoloso scenario, se non rimproverare Israele.
    Le sirene a Gerusalemme nei giorni della Festa della città sono bizzarre, un segno triste dopo il ritorno dall'infinito esilio dalla città dell'anima ebraica; risuonano su 900mila abitanti in un pomeriggio caldo in cui le scuole sono chiuse e i bambini giocano nei cortili. Mentre scriviamo brucia un albero sulla Spianata e si sentono gli scoppi delle bombe a mano e dei fuochi d'artificio, di cui i giovani palestinesi hanno riempito pericolosamente il luogo. Continua una lunga notte di pericolo.

(il Giornale, 11 maggio 2021)

 

*



Gli arabi vogliono la pulizia etnica degli ebrei e il mondo gli dà ragione

di Franco Londei

Nemmeno gli oltre 200 missili sparati da Hamas in poche ore contro la popolazione civile israeliana hanno scalfito il tradimento occidentale, quasi che sia considerata legittima la pretesa araba di fare pulizia etnica degli ebrei
    Le ultime violenze arabe in Israele dimostrano in maniera incontestabile come gli arabi non abbiano mai perso il sogno della pulizia etnica dagli ebrei.
    A dimostralo è il fatto scatenante di tante violenze, cioè lo sfratto decine di famiglie arabe dal quartiere di Shimon HaTzadik (o Sheik Jarrah), a Gerusalemme Est.
    Come spiega benissimo Alan Posener sul giornale tedesco Die Welt, gli ebrei vivevano nel distretto di Shimon HaTzadik da 2000 anni.
    Alla fine del XIX secolo, quando Gerusalemme apparteneva all’Impero Ottomano e la maggioranza della popolazione era ebrea, molti ebrei yemeniti si stabilirono li.
    Quando la Palestina conobbe un momento di forte ripresa dopo il 1918, iniziò una grande quantità di immigrazione araba.
    Incitati dai sostenitori di Hitler e dal Gran Mufti al-Husseini , tra il 1936 e il 1939 gli arabi del vicino distretto di Sheikh Jarrah attaccarono gli ebrei a Shimon HaTzadik.
    Invece di difenderli, gli inglesi ordinarono la loro evacuazione. Quando la Giordania occupò Gerusalemme Est, contrariamente alla risoluzione dell’ONU, nel 1948, agli ultimi ebrei fu data l’alternativa della fuga o della morte.
    Le loro proprietà vennero confiscate e il nome Shimon HaTzadik cancellato. Nel 1967, Gerusalemme Est fu conquistata da Israele nella Guerra dei Sei Giorni e nel 1980 la città fu riunificata amministrativamente.
    Quindi la pretesa ebraica di tornare in possesso delle abitazioni che furono loro è perfettamente legale. Al più non è legale l’occupazione araba di quelle abitazioni.
    Perché ho fatto questo riassunto? Prima di tutto per far capire bene come ragionano gli arabi e più in generale tutti i musulmani, cioè quello che hanno sottratto agli altri con la violenza, che siano quartieri o intere nazioni, non può essere preteso indietro. È loro per sempre.
    Poi ho rifatto la storia per far capire come tra gli arabi non sia mai svanito il sogno di liberare Israele dalla presenza ebraica, il sogno cioè della pulizia etnica dagli ebrei. Perché è proprio su questo che si basa la contestazione allo sfratto e tutte le violenze che ne sono seguite.
    La cosa veramente pazzesca e incomprensibile è che l’occidente e il mondo intero sta dalla parte egli arabi e non degli israeliani, legittimi proprietari di quelle terre.
    È uno schifo quello che sta accadendo, la condanna a senso unico di Israele per essersi difeso dall’ennesimo tentativo di pulizia etnica, davvero uno schifo abominevole.

(Rights Reporter, 11 maggio 2021)

 

*



Una crisi politica più che militare provocata da Hamas per mettere alla prova la forza di Israele

di Ugo Volli

Oltre duecentocinquanta missili sparati su Israele dalle posizioni terroriste di Gaza, centotrenta obiettivi colpiti nelle operazioni di rappresaglia dall’aviazione militare israeliana, fra cui un paio di tunnel di attacco verso il territorio israeliano, molte strutture militari di Hamas, diversi terroristi fra cui un importante capo militare. Una trentina di feriti israeliani per i razzi che sono sfuggiti alla difesa di Iron Dome e hanno colpito alcune case. Per la prima volta i proiettili di Hamas sono stati diretti anche contro Gerusalemme, nonostante il suo carattere sacro anche all’Islam e la presenza di molti quartieri arabi.
   Questo è il bilancio di una notte di fuoco come non ne accadevano da alcuni anni. E gli scontri continuano, con altri razzi e il coinvolgimento di Gerusalemme e di alcune località della Giudea e Samaria nelle attività terroristiche. I comandi israeliani prevedono che i combattimenti dureranno alcuni giorni e non vi sono per ora prospettive di cessate il fuoco, ma neanche di un’operazione di terra. Né vi sono segnali per ora di un possibile intervento esterno, in particolare dalla frontiera libanese e siriana, dove Hezbollah ha truppe e armi missilistiche ben superiori a quelle di Hamas. E’ difficile dubitare di come finirà questo attacco: le armi di Hamas possono produrre vittime e danni, ma solo in maniera limitata: i tunnel sono stati quasi tutti scoperti e chiusi, i missili sono bloccati in gran parte da Iron Dome. Al contrario l’aviazione e l’artiglieria israeliana hanno la possibilità di colpire duramente i terroristi. Bisogna chiedersi perché Hamas ha scelto di interrompere il suo atteggiamento di non belligeranza.
   Vediamo innanzitutto la dinamica dei fatti. Siamo alla fine di un “mese sacro” del Ramadan segnato da molte aggressioni individuali contro gli ebrei, soprattutto religiosi, di Gerusalemme, quella che è stata chiamata “tiktock intifada” perché gli assalti sono stati ripresi dagli aggressori e pubblicati dal social più diffuso fra i giovani. È in discussione una causa di sfratto di alcuni appartamenti del vecchio quartiere ebraico di Shimon haZadik (ribattezzato Shieck Jarrah dalla Giordania, dopo averne fatto pulizia etnica nel 1948) occupati da decenni da alcuni inquilini morosi. Le case erano state costruite centocinquant’anni fa da ebrei su terreno regolarmente acquistato, la loro proprietà era stata riconosciuta dagli occupanti durante la lunga causa per lo sfratto, che era del tutto ovvio legalmente, dato che non risultavano pagamenti da decenni. Ora la procedura legale è arrivata alla fine, manca solo una pronuncia tecnica della corte suprema, e le organizzazioni antisraeliane, inclusi i terroristi, hanno deciso di farne un caso di “occupazione” e “giudeizzazione” di Gerusalemme. Vi è stata infine la sospensione delle elezioni dell’Autorità Palestinese, con cui Hamas contava di arrivare facilmente al potere.
   È stata Hamas a organizzare gli incidenti degli ultimi giorni al Monte del Tempio, che hanno provocato qualche centinaio di contusi e di arresti. Ed è stata Hamas, ieri pomeriggio, a emettere un ultimatum assurdo contro Israele: se le forze di polizia non avessero abbandonato il Monte del Tempio e il quartiere con le case in discussione, se la procedura di sfratto non fosse stata sospesa, Hamas avrebbe usato le armi. Israele naturalmente non ha neppure risposto, dalle basi terroristiche sono partiti i primi missili contro Gerusalemme, poi altri razzi contro le città vicino a Gaza, soprattutto Ashkelon, con l’ovvia e prevedibilissima reazione israeliana.
   E’ chiaro che si tratta di una mossa studiata e decisa da Hamas. L’obiettivo principale è interno: mostrare alla popolazione di Gaza e dei territori dell’Autorità Palestinese chi conduce la “lotta” e chi non lo fa, magari con l’obiettivo di rovesciare con la forza Mohamed Abbas. Vi è anche uno sfondo internazionale ovvio: Hamas è controllata dall’Iran, che cerca di togliersi di dosso la resistenza israeliana al suo insediamento in Siria e il trasferimento lì e in Libano di armi avanzate. Inoltre è Israele il punto principale di resistenza alla riattivazione degli accordi nucleari del 2015, che Biden vuole molto ed è vitale per l’Iran. Impegnare Israele in operazioni militari significa bloccarne l’operatività politica e diplomatica. Conta anche la denuncia alla Corte Penale Internazionale per i “crimini di guerra” che Israele commetterebbe difendendosi, che verrebbe certamente rafforzata da una nuova operazione a Gaza.
   Sullo sfondo di tutto vi è il tentativo di chiudere il percorso aperto da Trump con gli accordi di Abramo, di riportare Israele all’isolamento dei tempi di Obama rompendo quello che invece era stato imposto negli ultimi anni all’Iran; il progetto di riportare i paesi arabi nel “fronte della resistenza”, di giustificare l’atteggiamento ostile della nuova amministrazione americana verso Israele, magari esibendo, come Hamas ha subito fatto, vittime civili che erano state usate dai terroristi come scudi umani, o addirittura provocate da loro missili ricaduti su Gaza. Il gioco insomma è politico, non militare. Hamas ha deciso di mettere alla prova la posizione internazionale di Israele e magari anche di approfittare dell’opaca crisi politica di Israele, con la prospettiva della costituzione di un governo così eterogeneo da non poter prendere decisioni politiche impegnative. Ciò che bisognerà guardare nei prossimi giorni non è dunque l’esito militare dello scontro, ma quello politico: quanto terranno in questa situazione gli “Accordi di Abramo”, che posizione prenderà l’America al di là della solidarietà formale, che riflessi avrà la crisi sulla formazione del governo israeliano.

(Shalom, 11 maggio 2021)


Lapid-Bennett, tandem contro Bibi. Ma la nuova crisi rimescola le carte
 

Anche l'islamista Abbas cambia cavallo. I suoi seggi necessari alla maggioranzaIl premier uscente sfrutterà le attuali tensioni per presentarsi come solo limite al caos


di Michele Giorgio

L'incendio partito da Gerusalemme che si è esteso rapidamente a Gaza e Cisgiordania, potrebbe offrire l'opportunità a Benyamin Netanyahu di capovolgere una situazione politica che lo vede sul punto di dover abbandonare la poltrona di primo ministro che occupa dal 2009 a oggi. Dopo aver fallito l'incarico di formare il nuovo governo, a causa della sua personalità divisiva che gli ha creato nemici del suo stesso fronte politico, la destra, Netanyahu non è riuscito a impedire il dialogo tra il capo dell'opposizione, il centrista laico Yair Lapid (Yesh Atid), e il nazionalista religioso Naftali Bennett (Yamina) che, pur essendo un alleato naturale del premier e del suo partito, il Likud, pare ora puntare a una soluzione diversa. Lapid, al quale il capo dello stato Rivlin ha affidato l'incarico di formare il governo, nel fine settimana ha detto che i contatti con Bennett avanzano «in maniera positiva». Altrettanto bene sono andati i colloqui tra Lapid e Gideon Saar (Hatikva Hadasha), ex numero due del Likud uscito dal partito in aperta rottura con Netanyahu.
    Con la parola d'ordine di rimuovere Netanyahu dal potere e di evitare a Israele le quinte elezioni legislative in due anni e mezzo, Lapid vuole formare un governo di consenso nazionale e si è detto disponibile a far sì che sia Naftali Bennett il primo a servire come premier in un accordo che preveda la rotazione tra i due.
    A dar sostegno a questa soluzione non è solo Saar ma anche le forze di ciò che resta del centrosinistra e, fatto inedito, il partito islamista Raam ( quattro seggi). Il leader di questa formazione, Mansour Abbas, che pure per mesi è stato impegnato in un controverso dialogo proprio con Netanyahu e il Likud, ha segnalato in questi ultimi giorni di sentirsi più vicino al tipo di maggioranza che sta provando a mettere in piedi Lapid. E pur di garantirsi l'appoggio esterno di Raam, persino Bennett, che ha sempre guardato con ostilità ai palestinesi, ha espresso un giudizio molto positivo di Abbas.
    Il quadro che si sta componendo dice che la possibilità che Netanyahu perda la carica di premier, mentre affronta un processo per corruzione, è più che concreta.
    La crisi di Gerusalemme e il lancio di razzi da Gaza versa la città santa, però, aiutano Netanyahu a sabotare il tentativo di Lapid. Il premier uscente, politico dotato di fiuto per le opportunità da cogliere al volo, non mancherà di presentarsi come garante della sicurezza del paese in un momento assai delicato, di fronte a un Lapid che non ha mai governato e vanta una limitata esperienza in campo militare.
    Non solo. Netanyahu avrà gioco più facile a convincere i deputati dei partiti di destra pronti ad andare con Lapid che i loro leader stanno commettendo un errore, a suo dire, fatale. E non mancherà di far notare che il governo dei suoi avversari nascerà con l'appoggio di un partito arabo mentre riesplode lo scontro con i palestinesi. La partita potrebbe ancora vincerla lui.

(il manifesto, 11 maggio 2021)


La maledizione di Gerusalemme

di Fiamma Nirenstein

Oggi, dopo questi ultimi giorni di scoppi sempre sull'orlo di un'esplosione, la micidiale miscela della fine del Ramadan, festa musulmana fondamentale, insieme al Giorno di Gerusalemme, festa cantata, amata, danzata per le strade dal popolo ebraico finalmente tornato a casa, richiede molto buon senso da ogni parte perché non finisca nel sangue. Ci sono già stati troppi feriti fra i palestinesi e fra le forze dell'ordine d'Israele e adesso Israele piazza tremila poliziotti nei punti strategici, con strettissimi ordini di tenere la quiete ed evitare gli scontri. Ieri è stato un giorno relativamente calmo, ma domani? Si deve consentire di salire alla spianata del Tempio su cui oggi sorgono le Moschee agli ebrei che vogliano pregare dove un tempo sorgeva il Santuario su cui si è costruita la loro civiltà? Si deve lasciare che sventolino le bandiere bianche e azzurre per strada? E in quali strade? E in quali vicoli della Città Vecchia ogni fiume di passione deve scorrere? E i giovani islamici, anche quelli che con le vesti, le urla, gli slogan che annunciano «morte agli ebrei» e che la «prossima tappa è Tel Aviv» devono veder conservato il loro diritto religioso di salire sulla Spianata di Al Aqsa? O occorre bloccare gli estremi, sfidarli fino al lancio delle pietre sul Muro del Pianto che può finire negli spari, rischiare una strage di poliziotti, come è già successo a Netanyahu, e una rovina di vite arabe? Nessuno lo vuole, ma il margine in questa direzione è di millimetri. Il 22 aprile uno scontro alla Porta di Damasco ha aperto le danze, religiosi ebrei sono stati aggrediti per strada, Hamas ha proclamato che le Moschee sono minacciate, il sito di Fatah ha rilanciato il clima di guerra invitando i «giovani martiri» a «colpire l'obiettivo». E purtroppo è stato colpito: a una fermata dell'autobus nei Territori tre ragazzi di 19 anni sono stati colpiti da un finestrino di un'auto, uno è morto per le ferite, l'altro è in fin di vita.
   E poi ci sono stati altri due attacchi terroristi, mentre da Gaza piovono i palloni incendiari, il fuoco di Hamas mangia i campi coltivati e lambisce le case. Se non cessa, sarà guerra a Gaza, la gente del sud non ne può più. E Gerusalemme è l'agone più eccitante, qui i Palestinesi si giocano la carta migliore, quella per cui Erdogan si sbraccia dalla Turchia, memore dei bei tempi quando la capitale del popolo ebraico era parte dell'Impero Ottomano, e chiama gli ebrei «terroristi senza pietà». Khamenei, fa il suo «giorno di Gerusalemme» e dice che Israele non è un Paese, è un rifiuto della storia, e si sa che ci penserà l'Iran a distruggerlo. E non finisce qui: la vicenda del quartiere di Shech Jarra immediatamente viene acquisito dall'Ue come dagli Stati Uniti, che subito rimproverano Israele, nella narrativa araba. Ma fino all'occupazione giordana che compì nel 1948 una pulizia etnica degli ebrei del quartiere yemenita ebraico di Shimon ha Zadik il Santo Simone, e assegnò le case a palestinesi, erano gli ebrei che avevano sempre abitato là; 67 le famiglie d'origine che le rivendicano. La verità è che Gerusalemme è troppo ricca. È dal 1967, da quando Israele l'ha unificata, che la capitale d'Israele cerca di disegnare il tessuto di una metropoli bella e ordinata, con cittadini con uguali diritti ma anche uguali doveri, ferma restando l'esistenza di un status quo che sancisce la grande presenza araba e quella cristiana. Ma il conflitto è un'arma troppo ghiotta perché possa essere lasciata a riposo a lungo. Era la risorsa preferita di Arafat, oggi è quella di punta di Hamas e quella di riserva del vecchio Abu Mazen. Per ora se la giocano con cautela, dopotutto Biden è arrivato da poco. Lo sport di biasimare Israele deve ancora scaldarsi.

(il Giornale, 10 maggio 2021)


“Il monte del Tempio è libero” - Una vittoria inattesa. Intervista a Abraham Rabinovich

di Ugo Volli

Chi cerca il miglior libro, la ricostruzione storica più emozionante e dettagliata della liberazione di Gerusalemme, deve leggere “The battle for Jerusalem” di Abraham Rabinovich, uno storico e giornalista israeliano che ne fu testimone oculare. Rabinovich è famoso per i suoi libri che analizzano nei dettagli alcuni momenti chiavi della storia militare recente di Israele: oltre alla conquista della città vecchia di Gerusalemme, la guerra del Kippur e l’impresa che permise alla marina israeliana di impadronirsi di cinque piccole navi militari pagate ma bloccate dal governo francese nel porto di Cherbourg in Normandia. Ha scritto poi dei libri importanti sulla storia recente di Gerusalemme, una biografia del mitico sindaco Teddy Kollek, una ricostruzione della riunificazione politica ed economica della città, negli anni successivi alla sua liberazione. “Shalom” ha intervistato Rabinovich in occasione di Yom Yerushalaim, il cinquataquattresimo anniversario della liberazione della città.

- Il sottotitolo del suo libro parla della liberazione di Gerusalemme come di una "conquista involontaria". Perché non fu intenzionale? Il governo israeliano non si aspettava un attacco in Giordania?
   Quando Nasser iniziò a spostare il suo esercito nel Sinai alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni, Israele si mobilitò e si preparò per una difficile guerra con l'Egitto. Sperava che la Giordania ne rimanesse fuori. Quando l'aviazione israeliana realizzò il suo attacco preventivo alle basi aeree egiziane la mattina del 5 giugno, il primo ministro Eshkol inviò un messaggio al re Hussein di Giordania tramite le Nazioni Unite dicendo che Israele non avrebbe mosso guerra alla Giordania se la Giordania a sua volta non lo avesse attaccato.

- Dunque nei piani israeliani a Gerusalemme non avrebbero dovuto esserci la guerra.
   Innanzitutto mancavano i mezzi. Moshe Dayan disse al generale che comandava il fronte di Gerusalemme che avrebbe dovuto resistere a tutti i possibili attacchi solo con le forze che aveva già a disposizione. Infatti l'esercito era impegnato nelle battaglie del Sinai e nessuna assistenza poteva essergli assicurata per Gerusalemme. Due ore dopo l'artiglieria giordana ha aperto il fuoco sulla Gerusalemme israeliana. Il comando militare israeliano tuttavia ordinò alle sue unità di prima linea a Gerusalemme di limitare la loro reazione per non provocare un'ulteriore escalation. Il fuoco dei fucili doveva essere risposto con il fuoco dei fucili, il fuoco delle mitragliatrici con le mitragliatrici, ecc. La speranza era che Hussein si accontentasse di un "saluto" dimostrativo di artiglieria che gli avrebbe reso onore tra la sua stessa gente. Tuttavia, i bombardamenti aumentarono. Ma nel pomeriggio la situazione strategica nel Sinai era cambiata radicalmente: i carri armati israeliani con supporto aereo stavano respingendo l'esercito egiziano.

- E quindi diventò possibile per Israele assumere un atteggiamento più attivo a Gerusalemme?
   Sì, la nuova situazione permise allo Stato Maggiore di annullare i piani per lanciare una brigata di paracadutisti dietro le linee egiziane e inviarla invece a Gerusalemme. La missione che le fu assegnata era quella di soccorrere la guarnigione israeliana di 120 uomini sul Monte Scopus, dove già allora c’era l’università ebraica, ma che era in quel momento un'enclave israeliana dietro le linee giordane. La svolta avvenne durante la notte in un'aspra battaglia ad Ammunition Hill, sul versante occidentale di Monte Scopus, a nord di Gerusalemme.

- Si puntava alla conquista della Città Vecchia?
   Il pensiero del governo era cambiato. L'Egitto era chiaramente sulla via della sconfitta. Così erano le forze giordane a Gerusalemme. I paracadutisti erano posizionati su linee che potevano permettere di prendere la Città Vecchia, cosa che non era nemmeno stata presa in considerazione quando è scoppiata la guerra. In un'accesa riunione di gabinetto diversi ministri si opposero all'idea, principalmente da parte del Partito nazionale religioso, che allora era molto prudente. Dicevano che portare i luoghi santi cristiani a Gerusalemme sotto il dominio ebraico avrebbe provocato una diffusa opposizione internazionale, in particolare dal Vaticano ma anche dalle nazioni occidentali. Tuttavia, la maggioranza ritenne che lo Stato Ebraico non poteva evitare di prendere il Muro Occidentale e il sito della biblica Gerusalemme. Quarantotto ore dopo i primi colpi di arma da fuoco, Israele era in possesso di tutta Gerusalemme, cosa che nemmeno i più nazionalisti avevano immaginato accadesse all'inizio della guerra.

- Il governo temeva le reazioni del mondo musulmano?
  No, avevano paura della reazione del mondo cristiano.
  
- Subito dopo la liberazione una bandiera israeliana fu issata sul Monte del Tempio. Poi si decise di ammainarla e di affidare di nuovo la gestione dell’area del Tempio a una fondazione islamica legata alla Giordania. Chi prese queste decisioni e perché?
  Il ministro della Difesa Moshè Dayan ordinò la rimozione della bandiera dopo che era stata innalzata dai paracadutisti. Era un atto da statista, volto a evitare provocazioni inutili. Allo stesso modo, si è prestata attenzione a non offendere le varie comunità cristiane.

- Lei ha scritto un libro su Teddy Kollek. Qual è stato il tuo contributo più importante alla costruzione dell'odierna Gerusalemme?
  Kollek era un visionario, animato da una grande forza civilizzatrice. Ha costruito musei, teatri e altre istituzioni culturali. Ha sostenuto che gli arabi e gli ebrei alla fine avrebbero imparato a vivere insieme.

- Le statistiche mostrano che la maggioranza ebraica a Gerusalemme si sta erodendo, anche perché il territorio della città comprende molti villaggi arabi. Pensa che ci sia un rischio per il possesso ebraico di Gerusalemme?
   La rivendicazione della sovranità di Israele su tutta Gerusalemme non è seriamente messa in discussione, almeno per il momento, il che non significa che sia accettata politicamente. La maggior parte dei paesi ha le proprie ambasciate a Tel Aviv, non a Gerusalemme. La maggioranza ebraica si sta lentamente erodendo ma una crisi in questo campo è tutt’altro che imminente.

(Shalom, 10 maggio 2021)


Le storie ritrovate delle partigiane ebree che fecero la Resistenza

Un saggio uscito negli Usa ricostruisce voci e volti al femminile. Tutto comincia con la scoperta di un manoscritto in yiddish alla British Library di Londra.

di Enrico Franceschini

LONDRA — «Come pecore al macello », un’espressione derivata dalla Bibbia, è diventato un mito da sfatare. Si riferisce all’idea che gli ebrei si sarebbero lasciati portare passivamente allo sterminio durante l’Olocausto e di conseguenza andrebbero parzialmente considerati responsabili delle proprie sofferenze. Abba Kovner, uno dei leader della Resistenza ebraica nel ghetto di Vilnius, più tardi animatore di un movimento clandestino per vendicarsi della Shoah uccidendo ex-criminali nazisti in giro per l’Europa, e in seguito pluripremiato poeta, la citava spesso per indurre i suoi partigiani all’azione contro i tedeschi durante la Seconda guerra mondiale.
    Nei primi anni di esistenza di Israele, c’era chi la usava per demonizzare i sopravvissuti ai lager. Al di fuori dello Stato ebraico, la frase è entrata nei luoghi comuni dell’antisemitismo. Per smentirla dovrebbe bastare la rivolta del ghetto di Varsavia, in cui 13 mila ebrei morirono nei combattimenti contro i soldati del Terzo Reich. Nel 2008 un film con Daniel Craig, per una volta fuori dal ruolo dell’agente 007, Defiance – I giorni del coraggio, tratto dal libro Defiance. Gli ebrei che sfidarono Hitler di Nechama Tec (Sperling & Kupfer), ha rivelato al grande pubblico la guerriglia organizzata da due fratelli ebrei polacchi contro il nazismo nelle foreste della Bielorussia. Ma c’è ancora molto da fare, perlomeno in Occidente, per capovolgere il persistente stereotipo degli ebrei visti come agnelli sacrificali. Un libro che esce in questi giorni negli Stati Uniti, The Light of Days: the Untold Story of Women Resistance Fighters in Hitler’s Ghettos (La luce dei giorni: la storia mai raccontata delle donne combattenti nei ghetti di Hitler), fa affiorare uno dei risvolti più eroici della Resistenza ebraica. E anche questo è in procinto di arrivare al cinema o sugli schermi di Netflix: Steven Spielberg, il regista di Schindler’s List e Munich, ne ha già comprati i diritti.
    Tutto comincia dal casuale ritrovamento da parte di Judy Batalion, 44enne storica ebrea canadese di origine polacca, di un manoscritto in yiddish alla British Library di Londra. «Erano 175 pagine di resoconti sulle donne ebree che avevano combattuto contro il nazismo », dice l’autrice al quotidiano israeliano Haaretz. Grazie alla sua conoscenza della lingua, lo ha dapprima tradotto in inglese, cercandovi ispirazione per un romanzo. Ben presto si è accorta che la storia vera sarebbe stata più romanzesca di qualsiasi fantasia e ha deciso di farne la base per anni di ricerche e interviste sul campo con superstiti o familiari delle vittime. Il risultato è un libro che, commenta Haaretz, sembra una versione realistica del film di Tarantino Bastardi senza gloria, in cui però le protagoniste sono tutte femminili. C’è Hannah Szenes, che lascia Gerusalemme per farsi paracadutare in Jugoslavia dove allaccia rapporti con i partigiani di Tito allo scopo di aiutare gli ebrei ungheresi destinati ad Auschwitz: catturata dai nazisti sulla via di Budapest, viene torturata senza rivelare alcuna informazione, condannata a morte e fucilata, rifiutando di essere bendata per guardare in faccia il plotone di esecuzione. C’è Bela Hazan, una intrepida ebrea di 19 anni che si fa assumere nell’ufficio della Gestapo per poter trasmettere informazioni, denaro e armi ai combattenti del movimento sionista giovanile Dror in Polonia. C’è Zivia Lubetkin, una ventenne che gioca un ruolo chiave nella rivolta del ghetto di Varsavia come membro dell’Organizzazione Combattente Ebraica. «Alcune di loro, finita la guerra ed emigrate in Israele, non hanno voluto più parlare di una parte così dura e dolorosa della propria vita », racconta l’autrice. «Altre avevano un tremendo senso di colpa per essere sopravvissute. Ma è una storia che andava raccontata » .

(la Repubblica, 10 maggio 2021)


Gerusalemme. Scontri e microterrorismo

di Ugo Volli

Succede tutti gli anni. Al di là del suo significato religioso, il Ramadan, “mese sacro” per i musulmani, è il momento in cui si concentra il terrorismo islamista e in Israele sono più numerosi attentati, scontri, manifestazioni arabe violente. Quest’anno gli scontri sono stati particolarmente intensi e numerosi, anche se con un bilancio delle vittime abbastanza limitato. Gli scontri più massicci sono avvenuti venerdì e sabato sera sul Monte del Tempio, dov’erano concentrate alcune decine di migliaia di fedeli islamici. Al termine delle preghiere molti hanno attaccato la polizia con fuochi d’artificio e pietre che erano state accumulate nella moschea di Al Aqsa. Le forze dell’ordine hanno reagito con mezzi antisommossa non letali, come gas lacrimogeni e granate acustiche. Vi sono stati molti arresti e centinaia di feriti e contusi. Altri scontri sono avvenuti nella città vecchia, a Hebron, nei quartieri arabi intorno a Gerusalemme. Nei giorni precedenti vi era stato anche un attacco con armi da fuoco da un’automobile contro studenti ebrei a una fermata dell’autobus (uno purtroppo è morto e un altro è grave, l’attentatore è stato catturato, l’attentato è rivendicato da Al Fatah, come non accadeva da anni). Vi è stato anche il tentativo di un attacco, sempre con armi da fuoco, a un posto di polizia: due degli assalitori sono rimasti sul terreno. Non sono mancati i soliti razzi da Gaza e anche di nuovo la diffusione di palloni incendiari. Infine l’aspetto più “innovativo” di questa ondata di microterrorismo è stata la “moda” per gruppi di giovani arabi di andare a caccia di ebrei isolati (di solito charedim) per picchiarli e riprendere l’”impresa” coi cellulari e pubblicarla sui social.
   Bisogna chiedersi il perché di questa intensificazione degli scontri e del microterrorismo. Una prima ragione è che quest’anno la fine del Ramadan coincide con Yom Yerushalaim, l’anniversario della liberazione di Gerusalemme, che i palestinisti non solo lamentano come un lutto, ma rifiutano di riconoscere e vogliono rovesciare. Le manifestazione violente sul Monte del Tempio hanno il senso di ribadire una rivendicazione che è stata avanzata ancora nei giorni scorsi da Giordania e Autorità Palestinese: quel luogo, che è il più santo per gli ebrei ed è sacro anche ai cristiani, per loro dev’essere solo dei musulmani, nessun altro deve metterci piede, non diciamo pregarci.
   Sul piano più profano c’è un’altra coincidenza. In questi giorni sta arrivando alla conclusione la causa relativa a una casa del quartiere di Shimon Hazaddik (in arabo chiamata Sheikh Jarrah) a nordest della città vecchia. E’ un edificio costruito ben prima dello Stato di Israele da ebrei su terreno da loro regolarmente acquistato. I proprietari furono espulsi nella pulizia etnica successiva alla guerra di indipendenza nel ‘48, e la casa fu occupata da arabi. Di fronte alla richiesta di restituzione, gli occupanti prima dissero di essere loro i proprietari, poi si atteggiarono a inquilini, senza peraltro mai pagare l’affitto. Dopo una lunga guerriglia legale, la Corte Suprema sta decidendo lo sfratto, ma questo normale provvedimento giudiziario è stato presentato, in Medio Oriente ma anche negli Usa, come violenta “giudeizzazione” di “Gerusalemme Est” e ha suscitato proteste politiche ma anche di piazza. E’ una logica molto islamista: quel che occupiamo con la forza diventa nostro e se il proprietario vuole riprendersi ciò che è suo è un nemico dell’Islam.
   Vi sono poi ragioni politiche generali. Mohamed Abbas ha appena annullato le elezioni dell’Autorità Palestinese, frustrando la speranza di Hamas di prendere il potere per questa via: un nuovo ciclo di violenza serve a mettere in luce le esitazioni e l’impotenza del vecchio dittatore. Sul Monte del Tempio erano numerose le bandiere di Hamas. E soprattutto a Washington si è insediata l’amministrazione Biden, il cui atteggiamento antisraeliano è chiaro. Gli scontri servono a chiamare gli Usa a condannare Israele fino a metterne in dubbio la legittimità, cosa che molti democratici assai ascoltati alla Casa Bianca appoggiano: Sanders, Warren, Ocasio Cortez.
   Questo quadro internazionale spiega anche le condanne - in realtà piuttosto formali - provenienti da paesi arabi che ci eravamo abituati a considerare schierati con Israele, dall’Egitto all’Arabia agli Emirati Arabi. In realtà sulle rivendicazioni islamiche di Gerusalemme e la “Palestina” questi stati avevano sempre mantenuto la loro vecchia posizione di principio. Ma fin che alla Casa Bianca c’era Trump, prevalevano gli Accordi di Abramo. Ora con Biden al comando, essi si chiedono se allinearsi e cercare un compromesso con l’Iran o restare con Israele e resistere. Scontri e terrorismo servono anche a cercare di riportarli nel fronte antisraeliano. Insomma quel che sta succedendo in questi giorni a Gerusalemme e intorno ad essa non è tanto grave in sé quando come sintomo di una posizione internazionale che sta evolvendo in maniera negativa per Israele, anche in coincidenza con una crisi politica interna tutt’altro che risolta.

(Shalom, 9 maggio 2021)


Sulla Sinagoga di Tripoli le mani delle Milizie Islamiche

Gli Ebrei di Libia lanciano il grido di aiuto per un loro luogo storico che diverrà moschea.

di Carlo Franza

Ha fatto il giro del mondo il grido di aiuto di David Gerbi, psicoanalista e rappresentante dell’Organizzazione mondiale degli ebrei di Libia, per la trasformazione dell’antica sinagoga di Tripoli Sla Dar Bishi in un moderno centro di cultura islamico. Un luogo storico, religioso e antico che sta vivendo quanto è già capitato alla Basilica di Santa Sofia – luogo di culto cattolico- a Istanbul che è ormai divenuta Moschea a tutti gli effetti per volontà del dittatore turco Erdogan – così lo ha anche chiamato il nostro Presidente del Consiglio Mario Draghi-. La recente visita del Presidente del Consiglio Mario Draghi ha riacceso l’attenzione sulle vicende del Paese, e David Gerbi quale rappresentante dell’Organizzazione mondiale degli ebrei di Libia, negli ultimi tre mesi si è impegnato a far luce su qualcosa che sta accadendo in maniera furtiva; da fonti sicure Gerbi ho ricevuto delle informazioni che ne dimostrano la gravità.
   Così si esprime David Gerbi, psicoanalista, rappresentante dell’Organizzazione mondiale degli ebrei di Libia: “Dai filmati e dalle foto inviatemi da persone e diplomatici del posto, dopo vari tentativi a vuoto, appare evidente che nella sinagoga stanno avvenendo dei lavori. Lo scopo l’ho scritto sopra. Visto che adesso non c’è nessun ebreo che vive a Tripoli e visto che il potere è in mano alle autorità locali (leggi: milizie), si è pensato bene di violare la nostra proprietà e la nostra storia. È chiaro l’intento di approfittare del caos e della nostra assenza. La sinagoga è il testamento degli ebrei, di come sono da sempre attaccati alla Torà e alla preghiera, il capitale di 2000 anni di presenza. È impensabile che un nostro luogo sacro sia destinato ad altri scopi. I nostri antenati, sepolti sotto le autostrade a causa della distruzione del cimitero ebraico operata da Gheddafi, piangono per riposare in pace e chiedono giustizia.” Parole dure, parole amare, parole che sconvolgono, parole che dovrebbero smuovere la politica, compresa quella del Paese Italia.
   Capirete che ciò che sta avvenendo è contrario non solo ai principi dell’Unesco ma è anche un insulto alla memoria della storia della Libia. Dentro la sinagoga hanno pregato per decenni molti nonni degli ebrei italiani, tanti antenati e sarebbe il caso che un luogo sacro, religioso, e ricco di cultura si mantenesse con questo status, senza permettere ai libici di trasformare tutto, come è accaduto con Gheddafi che ha tentato di cancellare la presenza degli ebrei, tanto che le sinagoghe sono state trasformate in moschee o in centri di documentazione. È già accaduto con la Sla Dar Serussi, dove oltre a pregare si studiava al centro rabbinico del Talmud Torà. C’erano sinagoghe, cimiteri, mikvaot, centri di studio e tutto è stato distrutto. Oggi poche cose ancora sono in piedi.
   Gli ebrei e i musulmani provengono dalla stessa radice, che è quella del padre comune Abramo, entrambi appartengono alla religione monoteista, e il profeta Maometto ha raccomandato di rispettare l’ebraismo. Dice David Gerbi: “I libici non si rendono conto che così facendo si pongono in continuità con quanto avviato da Gheddafi: un’opera di cancellazione non soltanto della storia degli ebrei di Libia, ma anche di parte della storia stessa della Libia di cui gli ebrei, pur come minoranza, sono stati parte. La comunità ebraica libica ha contribuito attraverso la cultura, l’arte, la tradizione, il commercio, l’innovazione, l’imprenditorialità, l’artigianato, il folklore e anche l’architettura”.
   E’ stato l’ingegnere Jack Arbib, in una interessante conferenza a svelare che la sinagoga Sla Dar Bishi è stata progettata da un ebreo italiano nato a Tripoli, Umberto Di Segni, figlio del professor Vittorio Di Segni che insegnava nelle scuole italiane. L’architetto Di Segni era stato incaricato dal governo italiano di progettare una sinagoga “decorosa”, che venne costruita ispirandosi al Tempio Maggiore di Roma. La nuova sinagoga diventò il luogo “di prestigio” per accogliere le personalità ufficiali. Infatti venne visitata da Italo Balbo, dal Principe Umberto, da Mussolini, da Vittorio Emanuele III re e poi imperatore di Italia. I fascisti volevano lasciar trasparire quanto fossero buoni con gli ebrei.
   E’ storia contemporanea accertata che Gheddafi, dopo aver preso il potere con un colpo di stato il 1 settembre 1969, ha vietato agli ebrei di rientrare in Libia anche solo per vendere i propri beni o per visitare il loro paese di origine, ha inoltre confiscato i beni individuali e collettivi. Il motivo principale fu la sconfitta dei paesi arabi e la vittoria di Israele dopo la guerra dei sei giorni del 1967 (Gheddafi era stato un grande ammiratore di Nasser, il leader egiziano). Per lui gli ebrei di Libia erano “colpevoli” e “complici del regime sionista che opprime i palestinesi”. In realtà si impossesso dei beni degli ebrei e non dette mai nulla ai palestinesi. Ha solo strumentalizzato la loro storia per demonizzare Israele e impossessarsi in maniera illegittima delle proprietà degli ebrei libici e continuare a restare al potere terrorizzando gli stessi cittadini libici residenti in Libia. Chi si opponeva veniva giustiziato o doveva scappare all’estero ( questi, poteva venir scoperto e ucciso attraverso i “suoi inviati della morte”, come venivano chiamati questi ambasciatori).
   Sappiamo che un popolo vive della propria storia, della sua cultura, ma anche di monumenti, di architetture, delle proprie tradizioni, della propria lingua e del proprio folklore. All’epoca di Gheddafi le sinagoghe sono state trasformate in moschee, ma anche la grande cattedrale di Tripoli ha subito la stessa sorte. Sia a Tripoli che a Bengasi e in altre città i cimiteri sono stati distrutti a trasformati in autostrade oppure semplici piazze, sotto le quali riposano i morti senza pace. Adesso sta avvenendo questa mostruosità con questa trasformazione della sinagoga in moschea, una nuova ingiustizia a distanza di 54 anni. Le autorità locali della città vecchia di Tripoli, “Medina Cadima”, stanno operando in maniera segreta e non è dato a nessuno di entrare all’interno per monitorare la situazione.
   L’Organizzazione mondiale degli ebrei di Libia chiede di fermare immediatamente questa trasformazione e di lasciare intatta la sinagoga di Tripoli con la speranza che un giorno possa essere restaurata. Non esistono ebrei in Libia adesso, ma ciò non significa che in un futuro di pace e sicurezza gli ebrei di Libia o gli ebrei discendenti di ebrei di Libia non possano tornare a visitare le loro radici e le radici dei propri cari, pregare nella sinagoga e pregare per i cari sepolti sotto i palazzi, sotto le piazze e sotto le autostrade.
   In una regione travagliata da conflitti interreligiosi, l’Italia, l’Onu e l’Ue devono esigere la creazione di un clima diverso per quanto riguarda la libertà di religione oltre ad ottenere specifiche garanzie sulla tutela dei luoghi di culto. L’Organizzazione mondiale degli ebrei di Libia esprime preoccupazione per la sorte della sinagoga di Tripoli e teme che si perda un luogo riconosciuto dall’Unesco, costruito dall’architetto italiano Di Segni, che è l’eredità ebraica in Libia, legata a doppio filo all’Italia. Osserva David Gerbi: “ Bisogna prendere esempio dalla straordinaria dinamica dei Patti di Abramo, siglati tra Israele e sei Stati arabi. Siamo in una geopolitica che ha cambiato non solo marcia. L’Italia e l’Ue avrebbero grandi interessi ad andare in questa direzione, creando una nuova dinamica in varie regioni e riportando un clima di benessere, pace, sicurezza e stabilità nel Mediterraneo. La sinagoga Dar Bishi è un capitale storico di grande portata e mantenendolo intatto, e magari aggiungendo nel retro una parte dedicata a un museo, saranno per primi i libici a guadagnarne. Chissà se sta cambiando qualcosa dopo tanta ingiustizia che non è mai andata in prescrizione. Preferisco avere fede in D.O e fiducia nella trasformazione; come ha detto David Ben Gurion, “chi non crede nei miracoli non è realista”. Il tempo lo dirà”.

(il Giornale, 8 maggio 2021)


Pietro Nenni, un socialista al fianco d’Israele

A 130 anni dalla nascita del leader socialista, un ritratto e un ricordo. Quando la Sinistra e Israele viaggiavano sullo stesso binario della storia e gli ideali non erano ancora stati uccisi dalle ideologie. Nenni e Golda Meir, un’amicizia basata sul rispetto e sul ricordo di quella figlia morta ad Auschwitz …

di Nathan Greppi

Quando, nel 1967, Israele vinse la Guerra dei Sei Giorni, la sinistra italiana e occidentale mutò radicalmente il suo approccio nei confronti del piccolo Stato mediorientale: i vari partiti comunisti sparsi per l’Europa, che per anni avevano esaltato il socialismo dei kibbutz e osteggiato i Paesi arabi durante la Guerra d’Indipendenza del ’48, stabilirono da un giorno all’altro che Israele era un Paese colonialista solo perché era ciò che esigeva l’Unione Sovietica. Anche la sinistra italiana non fu da meno in questo, seppur con alcune eccezioni che meritano di essere ricordate: una di queste era Pietro Nenni, che dopo la guerra fu segretario del Partito Socialista dal 1949 al 1963, e subito dopo Vicepresidente del Consiglio dei Ministri dal 1963 al 1968.
  A 130 anni dalla sua nascita, avvenuta nel 1891, vale la pena di ricordare la coerenza con la quale quest’uomo, in un contesto politico dove i voltafaccia e l’opportunismo sono la regola, rimase un sostenitore delle ragioni dello Stato Ebraico fino alla fine, senza mai conformarsi alle posizioni filo-palestinesi che all’epoca erano maggioritarie sia tra i comunisti sia tra i democristiani
   Una storia, la sua, che riemerge chiaramente in un libro quasi introvabile, Nenni e Israele, una raccolta di scritti tratti dai suoi diari curata nel 1984 dai giornalisti Daniele Moro e Alberto Turati. Il volume, che all’epoca venne pubblicato in allegato al mensile ebraico Il Centro, è suddiviso in due parti: la prima, curata da Moro, raccoglie tutti capitoli dei suoi diari, tra il 1943 e il 1971, in cui parla di Israele e degli ebrei. La sua vicinanza al mondo ebraico era anche dovuta al fatto che la figlia Vittoria era morta ad Auschwitz, in quanto aveva preso parte alla Resistenza in Francia; a causa di questo tragico evento, Nenni si sentì sempre vicino agli ebrei, tanto che, durante una sua visita in Israele, avvenuta nel maggio 1971, si tenne una cerimonia in onore di sua figlia. Inoltre, all’epoca molti ebrei militavano nel PSI, tanto che tra gli uomini più fidati di Nenni vi era Giorgio Gangi, membro della Comunità Ebraica di Milano che del Partito Socialista fu segretario regionale per la Lombardia e deputato per tre legislature.
   Per quanto riguarda invece il suo rapporto con lo Stato Ebraico, il primo scritto in cui ne parla risale al 17 gennaio 1956, quando raccontò di come l’allora Ministro dello Sviluppo israeliano Mordechai Bentov (che Nenni chiamava con rispetto “compagno Bentov”, come fece con tutti i socialisti israeliani con cui ebbe rapporti) gli chiedeva di intercedere con i sovietici per chiedere loro di non armare ulteriormente l’Egitto di Nasser. Tuttavia, qualche mese dopo, in seguito all’invasione sovietica dell’Ungheria, Nenni ruppe i rapporti sia con l’URSS che con i comunisti italiani, che prendevano ordini da Mosca. Questa divisione si acuì a seguito della Guerra dei Sei Giorni, dopo la quale il PCI rinnegò il suo vecchio sostegno allo Stato Ebraico, mentre Nenni rimase fedele ai propri principi, condannando il desiderio del mondo arabo di distruggere Israele. Ciò gli costò numerosi attacchi da parte dei suoi ex-alleati comunisti, che lo accusarono di volere la guerra con gli arabi.
   La seconda parte del libro, curata da Turati, raccoglie discorsi tenuti da Nenni nel corso di varie conferenze in giro per l’Italia: in una di queste, tenutasi a Pisa il 26 maggio 1967, disse che se da un lato lo sforzo degli arabi di liberarsi dal colonialismo europeo andava sostenuto, dall’altro lato “la guerra contro Israele non ha nulla di comune con l’anticolonialismo. A sua volta, lo Stato Israeliano sta portando avanti una esperienza politica e sociale in cui si fondono gli ideali di Democrazia e di Socialismo, e che sono non una minaccia ma, semmai, un esempio”.
   Dopo la morte di Nenni, avvenuta nel 1980, anche il Partito Socialista cambiò posizione su Israele e i paesi arabi, in particolare sotto la guida di Bettino Craxi; anche per questo Gangi, nel 1988, affermò che il PSI “ha fatto fuori i dirigenti ebrei.” A tal proposito, il libro contiene numerose foto delle visite di Nenni in Israele; in alcune di queste, era accompagnato proprio da un giovane Craxi, all’epoca suo assistente, che si faceva fotografare nei luoghi simbolo delle vittorie militari d’Israele, salvo cambiare approccio anni dopo e tradire i valori del suo mentore. Il libro fu distribuito da Daniele Moro e altri militanti clandestinamente nel corso di uno dei tanti convegni del Partito Socialista dove Craxi, all’apice del successo, si circondava di fedelissimi che non osavano contraddirlo. In tal modo, i socialisti rimasti filoisraeliani sfidarono apertamente il loro stesso capo, rinfacciandogli il suo opportunismo.
   Il contesto politico attuale è totalmente diverso da quello della Guerra Fredda: per ironia della sorte, gli stati arabi si stanno sempre più avvicinando a Israele contro un paese, l’Iran, che un tempo era alleato degli israeliani; il PD, erede sia del Partito Comunista Italiano che della Democrazia Cristiana, è molto meno ostile a Israele dei suoi predecessori; mentre i socialisti, dopo Mani Pulite, sono confluiti perlopiù in Forza Italia. Quanto alla politica israeliana, da oltre quarant’anni è molto più spostata a destra rispetto ai tempi di Nenni. Sebbene il contesto attuale sia molto più favorevole per i sostenitori d’Israele, è bene ricordare coloro che, con coraggio, ne hanno sostenuto le ragioni anche quando erano soli in questa battaglia.

(Bet Magazine Mosaico, 9 maggio 2021)


Israele, al via oggi la più grande esercitazione militare di tutti i tempi

Le manovre dureranno per un mese e avranno come obiettivo quello di verificare la tenuta dell'esercito israeliano in caso di conflitto.

Le forze di difesa israeliane (IDF) hanno lanciato questa domenica la più grande esercitazione della loro storia, stando a quanto riferito da Kan News. Per un intero mese, la massiccia esercitazione chiamata "Carri di Fuoco" vedrà l'esercito, la marina e l'aeronautica israeliani impegnati in scenari di combattimento e di emergenza in tutte le regioni. Per la prima volta da quando è stato fondato l'esercito israeliano, le forze simuleranno un "mese di guerra" per aumentare, secondo quanto riferito, la prontezza dell'IDF. Le esercitazioni coinvolgeranno le forze dell'IDF sia regolari che di riserva di tutti i comandi. Inoltre, a "Carri di Fuoco" parteciperanno il Ministero della Difesa, l'Autorità Nazionale di Emergenza, il Ministero degli Affari Esteri e altri organi di sicurezza.

Mentre l'esercitazione metterà in pratica una manovra ampia e sincronizzata nelle “profondità del territorio nemico”, si concentrerà anche sul funzionamento sia all'interno dell'IDF che tra le organizzazioni, coinvolgendo il Fronte interno e l'assistenza civile.

All'ordine del giorno delle esercitazioni figurano anche operazioni per lo spegnimento di incendi e manovre nei centri abitati.

Stando a quanto si apprende, il capo di stato maggiore israeliano Aviv Kohavi ha deciso di procedere con i piani per condurre le esercitazioni "Carri di Fuoco" nonostante le tensioni registrate in questi giorni a Gerusalemme, nel sud e nel nord del Paese.

Hezbollah in allerta
   In vista delle esercitazioni annunciate, secondo Kan News, il gruppo Hezbollah ha aumentato in maniera significativa le sue attività di sorveglianza nel Libano meridionale e nella Siria.

l livello di allerta è il più alto dalla seconda guerra in Libano nel 2006, secondo fonti citate dal quotidiano libanese El-Nashra.

Le tensioni a Gerusalemme
   Durante il mese sacro islamico del Ramadan, la città di Gerusalemme ha visto tensioni tra ebrei e arabi, con i palestinesi che hanno detto che la polizia israeliana avrebbe impedito loro di riunirsi per le serate del Ramadan nell'area della Porta di Damasco. Tel Aviv ha limitato l'accesso ai siti sacri, a causa delle restrizioni legate al coronavirus.
    Una ondata di proteste palestinesi ha avuto inizio in Israele dopo che le forze armate dell'IDF hanno effettuati degli attacchi su Gaza in risposta ai lanci di razzi verso il territorio dello stato ebraico.
    Negli ultimi due giorni si è assistito a pesanti scontri tra la polizia israeliana e i manifestanti palestinesi, con un bilancio di oltre 300 feriti.

(Sputnik Italia, 9 maggio 2021)


Milizie, compagnie private e associazioni religiose: così l'Iran ha conquistato la Siria

Ha un ruolo militare nel Paese già dal 2013. Ma ora Teheran ha iniziato a pensare ad una presenza a lungo termine. Un'influenza anche sociale, politica ed economica.

di Gabriella Colarusso

All'alba del 5 maggio scorso, mentre a Vienna erano in corso i preparativi per un nuovo round di negoziati indiretti sul nucleare iraniano, i siriani hanno dichiarato di aver abbattuto diversi missili israeliani durante un raid sulla città portuale di Latakia, in una zona vicino a una base militare aerea russa.
    Israele non ha commentato l'accaduto, come spesso succede con le operazioni militari, ma lo strike di maggio non è stato un episodio isolato. Negli ultimi due anni, Tel Aviv ha intensificato la sua campagna di raid aerei contro obiettivi legati all'Iran all'interno della Siria, centri di ricerca per lo sviluppo di armi, depositi di munizioni e convogli militari. A dicembre del 2020, il capo di Stato maggiore dell'esercito israeliano, il generale Aviv Kochavi, ha dichiarato che solo nel 2020 Israele ha condotto più di 500 strike aerei che hanno "rallentato il radicamento dell'Iran in Siria".
    Una delle prime operazioni militari ordinate dal presidente americano Joe Biden, nello scorso febbraio, fu un attacco aereo nella Siria orientale contro edifici appartenenti a quelle che, secondo il Pentagono, erano milizie sostenute dall'Iran responsabili di attacchi contro il personale americano e alleato in Iraq.

LA RETE DELLE MILIZIE
   Sebbene Bashar al Assad rivendichi la vittoria nella guerra civile siriana, che ha fatto più di 500mila morti e 12 milioni di sfollati, la Siria resta un Paese diviso, in cui solo il 15% dei confini è in mano all'esercito siriano e in cui si continuano a combattere diversi conflitti regionali e internazionali per procura. La Turchia è schierata a protezione dei suoi interessi nell'ultima grande area rimasta sotto il controllo dei ribelli, la regione di Idlib. La Russia, dopo l'intervento del 2015, è la principale forza militare aerea a sostegno del regime di Assad, controlla porti e basi militari. L'Iran - il cui intervento nel conflitto insieme a quello dei russi ha consentito ad Assad di prevalere militarmente - è in Siria per restarci a lungo.
    Gli iraniani hanno avuto un ruolo militare fin dal 2013 soprattutto su alcuni fronti, nella regione di Deir Ezzor, nell'est del Paese, e ad Aleppo, ma a partire dal 2017 la strategia è cambiata. "Teheran ha cominciato a pensare a una presenza di lungo termine", ci dice Navvar Saban, analista militare dell'Omran Center for Strategic Studies specializzato sulla Siria. Sotto la guida dei comandanti delle Irgc, i Guardiani della rivoluzione, Teheran ha formato una serie di milizie straniere, pakistane, afghane, come la brigata Fatemiyoun che sono state centrali per prevalere nei combattimenti sul terreno - sia contro l'Isis che contro i gruppi ribelli - e una serie di milizie locali sciite, "chiamate local defences forces, che ora sono state in gran parte integrate nell'esercito siriano, per rafforzare una presenza militare di lungo termine".
    Prima del 2020, l'Iran "offriva alle milizie buoni salari, ogni combattente della Fatemiyoun riceveva anche dai 450 ai 700 dollari al mese. Poi a causa della crisi economica i pagamenti sono stati ridotti soprattutto alle milizie locali, si arriva tra gli 80 e i 200 dollari a combattente", spiega Saban.

SERVIZI E ASSISTENZA: IL MODELLO HEZBOLLAH
   Ma l'influenza iraniana in Siria non è soltanto militare è anche sociale, economica e politica. Grazie a una legge voluta dal governo di Assad nel 2013, che permetteva alle compagnie private di essere finanziate anche da cittadini di nazionalità straniera, gli iraniani hanno investito in alcune compagnie di sicurezza private e hanno dato vita a una rete di associazioni che forniscono servizi sanitari, di istruzione, sul modello di quello che Tehran ha sviluppato fin dagli anni Ottanta con il movimento paramilitare Hezbollah in Libano, diventato una forza sociale e un partito politico molto forte in Parlamento. "Gli iraniani in Siria costruiscono scuole, piccole cliniche, anche alcune università nelle zone di loro influenza, fornendo alle persone servizi che non hanno in un Paese devastato dalla guerra", conclude l'analista. Uno dei bracci operativi più importanti di questa strategia sono le fondazioni religiose caritatevoli, la più ricca è la Jihad al Bina organization, che ha le basi tra Aleppo e Deir Al Zour.
    "Dopo la riconquista di Aleppo l'Iran ha tirato il fiato e ha cominciato a giocare un ruolo più politico e diplomatico nella crisi siriana anche con il processo di Astana", spiega Hamidreza Azizi, analista iraniano del berlinese German Institute for International and Security Affairs. La Siria è un partner fondamentale per l'Iran. Damasco fu l'unica capitale araba a schierarsi con Teheran durante la guerra con l'Iraq, è da decenni un alleato storico, ma è anche un tassello centrale in quella che gli iraniani chiamano la strategia della profondità strategica - di penetrazione regionale in funzione anti-israeliana, "una strategia il cui asse più importante è Hezbollah".

(la Repubblica, 9 maggio 2021)


Parigi in piazza per Sarah contro le ombre antisemite

di Leonardo Martinelli

Sarah Halimi fu svegliata nella notte, all'improvviso. Lei, 65 anni, vedova ebrea, religiosa, direttrice di un asilo nido in pensione, visse un calvario di una trentina di minuti prima di morire. Kobili Traoré, 27 anni, musulmano, francese originario del Mali, urlava e la picchiava: lei che, nel suo quartiere di Belleville, era conosciuta come una persona mite e servizievole. Traoré viveva al piano di sotto di quel palazzo di alloggi popolari, con la sua famiglia: un giovane strano, già condannato sei volte, che carburava a cannabis, almeno una quindicina di canne al giorno. Frequentava la moschea del vicinato, di un rigorismo sospetto. Mentre picchiava la povera Sarah, gridava «Allah Akbar» e declamava versetti del Corano. La polizia, chiamata dal vicinato, era già sul posto, ma esitò a entrare nel palazzo. Lo fece solo dopo che Traoré aveva gettato la donna dalla finestra, dal terzo piano: probabilmente era già svenuta. Lui proclamò di avere ucciso «il demone del quartiere». L'ebrea.
    Era il 4 aprile 2017 e questo fatto di cronaca nera, in piena città, a Parigi, venne inizialmente sottovalutato. Traoré fu ricoverato in un ospedale psichiatrico e da allora non ne è più uscito. La famiglia della donna riuscì, comunque, a far riconoscere l'aggravante dell'antisemitismo. Ma nel dicembre 2019 la Corte d'Appello dichiarò l'aggressore penalmente irresponsabile, perché in preda a una psicosi delirante acuta, dovuta all'assunzione di cannabis. La sentenza si basava su un articolo del codice penale (122-1), per cui non è perseguibile dal punto di vista penale chi soffra, al momento del reato, di un disturbo psichico o neuropsichico, che annulli la capacità di discernimento. Ebbene, la decisione è stata confermata il 14 aprile scorso dalla Cassazione: Traoré in carcere non ci andrà mai. Ma l'opinione pubblica non arriva ancora a digerire la vicenda. Il 25 aprile più di 20 mila persone hanno protestato per le strade di Parigi. E altre manifestazioni sono state organizzate in Francia e all'estero, perfino a Roma, dinanzi all'ambasciata di Francia. Lo stesso presidente, Emmanuel Macron, ha chiesto di cambiare la normativa e il ministro della giustizia Eric Dupond-Moretti presenterà un progetto di legge. Intanto la famiglia di Sarah ha deciso di fare appello pure ai tribunali israeliani. No, la storia non finirà qui.

(La Stampa, 9 maggio 2021)


Scontri a Gerusalemme: centinaia di feriti per i palestinesi sfrattati

Sulla Spianata delle moschee la rivolta degli sgomberati provoca la risposta della polizia.
 

Medicate 169 persone
Prima le preghiere, poi gli scontri. Aperto persino un ospedale da campoPer il Jerusalem Day
Usa e Ue preoccupate. E domani potrebbe scatenarsi un'altra guerra


di Chiara Clausi

Sale la tensione a Gerusalemme sulla Spianata delle Moschee, Monte del Tempio per gli ebrei. Sono stati violenti gli scontri tra polizia e manifestanti palestinesi. La maggior parte delle persone - quasi duecento - è stata ferita nella moschea di Al-Aqsa, dove la polizia israeliana ha sparato proiettili di gomma e granate assordanti mentre i palestinesi lanciavano pietre e bottiglie. Tutto è degenerato perché decine di dimostranti sono rimasti sul posto al termine delle preghiere ed hanno cominciato a protestare contro gli sfratti di famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh J arrah, nella parte est della città. Gli agenti di polizia hanno chiuso la porta di Damasco nella città vecchia. Il bilancio è di 163 palestinesi e sei agenti di polizia rimasti feriti negli scontri, che, inizialmente concentrati sulla Spianata delle Moschee si sono poi estesi a tutta la città. Un video pubblicato da Kan News mostra fedeli che sventolano bandiere di Hamas sul monte. É stato aperto pure un ospedale da campo per curare l'elevato numero di feriti.
    Il complesso della moschea di Al-Aqsa nella Città Vecchia di Gerusalemme è uno dei luoghi più venerati dell'Islam, ma si trova anche nel sito più sacro del giudaismo, noto come Monte del Tempio. Questo luogo-simbolo è un punto dove si scatenano di frequente atti di violenza. Gli ultimi sono cominciati venerdì sera dopo che migliaia di persone si erano radunate lì per celebrare l'ultimo venerdì del mese sacro del Ramadan. La polizia israeliana sostiene di aver usato la forza per «ristabilire l' ordine» a causa della «rivolta di migliaia di fedeli» dopo le preghiere serali. «Israele sta agendo in modo responsabile per mantenere la legge e l'ordine a Gerusalemme, proteggendo il diritto al culto nei luoghi sacri», ha precisato subito Benjamin Netanyahu.
    Non sono tardate ad arrivare anche le reazioni internazionali. Una portavoce del Dipartimento di Stato Usa ha detto che Washington è «profondamente preoccupata per l'accresciuta tensione». L'Unione europea ha condannato le violenze e ha affermato che «gli autori di ogni parte devono essere ritenuti responsabili dei disordini». Il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, Tor Wennesland, ha esortato tutte le parti a «rispettare lo status quo dei luoghi santi nella Città Vecchia di Gerusalemme» L'Onu ha precisato che Israele dovrebbe sospendere qualsiasi operazione di sfratto e impiegare «la massima moderazione nell'uso della forza». Il presidente palestinese Abu Mazen ha invece accusato Israele di essere «responsabile degli sviluppi pericolosi e degli attacchi in corso» a Gerusalemme e «delle relative conseguenze». Ha poi invitato «la comunità internazionale ad assumersi tutte le sue responsabilità per fermare l' aggressione contro i palestinesi».
    Ma la tensione è già da un po' che sta crescendo. In Cisgiordania: due palestinesi sono stati uccisi venerdì dopo aver sparato contro una base militare israeliana. All'inizio della settimana, un uomo palestinese armato ha ucciso uno studente religioso israeliano e un adolescente palestinese è stato ammazzato in scontri con le forze israeliane che gli davano la caccia. Ma c'è profonda preoccupazione anche per quello che potrebbe accadere lunedì. La Corte Suprema di Israele dovrebbe tenere un'udienza sul caso Sheikh Jarrah proprio mentre gli israeliani celebrano il Jerusalem Day. La celebrazione annuale della presa dell'est della città durante la guerra del 1967. Durante la celebrazione si assiste a una marcia con la bandiera nella Città Vecchia che in passato molto spesso porta a scontri con i palestinesi locali.
    Israele ha occupato Gerusalemme Est dalla guerra del 1967 e considera l'intera città sua capitale. I palestinesi però rivendicano Gerusalemme Est come la loro futura capitale di uno stato indipendente.

(La Stampa, 9 maggio 2021)

 

*



Non sono palestinesi, sono arabi violenti di cui nessuno si prende la responsabilità

Il problema dei cosiddetti “palestinesi” deve tornare ad essere arabo non israeliano

di Franco Londei

Smettiamola con la manfrina dei “poveri palestinesi”, primo perché poveri non lo sono o, almeno, non lo dovrebbero essere vista la quantità di miliardi di dollari che ogni anno il mondo spende per questi arabi che nemmeno gli arabi vogliono.
    Perché il vero punto è questo: gli arabi li chiamano palestinesi perché così si crea dal nulla un popolo e si evita di assumersi le proprie responsabilità.
    Guardiamo per esempio gli scontri ancora in corso a Gerusalemme. Ti guardi attorno e trovi condanne solo per Israele. Ma gli scontri non li ha iniziati Israele. Come mai allora ce l’hanno tutti con lo Stato Ebraico?
    E come mai il fatto che le proteste nascano con un pretesto che parte da un atto illegale, giustamente punito dalla legge israeliana, non viene nemmeno menzionato? Anzi, si chiede ad Israele di soprassedere e di sorvolare sui reati commessi dagli arabi.
    La risposta per tutto è semplice, dopo l’avvicinamento tra Israele e diversi Stati arabi che avevano posto la questione degli arabi cosiddetti “palestinesi” in secondo (o terzo) piano, si cerca di riportarla in primo piano provocando scontri sapendo benissimo che il mondo si sarebbe scagliato contro Israele e non contro gli arabi violenti. È sempre così, ogni volta.
    E mentre ricomincia anche il lancio dei missili da Gaza sul sud di Israele, il mondo intero si scaglia contro lo Stato Ebraico accusandolo di usare violenza e di violare la sacralità della Moschea al-Aqṣa, la moschea di Gerusalemme.
    Ma che la moschea venga usata come base per perpetrare violenza nessuno lo dice, tanto meno gli arabi (gli altri) che dovrebbero essere i primi ad indignarsi.
    Passerà anche questa, come sempre, ma da questa volta davvero dobbiamo cominciare a lottare in ogni sede, compresa quella mediatica, affinché la si smetta di chiamare questa gente con il nome di “palestinesi”. Sono arabi e devono tornare ad essere un problema arabo, non israeliano.

(Rights Reporter, 9 maggio 2021)


In Statale un dialogo sul rabbino Laras

di Annamaria Braccini

MILANO - «Meglio in due che da soli: rav Giuseppe Laras, uomo del dialogo». È questo il titolo dell'incontro che avrà a tema la compianta figura, appunto, di rav Laras, eminente studioso, presidente per lunghi anni (poi emerito) dell'Assemblea rabbinica italiana, rabbino capo di Milano dal 1980 al 2005, presidente del Tribunale rabbinico Alta Italia. Promosso dalla cappellania universitaria della Statale, giovedì 13 maggio alle 16.30, presso la sede dell'università (via Festa del Perdono) e su piattaforma Zoom, l'appuntamento si pone come ultimo contributo di un percorso dedicato ai fondamenti dell'ebraismo e al dialogo ebraicocristiano. Questione, questa, carissima a Laras che, alla guida della Comunità ebraica della città negli anni dell'episcopato del cardinale Carlo Maria Martini (iniziarono entrambi il rispettivo ministero a Milano nel 1980, storico il loro incontro, nel 1993, in Sinagoga maggiore) sviluppò con l'allora arcivescovo una profonda amicizia personale e istituzionale, promuovendo cammini che fecero di Milano una delle isole più felici del confronto tra le due fedi.
    A parlarne, con la presenza del magnifico rettore dell'ateneo, Elio Franzini - che ha definito Laras «uomo di grande umanità, spiritualità e valore», apprezzato docente di Storia del pensiero ebraico presso la facoltà di Lettere e filosofia -, saranno monsignor Gianantonio Borgonovo, arciprete del Duomo, biblista di livello internazionale per i suoi studi sul Primo Testamento, e Vittorio Robiati Bendaud, allievo di Laras, saggista e rabbino.
    Scomparso nel 2017, Laras era nato nel 1935 e aveva vissuto il dramma della Shoah, con la deportazione della madre e della nonna ad Auschwitz, e proprio al dovere di ricordare, per essere una società migliore, dedico il suo testamento spirituale riconosciuto di altissima levatura. *

(Avvenire, 9 maggio 2021)


 

Il segno del profeta Giona (7)

di Marcello Cicchese

Capitolo 4

Ma Giona ne provò un gran dispiacere, e ne fu irritato; e pregò l'Eterno, dicendo:

'O Eterno, non è forse questo che io dicevo, mentr'ero ancora nel mio paese? Perciò mi affrettai a fuggirmene a Tarsis; perché sapevo che sei un Dio misericordioso, pietoso, lento all'ira, di gran benignità, e che ti penti del male minacciato.

Or dunque, o Eterno, ti prego, riprenditi la mia vita; poiché per me è meglio morire che vivere'.

E l'Eterno gli disse: 'Fai tu bene a irritarti così?'

Poi Giona uscì dalla città, e si mise a sedere a oriente della città; si fece quivi una capanna, e vi sedette sotto, all'ombra, stando a vedere quello che sarebbe successo alla città.

E Dio, l'Eterno, per guarirlo della sua irritazione, fece crescere un ricino, che salì al di sopra di Giona per fargli ombra al capo; e Giona provò una grande gioia a causa di quel ricino.

Ma l'indomani, allo spuntar dell'alba, Iddio fece venire un verme, il quale attaccò il ricino, ed esso si seccò.

E come il sole fu levato, Iddio fece soffiare un vento soffocante d'oriente, e il sole picchiò sul capo di Giona, che si sentì venir meno e chiese di morire, dicendo: 'Meglio è per me morire che vivere'.

E Dio disse a Giona: 'Fai tu bene a irritarti così per il ricino?' Egli rispose: 'Sì, faccio bene a irritarmi. fino alla morte'.

E l'Eterno disse: 'Tu hai pietà del ricino per il quale non hai faticato, e che non hai fatto crescere, che è nato in una notte e in una notte è perito:

e io non avrei pietà di Ninive, la gran città, nella quale si trovano più di centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e tanta quantità di bestiame?'

Dopo aver svolto il suo compito di predicatore annunciando la Parola di Dio ai pagani peccatori, Giona si ferma a pregare. In una versione edificante del racconto si sarebbe letto che Giona confessa al Signore la sua iniziale disubbidienza, Lo ringrazia per averlo scampato da sicura morte in mare e innalza a Lui un inno di lode per l'efficacia della Sua parola che ha indotto i peccatori a ravvedersi dalla loro malvagità. Nulla di tutto questo. Nella sua preghiera Giona manifesta anzitutto un gran dispiacere per il mancato avveramento della sua profezia e non nasconde la sua irritazione per l'incomprensibile comportamento di Dio, che dopo averlo ripescato in mare lo spedisce a migliaia di chilometri di distanza dalla costa, lo fa camminare per tre giorni nell'immensa Ninive ordinandogli di dire a tutti che entro quaranta giorni la città sarà distrutta, per vedere poi, alla fine, che Dio ci ripensa e perdona tutti.
  Possiamo immaginare un Giona che dice al Signore: 'se vuoi fare del bene a tutti, allora fallo anche a me e toglimi la vita, perché per me, stando così le cose, è meglio morire che vivere'.
  Che avrebbe dovuto fare Dio a questo punto? Provando a rispondere come se non sapessi quello che avviene dopo, mi sorprendo a ragionare come Giona. Ma a parti invertite. L'ebreo Giona si irrita con Dio perché è troppo buono coi gentili; e io, gentile, mi sento un po' irritato con Dio perché mi sembra troppo buono con l'ebreo Giona. A me sembrerebbe che, arrivati a questo punto, al fuggiasco renitente si sarebbe dovuto impartire una sonora lezione. E invece no. Dio si limita a sollecitare dolcemente la coscienza morale del ribelle con una semplice domanda: "Fai tu bene a irritarti così?" E Giona nemmeno risponde.
  Più irritato che mai esce dalla città e si sistema nei paraggi mettendo insieme una capanna di fortuna, con l'evidente intenzione di rimanere lì per vedere come va a finire la cosa.
  Di nuovo allora interviene Dio, che invece di mostrarsi fieramente irritato per il comportamento inaccettabile del suo servitore, si preoccupa dello stato di irritazione in cui è caduto Giona, e si propone di "guarirlo".
  Sta scritto che fece crescere un ricino. Il verbo qui usato nell'originale è manah (מנה) , che in questo libro viene usato quattro volte e tradotto in italiano in modi diversi:
  2:1  Dio fece venire un gran pesce
  4:6  Dio fece crescere un ricino
  4:7  Dio fece venire un verme
  4:8  Dio fece soffiare un gran vento.
  Come già osservato in precedenza, i traduttori cercano l'espressione più adatta ad inserirsi nella lingua italiana, ma in molti casi si perde la sottolineatura che il racconto vuol dare proprio attraverso la ripetizione della medesima parola. Ammirevole in questo senso è la storica traduzione inglese King James, che in tutti e quattro i casi traduce sempre prepared. Sarebbe forse meglio, in certi casi, lasciare che la resa letterale di certi termini originali attirasse la giusta attenzione del lettore sul significato contenuto nel testo proprio attraverso la stranezza del costrutto italiano, invece di coprirlo con una varietà di traduzioni "più scorrevoli".
  In italiano l'uguaglianza nell'originale dei quattro termini può risaltare in quel ripetuto fece. Dio fece venire, fece cresce, fece soffiare. Questo mette in evidenza un Dio che fa, affinché non si dimentichi che il Dio creatore dei cieli e della terra continua ad essere un facitore di ciò che avviene sotto i cieli e sopra la terra. E per un Dio simile, preparare quattro oggetti utili per lo svolgimento di una storia come questa non è una gran fatica.
  Dio dunque vede che l'irritato Giona si è fatto una capanna all'ombra, cosa evidentemente indispensabile sotto il cocente sole orientale. Ma per accrescere la gradevolezza del suo soggiorno, Dio gli prepara un ombrifero ricino. Giona ne prova una grande gioia, sentendosi così ripagato del grande dispiacere che aveva provato vedendo che su Ninive non si abbatteva la mano punitiva di Dio. Così quel giorno andò a letto contento e soddisfatto.
  L'indomani però, Dio torna in azione: prepara un verme che per sfamarsi, com'è suo diritto di verme nella natura, attacca il ricino. E questo si secca. Ma non basta. Dio prepara anche un soffocante vento d'oriente a cui si unisce un sole ardente che picchia implacabile sul capo di Giona. A questo punto il profeta sta per svenire. Prima che ciò avvenga però trova la forza di rivolgersi di nuovo a Dio e di chiedergli, ancora una volta, di farlo morire perché, ripete: "Per me è meglio morire che vivere".
  Di nuovo Dio si rivolge a Giona chiedendogli dolcemente: "Fai tu bene a irritarti così a causa del ricino?" E' chiaro che è una domanda retorica, un altro modo per dire educatamente: 'guarda che non è bene fare così'. Giona l'ha capito benissimo, e risponde a tono: "Sì, faccio bene, fino alla morte", che è come dire: difendo il mio diritto ad essere irritato, e lo difenderò fino alla morte. E' una riposta sbattuta in faccia con caparbietà. Com'è possibile che Dio non abbia reagito trattandolo come si meritava? E' una domanda che faccio nello stile di Giona, perché la giustizia punitiva sugli altri mi attira. Forse il Signore avrebbe potuto rispondere così: 'Vedi, Giona, se avessi dovuto colpire i niniviti per i tuoi motivi di giustizia, per gli stessi motivi avrei dovuto colpire anche te; ma poiché per i miei motivi di giustizia, che tu ora non capisci, ho deciso di non colpire te, per gli stessi motivi ho deciso di non colpire i niniviti.
  Adesso dunque la questione si è definita come un contrasto tra la visione di giustizia di Giona e quella di Dio. Ed è su questo piano che Dio accetta il confronto, con una pazienza che si può dire davvero sovrumana, perché a quanto pare Giona rifiuta il confronto. Dio accetta di essere messo sulla difensiva, e le ultime parole con cui si conclude il libro, di solito intese come un generico riferimento alla misericordia di Dio, vogliono gentilmente ricordare a Giona chi è il Creatore e chi la creatura. Dopo di che si chiude il discorso.
  Sorge allora la domanda: ma poi, come va a finire? Chiederà Giona perdono a Dio? Oppure sarà Dio a dare a Giona la definitiva, eterna lezione che si merita? Qual è la morale da trarre? La domanda appare importante per i molti che leggono la Bibbia come un'antologia di racconti più o meno ispirati da cui trarre ispirazione per pensieri profondi o stimoli a comportamenti virtuosi. Nella lettura moraleggiante si dirige l'attenzione sull'esempio buono da imitare o sul cattivo da evitare. E in questo caso, come dev'essere valutato l'esempio di Giona? E' buono o cattivo? Ma il libro non si presta a valutazioni troppo semplici e schematiche, anche per una sua caratteristica particolare: appare bruscamente troncato. Manca un finale. E anche questo potrebbe essere parte del messaggio: la prosecuzione dev'essere cercata nel resto della Bibbia.
 

(7) continua


(Notizie su Israele, 9 maggio 2021)
 


 
In Israele, muove i primi passi la coalizione dei traditi da Bibi

di Micol Flammini

ROMA - Yair Lapid, leader del partito di centrosinistra israeliano Yesh Atid, potrebbe riuscire in un’impresa insperata. Si è messo al crocevia dei traditi, degli scontenti, dei feriti dal premier in carica Benjamin Netanyahu e sta cercando di formare la “coalizione del cambiamento”. Così la chiama lui, e cambiamento è il termine con cui Lapid cerca di offuscare i malanni di questa alleanza tra partiti di destra e di sinistra che in comune ha soltanto la volontà di mandare via Netanyahu. Lapid ha ricevuto l’incarico di formare un governo dal presidente Rivlin e ieri a casa sua ha accolto i suoi opposti: Naftali Bennett, leader del partito di destra Yamina, e Gideon Sa’ar, un ex membro del Likud di Bibi che ha formato una sua fazione che, come Yamina, si colloca più a destra del Likud. Se le cose andranno bene, si formerà un governo di unità nazionale con premiership a rotazione. Il primo a servire sarà Bennett, con i suoi sette seggi sui centoventi della Knesset, e poi toccherà al leader di Yesh Atid.
   Lapid, Bennett e Sa’ar sono tre ex di Benjamin Netanyahu, e quello che sanno è che il premier, qualora dovesse passare all’opposizione, farà di tutto per portare il paese verso una quinta elezione. Alla porta della coalizione del cambiamento, della coalizione dei traditi, hanno bussato altri ex, come Avigdor Lieberman e Zeev Elkin, ognuno con le sue pretese. Lapid ha detto che la coalizione “avrà un semplice obiettivo: portare il paese fuori da questa crisi economica, sanitaria, politica e soprattutto la crisi dentro di noi, dentro al popolo di Israele”. Se il governo dovesse formarsi, il primo compito sarà dimostrare la sua competenza, di essere in grado di fare leggi, riforme, progetti che non abbiano tutte a che fare soltanto con Netanyahu. Altrimenti vincerà uno dei grandi argomenti del premier: “Soltanto io so guidare questo aereo”, dimostrare che senza Bibi Israele va avanti. Netanyahu è premier dal 2009, e dopo aver vinto le ultime elezioni del 23 marzo non è riuscito a mettere insieme una coalizione per governare: in pochi si fidano ancora di lui tra i capi dei partiti politici. In pochi credono alle sue promesse di alleanze. L’ultima fatta a Benny Gantz – leader di Kahol Lavan che nell’esecutivo di Lapid sarà ministro della Difesa – di lasciarlo diventare premier dopo i suoi due anni di mandato, non l’ha mantenuta. Ha provato a promettere lo stesso a Bennett, suo ex pupillo, e Bennett non si è fidato.
   Netanyahu definisce i confini della politica israeliana, e questo governo fragile in costruzione vuole essere un argine a lui, che tiene dentro tutto, dalla destra fino ai partiti arabi. Tra i traditi però c’è anche chi, come Bennett, in Bibi, nonostante tutto, continua a vedere un maestro. Se la coalizione del cambiamento si formerà, Lapid dovrà fare molta attenzione non soltanto a tenere unite le varie anime, ma a evitare che ce ne sia una che sappia meglio degli altri come prevalere.

(Il Foglio, 8 maggio 2021)


Emergenza estrema destra in Germania, mai così tanti crimini di stampo neonazista

Il ministro degli Interni tedesco ha affermato che un drammatico aumento di aggressioni e atti di violenza che dimostra una "brutalizzazione" della società e rappresenta la più grande minaccia per la stabilità del Paese

di Giulia Maini

L'estrema destra sta diventando sempre più violenta in Germania, tanto che nel Paese nell'ultimo anno i crimini collegati a questa ideologia politica hanno raggiunto livelli record. "Questi numeri sono molto allarmanti soprattutto perché durante la pandemia abbiamo osservato un'ulteriore polarizzazione della discussione politica" ha dichiarato il ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer, affermando che questo drammatico aumento della criminalità estremista di destra dimostra una "brutalizzazione" della società e rappresenta la più grande minaccia per la stabilità della nazione.
  Come riporta Reuters la polizia ha registrato quasi 24mila crimini di estrema destra lo scorso anno, un aumento di quasi il 6 per cento rispetto all'anno precedente, rappresentando tra l'altro più della metà di tutti i reati di natura politica. Si tratta del livello più alto da quando la polizia ha iniziato a raccogliere questo tipo di dati nel 2001. I crimini andavano dalla visualizzazione di simboli nazisti a commenti antisemiti fino a vere e proprie aggressioni fisiche e omicidi. Le violenze e le intimidazioni erano rivolte principalmente contro immigrati, rifugiati e tedeschi neri, ma c'è stato anche un aumento della violenza anti-asiatica, legata alla pandemia. Gli attacchi antisemiti, aumentati di quasi il 16 per cento ed avvenuti principalmente online, sono stati, ha detto Seehofer, "non solo allarmanti per il contesto della nostra storia, ma anche profondamente vergognosi". Moshe Kantor, presidente del Congresso ebraico europeo, ha detto che i numeri tedeschi evidenziano una questione più ampia. "Questo è un campanello d'allarme, non solo per la Germania, ma per il mondo intero", ha spiegato.
  Il ministro dell'Interno ha spiegato che il totale dei crimini violenti classificati come di natura politica sono aumentati di quasi il 20 per cento. In questo senso il ministro dell'Interno ha spiegato che la criminalità collegata all'ideologia politica è "un problema crescente", per questo ha promesso "una maggiore sorveglianza da parte della polizia". Al momento in Germania, la questione della sicurezza è uno dei temi più scottanti, soprattutto in vista delle elezioni nazionali di settembre. Per questo l'intelligence tedesca teme che gli attivisti di estrema destra "stiano cercando di sfruttare la frustrazione pubblica per le restrizioni dovute alla pandemia per incitare alla violenza contro le istituzioni statali". Seehofer ha spiegato che quasi 4mila crimini politicamente motivati, inclusi 500 atti violenti, sono stati collegati direttamente alla pandemia e non sono stati classificati né di estrema destra né di sinistra. Le autorità hanno espresso preoccupazione per il ruolo presumibilmente svolto dal partito Alternative für Deutschland nel alimentare un clima di risentimento nei confronti degli immigrati e del governo. Il partito, terzo alle elezioni tedesche del 2017, si è spostato costantemente a destra negli ultimi anni, attirando un crescente controllo da parte dell'agenzia di intelligence interna del Paese .
Come riporta il Guardian, Seehofer ha affermato che la violenza di destra ha lasciato una "scia di sangue" in tutta la Germania, Tra i recenti omicidi politicamente motivati il ministro dell'Interno ha ricordato la sparatoria avvenuta nella città occidentale di Hanau, quando un uomo armato razzista ha ucciso nove giovani di origine immigrata. Un altro esempio è "l'attacco con coltello da parte di un siriano contro una coppia gay di Dresda" ha detto Seehofer, "una persona è rimasta uccisa". Inoltre, i pubblici ministeri tedeschi hanno annunciato di aver arrestato un uomo con l'accusa di aver inviato lettere di odio per un periodo di tre anni a politici nazionali e regionali di sinistra, nonché ad un avvocato turco-tedesco che rappresentava vittime di crimini di estrema destra. Secondo le autorità l'imputato avrebbe firmato i suoi messaggi con l'acronimo "Nsu 2.0", un riferimento al gruppo neonazista Nsu, ritenuto responsabile dell'omicidio di 10 persone, otto turchi, una poliziotta greca e una tedesca, tra il 2000 e il 2007.

(Europa Today, 8 maggio 2021)


Attacco israeliano in Siria

Uccisi otto membri della guardia rivoluzionaria iraniana

di Sadira Efseryan

Una delle settimane peggiori per il corpo di invasione iraniano in Siria
Arriva oggi la conferma che nell'attacco israeliano in Siria avvenuto mercoledì scorso sono rimasti uccisi otto membri della IRGC, la guardia rivoluzionaria iraniana.
Va aggiunto che il bilancio è del tutto provvisorio perché ci sarebbero anche molti feriti gravi.
L'attacco israeliano aveva come obiettivo il quartier generale delle Guardie della Rivoluzione iraniana nella località di Deir Shmail, nella campagna intorno ad Hama.
La forza colpita era decisamente multinazionale visto che le fonti sul luogo confermano che cinque di loro erano membri della IRGC iraniani e afghani, uno era siriano e gli altri due erano libanesi.
Questo conferma che l'Iran sta dispiegando in Siria una vera e propria forza multinazionale sotto il comando della IRGC.
Ieri un aereo israeliano ha colpito una postazione militare iraniana nella campagna di Lakatia uccidendo un miliziano iraniano.

IL BILANCIO DEGLI ATTACCHI AEREI ISRAELIANI IN SIRIA DI QUESTA SETTIMANA
  Ad Hama, gli attacchi aerei hanno colpito depositi di armi e munizioni nascosti nelle montagne e nelle foreste attorno a Deir Shmail.
A Latakia, diversi attacchi aerei israeliani hanno colpito quartier generali militari, magazzini di armi e munizioni.
Negli attacchi di questa settimana sono stati uccisi complessivamente 14 miliziani e un numero imprecisato di membri delle Guardie della Rivoluzione iraniana. Una delle settimane peggiori per in corpo di invasione iraniano in Siria.

(Rights Reporter, 8 maggio 2021)

facebook icona twitter iconawhatapps icona

Commenti

Ritratto di alex

(Post Condiviso)

..tutti quelli che pensano di avere un punto privilegiato di osservazione, dal quale si ergono a giudici. I miei punti di osservazione, invece, sono terra terra, ed i miei non sono giudizi, non giudico mai nessuno, ma solo opinioni di uno che non conta nulla.

Sto dalla parte di Israele, con convinzione. Non perché mi piaccia stare col più forte, perché Israele è certamente il più forte, ma perché penso che abbia ragione, perché penso che non sia una verità assoluta che il più debole abbia anche ragione. In questo caso, secondo me, il più debole ha torto marcio.

Molti, secondo me, hanno la memoria corta, o una visione distorta dello stato dei fatti. Quando sento invocare "Due popoli, due Stati", mi viene in mente che questo principio Israele lo accettò alla fine del 1947, riconoscendo la risoluzione ONU 188 del 29 novembre 1947. Quella risoluzione prevedeva la nascita di DUE stati. Ma furono i paesi arabi a non riconoscerla, rinunciando a far nascere lo Stato Palestinese. Perché nessuno ricorda mai che 12 ore dopo la proclamazione dello stato di Israele gli eserciti di 6 paesi confinanti cercarono di distruggerlo? Perché nessuno ricorda mai che i tentativi di distruggere militarmente Israele sono stati molteplici e che le guerre che Israele ha vinto sono sempre stati gli altri ad iniziarle?

"Israele occupa illegalmente i territori palestinesi", si grida ovunque. Ma posso sommessamente ricordare che quando tu dichiari guerra a qualcuno, e la perdi per giunta, capita che il vincitore occupi parte della tua terra? Noi perdemmo Istria e Dalmazia, e salvammo Trieste a stento. Posso sommessamente ricordare che, dopo una guerra, i confini si definiscono attraverso trattati di pace e che, per esempio, il trattato di Osimo è del 1975, ovverosia 30 anni dopo la fine della guerra? Posso, sempre sommessamente, ricordare che i territori che Israele ha occupato NON erano dei palestinesi ma di altri paesi? Il Sinai e Gaza erano dell'Egitto, il Golan della Siria e la Cisgiordania era della Giordania? Posso sommessamente ricordare che l'unico paese che ha firmato dei trattati di pace con Israele (cioè l'Egitto) si è visto restituire il Sinai? All'Egitto fu offerta anche la striscia di Gaza, ma non la volle.

Posso, a voce bassa, ricordare che Gaza fu restituita all'Autorità Palestinese nel 2005? Furono lasciati campi coltivati, serre, desalinatori. Quei campi e quelle serre furono distrutte da Hamas. Sharon, il primo ministro che decise il ritiro unilaterale da Gaza, sperava nella convivenza pacifica. Il risultato qual è stato? Migliaia di missili lanciati sui civili israeliani. Sono abituato a chiamare le cose con il loro nome. Hamas è una organizzazione terroristica che tiene in ostaggio il proprio popolo ed ha come obiettivo unico i civili israeliani, indistintamente, donne, bambini, persone inermi. Non importa, purché muoiano in quantità. Io questo non l'ho mai accettato, né potrò mai accettarlo. Mi si risponde che c'è una evidente sproporzione delle forze in campo. E' vero, lo sanno tutti che Israele ha il quarto esercito del mondo. Ma se non lo avesse avuto, oggi, semplicemente, non esisterebbe più. Lo avrebbero già distrutto in una delle tante guerre che gli hanno fatto. La guerra è la cosa più orrenda che l'uomo abbia inventato. E' orrenda perché di mezzo ci vanno gli innocenti, i bambini, soprattutto. Una volta Golda Meir alla domanda di un giornalista, rispose che la pace tra Arabi ed Israeliani ci sarebbe stata quando gli arabi avessero imparato ad amare i propri figli più di quanto odiassero gli Israeliani. Ed era una frase tremendamente vera. Alla base di tutto c'è l'odio. Null'altro che l'odio. Israele, per molti, deve essere semplicemente distrutto, scomparire dalla faccia della terra. Ed a molti non importa che sia più forte, gli si fa la guerra ugualmente. Si preferisce il martirio inutile al dialogo, che Israele non ha mai rifiutato. Ma per dialogare bisogna essere in due, altrimenti sono parole al vento. E quando Sadat, stanco di perdere guerre, volle veramente dialogare, la pace si fece. E dura da allora. Oggi l'Egitto è uno dei più feroci nemici di Hamas.

La soluzione del conflitto è molto più semplice di quanto appaia. Basta rispondere ad una semplice domanda: Israele ha il diritto di esistere, o no? Fino a quando la risposta sarà no, non potrà esserci pace, e nemmeno dialogo, perché non puoi sederti a parlare con chi vuole distruggerti. Ma non perché non vuoi sederti tu, ma perché l'altro non vuole sedersi con te. Oggi, anno di grazia 2014, i paesi arabi che riconoscono ad Israele il diritto di esistere, sono due: Egitto e Giordania. NESSUN ALTRO. Vorrà dire qualcosa che questi due paesi da 40 anni non combattono militarmente contro Israele?

Israele dunque è un paese perfetto? No, non lo è, come non lo è nessun paese su questa terra. Non voterei mai per Nethanyau. E odio i fanatici dell'estrema desta israeliana. Considero idioti quelli che guardano le esplosioni da una collinetta. Ma non si può non riconoscere che se la pace, oggi, non c'è, la colpa NON è di Israele. Israele però è un paese che ha molto da insegnarci. E' un paese in cui un capo di stato va in carcere per molestie sessuali e non grida al complotto. E' il paese in cui gli assassini del giovane adolescente arabo, cittadini israeliani, sono stati arrestati e messi in prigione, e lì sconteranno la stessa pena di un arabo che uccide un israeliano. E' il paese che investe in ricerca e tecnologia, nel campo medico, visto che moltissimi farmaci salvavita sono brevetti israeliani. E' un posto che potrebbe essere un angolo di paradiso, se solo gli si riconoscesse il diritto di esistere.

Per quanto non mi faccia simpatia, c'è una frase di Nethaniyau che è al tempo stesso vera ma terribile. "Se gli arabi deponessero le armi, due minuti dopo ci sarebbe la pace, se Israele deponesse le armi, due minuti dopo non ci sarebbe più Israele".

Chiudo qui, perché comunque la guerra rimane sempre una cosa orrenda, perché ho pianto lacrime vere per quei poveri bambini uccisi sulla spiaggia o nella scuola. E non importa se la scuola è stata abbattuta da un missile di Hamas (come credo) o israeliano. Loro sono morti ed io ho pianto. Non vorrei più intervenire sull'argomento, perché comunque rimango sempre sgomento davanti ad una guerra, ma mi sentivo di scrivere queste cose perché non sono ipocrita, né ambisco a piacere a tutti. La mia bacheca è aperta sempre a tutti, anche a chi pensa in modo diametralmente opposto al mio. Rispetto tutti, tranne i razzisti. Io sono questo, e se qualcuno vorrà cancellarmi dalle proprie amicizie per le mie idee, ne prenderò atto, in alcuni casi non mi importerà molto, in altri casi invece me ne dispiacerò, ma non mi piacciono le ipocrisie, io sono questo e questo è il mio pensiero, senza equivoci, in maniera chiara.

Shalom.

Potrebbe interessarti..

  • Premessa Ringraziato sia il Signore che ha voluto mandare a noi, gli ultimi, i più miseri, la Sua Parola, la Verità. La Sacra Scrittura dice che soltanto la verità ci rende liberi e chi vuole essere liberato dalle catene del peccato e della morte ha bisogno della Verità, Gesù: la Parola di Dio.

  • Cara Anna, mentre il circo mediatico intorno alla faccenda ultrà anche oggi, 25 ottobre 2017, non sembra scemare (un bene per molti versi), sono certo che avresti pietà di questi ragazzi senza coscenza storica e senzo civico, per quanto questa colpa possa essere loro attribuita . Mi chiedo, però, se saresti così clemente con quanti, in questi giorni, hanno detto belle parole, mostrato commozione, perfino indignazione sui noti fatti accaduti....

  • Era il 28 ottobre 1.965 quando Il Concilio Vaticano II assolve il popolo ebraico tutto dall’aver ucciso Gesù Cristo. Sono passati “solo” 760 anni dalla condanna di Papa Innocenzo III.....
  • Questo brano ci avverte e ci esorta. Ci avverte delle conseguenze tragiche del tirarci indietro. Ci esorta a perseverare con fede anche nelle sofferenze per ottenere una grande ricompensa. Tornare indietro? Non se ne parla. Avanti tutta costi quel che costi fino alla fine.

    Predicatore Andy Hamilton
    28 febbraio 2021

  • La Stella di David è un simbolo ebraico antichissimo. Ad esso, considerato che può apparire come l'incrocio di due triangoli, sono stati associati ulteriori significati esoterici.

    Ma nella Bibbia vi è fondatezza sull'uso di questo simbolo nei tempi dell'Antico testamento?

    Tra le varie tesi, più o meno serie, che si posso  reperire, personalmente propendo per questa:

Opera evangelica a favore dei non vedenti

Opere evangelica per sordi

La chiesa perseguitata

Pregare ed aiutare

Il vangelo tra gli stranieri