Le riprese televisive, di grande fascino e di straordinaria bellezza quando inquadrano dall'alto paesaggi davvero incantevoli (soprattutto mari e montagne), permettono di seguire il percorso di una gara ciclistica, quasi come se si fosse accanto ai corridori, ma comodamente seduti in poltrona e, quindi... senza correre alcun rischio.
Durante il recente Tour de France mi è capitato di osservare la foratura di uno dei ciclisti indiziati per la vittoria finale, uno dei cosidetti "campioni". Subito dall'ammiraglia della sua squadra è sceso il meccanico che gli ha consentito una ripartenza immediata consegnandogli una nuova bicicletta. Ma il gruppo si era già allontanato. Alcuni suoi "gregari" avevano però rallentato per attenderlo e per aiutarlo a recuperare in fretta il terreno perduto, formando il cosidetto "treno".
È duro il lavoro dei "gregari": nessuna prima pagina sui giornali, i loro nomi sono per lo più sconosciuti. Costretti ad un servizio massacrante: fare da spola fra l'auto "ammiraglia" ed i loro capitani-campioni per portare vitamine e rifornimenti, riempiendo le tasche delle loro maglie di cibi e di bevande; pedalare davanti a loro per "tagliare l'aria" e per risparmiarne le energie in vista del tratto finale della corsa; essere pronti a fermarsi e a sacrificarsi per loro e spesso arrivare al traguardo quando le luci della ribalda si sono già spente e loro, i campioni, sono già sotto la doccia. 
    
A chi piace fare il gregario? Sicuramente: a nessuno! Eppure senza "i gregari" non esisterebbero "i campioni"; nessun corridore diventerebbe un campione, pur avendo tutte le doti naturali necessarie, se non avesse accanto a lui dei gregari pronti ad aiutarlo. 
    
Quante lezioni per la nostra vita spirituale! Vorremmo essere tutti dei "campioni". Nessuno di noi vorrebbe essere gregario di un altro, anzi: se vediamo un compagno di corsa in difficoltà, costretto a rallentare o a fermarsi, invece di aspettarlo e aiutarlo a rientrare in gruppo, approfittiamo dell'occasione per cercare di emergere come "campioni". dimenticando che "se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui" (1Co 12:26) e che chi crede di essere forte è chiamato a "sopportare le debolezze dei deboli" e a "non compiacere" a sé stesso (Ro 15:1).
Può anche succedere che, nel caso in cui il "Patron della squadra" ci chiami ad essere i corridori capitani, non abbiamo riconoscenza verso "i gregari" che, pur facendo un lavoro meno visibile, ci stanno aiutando, e peggio ancora, quando siamo in difficoltà non abbiamo l'umiltà di chiedere o accettare l'aiuto che ci viene da loro offerto. Preferiamo correre da soli, dimenticando che invece siamo in una squadra dove possiamo essere chiamati sia a correre da "campioni" (perché il Signore ci ha dato le capacità per guidare la squadra alla "vittoria"), sia ad essere "gregari", perché è qualcun altro che ha le capacità giuste e che dobbiamo supportare col nostro servizio. 
    
Pensando a questa metafora dei "campioni" e dei "gregari" nel ciclismo applicata al nostro servizio cristiano, ricordiamo con riconoscenza Barnaba che fu prima "un campione" e un punto di riferimento per Saulo da Tarso, pronto poi a diventare "gregario" dell'apostolo Paolo. Ma è l'esempio di Paolo che, in questa prospettiva, ci parla in modo particolare: nella chiesa cristiana del primo secolo egli fu sicuramente "un campione" nell'evangelizzazione e nell'insegnamento, ma un campione che non seppe vivere anche da "gregario", mettendosi al lavoro per soddisfare i bisogni suoi e degli altri e un campione che seppe essere riconoscente ai tanti "gregari" che il Signore gli aveva posto accanto e che, a loro volta e in certe situazioni, sarebbero diventati "campioni" (Timoteo, Tito, Epafrodito, Luca, Marco, Tichico...).
Ma l'esempio per eccellenza rimane quello del Signore Gesù: è lì, per ricordarci che si può vivere da "campioni" solo se si è disponibili, sempre e comunque, ad essere "gregari".

Paolo Moretti

Fonte: http://www.ilcristiano.it/

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