Amate i vostri nemici

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Nei versetti 43– 48 del capitolo 5 di Matteo abbiamo l’ultimo dei sei esempi usati dal nostro Signore per spiegare e illustrare il suo insegnamen­to riguardo al significato della santa legge di Dio per l’uomo, in contrasto coll’interpretazione distorta che i Farisei e gli scribi ne davano. Vi è innanzi tutto da chiarire una differenza nei testi che abbiamo a nostra di­sposizione. Il versetto 44 nell’Authorized Version (come nella Diodati) dice: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono e vi perseguitano”. Nella Revised Version e nella Riveduta Italiana esso è reso: “Ma io vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano”.

La prima versione contiene un numero di espressioni che mancano nella seconda. La spiegazione di questa differenza dipende da un problema di criti­cismo dei testi originali. Molti sono gli antichi manoscritti che contengono i Vangeli, e che presentano qua e là delle leggere varianti, di nessun peso dottrinale, ma recanti solo alcuni particolari diversi come in questo caso specifico. Ora, dato che molti dei manoscritti ritenuti come i più accurati, non contengono le parole riportate nella prima versione, le edizioni Rivedu­te le omettono.

Tuttavia, dato che lo stesso insegnamenito può essere certa­mente trovato in altri punti delle Sacre Scritture, desidero seguire nella mia esposizione il testo della Authorized Version (o Diodati).

È necessario, per comprendere rettamente queste parole di Cristo, te­nere presente l’insegnamento dei Farisei e degli scribi in proposito. Essi dicevano: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. Proprio così.

Ora la domanda che sorge spontanea è: dove trovavano tale comando nell’Antico Testa­mento? Esiste un qualche passo con un’affermazione del genere? La risposta, naturalmente, è: “no”. Ciò non toglie però che questo fosse l’insegnamento dei Farisei e che essi lo interpretassero come segue: “prossimo” era solo chi era israelita. Perciò si insegnava ai Giudei che dovevano amare solo i loro compatrioti, e che dovevano considerare chiunque altro non solo come uno straniero, ma anche come un nemico. Essi si spingevano così lontano da affermare che dovevano, per diritto e per dovere, odiare tali persone. Sap­piamo bene dalla storia antica come l’odio e il rancore dividessero il mondo. I Giudei consideravano tutti i pagani come cani e molti pagani disprezzavano i Giudei. Esisteva un terribile “muro di divisione” che separava il mondo e che causava intense animosità fra una parte e l’altra. Perciò molti erano i Farisei zelanti e gli scribi che pensavano di onorare Dio disprezzando tutti coloro che non appartenessero alla nazione eletta. Un tale insegnamento non è reperibile nell’Antico Testamento.

Tuttavia, a questo punto, è necessario tentare di comprendere questo in­segnamento dal punto di vista dei Farisei e degli scribi. In certo modo, non sorprende che essi insegnassero una simile dottrina e che affermassero anche di basarla sull’insegnamento delle Scritture. Non dico questo per mitigare i crimini degli scribi e dei Farisei, ma perchè si tratta di un argomento che ha fatto e fa ancora sorgere dei problemi nella mente di molti cristiani. Sebbene in nessun punto dell’Antico Testamento si trovi l’ingiunzione: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”, vi si trovano delle affermazioni che potrebbero avere indotto i Giudei ad odiare i loro nemici. Esaminiamone al­cune.

Quando i Giudei entrarono nella terra promessa, fu loro comandato da Dio di sterminare i Cananei. Fu loro ordinato di sterminarli e, anche se in realtà non lo fecero, lo avrebbero dovuto fare. Fu detto ai Giudei di non tratta­re con alcuna clemenza gli Amorei, i Moabiti e i Madianiti. Anche questo era un preciso comando di Dio. Più tardi leggiamo che la memoria degli Amalechi­ti doveva essere cancellata dalla faccia della terra a causa di certe azioni che avevano compiute. Non solo: era contemplata nella legge di Dio la possibilità che, se qualcuno uccidesse un suo simile, un parente dell’ucciso potesse a sua volta uccidere l’uccisore, se lo avesse raggiunto prima che riuscisse ad entrare in una città di rifugio. Questo faceva parte della leg­ge.

Ma forse la parte della Scrittura più difficile a capire, sotto questo aspetto, sono i cosìddetti salmi imprecatorii, nei quali vengono pronuncia­te varie maledizioni su alcune persone o gruppi di individui. Forse uno de­gli esempi più noti di questo tipo di imprecazione è contenuto nel salmo 69, in cui il salmista dice rivolgendosi a Dio: “Gli occhi loro si oscurino sì che non vedano più, e fa’ loro del continuo vacillare i lombi, spandi l’ira tua su loro e l’ardore del tuo corruccio li colga. La loro dimora sia desola­ta, nessuno abiti nelle loro tende!” ecc. Non c’è da dubitare che l’Antico Te­stamento contenga degli insegnamenti di questo tipo, i quali certamente sem­bravano giustificare, nella mente dei Farisei, il comando di amare il prossi­mo, ma di odiare il nemico.

Qual è la risposta a questo problema? L’unico modo per risolverlo è considerare tutti gli ordini di sterminio e anche i salmi imprecatorii come sentenze giuridiche e non come espressioni di sentimenti personali. Nello scrivere i suoi salmi, l’autore non parla per conto proprio, ma a nome del popolo; e i suoi salmi si preoccupano, in ogni singolo caso e in ogni salmo imprecatorio, della gloria di Dio. Parlando delle cose che gli vengono fatte contro, egli ne parla come di cose fatte contro il popolo eletto di Dio. Egli è geloso dell’onore di Dio, e lo zelo per la casa e per il popolo di Dio lo spingono ad esprimersi in quel modo.

Inoltre se non si accetta l’idea che tutte le imprecazioni dei salmi sia­no sempre di carattere giuridico, ci si trova coinvolti in un problema in­solubile nei riguardi del Signore Gesù Cristo stesso. Lo sentiamo, nel sermo­ne sul monte, mentre ordina di amare i nemici e, poco più tardi, nel capitolo 23 dello stesso Evangelo, mentre tuona sentenze di maledizione sul capo dei Farisei. Come si conciliano i due atteggiamenti? Come si concilia l’esortazione ad amare i nemici con queste maledizioni pronunciate sui Farisei e tut­to quello che Egli disse sul loro conto? Oppure guardiamo le cose da un altro lato. Il Signore Gesù ci dice di amare i nostri nemici perché è proprio quel­lo che anche Dio fa: “Affinchè siate figliuoli del Padre vostro che è nei cie­li; poichè Egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”.

Alcuni hanno interpretato con superfi­cialità questo passo per dimostrare che l’amore di Dio è assolutamente uni­versale e non importa se un uomo pecchi o no. Tutti andranno in cielo perchè Dio è amore; e, in quanto amore, Dio non può punire. Ma questa è una negazio­ne dell’insegnamento della Scrittura dal principio alla fine. Dio punì Caino; punì il mondo antico col diluvio; punì le città di Sodoma e Gomorra; punì i figliuoli di Israele quando furono recalcitranti. Inoltre tutto l’insegnamento del Nuovo Testamento, basato su quello proceduto dalle labbra stesse di Cri­sto, è che vi sarà un giudizio, e che un giorno tutti gli impenitenti andran­no nello stagno di fuoco, un luogo in cui “il verme loro non muore e il fuoco non si spegne”. Se non si accetta questo principio giuridico, si deve am­mettere che esiste una contraddizione continua in tutto l’insegnamento della Bibbia ed anche in quello del Signore Gesù stesso: ora questa è una posizione impossibile.

Il modo per risolvere il problema allora è il seguente. Si deve ricono­scere l’esistenza di questo elemento giuridico. Mentre siamo in questa vita e in questo mondo, Dio fa veramente sorgere il sole sui malvagi e sui buoni, Egli benedice coloro che lo odiano e manda la pioggia su coloro che lo sfi­dano. Sì, Dio continua a fare così. Ma, nello stesso tempo, Egli annuncia loro che, a meno che non si pentano, un giorno saranno distrutti. Quindi la con­traddizione, in fondo, non esiste. I Moabiti, gli Amorei, i Madianiti avevano deliberatamente rigettato le rivelazioni di Dio, e Questi, in quanto Dio e giusto giudice eterno, pronunciò su loro un giudizio. Il giudicare è una pre­rogativa di Dio. Ma la difficoltà stava nel fatto che gli scribi e i Farisei non facevano questa distinzione. Prendevano il principio giuridico e lo applicavano alla loro vita di tutti i giorni e ai loro affari. Essi lo conside­ravano come una giustificazione per odiare i loro nemici, per odiare tutti coloro che erano loro antipatici o chiunque sembrasse offenderli. Essi di­struggevano volontariamente il principio della legge di Dio, che è amore.

Consideriamo ora il passo da un punto di vista positivo, il che servirà ad illuminarlo maggiormente.

Il nostro Signore, contrastando nuovamente l’insegnamento distorto dei Farisei col suo, dice: “Ma io vi dico: Amate i vostri nemici” e poi, per meglio spiegare il suo concetto, continua: “Benedite coloro che vi maledicono, fate bene a coloro che vi odiano e pregate per coloro che vi fanno torto e vi perseguitano”. Si trova qui esattamente lo stesso principio enunciato poco prima nei versetti 38– 42 che sono una definizione di quello che dovrebbe essere l’atteggiamento del cristiano verso gli altri. Ma, mentre in precedenza esso era stato espresso in forma negativa, qui viene espresso positivamente. Prima si trattava di un cristiano, soggetto agli in­sulti dei suoi simili, che lo schiaffeggiano e lo vilipendono in ogni maniera.

Quello che il Signore dice è che non dobbiamo rivoltarci. “Voi avete udito che fu detto «occhio per occhio, dente per dente». Ma io vi dico: non contra­state il malvagio”. Cristo dà qui un insegnamento negativo; tuttavia il Si­gnore ora supera e passa a quello positivo, che è il culmine della vita cristiana. Egli ci conduce verso la più grande e più gloriosa parte di tutto il suo insegnamento. L’unica cosa che impedisce ad un uomo di rivoltarsi, di contraccambiare i colpi, che lo induce a presentare l’altra guancia o a cam­minare per un altro miglio, a dare la sua tunica e il suo mantello, quando gli sono chiesti con un sopruso, o ad aiutare qualcuno che è nel bisogno, è che egli dove essere morto a se stesso, morto ai propri interessi, morto ad ogni preoccupazione per il suo benessere.

Ma il Signore va ancora molto più lontano. Ci dice che dobbiamo amare queste persone positivamente. Non si tratta solo di non rispondere ai loro colpi, ma di amarle e il Signore si preoccupa di farci capire che il nostro prossimo comprende anche i nostri nemici.

Il miglior modo per capire questi insegnamenti è considerare i principi da esso enunziati. È l’insegnamento più alto che possiamo trovare in tutta la Bibbia, poiché finisce con la nota: “Voi dunque siate perfetti come è per­fetto il vostro Padre celeste”. Esso si impernia tutto sull’amore. Ciò che ci vien detto è, in poche parole, che voi ed io in questo mondo limitato, cir­condati come siamo da problemi e difficoltà, da gente e da tante cose che ci assalgono, dobbiamo comportarci come Dio si comporta, dobbiamo essere simili a Lui e dobbiamo trattare le persone come Egli le tratta. “Fate questo” dis­se Gesù, “affinché siate figlioli del Padre vostro che è nei cieli; poichè egli fa levare il suo sole sui malvagi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”.

Che cosa significa ciò? Innanzi tutto, che il nostro modo di trattare gli altri non deve dipendere mai da ciò che essi sono, e da come si comporta­no verso di noi. Deve essere unicamente controllato dal nostro modo di consi­derarli. Questo è il principio che Egli enuncia. Vi sono persone malvage, stolte e ingiuste, tuttavia Dio manda loro la pioggia e fa splendere su loro il suo sole; esse godono di certi benefici nella vita e sperimentano quella che è chiamata la “grazia comune”.

Dio non benedice solo gli sforzi dell’a­gricoltore che si affida a Lui. Benedice anche gli sforzi del contadino in­giusto, malvagio ed empio. Perchè accade ciò? La risposta è che Dio non li tratta per quello che sono e secondo il loro atteggiamento verso di Lui. E perchè – se si può formulare con riverenza questa domanda–  agisce così? La risposta è che Egli è governato unicamente dal suo amore che è assolutamente disinteressato.

In altre parole, questo amore non dipende da nulla che è in noi, ma si manifesta nostro malgrado. “Dio ha tanto amato il mondo che ha da­to il suo unigenito Figliuolo affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia vita eterna. Chi lo ha spinto ad agire così? Era forse qualche cosa di bello, apprezzabile o amabile in noi o nel mondo? Fu qualche cosa che sti­molò il suo cuore eterno pieno di amore? Certo no. Esso si manifestò intera­mente e completamente nostro malgrado. Ciò che mosse Dio fu il suo stesso a­more eterno, senza che intervenisse qualsiasi fattore esterno. Tale amore genera i suoi movimenti e le sue attività: è un amore del tutto disinteressato.

Questo è un principio di importanza capitale, poichè secondo il nostro Signore, è il tipo di amore che dobbiamo possedere, ed è l’amore che dobbia­mo mostrare agli altri. Tutto il segreto per vivere una simile vita è essere distaccati dagli altri, nel senso che la nostra condotta non dovrebbe dipen­dere da come gli altri agiscono. Ma, ancora di più, l’uomo dovrebbe essere distaccato dal suo io, perchè finchè non lo è, non può fare a meno si curar­si di ciò che gli altri fanno a quell’io. Finché uno vive per se stesso è permaloso, sospettoso e geloso; è invidioso e perciò reagisce immediatamente alle azioni altrui ed è in intimo contatto con loro. L’unico modo per di­staccarsi da ciò che gli altri ci fanno è che ci distacchiamo da noi stessi.

Questo è lo spirito di questo paragrafo della Sacra Scrittura e di quello che lo precede. Il credente è uno che è stato tratto fuori da questo mondo malvagio, che è stato collocato in una posizione a parte e vive su un livello più alto. Appartiene ad un regno diverso. È un uomo nuovo; è una nuova crea­tura. A causa di ciò, egli vede le cose e reagisce in maniera diversa . Egli non è più del mondo, ma è fuori del mondo, è staccato da esso. Lì, di­ce Cristo, “voi potete divenire come Dio nel senso che non sarete più gover­nati esclusivamente da ciò che gli altri vi fanno; voi avrete qualche cosa in voi che determinerà la vostra condotta e le vostre reazioni”.

Se esaminiamo le nostre reazioni, vediamo immediatamente che una delle cose più tragiche dalla nostra vita è che siamo in gran parte governati dalla gente e da ciò che essa fa a noi e da ciò che pensa di noi. Cercate di ri­cordare un qualsiasi giorno della vostra vita e di rammentare i pensieri ir­ritati e crudeli che vi sono venuti alla mente e nel cuore. Che cosa li ha prodotti? Gli altri! Quanto delle nostre azioni e dei nostri pensieri è go­vernato dagli altri! È una cosa che rende la vita così infelice. Vedete una certa persona e il vostro spirito è turbato. Se non l’aveste vista quel sen­timento non vi sarebbe venuto. Gli altri vi controllano. Ma, a questo punto, è come se Cristo dicesse: “Liberatevi da questa condizione. Il vostro amore deve diventare tale che non sarete più controllati da ciò che la gente dice. La vostra vita deve essere governata da un nuovo principio in voi, un nuo­vo principio di amore”.

Nel momento in cui questo diventa una realtà, riusciamo a vedere la gen­te in un altro modo. Dio guarda sul mondo e lo vede pieno di peccato e di vergogna, ma lo vede come il risultato dell’attività di Satana. In un certo mo­do, egli vede l’uomo peccatore sotto un’altra luce, e perciò si preoccupa di lui e del suo bene. Allora fa brillare su lui il sole e fa cadere su lui la pioggia.

Noi dobbiamo imparare ad agire così. Dobbiamo guardare la gente e dire: “Sì, mi hanno fatto questo, e quest’altro e quest’altro ancora. Ma per­che lo hanno fatto? Perché sono strumenti di Satana; perché sono governati dall’iddio di questo mondo e sono le sue vittime incapaci di resistergli. Io non mi devo turbare. Io vedo gli uomini come peccatori, destinati all’inferno e devo fare tutto il possibile per salvarli. Iddio fece lo stesso. Egli guar­dò questo mondo peccatore, arrogante e sudicio e mandò il suo unico Figlio per redimerlo, poichè vide la condizione in cui si trovava. La spiegazio­ne di tale atto dove risiede? Egli lo compì per il nostro bene. Noi dobbiamo imparare a fare lo stesso per gli altri. Dobbiamo sentire un impegno positi­vo per il loro bene. Nel momento in cui cominciamo a pensare così, non è più molto difficile fare ciò che Dio ci chiede. Se abbiamo nei nostri cuori un po’ di questa compassione per i perduti e per i peccatori, ci riusciremo.

Perché dovremmo agire così? Si fa molto sentimentalismo su questo soggetto. Alcuni pensano che dovremmo comportarci così perché la gente ci diven­ti amica. Questa è spesso la base del pacifismo. Si suol dire: “Se si è gen­tili verso gli altri; gli altri diventeranno gentili verso di voi”. Certi pen­sano che questo metodo riuscirebbe anche con i despoti. Siamo realisti e non sentimentalisti! Sappiamo benissimo che un simile metodo non funziona. Le no­stre azioni non devono essere tese a crearci degli amici.

Altri dicono: “Dio guarda le persone e le tratta non tanto per quello che sono, ma per quello che sono capaci di diventare”. Questa è una veduta della psicologia moderna e spiega il modo in cui alcuni insegnanti trattano gli allievi. Essi non li puniscono è non esercitano disciplina. Non trattano i bambini per quello che sono, ma piuttosto per quello che dovrobbero essere e che potrebbero divenire, in modo da farli migliorare.

Alcuni vorrebbero che lo stesso principio fosse applicato su più larga scala anche nei riguardi dei condannati al carcere. “Non dobbiamo punire” si dice, “dobbiamo solo essere gentili. Dobbiamo vedere nell’uomo ciò che può divenire, e dobbia­mo sforzarci per portare alla luce il buono che c’è in lui”. Ma con quale risultato? No, non dobbiamo comportarci così perché la nostra azione potrà, in qualche modo, cambiare psicologicamente le persone facendole diventare come vorremmo noi. Dobbiamo agire così non perché in qualche modo potremo mai re­dimerle e trasformarle, ma per mostrare loro l’amore di Dio. Non per cercare una scintilla di divinità nei loro cuori, la quale li potrà salvare, e ali­mentarla fino a farla diventare una fiamma; no, gli uomini sono nati nel peccato e formati nell’iniquità o non hanno in loro stessi la capacità o la pos­sibilità di essere qualche cosa di buono.

Ma Dio ha fatto sì che, a volte, il suo meraviglioso evangelo della salvezza fosse portato a degli individui nel seguente modo. Essi hanno osservato qualcuno e gli hanno chiesto: “Che cosa mai ti ha reso diverso?” Ed egli ha risposto: “Sono diverso per la grazia di Dio. Non perchè sia nato diverso, ma perchè Dio ha operato un cambiamento in me. E quello che l’amore di Dio ha fatto per me, lo può fare anche per te”.

Allora, in che modo possiamo manifestare questo amore nei nostri contat­ti con la gente? Ecco: “Benedite quelli che vi maledicono” che, in parole più moderne e ordinarie, si può rendere così: rispondete con parole gentili alle parole amare. Quando vi viene detto qualche cosa di duro o di sgarbato, la reazioné naturale è rispondere per le rime. Così, ci si mette al livello degli altri. Invece la nostra regola deve essere: parole gentili invece di parole dure.

In secondo luogo: “Fate del bene a coloro che vi odiano”, il che signi­fica compiere azioni buone in cambio di azioni malvage. Quando qualcuno ci ha fatto veramente del male non dobbiamo rendergli la pariglia, anzi dobbia­mo fargli del bene. Sebbene il contadino possa odiare Dio, e sia quindi in­giusto, peccatore e ribelle contro Dio, Dio gli manda il sole e la pioggia, che faranno fruttare il suo raccolto

Infine: “Pregate per coloro che vi fanno torto e vi perseguitano”. Cioè, quando veniamo trattati crudelmente da qualcuno dobbiamo pregare per lui. Dobbiamo inginocchiarci, e parlare a noi stessi prima di parlare con Dio. Anziché essere duri e aspri, invece di rea­gire negli stessi termini egoisti e col desiderio di far valere i nostri di­ritti, dobbiamo ricordarci che facciamo tutto sotto Dio e davanti a Dio, e poi dobbiamo domandarci: “Perchè questa persona si comporta così? È forse colpa mia? Che cosa la spinge ad agire? È la sua natura peccatrice, quella natura che la condurrà all’inferno!” E poi dovremo continuare a meditare, fin­chè non la vedremo sotto una luce tale che cominceremo a sentirne veramente compassione, finché non la vedremo avviata verso una terribile sorte di condanna, e, alla fine proveremo una tale pena da dimenticare di avere pietà di noi stessi e da cominciare a pregare per lei.

In questo modo dobbiamo metterci alla prova. Pregate voi per coloro che vi perseguitano e vi fanno torto? Chiedete a Dio di avere pietà e misericordia di loro e di non punirli? Chiedete a Dio di aprire loro gli occhi e di salvare la loro anima, prima che sia troppo tardi? Vi sentite impegnati?

Furono questo impegno e questo amore quelli che portarono Gesù sulla terra e che lo mandarano sulla croce. Egli pensava tanto a noi che non pensò a se stesso. Lo stesso dobbiamo fare noi.

Perché questi punti siano chiari e si capisca bene che cosa comportino, bisogna capire la differenza fra amare e provare simpatia. Cristo ha detto: “Amate i vostri nemici”. Non ha detto: “Provate simpatia per i vostri nemici”. La simpatia è un sentimento più naturale dell’amore. Noi non siamo chiamati a provare simpatia per tutti. Non è possibile: siamo chiamati ad amare tutti. Sarebbe ridicolo comandare ad una persona di provare simpatia per un’altra. La simpatia dipende da fattori fisici, dal temperamento e da mille altre cose. Questo non è importante. Quello che importa è che preghiamo per chi non ci piace. Questo è amare.

Molti inciampano su questo punto e chiedono: “Ma è giusto dire che si deve amare senza provare simpatia?” Io dico di sì. Quello che Dio domanda è che amiamo le persone e le trattiamo come se ci fossero simpatiche. L’amore è molto più di sentimenti o di emozioni. L’amore nel Nuovo Testamento è molto pratico.

“Questo è l’amore di Dio; che osserviamo i suoi comandamenti”. L’amore è at­tivo. Se perciò ci rendiamo conto che certe persone non ci piacciono, non dobbiamo preoccuparcene, finché le trattiamo come se ci fossero simpatiche. Questo è l’amore che è insegnato ovunque nel Nuovo Testamento.

Ricordate la parabola del buon Samaritano raccontata dal Signore per rispondere alla domanda: “Chi è il mio prossimo”? I Giudei per tradizione odiavano i Samari­tani ed erano i loro acerrimi nemici. Tuttavia il Signore raccontò nella parabola che quando un Giudeo fu attaacato dai predoni e fu lasciato ferito sul­la strada da Gerusalemme a Gerico, due Giudei lo videro, ma non si fermarono ad aiutarlo. Ma un Samaritano, nemico per tradizione, si fermò, lo curò e fece tutto ciò che era nelle sue possibilità. Questo vuol dire amare il prossimo e il nemico. Chi è il mio prossimo? È ogni persona che è nel bisogno, ogni persona che è presa dal peccato o altro. Dobbiamo aiutarla sia essa giudea o samaritana. Amare il tuo prossimo significa anche amare il tuo nemico.

“Fate del bene a coloro che vi odiano”.

Il nostro Signore, naturalmente, non solo lo insegnò, ma anche lo mise in pratica.

Mentre muore, cosa dice di coloro che lo mettono a morte e che lo inchiodano con tanta crudeltà? “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno.

Questo divenne anche l’insegnameuto e la pratica degli apostoli nel Nuovo Testamento. Quanto è stolto dire che il sermone sul monte non si applica a noi, ma che riguarda un futuro in cui il regno di Dio sarà stabilito!

No, il sermone è per noi. S. Paolo disse: “Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere”. L’insegnamento è lo stesso e lo si ri­trova ovunque. E gli apostoli non solo lo insegnarono, ma anche lo vissero. Guardate quel meraviglioso uomo, Stefano, lapidato dai suoi crudeli e stol­ti nemici. Le ultime sue parole furono: “Signore, non imputar loro questo peccato”. Egli raggiunse lo stesso livello del suo Maestro; egli amò dello stesso amore con cui Dio ama un mondo di peccato. E, grazie a Dio, altri fi­gliuoli di Dio attraverso i secoli hanno mostrato il medesimo meraviglioso spirito.

Siamo noi così? Questo insegnamento è per noi. Noi dobbiamo amare i no­stri nemici, fare del bene a coloro che ci odiano e pregare per coloro che ci fanno torto e ci perseguitano. E vado più oltre: noi possiamo arrivare a comportarci così. Lo Spirito Santo, lo Spirito di amore, di gioia e di pace, ci è stato dato, affinché, se non siamo così, siamo inescusabili e disono­riamo il nostro grande e amorevole Signore.

A meno che non mi sbagli grandemente, sono certo che ogni persona di fronte a questi comandi si sente fortemente condannata. Dio sa quanto io mi senta condannato; ma a questo punto voglio anche pronunciare una parola di conforto. Io credo in un Dio che “fa sorgere il suo sole sui malvagi e sui buoni, e che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”.

Ma l’Iddio che io co­nosco ha fatto di più di questo: Egli ha mandato il suo unigenito Figlio a morire sulla croce del Calvario, in modo che io potessi essero salvato. Io non riesco a fare ciò che mi ha detto: nessuno ci riesce. Ma “se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da rimetterci i peccati e purificar­ci da ogni iniquità”. Non crediate di non essere dei veri cristiani soltanto perchè non vivete pienamente questa vita. Però non appoggiatevi neppure su questa parola di conforto, per fare i vostri comodi, ma piuttosto rendetevi conto che dovrebbe spezzarvi il cuore ancora di più proprio perché vi fa ren­dere conto che non siete come Cristo è e come voi dovreste essere.

Oh, se solo potessimo cominciare ad amare così e se ogni cristiano nel mondo amasse co­sì! Se lo facessimo, il risveglio verrebbe presto e chi sa che cosa potrebbe succedere in tutto il mondo.

Da: “Studies in the Sermon on the Mount” del Dr. D. Martyn Lloyd–Jones, Vol. l, cap. 29

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