L'amore di Ebed-Melec

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Un oscuro servo etiope illumina, al tempo del profeta Geremia, la storia d’Israele immersa nelle tenebre della disubbidienza e dell’idolatria. La sua attenzione nell’ascoltare il messaggio del profeta, la sua piena fiducia nel Signore e l’amore che lo porta ad intervenire per salvare Geremia, non curandosi di prevedibili conseguenze negative per la sua persona, fanno di questo personaggio poco conosciuto un esempio limpido da imitare.

Lettura biblica

Si consiglia di leggere, oltre ai brani sotto riportati, i testi di Geremia 38:1-13 e 39:15-18.

Ebed-Melec prese con sé quegli uomini, entrò nella casa del re, sotto il Tesoro; prese di là dei pezzi di stoffa logora e dei vecchi stracci, e li calò a Geremia, nella cisterna, con delle funi. Ebed-Melec, l’Etiope, disse a Geremia: «Mettiti ora questi pezzi di stoffa logora e questi stracci sotto le ascelle, sotto le funi».

Geremia fece così. Quelli tirarono su Geremia con delle funi e lo fecero salir fuori dalla cisterna...” (Geremia 38: 11-13).

“... Ma in quel giorno Io ti libererò, dice il Signore... poiché hai posto la tua fiducia in Me, dice il Signore” (Geremia 39:17-18).

Breve panoramica del momento storico

Il meraviglioso e coraggioso gesto di questo servitore etiope, compiuto sotto l’impulso di una fede profonda e vibrante d’amore, spicca soprattutto per il contrasto con la malvagità e lo squallore dell’ambiente circostante.

Il momento storico in cui si svolgono i fatti narrati in questa parte del libro di Geremia è dei più drammatici del regno di Giuda; l’ora, infatti, che segna la fine di questo regno e di un tempo glorioso, sta per scoccare.

Gerusalemme è assediata da quasi un anno e mezzo, la carestia è gravissima, le epidemie imperversano, il terrore dell’imminente massacro della deportazione, che immancabilmente faranno seguito all’irrompere delle orde nemiche, producono un’angoscia indescrivibile.

Questa situazione rappresenta il terribile giudizio di Dio, a lungo represso, ma che ora sta per abbattersi come castigo su un popolo ribelle che è si ostinatamente rifiutato di ravvedersi dalla malvagità, dalla corruzione e dall’idolatria.

Come ultimo atto di misericordia e di grazia, Dio fa lanciare da Geremia un estremo appello: sebbene il castigo sia ormai inevitabile, questo sarà meno severo per tutti coloro che andranno ad arrendersi ai Caldei (Geremia 38:2,17,18; 39:9).

Chi compirà questo atto di umiltà e di sottomissione nei riguardi dell’esercito invasore, scelto da Dio come strumento per esercitare il suo giudizio, avrà salva la vita.

Geremia, portavoce di Dio, non solo era stato inascoltato per 40 anni, ma, per aver lanciato questo ultimo invito, anziché essere ascoltato, viene addirittura accusato di
tradimento del suo popolo e di collaborazionismo col nemico e quindi gettato in una cisterna a marcire nel fango di morte lenta (Geremia 38: 4-6).

Applicazioni

Chi si fa premura di annunciare “tutto il consiglio di Dio” è ben difficile che trovi sempre cuori disposti ad ascoltare e ad accogliere il messaggio.

Più spesso succede che incontri ostilità, odio, persecuzione. Gesù, l’esempio più lampante di questa triste realtà, l’aveva comunque preannunciata (Giovanni 15:18-20; 16:1,2).

Se, a causa della nostra persistente e malvagia condotta, il Signore è costretto a usare “la verga della correzione” nei nostri confronti, non impuntiamoci ulteriormente, ma arrendiamoci, sottomettendoci umilmente al castigo inflitto (Ebrei 12:5-11):

Ebed-Melec interviene e libera Geremia

Questa lunga premessa è servita a illustrare l’ambiente e la situazione in cui si colloca l’azione compiuta da Ebed-Melec.

E, questo, un personaggio che ci ricorda quello più noto e più illustre, pure lui eunuco ed etiope, che troviamo nel libro degli Atti degli Apostoli.

Ebed-Melec viveva alla corte del re Sedechia, svolgendo mansioni di fiducia tipiche di queste pèrsone menomate. Era comunque un servo, uno straniero, un eunuco e, come tale, secondo la legge (Deuteronomio 23:1), escluso da certi diritti e privilegi del popolo d’Israele, che lo costringevano a starsene lontano dalle assemblee e dalle cerimonie religiose.

Fra quindi un emarginato, una persona di rango inferiore.

Quando però Geremia, accusato ingiustamente dai capi di Gerusalemme, viene crudelmente gettato nella cisterna e lasciato morire, egli è l’unico che ha il coraggio di presentarsi dal re per reclamare la sua liberazione, accusando i capi del popolo di essersi “comportati male” (Geremia 38:9) verso il profeta.

Questa nobile azione e il riconoscimento che riceve dal Signore (Geremia 39:15-18) al momento della capitolazione della città, fanno di questo personaggio un bellissimo esempio per ognuno di noi.

Dopo aver letto Deuteronomio 23:1 è con sollievo che si legge il passo di Isaia 56:3-5: Lo straniero che si è unito al Signore non dica: «Certo, il Signore mi escluder dal Suo popolo!» Nè dica l’eunuco: «Ecco io sono un albero secco!» Infatti così parla il Signore circa gli eunuchi che osservano i Miei sabati, che sceglieranno ciò che a Me piace e si atterranno al Mio patto: «Io darò loro, nella Mia casa e dentro le Mie mura, un posto e un nome, che avranno più valore di figli e di figlie; darò loro un nome eterno, che non perirà più»” (Isaia 56:3-5).

Abbiamo, in questo episodio, una conferma di quanto si dichiara nella prima lettera ai Corinzi: “. . .Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti” (1 Corinzi 1:27).

Come si spiega il comportamento di Ebed-Melec?

La domanda però che nasce spontanea, considerando questa azione generosa, è la seguente: chi o che cosa ha spinto questo servo a prendere una decisione così rischiosa?

La risposta la troviamo alla fine di questa storia quando leggiamo che Dio gli promette scampo dall’imminente tragedia che sta per abbattersi sulla città e, gli dice: “... certo Iio ti farò scampare e tu non cadrai per la spada; la tua vita sarà il tuo bottino, poiché hai posto la tua fiducia in Me, dice il Signore” (Geremia 39:18).

Il Signore non menziona l’atto compiuto, i pericoli e i rischi corsi, ma la fonte che ha prodotto tutto questo: la fede in Lui.

Vediamo allora come deve essere nata e come deve avere agito la fede di questo servo.

Colui che ha posto la sua fiducia nel Signore ha cessato di confidare in sé.

Intanto chiediamoci: come era giunto a porre la fede nel Signore, in mezzo all’indifferenza generale?

Sicuramente ascoltando i messaggi di Geremia e accettandoli “non come parola d’uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete” (1 Tessalonicesi 2:13).


Da questi messaggi aveva imparato:

  • a non confidare in sé e nelle proprie capacità:
  • “Signore, io so che la via dell’uomo non è in suo potere, e che non è in potere dell’uomo che cammina il dirigere i suoi passi” (Geremia 10:23).
  • “Così parla il Signore: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo»... “(Geremia 17:5).
  • “Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno... “(Geremia 17:9).
  • ma a confidare nel Signore:
    • “Benedetto l’uomo che confida nel Signore, e la cui fiducia è il Signore!” (Geremia 17:7).
    • “... Il saggio non si glori della sua saggezza, il forte non si glori della sua forza, il ricco non si glori della sua ricchezza; ma chi si gloria si glori di questo: che ha intelligenza e conosce Me, che sono il Signore...” (Geremia 9:23,24).

Avendo accettato questi insegnamenti, Ebed-Melec diventa “una nuova creatura”, o, per usare una efficace metafora di Geremia: “Egli è come un albero piantato vicino all’acqua, che distende le sue radici lungo il fiume; non si accorge quando viene la calura e... nell’anno della siccità (cioè anche in tempi difficili) non è in affanno e non cessa di portare frutto” (Geremia 17:8).

Applicazioni

Fratelli e sorelle! Se il frutto che portiamo è scarso forse è perché ci confidiamo ancora troppo in noi stessi e non interamente nel Signore.

Gesù spiega ai Suoi discepoli il segreto per portare molto frutto sostituendo il verbo “confidare” con quello che mi sembra più efficace di “dimorare”. Infatti dice:

“Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in Me e nel quale Io dimoro, porta molto frutto; perché senza di Me non potete far nulla” (Giovanni 15:5).

Colui che ha posto la sua fiducia nel Signore riceve forza e coraggio nelle sue azioni.

“O re, mio signore, quegli uomini si sono comportati male in tutto quello che hanno fatto al profeta Geremia, gettandolo nella cisterna..,” (Geremia 38:9).

Per presentarsi davanti al re di sua iniziativa e perorare la causa di un uomo accusato di tradimento, condannando l’operato dei capi e dello stesso re, Ebed-Melec è stato costretto a ricorrere a una dose di coraggio e di forza non comuni.

Coraggio e forza che solo il Signore ha potuto donargli.

Molti altri uomini di fede hanno compiuto azioni di grande coraggio: Mosè, Davide, Daniele, Esdra, Neemia, Giovanni Battista, Paolo ecc... tanto per menzionarne alcuni. Per ben sei volte, nel suo libro Esdra riconosce l’azione forte, benefica e sostenitrice della “mano del Signore” su di lui in altrettante circostanze difficili.

Colui che ha posto la sua fiducia nel Signore è spinto a compiere opere di amore.

Se la forza e il coraggio hanno permesso a Ebed-Melec di presentarsi davanti al re e parlare in favore di Geremia, è stato certamente l’amore e la compassione per la sua triste e dolorosa sorte a spingerlo a compiere questo passo.

Due particolari denotano quanto grande sia stata la sua sensibilità e comprensione dello stato di sofferenza di Geremia.

Primo. Egli motiva davanti al re il suo interessamento a favore del profeta, non contestando le accuse mossegli dai capi, ma al fatto grave e innegabile che là nella cisterna sarebbe morto “di fame” (Geremia 38:9).

Secondo. Avuto il permesso di liberare Geremia, Ebed-Melec, con uno squisito e raro senso di premura, cerca di alleviargli le sofferenze che gli avrebbero procurato le corde, andando in cerca di stracci logori e gettandoli nella cisterna perché il profeta li metta sotto le ascelle.

Geremia è finalmente salvo (Geremia 38:13).

Sicuramente il salvatore e il salvato si abbracciano e ringraziano commossi e riconoscenti il Signore attribuendo a Lui ogni merito per la felice conclusione della vicenda.

Conclusione

L’azione compiuta da Ebed-Melec ha avuto pieno e palese successo.

Altre volte, imprese pure compiute nel nome e con l’aiuto del Signore, sono state apparentemente un fallimento.

Ma siamo sicuri che lo siano state davvero?

O non dipende forse dal fatto che non ci è sempre dato di conoscerne e di valutarne l’esito?

Quello che è veramente importante per noi, non è tanto il risultato più o meno evidente delle opere buone compiute, risultato che spesso non dipende solo da noi, quanto piuttosto averle compiute diligentemente.

Ricordiamo quello che scrive l’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinzi:

“Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore(1 Corinzi 15:58).

Questo umile personaggio, non più menzionato in alcuna parte della Bibbia, con la sua nobile azione ci dà preziosi insegnamenti.

Impariamo da lui e da altri personaggi simili a lui, a saper discernere, pur nell’imperversare dell’incredulità e della confusione generale dei valori, dove sta la verità e ad essere pronti anche a rischiare pur di far trionfare la giustizia e l’amore.

Lino Regruto

Tratto con permesso da «IL CRISTIANO»  gennaio 2000   www.ilcristiano.it

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