Il fine supremo: la gloria di Dio - John Mac Arthur

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Se doveste andare per strada a chiedere a dieci persone a caso quale sia, a loro parere, la cosa più importante del mondo, probabilmente otterreste una grande varietà di risposte: il denaro, l'amore, il matrimonio, il sesso, la libertà, la sicurezza, lo status sociale, il piacere, la pace, la felicità.
Ma dal punto di vista di Dio, c'è una sola risposta. Si tratta del più grande fine di tutto l'universo, lo scopo della creazione, l'obiettivo primario della vita cristiana ed è la ragione che soggiace a tutto ciò che Dio ha fotto e farà.
Qual è? Troviamo la risposta nel Westmister Shorter Catechism (N.d.T., il Catechismo di 'V'estmister in forma abbreviata). La prima domanda è: "Qual è il fine ultimo dell'uomo?" Ecco la risposta: "Il fine ultimo dell'uomo è glorificare Dio e gioire in lui per sempre".

Gli autori del catechismo credevano che ogni cristiano dovesse comprendere che la ragione della propria esistenza era la gloria di Dio e che in Dio solo egli poteva trovare la sua gioia. Alcuni potrebbero obiettare che stiamo basando troppo la nostra  rgomentazione su un catechismo; tuttavia quest'ultimo non fa che basarsi sulle scritture. L'importanza capitale della dottrina della gloria di Dio non è semplicemente l'idea di qualcuno, ma affonda le proprie radici direttamente nella Parola di Dio. Nel Salmo 16 al versetto 8 Davide scrive: "lo ho sempre posto il Signore davanti agli occhi miei; poiché egli è alla mia destra, io non sarò affatto
smosso." Con questa affermazione in sostanza Davide sta dicendo: "In ogni cosa che faccio, la mia attenzione è rivolta a Dio. Tutto ciò che faccio, lo faccio concentrandomi su Dio. È tutto per la sua gloria, il suo onore e la sua volontà".
Il risultato di questa sua focalizzazione è visibile al versetto 9: "Perciò il mio cuore si rallegra, l'anima mia esulta; anche la mia carne dimorerà al sicuro." È un altro modo di dire che egli trovava grande gioia in Dio. Ecco, dunque, il fine ultimo di Davide: vivere sempre alla gloria di Dio e, di conseguenza, gioire in Dio per sempre. È la stessa cosa che afferma il catechismo.

L'obiettivo supremo nella vita di ogni uomo e donna dovrebbe essere quello di dare gloria a Dio. Il frutto che ne deriverà sarà una gioia illimitata. La maturità spirituale deriva dal fare della persona di Dio il centro della propria vita fino al punto di esserne catturati e in essa perdersi.

L'INTRINSECA GLORIA DI DIO
Cosa intendiamo con l'espressione glorificare Dio? In pratica, essa può essere considerata sotto due punti di vista. Il primo concerne la gloria intrinseca di Dio, la gloria che è insita in Dio. In Isaia capitolo 6 versetto 3, il serafino proclamava: " ... Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria!"

La gloria intrinseca di Dio fa parte del suo essere, non è una gloria che gli è stata tributata. Se gli uomini e gli angeli non fossero mai stati creati, Dio possiederebbe ugualmente la sua gloria. Se nessuno gli desse gloria, onore o lode, egli sarebbe lo stesso il Dio glorioso che è. Questa è la gloria intrinseca, la gloria che risiede nella natura stessa di Dio: è la manifestazione e la combinazione di tutti i suoi attributi; è qualcosa che noi non possiamo né dargli né toglierli. Egli è quello che è, "il Dio della gloria" (Atti 7:2).

La gloria umana è molto diversa: non è intrinseca; piuttosto, viene tributata ad una persona da altri. Noi parliamo di persone che vengono esaltate o onorate. Ma se spogliamo un re dei suoi abiti e della sua corona e lo poniamo di fianco ad un mendicante, nessuno noterebbe una differenza fra i due. La sola gloria di cui gode un sovrano umano è quella che gli viene conferita dai simboli della sua regalità.
Tutta la gloria di Dio è parte della sua essenza. Non gli è concessa, né deriva da una fonte esterna a lui. Perciò la
gloria che Dio possiede è totalmente diversa da qualsiasi altra forma di gloria umana.
Oltre ai vari riferimenti alla gloria di Dio che si trovano nell'Antico Testamento, come nel Salmo 24, versetti da 7 a 10, anche il Nuovo Testamento presenta insegnamenti relativi alla natura gloriosa di Dio. I vangeli ci dicono che durante la sua vita terrena, il Signore Gesù Cristo fu l'incarnazione della gloria divina (Giovanni 1:14).
La resurrezione di Lazzaro è somma espressione della gloria del salvatore. Quando Gesù ordinò che venisse rimossa la pietra che suggellava il sepolcro di Lazzaro, Marta protestò; ma Gesù rispose: "Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?" (Giovanni 11:40).
Come si manifestò la gloria di Dio in quella circostanza?
Nella manifestazione della sua potenza, la stessa potenza con la quale aveva creato l'universo. Non fu Marta a conferire al Signore Gesù quella gloria; egli la possedeva già e nel resuscitare Lazzaro la manifestò.
Successivamente, Gesù pregò: "Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati, affinché vedano la mia gloria che tu mi hai data" (Giovanni 17:24). Questa preghiera avrà la sua risposta nel tempo descritto in Apocalisse 21:23: la nuova Gerusalemme non avrà bisogno né di sole né di luna "perché la gloria di Dio la illuminerà, e l'Agnello è la sua lampada".

Quale modo straordinario di raffigurare come la gloria di Dio sia parte essenziale ed intrinseca della sua stessa natura! E se la
gloria di Dio è parte della sua essenza, è altresì qualcosa che egli non dà a nessun altro. In Isaia 48: 11: "lo non darò la mia gloria a un altro". Dio non si può privare della sua gloria.
Ma i credenti possono riflettere la gloria di Dio, come accadde a Mosè quando scese dal monte (Esodo 34:30-35). E quel che di più conta è che ogni cristiano risplende interiormente della gloria di Dio (2 Corinzi 3:18). Ma Dio non cede mai la sua gloria ad altri. Ciò significa che la sua gloria risiede nei credenti solo perché egli dimora in loro.
La gloria non diventa mai nostra; Dio non si priva mai della sua gloria.
Questo aspetto evoca il rapporto tra il faraone e Giusepe nella Genesi. Il faraone diede a Giuseppe il suo anello, che simboleggiava l'autorità regale. Gli diede anche una collana d'oro (Genesi 41:42). Giuseppe diventò il rappresentante del faraone, con tutti i privilegi regali. Di fatto, era Giuseppe che regnava in Egitto: la sua parola era legge. Ma c'era una cosa che il faraone non gli aveva ceduto: la sua gloria. Disse a Giuseppe: "Per il trono soltanto io sarò più grande di te" (v. 40). Egli non cedette la sua gloria.
Similmente, la gloria di Dio è qualcosa che egli non condivide con nessun altra creatura. Essa è intrinseca, è la somma dei suoi attributi. Essa non può aumentare né diminuire.

MAGNIFICARE LA GLORIA DI DIO DINNANZI AGLI ALTRI
A questo punto la tua domanda potrebbe essere: "Se la gloria di Dio non può aumentare né diminuire in alcun modo, perché si dice che noi portiamo gloria a Dio? Come si può dare gloria a Dio se la gloria di Dio è assoluta ed intrinseca?"
In realtà, quando parliamo di glorificare Dio, intendiamo magnificare la gloria di Dio agli occhi del mondo. E ovvio che non possiamo aggiungere nulla all'essenza stessa della gloria, ma possiamo riflettere e diffondere la gloria di Dio dinnanzi agli altri.
È ciò che Paolo voleva dire nella lettera a Tito 2: 10, quando scrisse che i cristiani dovrebbero cercare di "onorare in ogni cosa la dottrina di Dio, nostro Salvatore". Questo versetto non sta parlando di aggiungere qualcosa agli attributi di Dio.
Vivendo una vita santa, noi abbiamo un'influenza sulla testimonianza di Dio nel mondo. Non conferiamo in questo modo onore a Dio, ma onoriamo la dottrina o l'insegnamento di Dio, permettendo alle persone di vedere la sua gloria riflessa nel modo in cui viviamo. Gesù disse ai suoi discepoli di vivere in modo che gli altri "vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli" (Matteo 5:16). Così, se da una parte non possiamo aggiungere nulla alla gloria di Dio, le nostre vite possono
riflettere la sua gloria e magnificarla agli occhi degli altri. E così che rendiamo gloria a Dio.

John Mac Arthur

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