La vita arresa - David Wilkerson

Versione stampabileSend by emailVersione PDF

"Arresa". Questa parola non ti dice niente? Letteralmente, arrendersi vuol dire consegnarsi ad un'altra persona. Significa inoltre cedere qualcosa che ci è stato regalato. Potrebbe trattarsi dei possedimenti, di una forza, di un obiettivo e persino della vita.

I cristiani oggi sentono parlare molto di una vita arresa. Ma cosa significa esattamente? Una vita arresa è quando si riconsegna a Gesù la vita che ci ha donato. Si tratta di un abbandono totale su tutte le aree della vita, sui diritti, sulle volontà, sulle direttive, su tutto ciò che si dice e si fa. Significa rassegnare completamente la propria vita nelle Sue mani, affinché Lui faccia di te ciò che a Lui piace.

Gesù stesso condusse una vita arresa: "Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato" (Giovanni 6:38). "Non cerco la mia gloria" (8:50). Cristo non fece mai qualcosa di suo. Non fece alcun movimento né pronunciò alcuna parola senza aver ricevuto le debite direttive dal Padre. "Non faccio nulla da me, ma dico queste cose come il Padre mi ha insegnato. E colui che mi ha mandato è con me; egli non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli piacciono" (8:28-29).

La totale arresa di Gesù al Padre è un esempio di come tutti noi dovremmo vivere. Potreste forse dire: "Gesù era Dio in carne. La sua vita era arresa ancora prima che scendesse sulla terra". Ma la vita arresa non è un'imposizione, come non lo fu per Gesù.

Cristo pronunciò queste parole essendo uomo in carne ed ossa. Dopo tutto, era sceso sulla terra per vivere non come Dio ma come essere umano. Ha sperimentato una vita simile alla nostra. E, come noi, ha avuto una volontà propria. Egli scelse di arrendere completamente la sua volontà al Padre. "Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla. Quest'ordine ho ricevuto dal Padre mio" (10:17-18).

Gesù ci stava dicendo: "Non vi confondete. Questo atto di auto arresa è totalmente in mio potere. Sto scegliendo di deporre la mia vita. E non lo faccio perché qualcuno me l'ha detto. Nessuno mi toglie la vita. Il Padre mio mi ha dato il diritto e il privilegio di deporre la mia vita. Mi ha dato anche la possibilità di oltrepassare questa coppa ed evitare la croce. Ma io scelto di farlo, a causa del mio amore e della piena arresa a lui".

Il nostro Padre celeste ha dato a tutti noi lo stesso diritto: il privilegio di scegliere una vita arresa. Nessuno è costretto ad arrendere la sua vita a Dio. Il nostro Signore non vuole farci sacrificare la volontà né vuole che Gli restituiamo la vita. Ci offre gratuitamente una Terra Promessa, piena di latte, miele e frutti. Ma possiamo scegliere di non entrare in quel posto di pienezza.

La verità è che possiamo avere Cristo nella misura che vogliamo. Possiamo approfondire la Sua conoscenza come vogliamo, vivendo appieno per la sua Parola e nella Sua guida. L'apostolo Paolo lo sapeva. E scelse di seguire l'esempio di Gesù, di una vita totalmente arresa.

Paolo era stato uno che odiava Gesù, un persecutore dei cristiani che si riteneva giusto. Di sé disse che aveva un odio spietato verso i seguaci di Cristo. Ma Paolo era anche un uomo di grandi ambizioni e con una ferrea volontà. Era ben istruito, essendo stato ammaestrato dai migliori insegnanti del suo tempo. Ed era un Fariseo, fra i più zelanti di tutti i capi religiosi ebrei.

Sin dall'inizio, l'ascesa di Paolo era manifesta a tutti. Aveva l'approvazione dell'ordine religioso di quei tempi. Ed aveva una missione chiara, accompagnata dalle raccomandazioni dei suoi superiori. Infatti, aveva tutta la vita già programmata, e sapeva esattamente dove si sarebbe recato. Paolo credeva di essere nella volontà di Dio.

Eppure il Signore prese quest'uomo fattosi da sé, determinato e ben diretto, e ne fece un esempio lampante di una vita arresa. Paolo divenne uno degli uomini più dipendenti da Dio, più ripieni di Lui e più guidati di tutta la storia. Infatti, Paolo dichiarò che la sua vita era un esempio per tutti quelli che desideravano vivere in arresa totale a Cristo: "Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna" (1 Timoteo 1:16).

L'apostolo stava dicendo: "Se volete sapere cosa significa vivere una vita arresa, guardatemi. Vi siete decisi a vivere un rapporto più profondo con Gesù? Ecco cosa dovete aspettarvi di sopportare". Paolo sapeva che non molti sarebbero stati disposti a seguire il suo esempio. Ma la sua vita è uno stampo per tutti coloro che scelgono una vita completamente arresa.

1. Il cammino dell'arresa inizia con un senso divino di profonda impotenza

Dio inizia il processo scaraventandoci giù dal cavallo. Questo è ciò che accadde letteralmente a Paolo. Se ne stava andando per la sua strada, verso Damasco, quando una luce accecante scese dal cielo. Paolo fu scaraventato al suolo, tutto tremante. Allora una voce parlò dal cielo, dicendo: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?" (Atti 9:4).

Queste parole riportarono Paolo indietro ad un evento accaduto mesi prima. Improvvisamente, questo giusto Fariseo comprese il motivo per cui la sua coscienza gli si rivoltava contro. Paolo aveva patito lunghe notti di agitazione, era stato piagato dall'ansia e dalla confusione, perché aveva visto qualcosa che l'aveva scosso dal profondo.

Paolo aveva assistito alla lapidazione dell'apostolo Stefano. Credo che Paolo ricordava lo sguardo di Stefano mentre affrontava la morte. Stefano aveva assunto un atteggiamento divino, una santa apparenza. E le sue parole ebbero un grande potere. Furono convincenti e penetranti. Era palese che a quest'umile uomo non importava niente dell'approvazione del mondo. Non si faceva impressionare dai dignitari religiosi. E non aveva paura della morte.

Tutto questo fece venire a galla la vacuità della vita di Paolo. Questo devotissimo Fariseo si rese conto che Stefano possedeva qualcosa che lui non aveva. Paolo si era trovato di fronte un uomo totalmente arreso a Dio, e questo lo fece sentire miserabile. Probabilmente pensò: "Per anni mi sono esercitato a leggere le Scritture. Ma quest'uomo ignorante pronuncia la Parola di Dio con autorità. Tutta la vita ho avuto fame di Dio. Ma Stefano ha la vera potenza del cielo, persino adesso che sta morendo. E' chiaro che conosce Dio, come nessun altro di quelli che ho incontrato. Ma nonostante questo, io lo sto perseguitando insieme a quelli del suo genere".

Paolo sapeva che nella sua vita mancava qualcosa. Aveva una conoscenza di Dio, ma non aveva rivelazioni dirette, come Stefano. Ora, in ginocchio e tremante, udì queste parole dal cielo: "Sono quel Gesù che tu perseguiti" (Atti 9:5). Era una rivelazione soprannaturale. E queste parole stravolsero il mondo di Paolo. A quel punto, penso che sia rimasto in ginocchio per ore, a piangere, come per dire: "Ho sbagliato completamente. Ho trascorso tutti questi anni nell'educazione e nello studio, facendo buone opere. Ma per tutto questo tempo, ero sulla strada sbagliata. Gesù è il Messia. E' venuto, ma io non l'ho conosciuto. Tutti quei passi di Isaia adesso acquistano un senso. Parlano di Gesù. Adesso mi rendo conto di cosa possedeva Stefano. Conosceva intimamente Cristo".

La Scrittura dice: "Tutto tremante e spaventato, Paolo disse: Signore, che vuoi che io faccia?" (9:6). La conversione di Paolo fu un'opera drammatica dello Spirito Santo. E che improbabile convertito era quest'uomo. Era il persecutore del popolo di Dio. La sua testimonianza sarebbe stata una testimonianza potente ed indiscutibile per il vangelo di Gesù Cristo. Sicuramente Dio avrebbe usato Paolo in modo incredibile. "Il Signore gli disse: Alzati, entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare" (9:6).

Cercate adesso di immaginarvi Paolo. Questo Fariseo altamente istruito era a pezzi ed accecato. Furono i suoi amici a portarlo in città. Tutta la sua vita sembrava crollata. Ma la realtà era che Paolo stava per essere guidato dallo Spirito Santo a vivere una vita arresa. Quando chiese: "Signore, che vuoi che io faccia?", il suo cuore stava gridando: "Gesù, come ti posso servire? Come posso conoscerti e fare ciò che ti piace? Non mi importa nient'altro. Tutto quello che ho fatto nella carne non vale a niente. Tu sei tutto per me, adesso".

Paolo trascorse i tre giorni successivi a digiunare e pregare. Ma nessuna parola gli fu rivolta dal cielo. Aveva insegnato e predicato ad altri, ma nessuno dei suoi insegnamenti poteva aiutarlo in questo momento. Era profondamente impotente. Dovrà aver pregato: "O Dio, hai messo in me un profondo desiderio di conoscerti. Per favore, mostrami che devo fare. Sono così cieco e confuso, niente ha più senso".

Dico ad ogni seguace devoto di Gesù: prendete nota di questa scena. Qui troviamo il modello di una vita arresa. Quando decidi di andare a fondo con Cristo, Dio metterà uno Stefano sul tuo cammino. Lui ti farà trovare di fronte a qualcuno il cui comportamento riflette Gesù. Questa persona non ha interesse per le cose del mondo. Non gli importano gli applausi del mondo. Si preoccupa soltanto di piacere al Signore. E la sua vita metterà a nudo la tua indulgenza e i tuoi compromessi, e ti convincerà profondamente.

Come Paolo, improvvisamente avvertirai il tuo fallimento. Ti renderai conto che nonostante le buone e pie opere che hai compiuto, hai messo da parte Gesù. E finirai in un vicolo cieco: pieno di dubbi, senza direttiva, incapace a dare un senso alle rivelazioni precedenti. Ma sarà tutta opera di Dio. E' Lui che ti ha condotto in questo posto di profonda impotenza.

2. Il cammino dell'arresa porta a molte sofferenze

"Egli è uno strumento che ho scelto per portare il mio nome davanti ai popoli, ai re, e ai figli d'Israele; perché io gli mostrerò quanto debba soffrire per il mio nome" (Atti 9:15-16). Paolo aveva ricevuto la promessa di un ministero fruttifero. Ma per adempierlo avrebbe dovuto sopportare grandi sofferenze.

Il tema della sofferenza è vasto, e comprende diversi tipi di dolori: agonia fisica, angoscia mentale, distretta emotiva, dolore spirituale. Secondo le Scritture, Paolo sopportò ognuna di queste sofferenze. Patì una spina nella carne, naufragi, lapidazioni, battiture, furti. Dovette affrontare il rigetto degli altri, le beffe, le calunnie maliziose. Sopportò persecuzioni di ogni tipo. Ed a volte si sentì solo, confuso, incapace di udire la voce di Dio.

Questo modello di sofferenza nella vita di Paolo non sarà sperimentato da tutti quelli che cercano una vita arresa. Ma in un certo senso, ogni credente devoto si troverà di fronte a dei dolori. Ma c'è uno scopo dietro tutto questo. Vedete, la sofferenza è un'area della vita in cui non abbiamo controllo. E' il regno in cui impariamo ad arrenderci alla volontà di Dio.

Io definisco la sofferenza "la scuola dell'arresa". E' un centro di addestramento in cui, come Paolo, cadiamo in ginocchio e finiamo col piangere: "Signore, non ce la faccio". E Lui risponde: "Buono. Adesso ce la faccio io. Arrendi tutto a me, il tuo corpo, la tua anima, la tua mente, il tuo cuore, tutto. E confida appieno in Me".

Se ti incammini sulla strada dell'arresa completa, soffrirai molto più di un cristiano medio, di quelli compiacenti. Se un credente compromesso soffre, è solo per il suo bene. Il Signore forse sta usando il dolore per rimuovere da lui qualche peccato particolare. E nessun altro fuorché lui, beneficerà di questa lezione. Ma se desideri una vita arresa, le tue sofferenze diventeranno un grande conforto per gli altri. Paolo attesta:

"Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione; perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Perciò se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; se siamo consolati, è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è salda, sapendo che, come siete partecipi delle sofferenze, siete anche partecipi della consolazione" (2 Corinzi 1:3-7).

Paolo qui sta parlando delle sofferenze permesse da Cristo. Il nostro Signore permette tanto dolore nelle nostre vite, affinché testimoniamo ad altri la sua fedeltà. Vuol dimostrarsi "il Dio di ogni consolazione" (1:3). La nostra sofferenza non ha solo lo scopo di farci arrendere completamente alla sua volontà. Serve anche alla "salvezza e alla consolazione degli altri" (1:5). Per dirla in parole semplici, i più grandi ministeri di consolazione nascono dalle grandi sofferenze.

3. Il cammino dell'arresa porta ad una sola ambizione

Paolo non aveva altra ambizione, altra forza trainante nella sua vita, che questa: "guadagnare Cristo" (Filippesi 3:8).

Conosco un pio giovane predicatore, amico di molti altri giovani pastori della nazione. Gli ho chiesto quale pensava fosse il problema principale fra i suoi pari. Mi ha risposto: "La smania di avere successo". La sua risposta mi ha scioccato. So che l'ansia del successo è comune nella società secolare. Ma è anche una piaga della chiesa? Il giovane pastore mi ha spiegato: "I giovani ministri pensano di dover aumentare il numero nelle loro chiese. Sentono la pressione di vedere crescere istantaneamente la chiesa".

Ma questo è un problema comune anche ai ministri più anziani. Hanno arato per anni, sperando di veder crescere la loro chiesa. Poi, quando la chiesa di un pastore giovane inizia ad esplodere, il pastore più anziano sente la pressione di dover fare ugualmente. Si affollano nelle conferenze che parlano della crescita della chiesa, cercano tecniche per espandere il loro numero.

Non vi dico quante lettere ho ricevuto di gente che più o meno diceva la stessa cosa: "Il nostro pastore è appena tornato da una meravigliosa conferenza a proposito di una 'nuova formula per il successo'. Ha detto che i nostri culti dovrebbero essere più amichevoli per i peccatori. Perciò ha completamente trasformato l'adorazione, come i suoi sermoni. Adesso la nostra chiesa è un posto totalmente diverso. Diversi mesi fa, lo Spirito Santo si muoveva potentemente in mezzo a noi. Ma ora la gente se ne va, perché anche lo Spirito se n'è andato".

Un pastore rimase scioccato dal consiglio di un esperto di crescita della chiesa. Gli fu detto: "La tua chiesa non può crescere se hai da offrire soltanto Gesù". Questo "esperto" aveva messo da parte Gesù! La risposta alle preoccupazioni di ogni chiesa è disponibile a tutti, ma quest'uomo non la conosceva. Come mai? Aveva oltrepassato l'ambizione che Paolo riteneva necessaria: guadagnare Cristo.

Per gli standard attuali del successo, Paolo sarebbe un fallimento totale. Non aveva mai costruito alcun edificio. Non aveva un'organizzazione. Ed i suoi metodi venivano disprezzati dagli altri leader. Infatti, il messaggio che Paolo predicava offendeva la maggior parte dei suoi uditori. A volte, veniva persino lapidato per le sue predicazioni. Il tema? La croce.

Giovani ministri mi hanno detto: "Fratello Dave, tu hai successo. Sei un ministro conosciuto in tutto il mondo. Pasturi una chiesa grandissima. Hai scritto persino un best-seller. La tua reputazione è a posto per tutta la vita. E io? Non posso seguire lo stesso tuo percorso?"

A volte, ho avuto la tentazione di rispondere: "Ma ho pagato un prezzo. Non conosci le sofferenze che ho dovuto sostenere in questo cammino". No, questa non è la risposta. Il fatto è che conosco uomini molto più santi di me, che hanno sofferto molto più di quanto riesca ad immaginare. Sono stati fedeli e devoti, hanno sopportato delle sofferenze incredibili, a volte persino la morte. Ma questi uomini non sono conosciuti nel mondo.

Ma non è questa la cosa importante. Quando compariremo davanti a Dio nel giorno del Giudizio, non saremo giudicati per il nostro ministero, per quello che siamo riusciti ad ottenere o per il numero delle persone che abbiamo fatto convertire. Ci sarà solo un metro di giudizio in quel giorno: i nostri cuori sono stati completamente arresi a Dio? Avremo messo da parte tutti i nostri piani e la nostra volontà, per prendere la Sua? Avremo dovuto soccombere alle pressioni dei nostri pari, o avremo cercato soltanto le direttive di Dio? Saremo corsi di seminario in seminario, cercando uno scopo nella vita, o avremo trovato il nostro pieno adempimento in lui?

Sono stato chiamato a predicare la Parola di Dio sin da quando avevo otto anni. E posso dire onestamente che in tutta la mia vita, la mia gioia più grande è stata quella di udire la voce del Signore. Quando predico, so di pronunciare un messaggio che Dio mi ha dato. E quel messaggio deve funzionare nella mia anima, prima che mi azzardi a predicarlo agli altri. Mi compiaccio nell'aspettare il Signore, nell'udire: "Questa è la via, cammina in essa".

Ora che ho settant'anni, non ho che un'ambizione: imparare sempre più a dire solo le cose che il Padre mi da. Niente di quello che dico o faccio da me stesso, vale a qualcosa. Voglio poter dichiarare: "So che il mio Padre è con me, perché faccio soltanto la Sua volontà".

4. Il cammino dell'arresa ti fa essere soddisfatto di quello che sei e di quello che hai

Molti cristiani vivono continuamente nell'insoddisfazione. Non sono mai soddisfatti di quello che hanno. Guardano sempre al futuro, pensando: "Oh, se solo potessi fare questo o avere quell'altro, sarei felice". Ma la loro soddisfazione non arriva mai.

Accontentarsi è stata una prova enorme nella vita di Paolo. Dopo tutto, Dio gli aveva detto che si sarebbe usato potentemente di lui: "Egli è uno strumento che ho scelto per portare il mio nome davanti ai popoli, ai re, e ai figli d'Israele" (Atti 9:15). Dopo aver ricevuto questo mandato, Paolo "si mise subito a predicare nelle sinagoghe che Gesù è il Figlio di Dio" (9:20). L'apostolo diventava sempre più coraggioso ad ogni sermone: "Ma Saulo si fortificava sempre di più e confondeva i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo" (9:22).

Ma poi cosa accadde? "I Giudei deliberarono di ucciderlo" (9:23). Tutto questo a causa della chiamata di Paolo a predicare ai figli d'Israele. Non solo essi rifiutarono il suo messaggio, ma complottarono di farlo morire. Che inizio disastroso per un ministro di cui Dio aveva dichiarato la potenza.

Allora Paolo decise di andare a Gerusalemme, per incontrare il resto dei discepoli di Gesù. "Ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo" (9:26). Ora Paolo si trovò di fronte ad un rifiuto ancora maggiore. Proprio i suoi fratelli in Cristo gli voltarono le spalle.

Alla fine, Paolo ragionò: "Almeno, potrò raggiungere i Gentili". Ma un Gentile importante come Cornelio, cercando un predicatore che gli potesse parlare del vangelo, non chiese di Paolo. Al contrario, cercò Pietro. Senza dubbio, Paolo fu messo al corrente dei gloriosi avvenimenti accaduti in casa di Cornelio: "Lo Spirito Santo è sceso sui Gentili. Il Signore ha rivelato loro il Cristo!"

In seguito, Paolo dovette sedere nella conferenza che Pietro tenne a Gerusalemme, nella quale dichiarò: "Fratelli, voi sapete che dall'inizio Dio scelse tra voi me, affinché dalla mia bocca gli stranieri udissero la Parola del vangelo e credessero" (15:7). Apparentemente, Dio aveva determinato che il risveglio fra i Gentili avvenisse ad opera di qualcun altro. Per quanto ne sapesse Paolo, il suo compito era quello di rimanere in seconda fila, a guardare quello che sarebbe accaduto.

Cosa pensate avvenne nella mente di Paolo, mentre subiva tutte queste cose? La verità era che in tutto questo - nel suo disappunto, nel dolore e nelle minacce alla sua vita - Dio stava insegnando al suo servo qualcosa di vitale: Paolo stava imparando ad accontentarsi di un passo dopo l'altro.

In seguito, quando Paolo predicò in Antiochia, il suo messaggio fu occasione di disputa fra i capi giudei. Perciò Paolo dichiarò: "Ecco, ci rivolgiamo agli stranieri" (Atti 13:46). Paolo predicò ai non ebrei, e molti si convertirono, "e la Parola del Signore si diffondeva per tutta la regione" (Atti 13:48-49). Ma prima che Paolo potesse assaporare la vittoria, "...i Giudei istigarono le donne pie e ragguardevoli e i notabili della città, scatenando una persecuzione contro Paolo e Barnaba, che furono cacciati fuori dal loro territorio" (13:50).

Subito dopo, Paolo andò ad Iconio. Predicando in quei luoghi, ancora una volta "una gran folla di Giudei e di Greci credette" (14:1). In quella città venne un risveglio. Ma ancora una volta "ci fu un tentativo dei pagani e dei Giudei, d'accordo con i loro capi, di oltraggiare gli apostoli e lapidarli" (14:5).

Potete immaginarvi la confusione e lo scoraggiamento di Paolo? Ovunque si muoveva, la sua chiamata sembrava ostacolata. Dio gli aveva promesso un fruttuoso ministero di evangelismo. Ma ogni volta che predicava, veniva maledetto, rifiutato, assaltato e lapidato. Come rispondeva? "Ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo" (Filippesi 4:11).

Paolo non faceva questioni né si lamentava. Non chiedeva di sapere quando avrebbe predicato ai re e ai governatori. In effetti, diceva: "Forse adesso non vedo la realizzazione di ciò che il Signore mi ha promesso. Ma mi muovo in fede, perché sono contento di avere Gesù. Per lui, ogni giorno posso vivere al meglio".

La soddisfazione di Paolo in ogni cosa era il risultato di una vita arresa

Paolo non aveva fretta di vedere l'adempimento di ogni promessa nella sua vita. Sapeva di aver ricevuto una promessa di ferro da parte di Dio, e ad essa si aggrappava. Per il momento, si accontentava di ministrare ovunque si trovava: ai carcerieri, ai marinai, a poche donne sulla riva di un fiume. Quest'uomo aveva un mandato mondiale, eppure fu fedele nel ministrare anche nel piccolo.

Paolo non era neanche geloso dei giovani che sembravano sorpassarlo. Mentre viaggiava in tutto il mondo, vincendo ebrei e gentili a Cristo, si ritrovò anche in prigione. E lì fu informato che grandi folle si erano convertite grazie a persone con le quali aveva dibattuto sull'evangelo della grazia. Eppure Paolo non invidiò quella gente. Sapeva che un uomo arreso a Cristo sa abbassarsi allo stesso modo in cui sa abbondare: "L'animo contento del proprio stato, è un grande guadagno... ma avendo di che nutrirci e di che coprirci, saremo di questo contenti" (1 Timoteo 6:6,8).

Oggi il mondo potrebbe dire a Paolo: "Adesso sei alla fine della tua vita. Non hai risparmi, né investimenti. Tutto quello che hai è un cambio di vestiti". So che la risposta di Paolo sarebbe: "Oh, ma ho guadagnato Cristo. Ho la vera vita".

"Ma il diavolo ti sta sempre alle calcagna, Paolo. Vivi nel dolore costante. Soffri come nessun altro io abbia conosciuto. Com'è possibile tutto questo?"

"Mi esalto nelle afflizioni. Quando sono debole, è il momento vero in cui sono forte. Non misuro la mia forza con gli standard del mondo, ma con quelli del Signore".

"E che ne dici del tuo rivale Apollo? La folla pende dalle sue labbra. Tu ministri solo a piccoli gruppi, e persino solo ad una persona. Apollo è un oratore eloquente, ma i tuoi discorsi non valgono a nulla, Paolo".

"Non mi dispiace affatto. Non cerco la gloria in questa vita. Ho una rivelazione della gloria che mi aspetta in cielo".

"Ma cosa ti ha promesso Dio? Ti ha detto che avresti testimoniato ai re. L'unica volta in cui li hai visti è stato quando eri in catene. Hai dovuto predicare mentre eri in prigione. E' questo l'adempimento delle promesse di Dio nella tua vita?"

"Il mio Signore ha mantenuto la sua promessa, non nel modo che mi aspettavo, ma a modo suo. Nonostante le mie catene, ho predicato Cristo con pienezza. E ragazzi.. quei governatori sono stati compunti. Quando ho finito di predicare, hanno tremato. Il Signore mi ha concesso il suo favore in questo modo".

"Paolo, hai fatto la fine di uno stupido. Tutti in Asia ti si sono rivoltati contro. Più ami gli altri, meno vieni amato. Hai lavorato tutto questo tempo per edificare la chiesa di Dio, svolgendo persino compiti meschini. Ma nessuno ti apprezza. Persino i pastori di cui sei stato mentore ti prendono in giro. Alcuni ti hanno persino bandito dai loro pulpiti. Perché continui con questo ministero? Non hai avuto successo in nessun senso della parola".

"Ho già lasciato questo mondo, con tutte le sue ambizioni e le sue aspirazioni. Non ho bisogno della lode della gente. Vedi, sono stato in paradiso. Ho udito parole ineffabili, che nessun uomo può pronunciare. Perciò, tieniti pure la competizione di questo mondo, con tutte le sue ansie. Io mi sono determinato a non conoscere altro se non Cristo e lui crocifisso".

"Ti dico, io sono il vincitore. Ho trovato la perla di gran prezzo. Gesù mi ha dato il potere di deporre ogni cosa, e riprenderla di nuovo. Ebbene, io ho deposto tutto, ed ora mi aspetta una corona. Ho solo un obiettivo in questa vita: vedere il mio Gesù faccia a faccia. Tutte le sofferenze di questo mondo non possono essere paragonate alla gioia che mi attende".

Possano i nostri cuori essere come quello di Paolo, mentre cerchiamo una vita arresa.

Di David Wilkerson
23 gennaio 2002

facebook icona twitter iconawhatapps icona

Opera evangelica a favore dei non vedenti

Opera evangelica per sordi

La chiesa perseguitata

Pregare ed aiutare

Il vangelo tra gli stranieri