Il cristiano nella malattia

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Nessun credente, per fedele che sia, è risparmiato dalla malattia e dalle infermità (Galati 4:13, 14). Questa affermazione non ha bisogno di una lunga dimostrazione, perché nessuno ignora che un cristiano autentico può ammalarsi senza che i mali di cui soffre possano essere attribuiti ad una Infedeltà morale o spirituale (Filippesi 2:25-30).
 
Tutti sappiamo infatti che, senza aver fatto né bene né male, un bambino può nascere debole, sordo, muto o cieco. Mentre non hanno ancora raggiunto la loro ventesima primavera, un certo giovane devoto, una tale giovane senza biasimo, possono già conoscere nei loro corpo la vanità della loro giovinezza (Ecclesiaste 12:2).
 
Così nell’età matura, la malattia può colpire improvvisamente un padre di famiglia sobrio e regolato, o condurre alla soglia della morte una sposa felice o la migliore delle madri. Per altri le infermità compaiono solo con l’età avanzata, a volte alla fine di una vita tutta consacrata al Signore (2 Re 13:14).

Coloro che pretendono, o che dichiarano ancora che la vita cristiana normale deve manifestarsi con una salute fiorente, o con una guarigione miracolosa da ogni malattia, non servono, ahimè! né la verità, né la carità. D’altra parte essi stessi, presto o tardi, si ammalano e sono sovente i primi a ricorrere alle cure dei medici e dei chirurghi, e a comprare medicine dai farmacisti. I fatti della vita quotidiana s’incaricano di distruggere le nostre vane pretese
e confermano abbondantemente l’insegnamento così equilibrato delle Sante Scritture (Giovanni 17:17).
 

LA VERA FEDE NON CREA DEI MIRAGGI

L’uomo che vive in una relazione reale con Dio ha orrore dell’ipocrisia (Romani 12:9). Sa pure che non può difendere la causa di Dio con un camuffamento spirituale che non giova a nessuno (1 Pietro 2:1). E, bisogna dirlo? Un’illusione religiosa resta un’illusione (Apocalisse 3:17).

Ecco perché il cristiano si guarderà dall’abusare di certe parole quali “guarigione divina”, espressione con cui egli si crea a volte, senza volerlo, dei puri e semplici miraggi.

La vera fede non si nutre di chimere e non partorisce la finzione (Ezechiele 13). Essa trova il suo nutrimento nella Parola di Dio che dà al credente una visione chiara della condizione umana, lo conduce ad esaminare la sua reale situazione davanti a Dio, e a ricercare nel Signore la forza di cui ha bisogno per accettare le prove o attraversare le malattie glorificando il suo Dio (Giacomo 1:12).

Il vero credente deve riflettere che, anche il più grave dei malati diventa utile a coloro che lo circondano, mentre la sua afflizione lavora per la sua santificazione.

Che progredisca verso la guarigione o che declini più o meno rapidamente, il cristiano si riposa unicamente in Dio, con la piena certezza che Cristo sarà magnificato nel suo corpo, nella vita come nella morte (Filippesi 1:20).

Avendo già trattato diffusamente il soggetto della malattia, in precedenti scritti sul dono delle guarigioni, come pure nelle pubblicazioni “Ribelle?... Rassegnato?... Vincitore?... “ e “L’uomo di fronte alla sofferenza”, ci limiteremo qui a ricordare l’origine e lo scopo di tutti i nostri mali. Considereremo poi l’atteggiamento che Iddio si attende da noi, quando siamo visitati dalla malattia o quando qualcuno dei nostri cari è colpito da un’infermità.

 

UNA CONSEGUENZA DEL PECCATO

 

La malattia è un’alterazione dello stato di salute, causata sia da disordini imposti all’organismo, sia da infermità congenite o acquisite. E’ con ragione che il libro di Giobbe chiama la malattia “il primogenito della morte” (Giobbe 18:13). “Perché se per un sol uomo il peccato è entrato nel mondo e per il peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” (Romani 5:12), così, dopo la caduta, la sofferenza e i dolori sono diventati l’eredità di tutta l’umanità (Romani 8:22).
 

LA SALUTE: UNA GRAZIA Dl DIO

Se Iddio mantiene in salute un gran numero di creature, senza distinzione di razza, di colore, di sesso o di religione, è perché vuol dare a tutti gli uomini, credenti o no, una prova della Sua bontà universale e della Sua ineffabile pazienza. Ma, ahimè! l’uomo non sa minimamente riconoscere nella salute una grazia di Dio.
 
E impiega troppo raramente i doni che ha avuto gratuitamente, come intelligenza, forza e bellezza, per dar gloria al suo Creatore, rallegrare i propri fratelli o santificare se stesso. Molto spesso, purtroppo, le disponibilità che procurano la salute fisica e il possesso di tutte le nostre facoltà, sono sprecate, deviate per metterle al servizio del principe di questo mondo che regna sugli uomini, eccitando soltanto la loro concupiscenza e spingendoli ad ogni specie di bassezze e ingiustizie. Un essere sano di corpo e di spirito non conduce quindi necessariamente una vita alla gloria del Signore. Dato che l’uomo può distruggere con le sue proprie mani tutto ciò che Dio gli ha dato, non stupisce che appartenga anche al Creatore la possibilità di togliere in qualunque momento alla Sua creatura ciò che in fondo non è che un dono (Deuteronomio 32:39).
 
Così, per insegnare all’uomo che non è più l’essere al quale nulla doveva mancare, Iddio può permettere che un uomo nasca in una condizione fisica imperfetta. Lungi dal considerare i malati o gli infermi come delle creature più colpevoli o disprezzate di altre, o come degli esseri che Dio avrebbe trascurato, dobbiamo vedere in essi dei segni che Dio dà agli uomini. Questi segni hanno lo scopo di ricordare al mondo che il possesso di tutti i nostri organi come il funzionamento normale di tutte le nostre membra e di tutte le nostre facoltà, sono dei doni, conseguenza della pura grazia di Dio.
 

 

SOVRANITA’ Dl DIO E RESPONSABILITÀ DELL’UOMO

Contrariamente a quanto si trova in numerose pubblicazioni religiose, la Bibbia non cerca mai di... giustificare Dio agli occhi della ragione umana. Al contrario, essa ce Lo mostra assumersi nettamente la responsabilità di tutto ciò che fa. Così Dio diceva a Mosè “Chi ha fatto la bocca dell’uomo? E chi rende sordo o muto, vedente o cieco? Non sono Io, l’Eterno?” (Esodo 4:11) Sottolineando questa verità, non vogliamo minimamente negare le responsabilità dell’uomo in tutti i mali che lo affliggono. Al contrario, stabiliamo la sua colpevolezza! (Romani 8:4) Dio è Dio ed Egli solo non ha da rendere conto a nessuno (Giobbe 33:12-13).
 
L’uomo che non vuole ammettere l’esistenza di un creatore ma che, pur negandolo, non riesce a diventare “dio” lui stesso, si illude di trovare la sua grandezza in una rivolta perpetua che lo conduce all’assurdo ed infine alla disperazione. Infatti NON CI SI PUÒ BEFFARE Dl DIO! È evidente che la malattia è una conseguenza del peccato dell’uomo.
 
E se Dio è misericordioso e compassionevole, lento all’ira, ricco in bontà e in fedeltà, se manifesta il Suo amore fino alla millesima genere e perdona l’iniquità, la ribellione e il peccato, è anche vero che “Dio non tiene il colpevole per innocente” (Isaia 34:6-7). L’uomo deve sapere che la trasgressione della Legge divina ed anche delle leggi naturali, non può condurre che al disordine e alla degenerazione.
 
Quando saremo davanti a Dio e conosceremo a fondo come siamo stati continuamente osservati (1 Corinzi 13:12), quando la vita di ogni creatura sarà posta nella luce divina (Ebrei 4:13), quando le cose nascoste nelle tenebre saranno poste in luce e i progetti dei cuori saranno scoperti (1 Corinzi 4:5), tutto sarà manifestato! Allora quante cause di malattia e di infermità, quanti casi incomprensibili per noi diventeranno improvvisamente chiariti, e molti uomini e donne, che pretendevano di non aver avuto nulla da rimproverarsi sulla terra, ammetteranno allora quegli sbagli segreti che portano conseguenze sui “loro figliuoli e sui figliuoli dei loro figliuoli, fino alla quarta generazione”. È necessario che tutti oggi comprendano che “Non ci si può beffare del Signore. Ciò che l’uomo avrà seminato, quello raccoglierà. Colui che semina per la carne, raccoglierà dalla carne la corruzione” (Galati 6:7-8).
 
Sovente questa triste raccolta non si manifesta che molto tempo dopo la morte dei colpevoli, perché anche per loro “le loro opere li seguono” (Apocalisse 14:13). E’ necessario, dunque, che colui che pecca, nel tempo presente, sappia che non pecca solamente contro se stesso, ma anche contro il suo prossimo. Ecco perché non ci stancheremo mai di essere graditi al Signore, “perché tutti dovremo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere secondo ciò che avremo fatto in bene o in male, mentre eravamo nel corpo” (2 Corinzi 5:10).Se è così, l’uomo può essere condotto a vedere nell’alterazione della sua salute, sia un castigo divino (Giobbe 33:19), che un richiamo all’ordine (1 Corinzi 11: 27-30), o una chiamata a glorificare Iddio quando si trova nella più profonda miseria fisica (Isaia 48:10).

 

UNA FORZA PIÙ POTENTE DEL MALE

 

L’uomo che ha riconosciuto il suo stato davanti a Dio e che accetta la Sua grazia in Gesù Cristo, non è più un ribelle.

Conosce la pace con Dio e allora tutto il suo atteggiamento nella malattia è ispirato dalla sua fede. Ben sapendo che nulla si verifica senza la volontà del Signore (Lamentazioni 3:37-38), e sapendo d’altra parte che i mali fisici, di qualunque natura siano, non potranno separararci dall’amore di Cristo (Romani 8:35-39), il cristiano sovrabbonda di gioia, anche soffrendoli (2 Corinzi 7:4). Sa pure che le sofferenze del tempo presente sono brevi, leggere e che producono per lui, nel cielo, uno smisurato peso eterno di gloria (2 Corinzi 4:17).
 
Ecco perché il cristiano autentico non domanda, come prima cosa, la guarigione dai suoi mali. La comprensione che ha della cose spirituali è più potente del male da cui è colpito, e nella malattia, come in ogni altra circostanza, ricercherà innanzi tutto il pensiero di Dio a suo riguardo.

Sentendosi membro dell’umanità sofferente, di tutta questa creazione che geme e sospira, non considera come cosa straordinaria essere egli stesso colpito da una malattia.
 
Al contrario, prende improvvisamente maggior coscienza della grazia che Dio gli aveva concesso di godere fino a quel giorno in una buona salute e si ricorda delle parole di Giobbe, che disse; “Se riceviamo il bene da Dio, non riceverei io anche il male?” (Giobbe 2:10).
 

 

LA VERA DIPENDENZA

 

Nella malattia, il credente non pensa immediatamente che Iddio lo castighi e, non ricerca nella sua vita l’errore per il quale potrebbe così essere punito.

Il fedele sa che da parte di Dio, “non vi è più ira” (Isaia 12:1; 27:4), e che in Gesù Cristo è al riparo da ogni condanna (Romani 8:1). Così pure non soffre mai solo, ma è nella comunione con Gesù, uomo di dolore, abituato alla sofferenza (Isaia 53:3), che sulla terra ha preso su di Sé le nostre infermità e Si è caricato delle nostre malattie (Matteo 8:17).

Nella prova, il figliuolo di Dio riconosce che ha a che fare con un Padre che non ha i nostri pensieri (Isaia 55:8).

Il credente che accetta la disciplina dell’Onnipotente, non perde coraggio, e sa bene che il Signore non castiga e affligge volentieri i figliuoli degli uomini (Lamentazioni 3:33). Anzi domanda a Dio di essere illuminato nelle Sue vie e Lo supplica di fargli comprendere e conoscere la Sua volontà, affinché sia capace di compierla in maniera ”buona, piacevole e perfetta” (Romani 12:2).
 
Egli sa, dall’Evangelo, che la malattia o l’infermità possono visitare qualsiasi persona, per tutt’altra causa dei suoi peccati o di quelli dei suoi genitori (Giovanni 9:1-4). Ma, istruito da tutta la Scrittura della poca conoscenza di se che possiede l’uomo, e della imperiosa necessità nella quale si trova di imparare a conoscere meglio il Signore (Giobbe 42:1-6), il cristiano si abbandona nelle mani del suo Padre, perché Egli faccia di lui ciò che meglio crede, per Gesù Cristo (Ebrei 13:20-21), umile e sottomesso, aspetta le Sue direttive dall’alto e queste non potranno tardare ad essergli rivelate. Perché Iddio resiste agli orgogliosi, ma fa grazia agli umili (Giacomo 4:6).

Così, nella preghiera, il cristiano sofferente riceverà la convinzione della strada che deve seguire (Salmo 25).

Secondo la gravità dei sintomi del suo male, e delle circostanze che Dio conosce e permette, il figliuolo di Dio vedrà lo Spirito Santo condurlo nel cammino migliore.

 

Non potranno esistere dei rigidi principi per il cristiano, ciò sarebbe contrario alla vita di sottomissione che deve caratterizzarlo in ogni momento e in tutte le cose.

 

 

 

IL RICORSO AL MEDICO

 

Dovunque si trovi, il figliuolo di Dio è sotto il cielo di suo Padre e deve agire con convinzione. Così, in qualche circostanza, Iddio lo spingerà a consultare un medico, perché Gesù stesso ha dichiarato ”Non sono i sani che hanno bisogno del medico ma malati” (Matteo 9:12).

D’altra parte, è bene che un figlio di Dio, responsabile della salute del proprio corpo, quanto di quella della sua anima, sappia di che cosa soffre. E una diagnosi del dottore potrà, aiutarlo in molte maniere, se vorrà vedere nel medico non un semplice uomo, ma uno strumento nelle mani di Dio.

Ciò non vuol dire che è nel dottore che il cristiano deve porre la sua fiducia (2 Cronache 16:12), ma in Dio che ha scelto un’altra delle Sue creature per soccorrerlo.

Cosciente che le cose stanno così, il malato si comporterà verso il proprio medico come verso Dio stesso. Non gli nasconderà nulla, non gli mentirà e seguirà tutti i suoi consigli.

 

IL MALATO IN CASA

 

Se il nostro stato di salute d permette di essere curati in casa, noi veglieremo al fine di dare una buona testimonianza verso coloro che ci circondano.

I parenti che ci curano hanno diritto ai nostri riguardi e alla nostra riconoscenza. E con la nostra moglie, il nostro marito, i nostri figli, i nostri genitori, che dobbiamo mostrare innanzi tutto la realtà del nostro cristianesimo.
 
Lungi dall’essere un peso per i suoi, un cristiano malato o infermo può essere una benedizione per tutti i membri della famiglia, e la sua poltrona o il suo letto di sofferenza, possono diventare luoghi in cui maturano per tutti “i frutti dello Spirito”, che sono “l’amore, la gioia, la pace, la pazienza, la bontà, la benevolenza, la fedeltà, la dolcezza e la temperanza”. Ed anche le malattie non sono contro queste cose (Galati 5:22-23).

 

IL MALATO ALL’OSPEDALE

 

Se per varie ragioni il Signore ci conduce anche ad entrare in una clinica o in un ospedale, ci ricorderemo che, prima di ogni cosa, Dio ci domanda di essere umilmente “per Dio il buon odore di Cristo” presso i malati, i dottori e gli infermieri (2 Corinzi 2:14-16).

Troppi malati cristiani credono di dover scegliere l’occasione del loro ricovero per evangelizzare in un modo tempestivo tutti coloro che incontrano, mentre si lasciano dominare sovente dal loro carattere difficile o dalla loro sofferenza.

 
Che cosa dobbiamo pensare di una persona che vuole predicare agli altri, avendo sempre la sua Bibbia sul comodino, e che allo stesso tempo non fa altro che lagnarsi dei suoi mali, del cibo, delle cure ricevute o degli inconvenienti che procura la presenza in una camera di altri pazienti?

Colui che ha visto il Signore soffrire, e che pensa continuamente al Suo Nome, sa soffrire alla gloria di Dio. Dimenticando se stesso, comprende gli altri e fa l’esperienza che il Signore lo sostiene su di un letto di dolore, e lo solleva in tutte le malattie (Salmo 41:1-4).
 
All’ospedale, come a casa, Iddio può trasformare il nostro letto in un vero altare in cui lo Spirito ci tiene nella morte, affinché la vita di Gesù sia manifestata nella nostra carne mortale (2 Corinzi 4:11).

L’autorità spirituale di un malato si mostrerà maggiormente col suo atteggiamento nella sofferenza che con numerose parole (Giacomo 1:18-26).
 
Quando un uomo è animato dall’amore che soffre tutto crede tutto, spera tutto e sopporta tutto, possiede in se stesso una potenza imperitura e, per Cristo che è la sua vita, conforta ed edifica coloro che stanno bene ed i malati (1 Corinzi 13:7-8).
 

 

AZIONE DIRETTA Dl DIO

 

Iddio in certi casi, può anche condurci a comprendere che Egli solo vuole operare in noi e liberarci con la Sua mano Onnipotente.

Se noi abbiamo ricevuto una tale indicazione nella preghiera, Iddio non mancherà d’intervenire nel nostro stato fisico e ci libererà dal nostro tormento in vista della Sua gloria, del bene dei nostri fratelli o del nostro avanzamento spirituale (2 Corinzi 1:9-11).
 

 

L’APPELLO AGLI ANZIANI E LA PREGHIERA DELLA FEDE

 

A volte, se la malattia ci colpisce dove lavoriamo con i nostri fratelli in fede, Iddio può spingerci a seguire l’esortazione dell’epistola di Giacomo: “Se qualcuno fra voi è malato, chiami gli anziani della chiesa e gli anziani preghino per lui, ungendolo nel Nome del Signore, e la preghiera della fede salverà il malato, e il Signore lo risolleverà e se ha commesso un peccato, gli sarà perdonato” (Giacomo 5:14-16).

Certamente, anche in questo caso, il malato deve veramente lasciarsi guidare dal Signore. Ugualmente sarebbe vano l’appello agli anziani per qualsiasi malattia, così come non corriamo dal medico per un raffreddore o per una leggera indisposizione, ci sembra chiaro, nel testo di Giacomo, che si tratti di un male che mette veramente in pericolo la vita del malato.
 
Leggiamo poi chiaramente che la risposta di Dio non sarà equivoca, se il malato e gli anziani sono veramente nel pensiero di Dio, la preghiera della fede salverà il malato.

In ultima analisi, ciò che importa di più, è che ogni credente abbia a che fare con Dio, perché “nessuno vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso” (Romani 14:7).
 

 

IL DISCERNIMENTO DELLE COSE MIGLIORI

 

Poiché non tutte le malattie portano alla morte, ma sono per la gloria di Dio (Giovanni 11:4), è dunque necessario conoscere la volontà di Dio a nostro riguardo.

Dal momento in cui gli effetti della malattia si fanno sentire, il cristiano autentico non ha il diritto di ignorare i sintomi del suo male. Non avrà paura di conoscere la verità sul suo stato e non cercherà di ingannare i suoi ma, al momento opportuno, li preparerà egli stesso alla sua dipartita (2 Pietro 1:13-15).

Il cristiano sa dalle Scritture che “Dio parla tanto in un modo quanto in un altro” e che la malattia è sovente nella Sua mano il mezzo per approfondire la nostra vita spirituale.

 

Attraverso le nostre malattie, il Signore ci preserva dall’orgoglio, o ci conduce alla prudenza e alla moderazione (Giobbe 33:14-28). Sovente, ci evita così un male più grave, e ci conduce anche a umiliarci per la leggerezza con cui molto sovente prendiamo la cena senza discernere il Corpo del Signore (1 Corinzi 11:29-32).

La malattia può essere una prova di fede per noi e per i nostri cari, come un solenne avvertimento che i nostri giorni sono contati, e che è ora di mettere tutte le cose in ordine al fine di facilitare la vita di coloro che lasceremo dopo di noi (Isaia 38:1).

Accettiamo dunque le cure, i rimedi e i mezzi di guarigione che Dio ha messo a disposizione di tutte le Sue creature (Geremia 8:22), ma ricerchiamo sempre il pensiero di Dio verso di noi, al fine di collaborare sempre con Lui nell’opera che vuole compiere in noi e per noi.

 

Ecco perché possiamo fare nostra la preghiera di Paolo per i Filippesi: “Che il vostro amore sempre più abbondi in conoscenza e in discernimento, onde possiate distinguere fra il bene e il male, affinché siate sinceri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ripieni di frutti e di giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio” (Filippesi 1:9-11).
 

 

IL NOSTRO ATTEGGIAMENTO VERSO I MALATI

 

Questo discernimento delle cose migliori non è solamente necessario al malato ma anche ai suoi congiunti.

Quando uno dei nostri cari è colpito dalla malattia o soffre di una infermità, allora dobbiamo saperlo amare in modo saggio ed intelligente, al fine di comportarci verso di lui come Dio desidera.

È necessario innanzi tutto che accettiamo la volontà di Dio per coloro che amiamo e credere che il nostro Padre celeste ha compassione di coloro che Lo temono (Salmo 103:13).

Il Signore fa tutto ciò che vuole (Salmo 135:6). Immedesimandoci in questo pensiero potremo essere utili ai nastri cari.

La gravità della malattia è in fondo secondaria, e non dovrebbe essere per noi il più grande motivo di inquietudine, e nemmeno la possibilità di guarire, la nostra principale preoccupazione. Troppo spesso siamo come l’apostolo Pietro, che non voleva la sofferenza per il suo Maestro.

...e con le migliori intenzioni, facciamo il gioco di satana.

Allora il Cristo ci deve dire: “Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma di quelle degli uomini” (Matteo 16:21-23).

·     Che cosa importa che un Giacobbe zoppichi se, a Peniel, ha potuto vedere Dia in faccia, e l’anima sua è stata liberata? (Genesi 32:30-31)

·     Che cosa è la scheggia nella carne di Paolo, se ciò lo preserva dall’inorgoglirsi e gli conserva sulla terra il ricorda delle parole ineffabili intese nel terzo cielo? La grazia di Dio non ci sarebbe sufficiente? (2 Corinzi 12:2-10)

· 
 
Se le frequenti indisposizioni di cui Timoteo soffre, sono il mezzo impiegato da Dio per mantenere il suo giovane servitore sottomesso, perché vorremmo togliergli questa benedizione? Paolo cercava di indicare al suo figliuolo nella fede un mezzo semplice che poteva ristorarlo (1 Timoteo 5:23).

·  
 
E perché dovremmo domandare ad ogni costo la guarigione di un nostro congiunto, quando un prolungamento della sua vita può moltiplicargli le occasioni di cadute e le possibilità dl disonorare il Signore? Gli anni che seguirono la guarigione del re Ezechia non furono quelli in cui Dio fu più glorificato nella vita di quel re (2 Cronache 32:24-26). L’Eterno non aveva voluto salvarlo dal male? (Isaia 57:1-2)

Se noi sappiamo innanzi tutto accettare la volontà del Signore, quando un nostro congiunto è malato o vicino alla morte, Dio può rendercelo e fare di lui un nuovo Epafrodito! (Filippesi 2:25-30)

Diveniamo dunque degli adulti, degli uomini spirituali che non giudicano più le cose dall’apparenza, ma che conoscono la via e i pensieri profondi di Dio (Romani 11:33:35). Allora, ispirandoci alla richiesta di Marta e di Maria riguardo della malattia di Lazzaro, senza indicare a Dio la nostra volontà, diremo semplicemente: “Signore, colui che Tu ami è malato” (Giovanni 11:1-3).

Da quel momento, il Padre ci illuminerà sulla Sua volontà e sapremo ciò che ci possiamo aspettare da Gesù.
 

 

LE NOSTRE VISITE

Con Lui, impareremo anche come visitare i malati.

Discerneremo che vi sono dei momenti in cui la presenza di un fratello in Cristo è un conforto per colui che soffre, ma che vi sono anche delle cose in cui la solitudine e il silenzio gli sono più utili. Così, visitare un malato non è un semplice compito evangelico che possiamo compiere in qualsiasi maniera e in qualsiasi momento.

Ricordiamoci che, andando a trovare un malato, è al Signore stesso che facciamo visita (Matteo 25:36). Questo pensiero ci conserverà nell’umiltà, dandoci tatto e discrezione, e ci eviterà di essere forse un consolatore... fastidioso (Giobbe 16:2). 
 
  • Ascoltiamolo molto, più invece di parlare, sapendo che il nostro malato conosce meglio di noi i pensieri di Dio a suo riguardo.
  • Evitiamo di fargli un sermone o di spiegargli le ragioni della sua prova, mentre invece magari ha lui qualche cosa da insegnarci.
  • Siamo sempre pronti e disponibili nella mano del Signore, per portare una buona parola al momento giusto a coloro che visitiamo (Proverbi 25:11), o per presentarli in una breve preghiera al Signore che li ama.
  • Non prolunghiamo eccessivamente le nostre visite, ricordandoci che al Getsemani Gesù aveva soprattutto bisogno di stare solo davanti a Dio, per accettare la volontà del Padre.
  • Sappiamo dunque stare vicini, senza crederci indispensabili e là, “a distanza di un tiro di sasso” vegliamo e preghiamo al fine di non soccombere noi stessi alla tentazione (Luca 22:39-46).

    Ciò che un malato deve sentire, è che i suoi fratelli e le sue sorelle sono là per circondarlo ed aiutarlo senza mai imporsi, giudicare o comandare. Allora le nostre visite non lo affaticheranno apportando gli, più che una presenza umana, lo splendore benefico di Colui che è la nostra vita. 

     

Gaston Racine

 

Tratto dal libro “IL CRISTIANO NELLA VITA PRATICA”

 

 

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