John Wesley

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La conversione evangelica di John Wesley
Pietro Ciavarella Fonte: beedizioni.it

Sono passati più di 275 anni dal 24 maggio 1738, data che segna la ‘conversione evangelica’ di John Wesley, il fondatore del movimento metodista. Wesley visse quasi novant'anni. Nacque nel 1703 e morì nel '91 dello stesso secolo. Perciò, la sua vita si estende su tutto il settecento. Wesley fu un uomo straordinario, nel senso letterale della parola. Fu più che ordinario, più che normale – un vero gigante spirituale.

Già nel settecento e nei primi dell'ottocento il movimento da lui fondato produsse effetti positivi ed estesi sia in Gran Bretagna che in Nord America. Tanti credenti, metodisti e non, credono che Wesley fu uno strumento del Signore per risvegliare una parte della chiesa addormentata di quell'epoca.

Quando Wesley aveva soltanto sei anni fu l'ultimo ad essere salvato dall'incendio che bruciò la casa della famiglia Wesley. Egli non si scordò mai di quest'avvenimento e ne fece addirittura una specie di simbolo della sua vita e della sua chiamata a predicare il vangelo. Vedeva nel suo essere salvato da quell'incendio un esempio di una frase che si trova scritta nel libro del profeta Zaccaria – un versetto che parla di “un tizzone strappato dal fuoco” (3:2). Già da bambino Wesley vedeva se stesso come debitore dell'amore sconfinato e della grazia meravigliosa di Dio.

Figlio di pastore con una mamma seria e brava, Wesley aveva una formazione culturale e spirituale da invidiare. Quando egli e suo fratello Charles (nota 1) erano studenti all'università di Oxford, guidavano un gruppo di studenti che cercavano insieme di diventare cristiani più impegnati (nota 2). Insieme, i membri del gruppo studiavano la Bibbia, pregavano, facevano un esame di coscienza e s'impegnavano ad aiutare i malati, i poveri e i carcerati. Gli altri, vedendo questo gruppo ‘serio’ e ‘metodico’, prendendoli in giro li chiamavano ‘metodisti’.

È significativo che le enfasi di questo gruppo saranno in gran parte le enfasi del movimento metodista che doveva ancora nascere. La Bibbia, la preghiera e una serietà riguardo alla vita cristiana dovevano tutte diventare enfasi fondamentali del metodismo storico. Inoltre, anche la premura e l'impegno per i malati e i bisognosi avrebbero continuato ad avere un posto di rilievo nel movimento metodista.

Un versetto dalla lettera di Giacomo (1:27) riassume bene quest’aspetto dell'impegno spirituale di Wesley: “La religione pura e senza macchia davanti a Dio e Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni, e conservarsi puri dal mondo”.

La seconda frase di questo versetto, ‘conservarsi puri dal mondo’, ci spinge a riflettere su un tema che accompagna Wesley dall'infanzia alla tomba. Qui si fa riferimento al posto assai importante che ha la santificazione sia nella vita sia nella teologia di Wesley.

La santificazione e il servizio erano gli scopi del gruppo studentesco di Oxford (nota 3), fondato dal fratello di Wesley, Charles, ma del quale John prese le redini. In soldoni, si potrebbe definire la santificazione, peccare sempre di meno e fare sempre di più la volontà di Dio.

Questo desiderio profondo di seguire i comandamenti di Dio spinse i fratelli Wesley, nati e cresciuti in Gran Bretagna, a varcare l'oceano per portare il vangelo cristiano ai pellerossa del Nord America. Di questo ed altro su Wesley, racconteremo nel nostro prossimo post.

Nota 1. Noto autore di centinaia di inni evangelici, visse dal 1707 al 1788. Sui fratelli Wesley, cfr. Tony Lane, Compendio del pensiero cristiano nei secoli, Formigine, Voce della Bibbia 1994, 233-7.

Nota 2. Faceva parte del gruppo un altro gigante spirituale, George Whitefield (1714-1770).

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Il poco tempo trascorso nella colonia americana fu una delusione, in particolare per John Wesley. Durante il viaggio di ritorno in Inghilterra, ancora sulla nave, egli scrisse nel suo diario (13 gennaio 1738): “Sono andato in America a convertire gli indiani; ma ahimè chi convertirà me?”

Ricordiamo che Wesley era ministro (vale a dire, ‘pastore’) della Chiesa d'Inghilterra – ma un pastore che non riusciva a trovare la pace con Dio seguendo i consigli della propria chiesa (nota 1). Egli cercava il perdono divino ma non lo trovava, finché un giorno non si trovò ad assistere ad un incontro dei Fratelli moravi con cui era già in contatto da un po' di tempo. Fu qui che Wesley scoprì la grazia. Qui ebbe la certezza di aver ricevuto il perdono divino.

Lo stesso Wesley racconta quest'esperienza, avuta in un locale di una strada chiamata ‘Aldersgate’:

“La sera sono andato, con molta riluttanza, ad una riunione in Aldersgate Street, dove qualcuno leggeva la prefazione di Lutero all'Epistola ai Romani. Verso le nove meno un quarto, mentre costui descriveva il cambiamento che Dio opera nel cuore per la fede in Cristo, ho avvertito il mio cuore stranamente riscaldato. Sentii che speravo in Cristo, e solo in Cristo per la salvezza ed ebbi la sicurezza che Egli aveva allontanato i miei peccati, sì, proprio i miei, e aveva salvato [me] dalla legge del peccato e della morte” (nota 2).

Dal momento della sua ‘conversione evangelica’ del 1738 Wesley viaggiò indefessamente predicando il meraviglioso amore di Dio. Il suo messaggio fu accolto da tante persone, anche se la sua predicazione metteva tante altre a gran disagio, in particolare tanti pastori! Ciononostante, Wesley non esitava a predicare anche nelle parrocchie altrui, qualcosa che non si addiceva bene ad un territorialismo clericale. A questo riguardo Wesley ebbe da dire (5 giugno 1739): “Vedo il mondo come la mia parrocchia: cioè, lo ritengo appropriato e giusto nonché il mio dovere dichiarare, ovunque mi trovi, a tutti quelli che ascolteranno la Buona Novella della salvezza”.

Il metodismo è un movimento di ‘risveglio’ che si basa sulla Parola di Dio (nota 3). A tal riguardo lo stesso Wesley dichiarò: “Io sono una creatura di un giorno, che passa attraverso la vita come una freccia solca i cieli...Dio stesso si è abbassato a mostrarmi la via...L'ha scritta in un Libro. Oh datemi quel Libro [cioè la Bibbia]. A qualsiasi costo datemi il Libro di Dio! Io ce l'ho. In esso c'è tutta la conoscenza che mi serve. Che io sia un uomo di un unico libro. In questo modo sono lontano dalle vie frenetiche degli uomini. Mi siedo da solo, soltanto Dio è qui. Nella Sua presenza, apro e leggo il Suo libro” (nota 4).

Nel metodismo l'impronta del fondatore Wesley è presente sia nell'enfasi sulla preghiera e la santificazione sia nella premura verso i bisognosi. Tuttavia, il cuore del movimento metodista coincide con il suo avvenimento fondante, ovvero la conversione evangelica di Wesley. Qui sta il nocciolo del metodismo storico. Tutti i suoi molteplici aspetti nascono da questo punto fondamentale, cioè dal posto centrale dato al rapporto personale fra il Signore e l’individuo. In questo senso Wesley, benché morto, parla ancora (cfr. Ebrei 11:4). E qual è la sfida che ci sta lanciando? Anche noi speriamo solo in Cristo per la salvezza? Siamo sicuri che egli ha allontanato i nostri peccati, proprio i nostri, e che ci ha salvato dalla legge del peccato e della morte? In breve, siamo sicuri di aver ricevuto il dono della fede e del perdono per mezzo della croce e risurrezione di Cristo? (nota 5).

Wesley era poco ‘riservato’ riguardo alla necessità di annunciare il vangelo dell’amore di Dio. Infatti per lui era più importante evangelizzare che rispettare il galateo sociale.

Questa franchezza si vede bene in un incontro che Wesley racconta nel suo diario (5 giugno del 1742), in cui pone le seguenti domande ad una certa signora.

Wesley scrive: “Dato che erano tanti anni che non mi trovavo a Epworth, sono andato alla pensione in mezzo al paese, senza sapere se ci fosse rimasto qui qualcuno che non si vergognava di conoscermi. Ma un’anziana serva del mio padre, insieme a due o tre signore povere, si sono avvicinate a me. Le ho chiesto: 'Sai se ci sono persone in questo paese che bramano essere salvate?' Lei ha risposto, 'Io, per la grazia di Dio; e so di essere salvata per la fede.' Io le ho chiesto: 'Così hai la pace di Dio? Sai che Egli ha perdonato i tuoi peccati?' Lei ha risposto: 'Ringrazio Dio che lo so bene. E ci sono tanti di questo luogo in grado di dire lo stesso'.”

Avesse scritto questo post Wesley stesso, non avrebbe fatto a meno di concludere senza chiederci se anche noi facciamo parte di quel gruppo di persone che possono dire lo stesso. Giovanni 3:36: “Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui”.

Nota 1. Questa è stata l’esperienza anche di Lutero (1483-1546). Cfr. il cap. 1, L’angoscia di Lutero (= pp. 17-24) in Pietro Ciavarella, Come avere pace con Dio. Martin Lutero sulla giustificazione per fede, BE Edizioni, Firenze 2011.

Nota 2. Citato da Emidio Campi e Massimo Rubboli, a cura di, Protestantesimo nei secoli, fonti e documenti. Settecento, Claudiana, Torino 1997, 203.

Nota 3. Su questo tema, cfr. Collin Hansen e John Woodbridge, Il risveglio. Una visione degna di Dio, BE Edizioni, Firenze 2011, specificamente su Giovanni Wesley e/o i Fratelli moravi, pp. 47-8, 61-2, 63-4.

Nota 4. Citazione da Basil Miller, John Wesley, ADI-Media, Roma 1997, 158.

Nota 5. Anche qui c’è una somiglianza tra l’esperienza di Wesley e Lutero, da una parte, e ciò che può diventare anche la nostra esperienza, dall’altra (cfr. Ciavarella, Come avere pace, il cap. 2, La scoperta di Lutero = pp. 25-31).

Pietro Ciavarella

Fonte: beedizioni.it

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