La leggenda della fattoria - Sansone Armando

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Il fratello Armando è riuscito a farsi pubblicare questo lavoro ci ha chiesto, pertanto, la cancellazione dal blog del suo scritto.
Agli interessati rimandiamo al libro acquistabile qui
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La fattoria, un covo di animali massoni pronti a prendere posti di comando nel mondo? Chi l’avrebbe mai detto! La fattoria agli animali, un muro intorno per non fare entrare le volpi clandestine e i lupi grigi dalle montagne, pochi scambi di uova, latte e frutta con le altre fattorie vicine, solo consumo della produzione propria e niente animali clandestini nella Nuova Fattoria! A queste nuove regole il povero Signor Benson si doveva preparare.

Prefazione.

Il Signor Benson, vive nella sua strana “Fattoria delle Anatre selvagge” vicino al paese di Agua Mara, situata nel sud dell’Italia meridionale. La “Compagnia degli animali”, una allegra combriccola di animali da cortile, sono i protagonisti della nostra storia.

Un gattino di nome Castiel, è il capo della “Compagnia”, che un giorno decide con un suo pensiero rivoluzionario di avere una indipendenza dal suo padrone, e di sostituirsi al fattore con nuove regole di fratellanza con gli altri animali, senza la presenza dell’umano.

Sentendosi frustrato e poco gratificato dal suo ruolo di gattino da poltrona, convince con le sue idee reazionarie tutti gli animali della fattoria. Il povero fattore suo malgrado, si trova coinvolto in problemi molto più grandi di lui, alle prese con Scioperi Generali e contestazione di vario genere da parte dei suoi animali.

Il “virus” d’indipendenza del gatto Castiel si estende a tutti gli altri animali delle fattorie vicine e poi nel mondo intero, dove inizia la lotta tra i soli abitanti della terra, l’uomo e l’animale.

Tra l’essere umano e l’animale, nasce un conflitto incompatibile per la loro convivenza, con un equilibrio oramai fragile, che porta inevitabilmente a una guerra tra di loro.

La Scena Madre dell’evento bellico, si svolge nell’Oceano Pacifico, tra gli umani e le creature marine. Una storia che appassionerà il lettore fino all’ultima pagina, dove si svelerà il mistero della fattoria.

  1. La fattoria, le origini.
  2. Una trappola mortale.
  3. La banda dei Corvi Neri.
  4. La Ndrangheta delle rocce.
  5. La mafia delle spine.
  6. L’auto della felicità.
  7. Corri Martino, corri!
  8. Il figlio perduto.
  9. La Compagnia degli Animali.
  10. Una veglia di preghiera.
  11. La riunione sindacale.
  12. Il leader.
  13. La festa del ringraziamento.
  14. Tike, vi racconto la mia storia.
  15. Un buon contratto.
  16. La sagra del paese.
  17. Il paese di Agua Mara.
  18. Il venditore di fumo.
  19. Virus.
  20. La madre di tutte le battaglie!
  21. La Balenottera Azzurra.
  22. Uno scenario Post Bellico.
  23. Il falso proclama.
  24. Che fine ha fatto il Signor Benson?
  25. La fattoria, il silenzio.
  26. Un addio.
  27. Uno strano viaggio.

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Ritratto di alex

Il signor Benson. quella notte non riusciva a prendere sonno nella sua “Fattoria delle Anatre Selvagge.” Si girava e rigirava nel suo letto di paglia, e nonostante una buona bevuta, di tisana alla camomilla, con i fiori del suo campo, il sonno tardava ad arrivare.

La lanterna era stata spenta nella stanza, tutti gli animali chiusi nelle loro dimore, e il recinto della fattoria serrato con una grossa catena a prova di ladri.

Il fattore ci mise un bel poco, prima di mettersi a letto.

Quel vino novello, bevuto con i suoi amici nell’osteria del paese di Agua Mara, si faceva sentire.

Barcollò da una parte all’altra della stanza, come un pugile suonato, prima di buttarsi su quel letto che sembrava irraggiungibile, mezzo vestito e ubriaco fradicio.

Il povero Benson cercava di prendere sonno, ma c’era qualcosa che non lo lasciava riposare.

Un pensiero, una parola che gli aveva detto l’Oca Martina, una sua fidata collaboratrice della sua fattoria.

Una infiltrata nella compagnia degli animali, l’agente 006 con licenza di indagare, su ogni fatto strano che si verificava nella fattoria. È quella parola gli martellava nella testa, gli faceva male, non lo lasciava dormire tranquillo.

Era sempre lì, nella sua mente, come un chiodo fisso, e nonostante tutti gli sforzi che faceva per toglierlo dalla testa, era diventato ossessivo.

D’altra parte, non poteva certo dubitare delle parole della sua fidata Oca, un agente segreto di indubbia onestà.

Anche se per la verità, l’Oca Martina era considerata la più pettegola degli animali della <<Fattoria delle Anatre Selvagge>>, e forse per questo motivo molti animali della fattoria la snobbavano.

Ma era pur sempre una Oca spia, al servizio segreto del signor Benson, che il fattore aveva ingaggiato da una agenzia investigativa con un curriculum eccezionale. di missioni in Russia e in Iraq con pieno successo, e gli aveva dato piena fiducia.

L’agente Martina, confidò una sera al vecchio fattore, mentre si erano appartati dietro il cortile della fattoria per non farsi notare, di essere in possesso di informazioni importanti e vitali, di una riunione segreta che si sarebbe tenuta da lì a poco, nella stalla del cavallino Gigino, dove era trapelata anche una strana parola che l’Oca agente segreto, aveva sentito benissimo con le sue orecchie! Di un nuovo ordine delle fattorie, e di una rivolta di tutti gli animali della fattoria!

<<Gli animali delle mie terre stanno tramando alle mie spalle!>> pensò il fattore, rigirandosi per l’ennesima volta nel suo letto, che sembrava fatto di spine.

Il signor Benson, doveva scoprire al più presto, chi stava complottando all’ordine della sua fattoria, al cambiamento delle sacre regole, che si erano stabiliti fin dai tempi antichi dai suoi antenati nelle sue terre.

C’era una forma di ribellione nascosta, una massoneria degli animali da cortile!

Si faceva una propaganda massonica in gran segreto, tra maiali e asini, tra capretti e agnelli, tra uccellini e topolini. Insomma una vera organizzazione sovversiva contro ogni legalità della fattoria.

Un nuovo ordine stava nascendo, nella fattoria del signor Benson, dove oramai le regole che si adottavano erano superate e c’era bisogno di un nuovo sistema sociale.

Ma per fare questo, si doveva garantire, sia all’interno che al di fuori dell'organizzazione che si stava creando, una copertura segreta.

Quando il fattore, se ne andava a letto a dormire, ci sarebbero state le riunioni, nella stalla del cavallino Gigino in gran segreto, ma non prima che il padrone si fosse appisolato nelle braccia di Morfeo.

Ma visto l’insonnia che il signor Benson si era procurato a causa delle parole che gli aveva riferito l’agente 006, l’oca Martina, era sempre più raro che il vecchio fattore spegnesse la luce della sua stanza da letto, prima delle tre o le quattro del mattino.

E molte volte il fattore scendeva dal suo letto e si faceva un giro intorno alla sua fattoria per farsi riconciliare il sonno. Per questo, furono create delle ronde di rondinelle, ché avrebbero subito dato l’allarme, qualora il signor Benson, sarebbe uscito dalla sua stanza, per una ispezione notturna, nei pollai e nei porcili. Temporaneamente, furono aboliti tutti i lavori dei campi e nella campagna, su impulso del nuovo regime degli Animali da fattorie.

Una nuova idea di lavoro degli animali, stava prendendo luce.

Ma il signor Benson non se ne stava fermo con le mani nelle mani!

Presto avrebbe preso dei severi provvedimenti contro i responsabili di questo complotto.

Adesso voleva proprio dormire, sperando che quello stupido e duro cuscino, si sarebbe accomodato alla forma della sua grande testa.

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Vicino alla “Fattoria delle Anatre Selvagge”, oltre le montagne, c’è il bel paese di Agua Mara.

Così chiamato, a causa di alcune falde acquiferi del terreno, che gettavano le sue acque salmastre nel fiume, rendendo l’acqua dal sapore amaro, da qui l’origine del nome del paese.

La storia di questo paese, è la storia collegata al suo fiume, la Carena, un fiume morto biologicamente a causa dei pesticidi e coloranti, gettati per decenni, dalle industrie chimiche nelle sue acque, i quali resero le sue acque amare.

Nella fattoria, vivono in libertà un gran numero di animali diversi: c’è posto per tutti e tutti stanno in armonia tra di loro.

Come in ogni fattoria che si rispetti, ci sono i maiali che grugniscono del continuo, ma non stanno solo a mangiare e grugnire ma complottano nel porcile contro la tirannia del loro padrone.

Il maialino Peppino il più intelligente del branco, detto” Er grugno” per via del suo grande muso, sta sempre lì, con il suo muso sporco nella mangiatoia, e non si sazia mai. Mangia, mangia e ingrassa a vista d’occhio come un maiale (si fa per dire) per la gioia del signor Benson che lo vede ingrassare così bene, e già se lo immagina in gustosi prosciutti e salsicce, appesi nel solaio della sua fattoria.

Specialmente adesso, che c’era questa congiura contro di lui, aveva pensato di anticipare il tempo del sacrificio dei suoi suini prima di gennaio, il mese tradizionale per l’uccisone dei maiali.

<<La vita è mangiare e ingrassare!>>diceva felice il maiale Peppino, <<Altrimenti che vita sarebbe?>>

Un bel pensiero filosofico il suo. D’altra parte come dargli torto?

Ma una cosa che non sapeva, era che il padrone stava pensando di fargli la festa prima del tempo.

E presto l’avrebbe immolato nel mattatoio comunale di Agua Mara.

Tutto Intorno alla fattoria, ci sono i frutteti, con gli uccellini che stanno a cantare numerosi, sulle fronde degli alberi e danno gioia col loro cinguettare, agli abitanti del paese.

Cip Rino, è l’uccellino più bello della fattoria.

Con il suo piumaggio colorato, e il suo canto melodioso, svolazza da un ramo all’altro degli alberi, cinguettando con allegria.

Ogni tanto va a trovare la sua amica la rana Filippa nello stagno, e si fanno quattro chiacchiere insieme e poi si allontanano verso la campagna

Cip Rino, cercava solo un amico per parlare un poco, per sentirsi meno solo, dopo quel tragico avvenimento avvenuto nella sua famiglia. La perdita della sua campagna, la signora pettirosso, morta tragicamente in una trappola dei bracconieri.

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La felicità? Un nido, una compagna pettirosso, dei figlioletti in arrivo!

Ma volte il destino è dietro l’angolo… (Prossimo capitolo:Una trappola mortale)

Ritratto di alex

Cip Rino è un bel pettirosso innamorato. La mattina incomincia il suo canto melodioso, su uno dei numerosi alberi di frutta della fattoria, e fa sentire le sue note alla sua innamorata la bella pettirosso dai colori vivi, come la primavera di Botticelli, che il bello uccellino Cip Rino corteggia, volando da un ramo all’altro.

Cip Rino conquistò subito la sua compagna, per le sue straordinarie doti canore e per la grazia e la delicatezza del suo piumaggio. Inoltre, Cip Rino, era così innamorato della sua bella compagna, che non mangiava più e diventava sempre più magrolino.

Ma una mattina decise di fare il gran salto!

Volò su un alto ramo di mele, e cominciò il suo concertino. Dedicò alla sua innamorata che se ne stava su un ramo beccando una mela, uno dei suoi canti melodiosi più belli, che riempirono la campagna circostante di un allegro canto, e non lasciarono indifferente la bella pettirosso, che attirata dal canto del suo principe azzurro, si dirige verso il territorio da dove proveniva il melodioso canto, e ricevette tutte le attenzioni amorose del suo corteggiatore. Spiccò un bel volo verso Cip Rino, e incominciarono a svolazzare da un ramo all’altro felici.

<<Come sono belle le tue piume!>> esclama Cip Rino alla sua bella innamorata.

<<Sì tesoro>> rispose la bella signora pettirosso.

<< E tu, hai un canto meraviglioso!>>

E così tra un cinguettio e l’altro, felici volavano tra i rami degli alberi della campagna.

Intanto, dietro le colline, il sole scendeva giù e il vento della sera muoveva le foglie degli alberi di un settembre inoltrato, che cadevano pigramente dai rami al suolo, con un balletto di forme e colori, dove il vento dava le note.

Da quel momento in poi inizia la vita di coppia. Lei sgobba tutto il giorno, per cercare di tenere perfetto il suo nido, in attesa dell’arrivo dei figlioletti, e lui in cerca di cibo, portandole dei bocconcini deliziosi come dono nuziale.

<<Non lo fare troppo grande!>> diceva il pettirosso maschio alla sua compagna mentre lei prepara il nido.

<<Non metterci troppi rami secchi! Vai più in alto! Forse andranno meglio più in basso!>>

Una vera lagna del pettirosso maschio, impaziente e premuroso verso la sua casa!

<<Stai attenta ai predatori!>>

<<Non farci andare acqua dentro!>>

Insomma, il maschio del pettirosso, era un vero tormentone per la compagna, che incominciava a spazientirsi, ma in fondo gli voleva bene. Anche i primi dissapori, qualche incomprensione, passava in secondo piano, pur di fare un bel nido, fatto di muschio, penne, radici e qualunque cosa offrisse il territorio.

Vivevano gioiosi, una coppia felice, ma un destino crudele li stava aspettando, per distruggere la loro felicità.

Un destino chiamato ‘’Archetto*’’, una trappola infernale dei bracconieri.

La povera signora pettirosso, un giorno che andava in cerca di rametti secchi, per gli ultimi ritocchi da rifinire nel suo nido, in attesa dell’arrivo dei piccolini, si andò a posare con le sue zampette su un ramo. Ma quel legno crudele, era una trappola mortale che si conficcò nelle sue zampette. Rimanendo impigliata contro l’arco senza potersi più muovere, rimase intrappolata con le sue zampette rotte tutto il giorno a pigolare sempre più piano.

Una lunga agonia per dissanguamento, una ferita nel corpo e nel cuore.

Incominciava a tremare dal freddo, mentre le prime ombre della sera incominciavano ad avvolgere gli alberi della campagna, si udiva solo qualche rumore di animale notturno, l’abbaiare di un cane solitario, il verso di un gufo su un albero, e poi un gran silenzio tutto intorno.

Un silenzio, dove si poteva udire, solo il battito di un cuoricino che batteva sempre più piano.

Il povero uccellino pettirosso, continuò fino al finire del giorno a svolazzare intorno alla sua amata compagna, che dava acuti striduli di dolore ma non poteva fare nulla per lei, nulla contro quella trappola infernale inventata dall’uomo solo per fare del male.

Poi come il sole moriva dietro alle colline, anche gli strazi di dolore dell’uccellino cessarono.

La signora pettirosso morì dopo poche ore, lasciando nello sconforto e nel dolore il suo compagno.

"Il pettirosso ritornò solo al suo nido, solo e senza nessuno.

Nel cuore aveva un dolore e pensava alla madre dei suoi piccolini.
Mentre una preghiera con un pigolo sempre più piano va verso un cielo lontano,
e il suo nido nell’ombra e nel pianto, non avrà più nuove ali”.

Il povero uccellino rimase solo, e da quel giorno perse il suo canto melodioso.

Tutti gli animali della fattoria, conoscevano questa triste storia, dell’uccellino Cip Rino.

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La fattoria? una allegra combriccola di animali parlanti!

Prossimo capitolo: La compagnia degli animali)

Ritratto di alex

Nella ‘’Fattoria delle Anatre selvagge’’ ci sono i piccioni “impiccioni “, che non hanno niente da fare se non occuparsi dei fatti degli altri animali della fattoria, e stanno tutto il giorno a sparlare con le oche pettegole. L’agnellino Bianchina con il suo continuo belare non si ferma un istante, ha sempre da dire qualcosa che non gli va mai bene niente! Una gran chiacchierona, ma anche una brava scrittrice. E’ la “filosofa” della compagnia, sempre con le sue massime sulla vita.

L’ultimo suo libro “L’animale ha quattro zampe, l’uomo solo due!”, gli avevano fatto vincere il premio “Il Silenzio della Campagna”, come migliore racconto dell’anno.

Le Tortorelle e le Colombine da parte loro, se ne stanno tutto il giorno sotto il tetto della fattoria a tubare e cadesse il mondo, loro di lì non si muovevano, sempre a svolazzare da una parte all’altra sotto la tettoia.

L’asinello Gelsomino tiene un carattere un po’ suscettibile raglia nervoso, ogni qualvolta che qualcuno dei suoi amici si azzarda a chiamarlo “ciuccio” in termini dispregiativi.

Per lui è una offesa, che non facilmente perdona!

<<Io sono un asino perché’ il buon Dio mi ha creato così!>> diceva a sua difesa.

<<Ma quanti ce ne sono asini come me nel mondo?>> Sempre più incavolato per la sua posizione di cui si trova, di un animale considerato da tutti poco intelligente. E si arrabbiava molto al sentirsi chiamare “ciuccio” dagli altri animali della fattoria.

Ne sapeva qualcosa la colomba Purina, che per averlo apostrofato così, non si parlavano più da tempo. Tutto sommato era il più lavoratore di tutti. Quello che faceva i lavori più sporchi e più pesanti nella fattoria. Ma quando si trattava di lavorare, abbassava la testa e lavorava dalla mattina fino alla sera senza lamentarsi mai!

Il cavallo da tiro Gigino, aveva la stalla piena di numerosi premi, vinti alle competizioni sportive di corse di velocità al galoppo. Anche un attestato, messo lì in bella mostra, come il cavallo più bello. Un suo vanto che non perdeva occasione di fare presente a chiunque lo andasse a trovare nella sua stalla.

Ma il suo “pezzo forte” era la citazione di Giobbe nella Bibbia:

<<Sei tu che dai al cavallo il coraggio?

che gli vesti il collo d’una fremente criniera?

Sei tu che lo fai saltar come la locusta?

Il fiero suo nitrito incute spavento.>>

Il cavallo Gigino leggeva spesso questo passo della Bibbia e se ne vantava con tutti.

E poiché era considerato anche dalla Bibbia un animale coraggioso, fiero e forte pensava:

<<Sarò io a prendere il comando della fattoria, una volta tolto di mezzo il padrone Benson che ci sfrutta!>>

Gigino tirava il carretto del padrone per portarlo in paese. A lui piaceva fare queste passeggiate dalla fattoria fino al paese di Agua Mara.

Ma negli ultimi tempi non voleva più essere sfruttato e portava a malincuore il suo padrone nel paese, tirando il carretto lui era nato per portare un re sul suo dorso, e non quel grezzo del suo padrone.

Ma presto tutto sarebbe cambiato, niente sarebbe stato più lo stesso.

Nella fattoria non potevano mancare i pulcini, i più teneri abitanti che pigolavano continuamente, andando avanti e indietro nel cortile, beccando il terreno in cerca di vermetti insieme alla loro mamma adottiva: la gallina Crestina.

Crestina?

Non si poteva definire una semplice gallina!

O almeno, nel senso letterale della parola. Crestina, era la più bella gallina del pollaio, ma non solo della fattoria del fattore Benson, ma anche di tutti i pollai delle fattorie vicine!

Lei non era una semplice gallina, ma una meraviglia della natura! Un uccello, che non aveva niente da invidiare ai suoi cugini volatili, canarini e cardellini, fringuelli e capinera, dai colori e dalle pinne variopinti.

Aveva delle piccole ali che non gli permettevano di spiccare il volo, se non dei leggeri salti, brevi e bassi. Questo per Crestina era un complesso che si portava dietro fin da quando era un pulcino. Guardava con invidia gli uccelli degli alberi che si libravano in volo, al contrario di lei, ma non ne faceva un dramma.

In compenso era abile nelle corse! Nessuna gallina della fattoria poteva competere con lei, nei dieci metri a ostacoli che faceva in quindici secondi netti!

Conosceva le sue doti e cercava di metterli in mostra.

Sulla testa di Crestina era presente la cresta, che si poteva definire una vera opera d’arte, un capolavoro della sua mamma. Di un colore rosso rame naturale, gli dava un aspetto civettuolo. Sotto il collo i barbigli, e un becco che tutti i galli del pollaio desideravano beccare. Due occhi rotondi che quando guardavano, facevano impazzire i galletti della fattoria.

Le sue zampe sono corte e robuste con delle unghie forti e ricurve, con lo smalto lucido di sopra ne facevano le spese i semi e i vermi del cortile.

Crestina, purtroppo non era la mamma naturale dei pulcini, perché la povera gallina non poteva avere figli, a causa di una grave malattia che aveva preso quando lavorava negli allevamenti di batteria nella sua gioventù. I cinque pulcini che aveva, gli erano stati venduti dalla loro mamma naturale. Una gallina povera, di una fattoria vicina, poiché non potendo mantenerli, aveva venduto i suoi poveri figli per un pugno di granoturco. Con grande dolore della povera mamma perché li voleva bene, non li poteva sfamare. Comunque la gallina Crestina, li allevò sempre con amore, proprio come se fossero dei pulcini nati da lei.

Nella fattoria ci sono anche le lumache lente. E poiché vanno piano, sanno ascoltare ogni particolare dei discorsi che si fanno, non hanno fretta di arrivare da nessuna parte. Con la loro casetta sulle spalle, vanno piano per il mondo e non sono stressati dai problemi del quotidiano.

Il loro pensiero ‘’Chi va piano va sano e va lontano!’’ fanno di questo proverbio una parte della loro filosofia di vita.

<<Perché andare di fretta?>> dicevano, citando una frase di Isaac Newton.

<<Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo un oceano!>>

Sanno tutto di tutti, e lo vanno a raccontare in giro alle vecchie comare lucertole che arrampicandosi sui muri vecchi della casa, ascoltano e ridono di tutto quello che gli raccontano le lumachine.

In particolare quando sentono la storia della strana amicizia dell’uccellino Cip Rino e della rana Filippa.

Questa storia era diventato l’argomento giornaliero di tutti gli animali della fattoria.

Sarebbe stato un bel passatempo, se non c’era in programma una cosa molto più seria di una riunione segreta, che fra poco si sarebbe tenuta nella stalla del cavallino Gigino.

Si stava sempre a pettegolare, davanti l’uscio del cortile della fattoria, parlare e sparlare di tutti.

Ma l’argomento preferito era sull’amicizia dell’uccellino Cip Rino con la rana Filippa che li faceva molto ridere.

<<Che bella coppia!>> dicevano al loro passaggio, ridendo le lumachine e le lucertole.

E non solo loro ridevano, ma tutti gli animali della fattoria.

In una insenatura, su un albero di ciliegio, vive una colonia di antiche formiche vichinghe.

Dei veri guerrieri, che stanno sempre a lavorare e che non si fermano mai un istante, dei grandi combattenti!

Un piccolo esercito sempre in cammino.

Con le loro robuste chele anteriori, portano foglioline e larve di insetti da riporre nei loro rifugi come riserva di cibo per l’inverno.

Sono sempre alla ricerca di cibo, lavorano anche fino a venti anni per avere il minimo dei contributi, dopo di che vanno in pensione.

Ma molti di loro avevano deciso di non lavorare più, si sentivano sfruttati e volevano andare via dal lavoro con solo cinque anni di contributi lavorativi, e con tutti i diritti sindacali.

A breve si sarebbe discusso nella stalla del cavallino Gigino detto “il professore”, per la sua cultura, e la sua preparazione sulla storia degli Equini, di questo problema.

Il capo delle formiche “Eric il rosso”, discendeva da una antica stirpe di formiche predatori, ed era arrivato lì nella fattoria del signor Benson insieme ai suoi guerrieri molto tempo fa dalle fredde terre del Nord.

Durante i primi anni del IX secolo, i paesani di Agua Mara, erano tranquillamente assorti nelle loro attività quotidiane, ignari, che imbarcazioni lisce e arrotondate di formiche vichinghe comandate da “ Eric il rosso” si stavano avvicinando rapidamente alla loro terre solcando le onde.

Le navi approdarono sulle spiagge, vicino alla montagna dove c’era il paese di Agua Mara.

Migliaia di formiche con le loro chele affusolate muniti di tentacoli, balzarono fuori dalle loro navi avanzando di corsa verso il paese. Si insinuarono in tutte le case, nei granai, nelle campagne, sugli alberi e sul terreno.

Depredarono le riserve dei poveri contadini, fecero strage di insetti e larve, dopo di che si diressero verso la fattoria del signor Benson dove stabilirono le loro colonie che vivono fino a oggi.

Le loro gesta furono immortalati in alcuni versi dei proverbi:

<< Va' dalla formica, o pigro,
guarda le sue abitudini e diventa saggio.
Essa non ha né capo,
né sorvegliante, né padrone,
eppure d'estate si provvede il vitto,

al tempo della mietitura accumula il cibo.>>

Le mucche da parte loro si sentivano come le padrone della fattoria per la loro possanza fisica, e per il fatto che facendo tanto latte il signor Benson andava a vendere nel paese di Agua Mara.

Per la verità, un poco di arie se li davano per davvero! Specialmente la mucca Guglielmina, che si vantava di una sua discendenza nobiliare come la “Contessa del latte”.

I suoi antenati erano nati nella lontana Siberia molti secoli prima.

Erano dei bovini discendenti dal grande Uro.

Ma poi, dopo la rivoluzione in Russia, tutti i titoli nobiliari andarono persi, e così pure l’antica casata di sangue reale della mucca Guglielmina.

Ma era pur sempre una bella bestia, dal pelo corto di colore bianco e chiazze nere sul corpo.

Le corna della mucca Guglielmina erano dure, appuntite.

Naturalmente non poteva mancare la citazione filosofica su di loro, dal ‘’filosofo della compagnia degli animali’’ l’agnellino Bianchina, che su questi strani attributi sulle teste delle mucche, diceva:

<<Le corna sono come i parenti, non li vedi mai, ma quando spuntano fanno male!>>

Alla mucca Guglielmina, non gli piaceva avere quelle strane cose appuntite sulla testa, perché non poteva mettersi il bel cappellino rosso senza che volasse per terra.

Le sue orecchie grandi si muovevano sempre per scacciare via le mosche.

I grandi occhi scuri tondi venivano evidenziate da grosse ciglia di rimmel.

Il muso rosso vivo per il rossetto che si era messo sulle labbra.

La coda della mucca Guglielmina era lunga, e terminava con un ciuffo di peli, racchiusi in un nastro rosa che muoveva in continuazione in modo civettuolo, specialmente quando veniva osservata dal toro della fattoria vicina.

Il signor Benson, il contadino, munge la sua mucca preferita due volte al giorno per raccogliere il suo latte squisito e lei con il bel fiocco rosa sulla coda e il cappellino sulla testa, tutte le mattine andava a pascolare nei prati, cercando di sbirciare il bel torello della fattoria vicina sperando che la potesse notare.

Le cicale da parte loro, non si sentivano di meno di fare parte dell’allegra compagnia della fattoria.

Con il loro incessante frinire, facevano capire che c’erano anche loro per qualunque decisione si sarebbe dovuta prendere.

Nella riunione, che in seguito si sarebbe tenuta nella stalla del cavallino Gigino, sarebbero stati tutti presenti poiché riguardava il futuro della fattoria, ma anche il loro destino.

Cantavano sempre in coro sugli alberi.

Un bel concertino fatto da centinaia cicale canterini, con un misto di voci femminili e maschili, che si dividevano in due gruppi, sui rami dell’albero.

Sul primo ramo, c’erano le cicale maschi, e sul secondo ramo, le voci delle cicale femmine, mentre più in alto di tutti, c’era la cicala solista, il soprano.

Le cicale maschi con il loro frinire, danno la nota alta che facevano da tenore, mentre le cicale femmine con le note più basse, facevano i bassi!

Il motivetto era sempre lo stesso dalla sera alla mattina, un vero tormentone dell’estate.

Le rane da parte loro non si stancavano mai di gracidare nello stagno, e con il loro verso, facevano un coro fatto di soli acuti che dava sempre la stessa nota: cra...cra.

I topolini della campagna se ne stavano sempre a rosicchiare.

Ogni tanto, facevano capolino nelle loro tane, dalle tane dei muri vecchi della fattoria.

Aspettavano fiduciosi che qualcosa doveva succedere prima o poi nella fattoria, perché avevano sentito in giro da parte delle oche pettegole sempre curiosi di sapere i fatti degli altri animali, che presto qualcosa sarebbe accaduto nella stalla del cavallo Gigino.

Di una strana riunione, e presto sarebbero stati chiamati anche loro a partecipare all’evento misterioso che aleggiava nell’aria.

Insomma nella fattoria era sempre un brusio incessante, tra un belare e un nitrire, tra un “coccodè” e un “chicchirichì” tra un “miagolio” e un “abbaiare” c’era una bella vita, allegra e giocherellona nella fattoria.

L’allegra Compagnia degli animali si faceva sentire, ma ancora il bello doveva ancora venire.

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Un caminetto con il fuoco ma molte volte non riscalda il freddo del cuore…

Prossimo capitolo: La casa paterna

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La chiesa perseguitata

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