10 Comandamenti - Le regole di Dio per vivere

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- Non avere altri dii nel mio cospetto - Poco dopo aver liberato i figliuoli d'Israele dalla schiavitù in Egitto e iniziato il viaggio verso la terra promessa, Mosè fu chiamato da Dio sul monte Sinai. Lassù deve avergli detto qualcosa di simile a questo: "Mosè, la tua gente è ora in marcia verso la prosperità. La terra che vi ho promessa è ricca e fertile e il frutto sarà molto più abbondante di quanto non abbiate bisogno. Quello è infatti il paese ove scorre il latte e il miele. Ma, Mosè, la gente non è felice e soddisfatta col solo possesso di beni. Il modo di vivere è molto più importante di quello che si ha. Per questo sto per darti dieci regole di vita. Voglio che tu insegni queste regole al popolo. Se vivranno secondo queste regole io prometto di benedirli, ma, attento, se violeranno queste leggi saranno penalizzati molto severamente. Un'altra cosa, Mosè: queste regole di vita sono per tutte le genti di tutti i tempi. Non saranno mai fuori moda, non potranno mai essere abrogate o modificate".

Noi abbiamo queste regole: i Dieci Comandamenti come sono riportati in Esodo 20 che non sono soltanto il fondamento del comportamento morale e spirituale, ma anche quello per la pace e la prosperità degli individui e delle collettività.

La Bibbia dice: "Lo stolto ha detto nel suo cuore: Non c'è Dio" (Salmo 14:1), e infatti solo uno stolto può immaginare di essere abbastanza grande e abile da violare le immutabili leggi dell'Eterno lddio e continuare a star bene. Nessun uomo può infrangere le leggi di Dio, può far solo del male a se stesso.

La sequenza nella quale Dio ha dato le sue leggi è molto importante.

Le prime quattro trattano del rapporto fra l'uomo e Dio, le altre sei trattano dei rapporti interpersonali fra uomo e uomo. Prima che l'uomo possa vivere in buona armonia col proprio simile deve essere a posto con Dio.

Qualcuno ha detto: "La mia religione è la regola aurea", ma la regola aurea non è religione di nessuno perché non è una religione, è soltanto l'espressione della religione. O, come disse H. G. Wells, "finchè l'uomo non trova Dio, non trova il bandolo della matassa e la sua attività è senza scopo".

Il primo comandamento ha qualcosa di sorprendente. Noi penseremmo che dovrebbe dire: "Crederai in un Dio", una legge contro l'ateismo. Ma una legge di questo genere non c'è perchè Dio si preoccupò d'inserire questa legge in noi stessi al momento della creazione.

Ad un bambino non insegnamo ad aver fame o sete, è la natura che lo fa. Noi dobbiamo però insegnare ai nostri bimbi a soddisfare fa. me e sete in modo appropriato.
L'uomo crede ed adora per istinto. Nella Bibbia non c'è neppure il più piccolo tentativo di provare l'esistenza di Dio. L'uomo è creato incompleto e non trova pace finchè non soddisfa la sua fame più profonda, lo struggimento dell'anima sua. Il pericolo sta nel fatto che l'uomo può pervertire il suo istinto di adorazione e farsi un falso dio.

Sant' Agostino disse: "L'anima mia è senza pace finchè non latrova in te, o Dio". Nessun falso dio soddisfa l'aspirazione dell'anima ma possiamo, e molti lo fanno, sprecare la nostra vita nel cercare soddisfazione in falsi oggetti di adorazione. E' per questo che la prima regola di Dio per la vita è: "Non avere altri dii nel mio cospetto".

A Vicksburg, nello stato del Mississippi, un ingegnere mi mostrò un canale quasi secco e mi disse che una volta un braccio del grande fiume Mississippi scorreva lì, ma il suo corso era stato spostato sca· vando un canale. Il corso del braccio del fiume non poteva essere fermato, ma poteva essere deviato. Così è per quando riguarda il nostro adorare Dio. Senza un oggetto di adorazione l'uomo è incompiuto. Lo struggimento della sua anima deve essere soddisfatto. Ma può accadere che l'uomo smetta di adorare il vero Dio per farsene un altro.

C'è stata gente che ha adorato il sole o una stella o un monte. In alcuni paesi la gente adora una mucca o un fiume o qualcos'altro. Noi pensiamo che questi popoli siano primitivi. E lo sono, ma non più di quanto non lo siano moltitudini di persone in quel paese illuminato che chiamiamo America. Dio ordinò: "Non avere altri dii nel mio cospetto", ma noi siamo colpevoli di aver violato questo comandamento.

Ci sono almeno 5 oggetti di adorazione che moltitudini di persone hanno oggi "nel cospetto" di Dio:

  1. ricchezza,
  2. fama,
  3. piacere,
  4. potere,
  5. saper.

Per quanto molti di noi non pensino di diventare mai veramente ricchi, non siamo però mai soddisfatti di quello che possiamo ragionevolmente arrivare ad avere. Forse è una cosa buona eccetto quando questa smania ci fa deviare dal la nostra ricerca di Dio. Può capitare che diventi così interessato a quello che ho, da dimenticare i bisogni della mia anima.

Molti di noi non si aspettano certo di diventare famosi, eppure c'è il bambino che dice: "Guardate che salto alto che faccio", oppure: "Guardate come corro bene".

Fin dalla nascita portiamo con noi il desiderio di essere notati. Non c'è nulla di male, Dio ha dato a ciascuno di noi un'identità separata e desideriamo essere notati. Come pastore ho parlato con molte persone la cui vita è un naufragio e non conoscono felicità solo perchè non hanno ricevuto l'attenzione che desideravano.

Ci sono persone che si offendono moltissimo per un nonnulla. In America si spende più denaro per cosmetici di quanto non se ne spenda per l'avanzamento del Regno di Dio. Non c'è nulla di male a desiderare di avere un bell'aspetto. Ma c'è tutto il male quando il desiderio di mettersi in mostra diventa il nostro primo desiderio, e così il nostro dio.

Tutti gli uomini desiderano essere felici, ma si commette errore iI pensando che il piacere è il mezzo per ottenere la felicità. Col piacere si dimentica la monotonia della vita di tutti i giorni, ma non si soddisfa l'anima. Il piacere è come la droga per avere più eccitazioni, più emozioni, più sensazioni, è necessario aumentare sempre di più la dose finchè ci si trova a brancolare fra le tombe delle nostre passioni ormai morte. E' come preparare i nostri pasti solo con pepe e sot· taceti. Una delle più grandi tentazioni è di mettere il piacere prima di Dio.

Nel potere e nel.sapere non c'è nulla di male. In America l'energia elettrica a disposizione di ciascun cittadino è equivalente all'energia prodotta da 150 schiavi. Ma quando il potere viene ricercato per se stesso, quando il potere viene adorato, trasforma le persone in tanti piccoli Hitler. Il sapere di per sè è cosa buona, ma l'adorazione del sapere distrugge l'obbedienza, proprio come l'adorazione del potere distrugge il carattere.

Adorare lddio ci porta ad essere come Dio e ad obbedire alla Sua volontà. Così' ci miglioriamo e camminiamo nei sentieri del retto vivere quando non abbiamo altri dii nel cospetto delI'lddio vivente.

Dal LIbro: La psichiatria di Dio
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 Vedi anche:

 

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Ritratto di alex

tavole comandamenti

Ritratto di alex

Nello studiare il Decalogo constatiamo che Dio rivolge questi comandamenti ad un popolo che è già stato riscattato per grazia.

E' ad un popolo salvato e riunito nella Sua presenza che il Signore dice: «Ecco ciò che ho fatto per te, ecco ora ciò che ti chiedo di fare per Me, dato che sei il Mio popolo».

L'Evangelo ci dice che noi non ubbidiamo per essere salvati, ma che noi siamo salvati per poter ubbidire.

D'altra parte tutto il Decalogo viene confermato dal Nuovo Testamento.

Sarebbe molto interessante e nello stesso tempo un arricchimento spirituale esaminare nel Nuovo Testamento tutti i testi che confermano ciascuno dei dieci comandamenti.

 

I comandamenti del Signore

Ciò che vogliamo fare è piuttosto prendere in esame la seconda tavola del Decalogo.

Se esaminiamo la Bibbia, constateremo che i primi quattro comandamenti, fino alla fine del v. 11, costituiscono la prima tavola della legge e riguardano le nostre relazioni con Dio. Poi, a partire dal v. 12 fino al v. 17, cioè gli altri sei comandamenti costituiscono la seconda tavola della Legge e riguardano le relazioni con il nostro prossimo, le nostre relazioni gli uni con gli altri.

Si tratta di proibizioni che hanno la loro controparte positiva nel Nuovo Testamento.

Se osservate, a partire dal v. 13, i quattro comandamenti che seguono, constatiamo che Dio vuoi proteggere i beni più preziosi dell'uomo: al v. 13, con il sesto comandamento, «non uccidere»! abbiamo la protezione della vita dell'uomo, cioè il bene più prezioso che egli possiede. Al v. 14, con il settimo comandamento: «non commettere adulterio», abbiamo la protezione del matrimonio, della famiglia, e del futuro dell'umanità. Al v. 15, con l'ottavo comandamento: «non rubare», abbiamo la protezione dei beni materiali dell'uomo. Al v. 16, con il nono comandamento: «non attestare il falso contro il tuo prossimo», abbiamo la protezione della reputazione dell'uomo. Dio vuole che l'uomo sia protetto nella sua vita, nel suo matrimonio, nei suoi beni e nella sua reputazione.
Possiamo altresì seguire lo sviluppo nel pensiero di questi ultimi comandamenti in questo modo: il sesto, il settimo e l'ottavo comandamento riguardano gli atti, «non uccidere, ecc.», il nono comandamento concerne la parola, «non attestare il falso», e poi, cosa significativa, l‘ultimo comandamento concernente l'atteggiamento, il desiderio, atteggiamento che si ripercuote sui comandamenti precedenti: «non concupire».

 

Non commettere adulterio

Occupiamoci ora del settimo comandamento.

Il tema è delicato, difficile, perchè tocca una sfera intima della nostra vita di cui non amiamo parlare in pubblico. Nello stesso tempo riconosciamo che si tratta di un argomento importante, e noi dobbiamo parlarne a tutta la chiesa, perchè ha bisogno di essere ammaestrata in tutti i campi in cui il Signore ci impartisce delle istruzioni e dei comandamenti, perchè Dio sia Dio in tutte le sfere della nostra vita, compresa quella più delicata e più intima.

Osserviamo il v. 14: «Non commettere adulterio».

Un commentatore attira la nostra attenzione sul fatto che si tratta del settimo comandamento, e che la cifra sette ne sottolinea l'importanza.

Sette è la cifra di ciò che è perfetto, completo. Difatti, Dio paragona il matrimonio ai legami che Egli intrattiene con il Suo popolo.

Vi sono dei testi in cui chiama Israele la sua fidanzata: «Ti fidanzerò a Me per l'eternità...» (Osea 2:19).

...e nel Nuovo Testamento, soprattutto in Efesini 5, vediamo che la relazione esistente fra Cristo e la Sua Chiesa è la relazione di uno sposo con la sua sposa.

Una relazione d'amore: «Cristo ha amato la chiesa e ha dato Se stesso per lei, affin di santificarla... e far comparire davanti a Sè questa Chiesa, gloriosa, senza macchia, senza ruga o cosa alcuna simile...» (Efesini 5:25-27).

Questa relazione è dunque paragonata ad un matrimonio in cui regna la purezza e la fedeltà reciproca. Perciò, quando Israele e Giuda diventano infedeli e si allontanano dal Signore per unirsi agli idoli, Dio accusa il Suo popolo di essere colpevole di adulterio e prostituzione.

Tutto questo ci mostra, da un lato, l'importanza che Dio dà alla Sua relazione con il Suo popolo, e da un altro lato, l'importanza che Dio dà al matrimonio.

Qual è allora il significato esatto della proibizione del v. 14 nel contesto dell'Antico Testamento?

La parola adulterio indica l'unione sessuale di un uomo sposato con una donna diversa dalla moglie, o ancora l'unione di una donna sposata con un uomo che non è suo marito.

E lo scopo di questo Comandamento è quello dl proteggere uno dei possessi più cari all'uomo, il possesso più caro dopo la sua propria vita: il suo matrimonio, la sua vita coniugale e mantenere il carattere sacro del matrimonio, istituito dal Dio Creatore.

Inoltre, per estensione, ha lo scopo di proteggere la famiglia ed il futuro della razza umana.

Notiamo, nel commentario, che Dio fa su questa proibizione in altri testi del Pentateuco, che essa si applica sia all'uomo che alla donna.

In Levitico 20:10, ci viene detto che la violazione di questo comandamento è punita con la morte, non solo per l‘uomo, ma anche per la donna.


L'insegnamento  di Gesù

Alcuni forse diranno che, dopo tutto, questa proibizione ha un'applicazione limitata. «Osservate, diranno, i silenzi dell'Antico Testamento come pure i testi che sembrano permettere una certa libertà! ».

In Deuteronomio 24, per esempio, si parla di una lettera di divorzio permessa all'uomo che non è contento di sua moglie.

In altri testi storici, alcuni uomini, persino degli uomini di Dio - patriarchi e re - avevano più di una moglie e persino delle concubine; inoltre la poligamia ed il concubinaggio sembrano essere tollerati nella storia dell'Antico Testamento.

Possiamo allora concludere che il comandamento del v. 14 avrebbe per noi un'applicazione ristretta e che per tutto il resto noi possiamo godere di una certa libertà? (la libertà della nostra società che, ignorando la storia, parla di «nuova moralità» senza sapere che essa non è altro che la vecchia moralità ritornata alla ribalta).

E' proprio qui che noi abbiamo bisogno di lasciarci istruire dal Signore Gesù che ha commentato questo comandamento almeno tre volte nel Vangelo di Matteo.

Notiamo le tre osservazioni che il Signore ha fatto a questo riguardo.


Prima osservazione

In Matteo 19:1-9, in particolare il v. 8: i Farisei interrogano il Signore a riguardo del divorzio.

Gesù ricorda loro lo scopo di Dio quando creò l'uomo e la donna; «Non avete letto che il Creatore, da principio, li creò maschio e femmina e che disse: Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre, e si unirà con sua moglie, e i due saranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l'uomo non lo separi. Essi gli dissero: Perché dunque Mosè comandò di scrivere un atto di ripudio e mandarla via? Gesù disse loro: Fu per la durezza dei vostri cuori che Mosè permise di mandar via le vostre mogli; ma da principio non era così».

Noi comprendiamo che la monogamia, vale a dire il matrimonio fra due persone e per tutta la vita, era nel piano di Dio fin dalla creazione. Se, in seguito, fu ammessa una lettera di divorzio, o se è stata tollerata, sembra, la poligamia o altre unioni al di fuori del matrimonio di un uomo e di una donna, non è perché Dio l'abbia voluto, ma fu a motivo della durezza del cuore dell'uomo. Ma per noi che viviamo nell'epoca della grazia e che beneficiamo dell'Evangelo e del Sangue di Gesù Cristo che ci perdona e ci purifica, simili cose divengono impensabili!

Forse esse erano tollerate nell'Antico Testamento, ma non posso più esserlo nel Nuovo Testamento.


Seconda osservazione

In Matteo 15:19, si parla delle cose che contaminano e Gesù dice: «Dal cuore vengono pensieri malvagi, omicidi, adultéri, fornicazioni, furti, false testimonianze, diffamazioni».

Ebbene è interessante osservare che in questo versetto Gesù segue l'ordine del sesto, settimo, ottavo e nono comandamento:

  • «gli omicidi» = «non uccidere»;
  • «adulteri, fornicazioni» = «non commettere adulterio»;
  • «furti» = «non rubare»;
  • «false testimonianze, diffamazioni» = «non atte- stare il falso».

L'ordine è dunque il medesimo del sesto, settimo, ottavo e nono comandamento, e nel caso del settimo comandamento, Gesù usa due parole: «adultèri», che corrisponde al termine dell'Antico Testamento, poi un secondo che è difficilmente traducibile nelle nostre lingue moderne; la parola greca «porneia» che significa tutti gli sviamenti, tutte le pratiche irregolari al di fuori dell'unione sessuale di un uomo e una donna, nell'ambito del matrimonio. Perciò, parlando di «fornicazione», Gesù, lungi dall'abrogare il comandamento, lo intensifica ed allarga l'applicazione della proibizione a delle pratiche che, nella nostra società moderna, non solo vengono tollerate, ma addirittura giustificate.


Terza osservazione

Il testo di Matteo 5:27-30, dice: «Voi avete udito che fu detto: Non commettere adulterio. Ma Io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. Se dunque il tuo occhio destro ti fa cadere in peccato, cavalo e gettalo via da te; poiché è meglio per te che una delle tue membra perisca, e non sia gettato tutto il tuo corpo nella geenna. E se la tua mano destra ti fa cadere in peccato, tagliala e getta la via date; poiché è meglio per te che una delle tue membra perisca, e non vada tutto il tuo corpo nella geenna».

C'è da chiedersi, leggendo questi versetti, se dovessimo prendere alla lettera le raccomandazioni del Signore, quanti orbi e monchi ci sarebbero oggi nella chiesa di Gesù Cristo?

Qui, il Signore estende l'applicazione in profondità.

Come Egli aveva già fatto nei versetti precedenti (v. 21 e seguenti): «non uccidere» per mostrare che questo si applica anche alla collera e ad ogni parola offensiva, la stessa cosa fa con il comandamento: «non commettere adulterio», mostrando che questo si applica anche allo sguardo, ai desideri impuri, ai pensieri sensuali ed aggiunge che i peccati segreti di intenzione, non sono meno gravi dell'atto stesso.


Le esigenze di Dio

Nel lasciare l'epoca della Legge per entrare in quello della grazia, che casa scopriamo?

Che noi abbiamo a che fare con un Dio che non è meno esigente, anzi, oserei dire, ancora più esigente a motivo della luce più completa che Egli ci ha data tramite l'Evangelo!

Vorrei perciò riassumere tutto ciò nella seguente maniera:

  • Io trasgredisco il settimo comandamento se non considero il matrimonio come un impegno per tutta la vita, irrevocabile,
  • Io trasgredisco il settimo comandamento se non considero ogni attività sessuale al di fuori del matrimonio come condannabile.
  • Io trasgredisco il settimo comandamento se non disciplino i miei
    occhi, i miei sentimenti e la mia immaginazione, commettendo cosi adulterio con il pensiero, la fantasia o la concupiscenza.
  • Io trasgredisce il settimo comandamento se non so rinunciare ad
    ogni spettacolo, ad ogni immagine pornografica, ad ogni lettura, ad ogni vestito e ad ogni amicizia che sono tentazioni di infedeltà, dimenticando cioè che il mio corpo è il tempio dello Spirito Santo.


Che questo ci piaccia o no, siamo costretti a riconoscere che questo comandamento include tutti gli abusi possibili del dono della sessualità, che è uno dei più nobili, dei più sacri e dei più belli che Dio ci ha accordato.

Veniamo ora a delle considerazioni di carattere pratico.

Non so quali reazioni queste considerazioni provocheranno fra di noi.

Qualcuno potrà forse dire: «Tutto ciò non mi riguarda direttamente! Già da molto tempo il Signore mi ha liberato da queste cose, vivo nella Sua vittoria».

Dio sia lodato per questo!

Ma forse vi sono altri che replicheranno dicendo: «Alla luce di tutto quello che è stato detto, io non ne sono stato all'altezza, sono stato colpevole, se non negli atti, almeno negli sguardi e nei pensieri».

A questi rispondo: Cari, si tratta di un problema universale. Ai giorni nostri le tentazioni sono talmente raffinate che sono diventate quasi irresistibili. Praticamente è impossibile passeggiare in città, guardare le vetrine dei negozi o guardare come certe persone si vestono, senza essere tentati.

Dobbiamo riconoscere umilmente che in questo campo siamo tutti vulnerabili.


La prima funzione della Legge

La prima funzione di una legge come questa è quella di mostrarci le esigenze di Dio, esigenze che non mutano.

La seconda funzione è quella di evidenziare le nostre mancanze, mostrarci che su questo o su quel punto siamo stati colpevoli.

La terza funzione della legge, è quella di creare un sentimento di disperazione in noi stessi, mostrandoci che, sebbene approviamo ciò che è bene, non abbiamo però la forza di farlo.

La quarta funzione della legge è quella di condurci a Colui che è venuto a chiamare per grazia, non i giusti, ma i peccatori al ravvedimento ed alla salvezza. Per quelli che si riconoscono colpevoli di fronte alle esigenze di questi comandamenti, dico che esiste la Croce, che Gesù è venuto, ha perso su di Se i nostri peccati, è morto, ha sofferto al nostro posto perchè noi potessimo andare umilmente a lui e dirgli: «Signore, riconosco che non ho osservato tutte le Tue leggi. Se ho peccato in qualche cosa, sono colpevole di tutto. Vengo a te per riconoscere la mia colpevolezza, confessare il mio peccato, mettere la mia fiducia in Te, perché Sei venuto a salvarmi e darmi il perdono morendo per me».

Non c'è nessuno fra di noi che dovrebbe cominciare passando attraverso un simile pentimento e confessione?

Lo faccia perché è indispensabile e fondamentale!

Forse vi sono altri che, pur essendo credenti, potrebbero dire: «lo sono incapace! Le esigenze sono molto severe: io non potrò mai vivere a quei livelli, e soddisfare tutto quello che Dio chiede da me».

Ebbene rispondo: «Non siamo noi tutti deboli ed incapaci con le nostre proprie forze di ubbidire a ciò che Dio si aspetta da noi?».

...ma anche qui Dio ha provveduto: una delle funzioni della legge, l'abbiamo già affermato, è quella di rivelarci costantemente le nostre debolezze, non per condannarci a vivere nella disfatta e nella disperazione, ma perché noi potessimo capire che Colui che è morto per noi alla croce, per darci il perdono di Dio, è vivente ed operante! Egli viene a vivere in noi mediante il Suo Spirito Santo, per darci una nuova natura.

Il cristiano è colui che ha capito, non solo che Gesù è morto per lui, ma che Gesù vive in lui mediante il suo Spirito Santo.

E' proprio questa vita nuova quella che ci permette di avere una potenza nuova per cui possiamo camminare in novità di vita, nella gloriosa libertà dei figli di Dio che è quella di amare la Sua volontà e di compierla.

Perciò, vi invito ad esperimentare questa libertà, perché è straordinaria, benefica; vi invito a camminare nelle vie di Dio, ad essere santi, puri e giusti come Egli ci chiede di essere, e noi vedremo che Egli ci darà ciò che Egli ordina mediante il Suo Spirito.

 

Una testimonianza efficace

In conclusione, vorrei dire che il nostro bisogno è quello di esprimere e manifestare una qualità di vita da parte di cristiani trasformati dalla potenza dello Spirito Santo, per essere noi stessi una dimostrazione dell'attualità dell'Evangelo davanti ai nostri contemporanei, e di essere per loro qualcosa di attraente e di credibile.

Anche se con tutti i mezzi moderni legittimi riuscissimo ad attirare molte persone nella nostra comunità, che cosa avremmo da offrire loro?

Solo dei divieti..., una vita cristiana negativa...?

Diremo loro che il cristiano è colui che non fa questo, che non fa quell'altro, che non fa assolutamente nulla...?

Oppure la contropartita positiva dell'Evangelo per cui, per esempio, in risposta al settimo comandamento ed alla sua proibizione, noi siamo chiamati a vivere nella castità, nella purezza, nella fedeltà verso il nostro coniuge, sapendo che Dio lo vuole per il nostro bene?

O, ancora, là dove il furto viene proibito secondo l'ottavo comandamento, l'apostolo Paolo aggiunge: «Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con. le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno».

In altre parole, al posto del furto, mostrare la generosità!


Essere luce nelle tenebre

Qualcuno ha detto che noi dobbiamo farci tutto a tutti, andare verso gli altri, parlare il loro linguaggio, cercare di interessarci a ciò che li interessa.

Sono d'accordo... ma solo fino ad un certo punto.

Io credo che il problema della nostra testimonianza consiste nei fatto che siamo troppo differenti dagli altri, là dove le differenze sono inutili.

Il vero problema non risiederebbe forse nel fatto che non siamo abbastanza differenti dagli altri, là dove le differenze sono indispensabili e fanno parte della nostra testimonianza?

Volete avere una testimonianza credibile?

Ebbene, Dio ci chiede di camminare su una strada completamente diversa da quella scelta dalla nostra società.

Siamo chiamati ad essere luci nelle tenebre, a mostrare che la santità, la purezza, la castità, che cioè tutto questo non è soltanto possibile, ma benefico per un mondo che non crede assolutamente più a queste cose.

Dobbiamo avere il coraggio di essere differenti là dov'è necessario, perchè Dio ci dice:
«Siate santi, perchè Io sono Santo».

Mettiamo in ordine la nostra casa.

Portiamo i nostri interdetti ed i nostri compromessi al Signore per confessarglieli e abbandonarli ai Suoi piedi.

E' soltanto a questo prezzo che avremo una testimonianza credibile di fronte ai nostri contemporanei.

Amen!

Frank Horton «IL CRISTIANO»  giugno 1986   www.ilcristiano.it
Ritratto di alex

A proposito della recente trasmissione televisiva (dicembre 2014)
I 10 COMANDAMENTI

A parte due scivolate abbastanza visibili al telespettatore che ha solo una mente analitica e nessuna preparazione teologica ,

1*  la prima sull'unico Dio, uguale in tutte le religioni, inerente al discorso di non nominare il nome di Dio invano, affermazione che è andata in contrapposizione con quello che aveva detto prima parlando del Dio Geloso.
2* Non ti fare scultura ne' immagine alcuna, bellissimo il concetto dell'introduzione al pensiero astratto che non può essere confinato...però è scivolato sul finale: Dio non ci manderà all'inferno per una cappella Sistina, se così dovesse essere, almeno abbiamo avuto la nostra parte di paradiso sulla terra.

Ma per il resto, ho davvero apprezzato, soprattutto le molte sfumature poetiche, ha innalzato la parola di Dio parlandone come di un capolavoro, in un tempo dove viene bistrattata è stato bello sentire apprezzamenti. Non c'è l'evangelo? A me è importato poco, in un tempo dove non ci sono più regole oramai il concetto del peccato è troppo arbitrario, nessuno più sente bisogno di un Salvatore, perchè nessuno si sente perduto, ben venga la conoscenza della legge, perchè essa mette in mostra il peccato...ed il resto dovrebbe venire da se'... Quanto è costato chiede qualcuno? Poco importa a me, se il servizio pubblico butta soldi il soubrettes e si ostina a fare San Remo, preferisco che quello che pago di canone venga utilizzato come ieri sera, quando sarebbe costato a noi mandare un predicatore in prima serata? E chi l'avrebbe guardato?

Michela Piccolo Missionaria
Ritratto di alex

La seconda regola di Dio è: "Non ti fare scultura alcuna". Questa é una legge che molta gente non ritiene di essere colpevole di aver violato, eppure nella Bibbia questo comandamento é quello del quale si parla più di ogni altro.
 
L'uomo primitivo trovava difficile pensare a un Dio che non poteva vedere e così si é fatto dei sussidi visivi per aiutare la sua immaginazione, per dare un senso della realtà alla sua adorazione. In se stessa quest'idea non è errata. Frank Boreham racconta di una persona che pregava davanti ad una sedia vuota.
Questa persona s'immaginava Dio seduto in quella seggiola e questo dava un senso di maggior realtà alle sue preghiere.

Sulla mia scrivania ci sono diverse copie della Bibbia. Le uso per studiare e le leggo per edificazione personale; per me avrebbero valore perfino se non le aprissi mai. La loro semplice presenza mi ricorda Dio. E' ovvio che si può adorare dovunque, ma in un locale di culto viene più spontaneo il farlo. Non solo l'edificio, ma la liturgia, la musica, il sermone favoriscono l'adorazione.

Il pericolo sta nel fatto che é molto facile adorare il mezzo anzichè il fine. Bibbie, chiese, musica, pastori e tutti i simboli e mezzi di adorazione sono sacri solo in quanto ci avvicinano a Dio. Il denominazionalismo,
per esempio, può diventare una violazione di questo comandamento. lo sono metodista, ma potrei essere un buon credente anche se fossi battista o presbiteriano o di qualunque altra denominazione che riconosce, con Pietro, che "Tu sei il Cristo, il Figliuol dell'lddio vivente" (Matteo 16: 16).

Ancor più pericolose dei mezzi di adorazione sono alcune altre immagini che ci facciamo. E' detto che "Dio creò l'uomo a sua immagine" (Genesi 1 :.27). Però il vivere una vita che sia conforme alla nostra creazione é di una tale difficoltà che tutti noi veniamo meno molto presto. E così, anziché essere come Dio, cerchiamo di creare Lui a nostra immagine. E' molto più semplice creare un Dio simile a noi che essere noi simili a Dio.
 
Dio ci dice di non fare il male, ma ci sono alcune cose che noi vogliamo fare a tutti i costi, giuste o sbagliate che siano. Così ci creiamo un Dio che non si preoccupa troppo dei nostri modi di agire. Noi pensiamo ad un Dio che sta nei cieli blu, a belle montagne maestose, a fiori magnifici, ma giriamo le spalle al Dio che ci dice: "Mi avete derubato delle decime e delle offerte" (Malachia 3:8), o al Dio che dice: "Quello che l'uomo avrà seminato, quello pure mieterà" (Galati 6:7). 

E' stato fatto notare che Gesù é stato crocifisso non perché diceva: "Guardate i gigli dei campi. .. ", ma piuttosto perché diceva: "Guardate i ladri come rubano ... ".

E' molto più facile ridurre Dio alla nostra taglia, abbassarlo al nostro livello, che non pentirci, convertirci dal nostro modo di vivere ed essere noi stessi partecipi della natura di Dio.
 
Quando Horace Bushnell era studente universitario, credeva di essere ateo. Un giorno gli sembrò di sentire una voce che gli diceva: "Se non credi in Dio, in che cosa credi?" Rispose: "Credo che ci sia differenza fra il bene e il
male". 

Sembrava che la stessa voce andasse avanti chiedendo: "Il tuo comportamento é all'altezza di quel che credi sia il miglior modo di vivere?" "No," rispose, "ma lo voglio". Quel giorno stesso dedicò la sua vita al suo più alto ideale. Molti anni più tardi, dopo essere stato per 47 anni pastore di una chiesa, diceva: "Conosco meglio Gesù Cristo che ogni persona della mia chiesa". Quando cominciò a conformare la propria vita ai suoi ideali, invece di adattare questi alla sua vita, fu guidato alla realizzazione di Dio.

Il processo del pensiero, del riflettere, ha bisogno di immagini mentali. Pensate ad una mela e con la vostra immaginazione la vedrete.
Pensate a Garibaldi e il suo sembiante sarà proiettato sullo schermo della vostra mente. Quando una persona pensa a Dio, vede alcune delle raffigurazioni di Dio. Il pericolo sta nel fatto che potrebbe essere la raffigurazione errata; sarebbe tragico

L'uomo diventa come l'immagine che si fa di Dio e se quest'immagine è quella sbagliata, tutto in lui sarà sbagliato. Ecco perché la Bibbia contiene più ammonimenti riguardo il rispetto della seconda regola di Dio per la vita: "Non ti fare immagine alcuna" (Esodo 20:4), che non per qualunque altra.
 
L'uomo vede un po' di Dio in diverse manifestazioni: la maestà. nelle Sue montagne, la bellezza nei Suoi fiori, la giustizia nei Suoi santi. Ma tutto questo é insufficiente. Il cuore di ciascuno di noi dice con Filippo: "Signore, mostraci il Padre, e ci basta". Gesù risponde a noi come rispose a Filippo: "Chi ha visto me ha visto il Padre" (Giovanni 14:8-9). 

In Gesù abbiamo la sola immagine perfetta di Dio, e questo è sufficiente.

Nel guardare Gesù attraverso le parole dei 4 Vangeli si rimane impressionati dai Suoi occhi. Quelli che gli furono vicini fisicamente non ci dicono molto del Suo aspetto, ma non hanno potuto dimenticare

i Suoi occhi. "E il Signore, voltatosi, riguardò Pietro" (Luca
22:61 ), e il cuore di Pietro si spezzò. 

Qualche volta gli occhi di Gesù lampeggiavano di gioia, altre volte esprimevano tenerezza, ed altre ancora erano pieni di riprovazione. Quando leggo: "Le vie dell'uomo stan davanti agli occhi dell'Eterno, il quale osserva tutti i sentieri di lui" (Proverbi 5:21 ), mi fermo silenzioso a riflettere sulla strada percorsa.

Guardando il volto di Gesù ci rendiamo conto che era un volto felice. I bambini correvano a sedersi sulle Sue ginocchia e lo abbracciavano.

La gente lo invitava alle feste. Vedendo Dio in Cristo non solo non ne siamo spaventati, ma proviamo invece un desiderio di essergli più vicini. Lo ascoltiamo mentre dice: "Neppure io ti condanno; va' e non peccare più" (Giovanni 8: 11 ), e ci vergognarne dei nostri peccati, vogliamo il perdono e andiamo a Lui pentiti chiedendo la Sua purificazione.

Lo vediamo mentre "si mise risolutamente in via per andare a Gerusalemme" (Luca 9:51 ). Benchè significasse la morte, non si ritirò dal fine più alto della Sua vita. Il vederlo così ci dà la forza necessaria per prendere la giusta decisione. Lo osserviamo mentre cammina per 12 chilometri fino ad Emmaus per incoraggiare chi era scoraggiato (Luca 24: 13-32), o mentre offre una nuova possibilità agli amici che l'avevano tradito (Giovanni 20: 19-31) ed il nostro cuore e la nostra speranza sono rinnovati.

Com'è bello vedere Dio! Per incoraggiare i primi credenti che sopportavano quello che era quasi insopportabile, Giovanni dice loro che quelli che rimangono fedeli "vedranno la Sua faccia" (Apocalisse 22:4). La promessa di vederlo compensava qualunque sacrificio.

Ancora un pensiero. Quando Thorwaldsen ebbe finita la sua famosa statua di Cristo la fece vedere ad un amico. Le braccia erano distese e il capo piegato fra le braccia. L'amico gli disse: "Ma non riesco a vedere il suo viso". Lo scultore replicò: "Se davvero vuoi vedere il volto di Cristo devi inginocchiarti".

E' Lui l'immagine perfetta di Dio, non facciamocene un'altra.

Dal Libro: La psichiatria di Dio

Ritratto di alex

La terza regola di Dio per la vita è: "Non usare il nome dell'Eterno, ch'è l'lddio tuo, invano" (Esodo 20:7). La prima regola è:

  1. "Metti Dio al primo posto";
  2. la seconda è: "Cerca la vera immagine di Dio";
  3. la terza: "Pensa a Dio nel modo giusto". 
I pensieri di unapersona determinano il suo comportamento. Hawthorne ci racconta di quel ragazzo, Ernesto, che guardava con desiderio a quel grande volto di pietra sul fianco della montagna (trattasi di un monte delle Green Mountains, nel Vermont, nel cui profilo si vuol vedere appunto un volto virile - N.d.T.).
Era un volto forte, gentile, nobile che eccitava il cuore del ragazzo. Una leggenda diceva che un giorno sarebbe apparso un uomo col viso somigliante alla "Grande Faccia di Pietra".

Per tutta la sua infanzia e anche dopo essere divenuto uomo, Ernesto continuò a guardare la grande faccia e a cercare l'uomo che le assomigliava. Un giorno, mentre la gente discuteva della leggenda, qualcuno improvvisamente gridò: "Guardate, guardate, Ernesto è l'uomo che somiglia alla Grande-Faccia-di-Pietra". Ed era proprio così: il suo volto era divenuto come l'oggetto dei suoi pensieri.

I nostri desideri segreti alla fine si manifestano nel nostro aspetto. Un amico di Lincoln desiderava che s'incontrasse con una certa persona. "Non lo voglio vedere" disse Lincoln. Ma il suo amico insistette: "Ma se non lo conosci neppure". Lincoln replicò: "Non mi piace la sua faccia". "Un uomo non può essere responsabile per la sua faccia" disse l'amico. "Ogni persona adulta è responsabile per l'aspetto del proprio volto," insistette il presidente. Lincoln aveva ragione. Il suo viso era un esempio della sua affermazione.

Benchè fosse semplice e quadrato, sul viso di· Lincoln si potevano vedere i principi di simpatia ed onestà che hanno fatto di lui il più grande di tutti gli americani.

Alcuni psicologi hanno fatto studi che dimostrano come i pensieri di una persona sono evidenti nei suoi lineamenti. lo ho notato che nelle coppie in cui c'è stata pace ed armonia, col passare degli anni l'aspetto diventa più simile a quello di fratello e sorella che non di marito e moglie. Vivendo assieme, facendo le stesse esperienze, pensando nello stesso modo, essi tendono ad assomigliarsi.

Ralph Waldo Emerson, uno degli americani più saggi, disse: "Un uomo è quello che pensa durante la giornata". Ma non era originale nel dire questo. Marc'Aurelio, l'uomo più saggio dell'antica Roma, disse: "La nostra vita è forgiata dai nostri pensieri". (A proposito dell'influenza che il modo di pensare ha sul comportamento, Karl Marx disse: "Se non si vive come si pensa, si comincia a pensare come si vive" - N.d. T. ).

Ma ancor prima di Mare' Aurelio i saggi della Bibbia avevano detto: "Perchè egli (l'uomo) è come sono i pensieri del suo cuore" (Proverbi 23:7) (secondo la versione di Louis Segond e la Authorized Version - N.d.T.).

L'allenatore di una squadra di calcio era preoccupato perchè uno dei suoi ragazzi, che aveva il fisico adatto ad essere un grande giocatore, non giocava in modo adeguato alle sue possibilità. Una sera l'allenatore decise di andare a trovare il ragazzo in camera sua per parlargli.

Sul muro vide fotografie di scene laide e immorali ed allora capì. Nessun ragazzo poteva riempire la propria mente con quell'immondezza e nello stesso tempo dare il proprio meglio sul campo di gioco.

La terza regola di Dio vuole che noi mettiamo nella nostra mente qualcosa di elevato e di santo che possa indurre reverenza e ispirazione. L'apostolo Paolo ci dice: "Tutte· le cose vere ... onorevoli ... giuste ... pure ... amabili. .. di buona fama ... siano oggetto dei vostri pensieri" (Filippesi 4:8). Notate, queste sono qualità di Dio.

Nel pensare a Lui il nostro pensiero ispira la nostra virtù e ci porta a somigliare a Dio.

Ci sono almeno tre modi coi quali profaniamo il nome di Dio.
Primo, col nostro modo di parlare. In America abbiamo molti tipi di manie, ma una delle più comuni è quella di "imprecare". E' allarmante il modo col quale nella nostra lingua diventa sempre più frequente l'uso di termini profani. Mi piacerebbe leggere molti dei nostri romanzi moderni, ma vi si fa uso di un linguaggio così triviale che non li leggo perchè non voglio che quelle espressioni entrino nella mia mente.

La parola "inferno" è diventata una delle nostre parole più comuni. Diciamo: "fa un freddo d'inferno", "fa un caldo d'inferno", "è una pioggia infernale", eccetera. Recentemente è venuto a trovarmi un tale che io ritenevo sapesse parlare correttamente. Mi disse: "Pastore, sono in un inferno'', e lo era.

L'inferno è in basso, non in alto, e riempire la mia mente con l'inferno e il suo linguaggio degrada la mia anima. La parola "profano" deriva da due parole latine: "pro" - avanti - e "fanum" - tempio, luogo sacro - quindi "che sta fuori del sacro recinto".

Profana è quella parola che mai nessuno userebbe ìn una chiesa, e questo è un modo eccellente per giudicare il linguaggio che usiamo.
Secondo, noi usiamo il nome di Dio invano col non prenderlo sul serio. Ammettiamo che ci sia un Dio ma il nostro è un credere superficiale. Gesù disse: "Chiunque ode queste mie parole e le mette in pratica ... " (Matteo 7:24). Parlare di Dio e non vivere come Dio è una profanazione peggiore del linguaggio triviale e credere che questo fatto non produca una differenza radicale nella vita è pura vergogna e ipocrisia. A questo proposito Elton Trueblood diceva: "Una fede vuota, priva di significato è peggio di nessuna fede".

Un terzo modo col quale usiamo il nome di Dio invano è il rifiutare la Sua comunione e il Suo aiuto. Se di un tale dico che è mio amico e poi non sto mai con lui, non lo chiamo quando mi servirebbe il suo aiuto, io mento quando uso il termine "amico". Se ho fiducia di un meccanico vado da lui quando la mia auto ha bisogno di qualcosa. Se ho fiducia di un medico lo chiamo quando mi ammalò.

Ma quando Adamo ed Eva peccarono fuggirono e si nascosero da Dio. Da quel momento i loro discendenti si sono comportati allo stesso modo. Sulla nostra vita c'è il marchio del peccato. C'è solo una Persona che può perdonare i peccati e rifiutare di pregare, chiudere la nostra Bibbia, girare le spalle al Suo altare, abbandonare la Sua Chiesa sono profanità della peggior sorte. Una volta, quand'ero ragazzino, vidi un camioncino di bibite che sembrava abbandonato.

Mi feci scivolare una delle bottigliette in tasca e, girato l'angolo, l'aprii per ber·
la. L'autista mi si parò davanti proprio in· quel momento e chiese d'essere pagato. Non avevo un soldo. Con severità mi disse: "Ti do mezz'ora di tempo: o mi porti i soldi o ti faccio mettere in prigione".

Corsi a casa e dissi a mio padre quel che avevo fatto. Non mi punì nè mi umiliò. Il mio errore m'aveva già punito abbastanza. Mi diede i soldi dicendomi: "Va' a pagare quell'uomo". Questa è un'immagine di Dio. Pecchiamo e la nostra stessa coscienza ci condanna a un inferno dal quale non possiamo fuggire. Dobbiamo allora ricordare che: "Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterci i peccati e purificarci da ogni iniquità" (1 Giovanni 1:9).

Chiniamo il capo umilmente davanti a Lui e riceviamo il Suo perdono e poi viviamo per Lui secondo le Sue vie. Questo· è credere non invano.

Dal Libro: La psichiatria di Dio

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Ritratto di alex

Ognuna delle dieci regole di Dio per vivere è vitale, ma nel darle a Mosè Dio disse di più intorno alla quarta che non alle altre. Riguardo l'uccidere a Dio sono bastate due parole, ma ne ha usate 108 per dirci di "ricordare il giorno del riposo per santificarlo".

Per prima cosa Dio ci dice di ricordare. Scientificamente parlando, non ci dimentichiamo mai di nulla. Ogni pensiero è registrato per sempre nella nostra mente ma, praticamente, possiamo dimenticare quasi tutto.

Dimentichiamo date e nomi, dimentichiamo i nostri doveri e perfino Dio. Di alcune cose ci dimentichiamo intenzionalmente perchè il ricordarle non ci fa piacere. Altre cose le dimentichiamo perchè la nostra mente è occupata con altri soggetti. Dimentichiamo di rispettare il giorno di Dio. Ma Dio dice che l'uomo deve mettere da parte un giorno per settimana per santificarlo e il non farlo genera sofferenza. In primo luogo Dio diede all'uomo il "giorno del riposo" come ricompensa per la sua fatica.

L'uomo che lavora merita il riposo e dimenticare questo dono di Dio è ingannare se stessi.

Nel suo libro "East River'' Sholem Asch, riguardo il giorno del Signore, cita le parole di un vecchio ebreo, Moshe Wolf, come la miglior affermazione relativa al giorno-del-riposo. Dice così: "Quando un uomo lavora non per la necessità della vita ma per accumulare beni, diventa uno schiavo. E' per questo che Dio ha stabilito il Sabato.
E' proprio con l'osservanza del Sabato che noi riconosciamo di non essere degli animali da lavoro nati solo per mangiare e lavorare.
Siamo uomini. E' il Sabato la meta dell'uomo, non il lavoro, ma il riposo che col suo· lavoro si guadagna. E' perchè gli ebrei santificarono il Sabato che furono redenti dalla schiavitù d'Egitto. Fu con l'osservare il Sabato che proclamarono di non essere schiavi ma uomini I iberi".

In secondo luogo Dio ci ha dato la Domenica perchè ogni uomo ha bisogno di ricreazione. Proprio come una batteria può esaurirsi ed ha bisogno di essere ricaricata, così può accadere all'uomo.

Si racconta di due carovane che, nei giorni dei pionieri, si misero in viaggio attraverso le praterie andando verso il West, verso la California.
Alla guida di una di queste carovane c'era un uomo timorato di Dio, mentre l'altra era guidata da un uomo senza scrupoli. La prima carovana si fermava ogni domenica per adorare il Signore e per riposare. Nella seconda le persone erano così ansiose di raggiungere l'oro della California che non trovavano mai il tempo per fermarsi: viaggiavano tutti i giorni. Il fatto sorprendente è che la carovana che rispettava il "giorno del Signore" arrivò prima.

Oggi è dimostrato che una persona può fare più lavoro in sei giorni, anche in cinque, che non in sette. Una persona esaurita è improduttiva.

Anche l'anima ha bisogno di ricreazione. Un gruppo di esploratori americani andò in Africa e formò una carovana con delle guide locali. Il primo giorno viaggiarono in fretta, così il secondo, il terzo e così via. Il settimo giorno gli esploratori, notando che le guide rimanevano sedute sotto gli alberi, le incitarono con un: "Forza, sbrigatevi". Una delle guide rispose: "Oggi noi non andare. Oggi riposare per· chè nostra anima raggiungere nostro corpo". E' per questa ragione che Dio dice: "Ricordati del giorno del riposo".

Abbiamo passato così tanto tempo discutendo di quello che non si può fare la domenica che qualche volta ci dimentichiamo di quello che dovremmo fare.

Dio ci ha dato questo giorno non come un periodo di proibizioni, ma piuttosto per darci l'opportunità di compiere le cose più importanti e interessanti della vita.

Un vecchio minatore spiegava un giorno ad un visitatore: "Lascio che i miei muli trascorrano un giorno alla settimana fuori della miniera per evitare che diventino ciechi".

Alla persona che non passa del tempo fuori delle normali occupazioni giornaliere della vita, l'anima diventa cieca. Il filosofo Santayana ha detto: "Fanatico è colui che, avendo perso di vista la sua meta, raddoppia il suo sforzo".

Molto del correre febbrile che vediamo oggi intorno a noi è fatto da gente che ha perso di vista la propria meta. Dio dice che abbiamo bisogno di un giorno la settimana per non perdere di vista la nostra meta. O, come dice Carlyle, "l'uomo che non adora regolarmente lddio non è altro che un paio d'occhiali dietro i quali non c'è alcun occhio".

Nel mio ministero pastorale ho visto molte persone che avevano perso il controllo dei loro nervi. Per molti di loro la vita era diventata un'esperienza miserevole. Ma è raro, molto raro, trovare una persona in queste condizioni fra coloro che adorano Dio regolarmente e preservano la santità del Suo giorno. Un'espressione del gergo americano dice letteralmente: "M'hanno rubato la capra" (in italiano diremmo: "M'hanno fatto perdere le staffe" - N.d.T.), ed è interessante ricordare com'è nata questa espressione.

I proprietari di quei meravigliosi, sensibili e nervosi animali che sono i cavalli da corsa, tengono una capretta nella stalla. La semplice presenza di questo animale tranquillo e rilassato aiuta i cavalli a rilassarsi a loro volta. Il giorno precedente una corsa importante può capitare che la capretta venga fatta rubare da un allevatore rivale. Il cavallo, così innervosito, non parteciperà alla corsa nella forma migliore.

Anche noi diventiamo sensibili e coi nervi tesi, così vacilliamo nella corsa della vita. L'uomo ha bisogno di ricreazione rilassante e di ispirazione spirituale. Oliver Wendell Holmes diceva: "Nel mio cuore c'è una timida pianticella che si chiama reverenza; la coltivo di domenica".

E sarà bene che tutti noi coltiviamo la pianta "reverenza" nel nostro cuore perchè, come ci ricorda Dostoevskij, "un uomo che si piega per niente non può mai portare il peso di se stesso".

Molte delle nostre paure, preoccupazioni, tensioni nervose ci sarebbero risparmiate se rispettassimo questa regola di Dio.

Abbiamo sempre troppa fretta, camminiamo molto di più di quanto non si possa reggere.

La Bibbia ci dice: "Fermatevi. .. e riconoscete che io sono Dio" (Salmo 46: 10). La bellezza non grida. La grazia è tranquilla. Il buon umore non è clamoroso.

Gli appelli del Divino sono fatti sempre con toni calmi, un "suono dolce e sommesso".

L'illustrazione che il Nuovo Testamento fa di Gesù è: "Ecco, io sto alla porta e picchio: se uno ode la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli meco" (Apocalisse 3:20). Il Divino non è importuno. Non entra nella vita di qualcuno se non è invitato a farlo.

E' riservato e gentile. "Abbiamo bisogno di un giorno nel quale possiamo ascoltare la Sua voce. Un giorno nel quale prestare attenzione all'Altissimo" diceva molto bene il dottor Fosdick.

Come ha costruito telescopi per avere una visione più chiara delle stelle, fin quasi dall'alba della civiltà l'uomo ha costruito chiese e messo da parte un giorno per adorare e avere così una più chiara visione di Dio e degli scopi importanti della vita. "Ricordati del giorno del riposo per santificarlo" dice lddio."

Dal LIbro: La psichiatria di Dio
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Ritratto di alex

lddio ci ha dato dieci regole per vivere. Le prime quattro trattano dei nostri rapporti con Lui. Le ultime cinque trattano dei nostri rapporti col prossimo. La quinta regola è stata definita il pezzo centrale della legge di Dio. "Onora tuo padre e tua madre" include sia i nostri rapporti con Dio che quelli col prossimo. Quando Dio creò l'uomo stabilì anche l'esempio secondo il quale gli uomini avrebbero dovuto vivere assieme. Stabilì che un uomo ed una donna avrebbero convissuto nel matrimonio e che dalla loro unione venissero generati dei figli. I genitori danno amore, cura e seguono il figlio per il quale, in realtà, sono il primo dio. Imparando ad amare e rispettare i suoi genitori, il bimbo apprende più tardi ad amare e rispettare lddio.

C'è di più. Sono i genitori ad esercitare la maggior influenza della società nella vita del bimbo. E' in casa che il bambino inizia ad apprendere il rispetto per la personalità altrui, ad avere riguardo per i diritti degli altri, ad imparare l'obbedienza alle leggi per il benessere comune. Nel bambino il rispetto per le autorità e la democrazia ha inizio, se c'è un inizio, in casa. Se può cos.ì affermare che la nostra civiltà riposa quasi interamente sul rapporto genitore figlio all'interno della famiglia.

  • Naturalmente questo rapporto genitore-figlio è in continua evoluzione. All'inizio, l'infante deve essere portato in braccio.
  • Più tardi il bimbo impara a camminare tenendosi alla mano della madre,
  • successivamente cammina da solo.
  • Fino a dieci anni circa il bimbo crede che i suoi genitori sappiano tutto.
  • A circa sedici anni il figlio non è più sicuro dei suoi genitori.
  • A diciannove anni crede di averli superati
  • e a ventidue ne è completamente convinto.
  • A trent'anni però comincia a ricordare che i genitori avevano ragione su moltissime cose
  • e a quaranta è convinto che, in definitiva, erano quasi perfetti.
Generalmente parlando, questo è un processo normale.

Nello studiare questa regola di Dio di onorare i genitori ho fatto almeno tre considerazioni.

La prima è che i genitori devono essere onorabili.

Una madre portò un giorno il figlio allo zoo. Il bimbo faceva domande su ciascuno degli animali che vedeva e quando ne vide alcuni di piccole dimensioni chiese: "Cosa sono quelli lì?" La madre gli rispose che erano gatti selvatici. Il piccolo chiese ancora: "E perchè sono
gatti selvatici?" Noi conosciamo la risposta: i loro genitori erano gatti selvatici.

Generalmente i bambini sono l'immagine dei loro genitori e la cosa più normale per un bambino è d'avere una considerazione per i propri genitori tale da vivere secondo i principi che vede in loro.

Quando Quentin Roosevelt era al fronte occidentale durante la prima guerra mondiale, un osservatore gli disse: "Lo scopo fondamentale della mia venuta qui è di dirle che milioni di americani apprezzano l'ottimo comportamento che i figli di Teodoro Roosevelt hanno in questo conflitto". "Beh, vede," replicò Quentin, "sta a noi mettere in pratica quello che nostro padre predica. lo sono il figlio di Roosevelt. Sta a me vivere come un Roosevelt".

Il generale Douglas MacArthur esprimeva questo mio pensiero quando diceva: "Di professione sono soldato e ne sono orgoglioso, ma la maggior soddisfazione è d'esser padre. La mia speranza è che, quando me ne sarò andato, mio figlìo non mi ricordi per le mie battaglie ma in casa, quando pregavo con lui quella semplice preghiera 'Padre nostro che sei nei cieli .. .'!"

Questo è il prìmo significato di questa regola di vita che Dio ci ha dato.

La seconda considerazione di "onora tuo padre e tua madre" è che i genitori non solo dovrebbero essere onorabili, ma anche che i figli devono riconoscere, rispettare e amare i propri genitori.

Fra l'altro mi pare che l'amore per i genitori non sia altro che una questione di normale decenza.
Una volta, quand'ero pastore dì una piccola chiesa di campagna, stavo facendo delle visìte quando vidi una donna che raccoglieva cotone. Mi fermai e andai nel campo per parlarle. Mi disse che al figlio era stato offerto un lavoro in una vicina fabbrica di mobili dove avrebbe avuto un buon salario, ma lei gli aveva detto: "Figlio, da quando tuo padre è morto ho lavorato in questo 'campo per farti studiare. Ti manca solo un anno, posso ancora tirare avanti perchè tu possa finire".
Le sue mani erano ruvide e callose, il volto bruciato dalle intemperie e la schiena curva, ma' se nel guardarla quel ragazzo non vede in lei la donna più bella del mondo, è del tutto indegno di una madre del genere. Forse ì nostri genitori hanno commesso errori, ma ci hanno dato la vita, ci hanno nutriti bambini, ci hanno amati e ci amano, il che è molto, molto di più di quanto chiunque altro ha fatto e possa mai fare per noi.

Terza considerazione. Questa regola comprende molto di più dei nostri genitori. Comporta anche il concetto di dover riconoscere il nostro debito col passato ed esserne grati. Provo un senso di soddisfazione nell'essere sul pulpito la domenica. Ma osservando la comunità vedo uomini e donne che sono I ì da quaranta, cinquanta e anche sessant'anni.

Per oltre cent'anni persone consacrate si sono adoperate per edificare la chiesa nella quale predico. E dietro a questo ci sono due millenni di storia cristiana, nonostante le carceri tenebrose, il fuoco e la spada. Ancora più indietro ci sono i profeti dell'Antico Testamento, la fede d' Abrahamo. Tutte le occasioni e le opportunità che ho sono il risultato dei contributi di altri migliori
di me.

Così nulla di quanto potrò mai fare sarà eguale a quanto è stato fatto per me.
Molti pensieri si affollarono nella mia mente la notte in cui mio padre morì. Pensai alla lotta che aveva dovuto sostenere in gioventù per poter studiare. Pensai anche alla lotta ancor più dura sostenuta per dare a noi, suoi figli, un'occasione migliore di quella che aveva avuto lui. Pensai a quand'ero ragazzino e andavo con lui nelle sue chiesette di campagna e di com'ero orgoglioso del sentirlo predicare.

Di come, diventato anch'io pastore, predicavo per lui e lui per me. Ed ora la sua voce s'era chetata. La mia prima impressione di solitudine fu vinta dal fatto che mi rendevo conto che ora non avevo solo il mio lavoro da fare: dovevo portare avanti anche il suo. Qualche volta alcune persone mi dicono che faccio troppo, ma io sono convinto che devo compiere il lavoro di due uomini.

Così è con tutti noi. Quel che abbiamo e quel che siamo è dovuto a quel che abbiamo ricevuto. Ma non dobbiamo essere dei semplici contenitori del nostro retaggio da passare alle generazioni successive, dobbiamo anche accrescere questo patrimonio. Ognuno di noi è un investimento. Le nostre responsabilità differiscono solo nel fatto che a qualcuno sono stati dati cinque talenti, ad altri due, ad altri uno.

Ma prendere ciò che abbiamo ricevuto, sia esso poco o molto, e non farlo fruttare è come diventare un "servo malvagio e infingardo".

Dal LIbro: La psichiatria di Dio
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Ritratto di alex

Dio ci ha creati per vivere assieme, e questo semplice fatto richiede certe regole. Senza regole da seguire la vita comunitaria sarebbe impossibile. In un'autostrada possono viaggiare con sicurezza molte auto solo se vengono osservate alcune regole: guidare a destra, non effettuare sorpassi pericolosi, mantenere il limite di velocità, la distanza di sicurezza eccetera. Il mancato rispetto di queste norme fa diventare un'autostrada pericolosa per tutti quelli che vi viaggiano e, invece di essere un utile mezzo di traffico, la fa diventare un mezzo di morte e di distruzione. La vita può essere buona o cattiva: dipende dal rispetto che abbiamo per le regole. Dio ha formulato cinque norme per regolamentare i nostri rapporti con gli altri.

La prima è: "Non uccidere" (Esodo 20:13).
Per prima cosa dobbiamo applicarla a noi stessi. La nostra vita non è stata creata da noi e non abbiamo quindi l'autorità di distruggerla.
La vita comporta l'obbligo inesplicabile di vivere. Si parla del problema del suicidio con una certa frequenza. E' una chiara violazione della legge di Dio. Sono contento di lasciare a Dio ogni decisione a proposito di coloro che violano questa legge e non ne conosco la destinazione eterna. Dio riserva il giudizio a se stesso e certamente terrà conto di tutte le circostanze e la responsabilità mentale di ciascuno.

Non solo il suicidio ma anche l'assassinio è proibito. Tutte le persone di buon senso sono d'accordo sul fatto che non si può prendere una pistola e sparare su noi stessi o su altri. In questa norma sono però incluse anche le leggi sulla salute. Violarla vuol dire uccidere anche se ciò avviene gradualmente.

Questo comandamento ci proibisce:

  • di esporre noi stessi e altri ad inutili rischi fisici come
  • una velocità eccessiva sull'autostrada,
  • condizioni di lavoro insicure,
  • abitazioni malsane,
  • divertimenti dannosi
  • e via dicendo.

E' anche proibito esporre inutilmente noi stessi e altri a rischi morali e spirituali. Possiamo uccidere anche col distruggere fede e ideali. Parlando di un uomo che si era buttato dalla finestra di un grattacielo, un vecchio portiere nero che conosceva bene la vita di quell'uomo disse con saggezza: "Quando un uomo ha perso Dio, non può fare altro che buttarsi da un grattacielo".

Jothan era un re che non andava al tempio. Aveva però un carattere forte e rimase lo stesso moralmente integro. Ma, seguendo il suo esempio, ci furono altri che non andarono al tempio. Il risultato fu che "il popolo continuava a corrompersi" (2 Cronache 27:2).

Anche altri atteggiamenti come:

  • l'ingratitudine,
  • la trascuratezza,
  • la crudeltà,
  • l'indifferenza possono essere lenti ma sicuri strumenti di morte.

Son proibite anche le emozioni distruttive degli uomini come:

  • la paura,
  • l'odio,
  • la gelosia,
  • l'ira,
  • l'invidia,
  • l'ansietà,
  • l'eccessivo rammarico
  • e simili.

Per neutralizzare queste emozioni è necessario sviluppare nella nostra vita quelle che sono invece salutari, che danno vita, come

  • la fede,
  • la speranza,
  • l'allegria,
  • la creatività,
  • l'amore.

L'amore, per esempio, è un processo del dare.
Il dare con amore produce la distruzione dell'egoismo, che a sua volta produce l'eliminazione dei desideri ingiusti, che a sua volta produce l'eliminazione della gelosia, che produce la fine dell'odio, che a sua volta elimina i sentimenti omicidi.

E' un processo complicato, non così semplice come l'ho esemplificato qui sopra. Ma prendete l'eccessivo rammarico, tanto per fare un altro esempio. Questa è una forma di autocommiserazione che sì sviluppa dall'egoismo, che è mancanza dì amore manifesto. "Non uccidere" si riferisce a tutto ciò che ha a che fare con la vita e i motivi per cui vivere. Il rispetto per la vita di tutti gli uomini è la legge di Dio per noi.

Vivere e lasciar vivere è solo la metà del significato di "non uccidere". In senso positivo significa vivere e aiutare a vivere. Gesù non ritenne necessario ammonirci di non diventare banditi e assassini, ma con molta chiarezza condannò quelli che tiravano dritto per la loro strada dalla parte dove non c'era un fratello ferito. Alla base di questo comandamento c'è il fatto che Dio valuta ogni uomo come valuta me. Un unico Dio che da un unico sangue ha fatto tutte le nazioni.

Un unico Dio che è il Padre e tutti gli uomini che sono fratelli. La regola di vita significa che dobbiamo avere una visione appropriata di tutti gli uomini.

Lorado Taft (scultore americano vissuto dal 1860 al 1936 - N.d.T.) doveva sistemare la statua di un fanciullo di Donatello e illuminarla nel modo giusto.

Dapprima mise le luci sul pavimento illuminando il viso del fanciullo. Fece alcuni passi indietro per vedere l'effetto e rimase esterrefatto: quel fanciullo aveva preso l'aspetto di un deficiente. Cambiò posizione alle luci. Provò ogni possibile soluzione. Alla fine le mise in alto finchè la luce cadde dolcemente sul viso del fanciullo. Andò un po' indietro e sorrise: questa volta il fanciullo assomigliava ad un angelo.

Questa è una storia meravigliosa. Quando si guardano gli uomini dal livello terreno alcuni sembrano deficienti, altri inferiori. E' facile allora che nasca questo sentimento: "Quelle persone non contano".

Ma quando guardiamo all'uomo, ciascun uomo, attraverso gli occhi della fede cristiana, con la luce che casca da Dio su di lui, allora scorgiamo la spiritualità che è nell'uomo. Tutta la vita diventa sacra e si dice: "Non devo uccidere, devo aiutare a vivere".

Uno degli episodi del "Quo vadis?" che fanno tenere il fiato sospeso è verso la fine. Nei primi anni del cristianesimo la regina Licia era stata catturata e portata a Roma con Ursus, il suo gigantesco e fedele servitore. Tutti e due erano cristiani ed erano stati condannati ad essere dati alle belve. Quando arrivò il loro momento, l'anfiteatro era gremito da migliaia di spettatori. Ursus fu spinto proprio nel mezzo dell'arena. Risoluto a rimanere calmo e sereno senza offrire resistenza, s'inginocchiò incrociando le braccia sul petto e alzando gli occhi al cielo per pregare ancora una volta. In quel momento fu aperto il cancello e un mostruoso bufalo con Licia legata sulle corna si slanciò
nell'arena.

Alla vista del pericolo che correva la sua regina, Ursus scattò in piedi e si lanciò contro la bestia furibonda afferrandola per le corna.

Fu una lotta tremenda: la forza bruta aizzata contro la forza e il cuore del gigante.
Lentamente i piedi di Ursus e le zampe del bufalo affondarono nella sabbia dell'arena, poi la testa di quest'ultimo cominciò a piegarsi sempre più verso terra. Nel profondo silenzio dell'anfiteatro s'udì uno scricchiolio, come d'ossa infrante, e la belva stramazzò a terra col collo spezzato. Dolcemente il gigante sciolse le funi che tenevano la sua regina legata alle corna del bufalo e la portò sulle sue braccia in salvo.

Questo è il lato positivo del vivere. Le bestie come l'odio, la cupidigia, il pregiudizio, la guerra, l'ignoranza, la miseria, la malattia, ci lasciano impassibili finchè non mettono in pericolo qualcuno che amiamo.

E' allora che adoperiamo tutte le nostre forze contro quelle belve. E mentre cominciamo ad amare tutti gli uomini, cominciamo a dare battaglia a tutti i nemici degli uomini.

Ancora un pensiero. Conosco un uomo che, pur avendo oltrepassato i settanta, adopera la maggior parte delle sue energie ad aiutare a costruire una scuola. Mi disse che non avrebbe certamente visto molti dei bambini che sarebbero stati benedetti dalla "sua" scuola, ma sapeva che ci sarebbero stati e voleva prepararla per loro. La stessa persona è interessata alla conservazione delle risorse naturali e a tutto ciò che può dare un maggiore significato alla prossima generazione.

Ha così tanto interesse per tutto questo che dà se stesso per:

Il giorno quando la luce gloriosa
Ogni errore rivelerà,
La giustizia potenza rivestirà,
E ogni ferita guarirà.


Frederick L. Hosmer

Ritratto di alex

Per un pastore, parlare del settimo comandamento, "Non commettere adulterio", richiede un tatto e una delicatezza fuori del normale, altrimenti le sue riprensioni finiscono per provocare un risultato contrario a quello desiderato. Questo è un peccato del quale si dovrebbe parlare il meno possibile, ma poichè Dio, in ordine d'importanza, lo elenca subito dopo l'omicidio, e poichè una gran parte della nostra società moderna lo considera piuttosto un'innoqua infrazione morale che non una vera e propria violazione dell'eterna legge di Dio, è necessario che noi ricordiamo che è Dio stesso che dice: "Non commettere adulterio".
 
Morris Wee racconta che un giorno il suo professore di teologia disse in aula: "Circa il cinquanta per cento di tutta l'infelicità umana è la conseguenza della violazione di questo comandamento".

Sembrava un'affermazione eccessiva: "Circa il cinquanta per cento ... " Gli studenti non vi credettero, ma dopo una ventina d'anni di ministero, il dottor Wee ha riconosciuto che è così. Sedetevi con me nell'ufficio della mia chiesa che dà su una strada di gran traffico in una grande città. Ascoltate il mio telefono, leggete la mia corrispondenza, parlate coi molti visitatori che vengono di persona. Anche voi comincerete a pensare che quel professore aveva ragione.

Desidero porre tre domande alle quali proverò a rispondere.
  • Che cos'è l'adulterio?
  • Perchè è peccato?
  • Che può fare uno che ha violato questa legge?

L'adulterio è la violazione del voto coniugale di fedeltà reciproca. Ogni e qualunque rapporto sessuale fuori del matrimonio è adulterio.

Gesù va ancora più oltre e dice che ogni concupiscenza del nostro cuore, anche se non seguita dall'azione, è adulterio (Matteo 5:27-28).

Sappiamo che qualche volta pensieri impuri possono insinuarsi nella nostra mente e non possiamo farci nulla, ma trasformare quel desiderio in bramosia, o concupiscenza, significa crogiolarsi in esso, trastullarsi con esso segretamente, diventare suoi amici.

L'adulterio è peccato perchè Dio dice che è tale, che ferisce le persone. Qualunque persona che ha un briciolo di coscienza prova un profondo senso di colpa nel violare questa legge. Alcuni mi hanno raccontato di furti e si giustificavano a tal punto che non ritenevano di aver fatto alcun che di male. In situazioni particolari una persona può anche commettere un omicidio e non ritenere di aver fatto male.

Ma non ho mai incontrato una sola persona che parla del peccato di adulterio e cerca di giustificarlo. Sappiamo che è male e che non ci sono circostanze particolari che possono giustificarlo. E così, avendo violata la legge, la mente rimane ferita. La reazione di Davide a questa trasgressione è universale: "Il mio peccato è del continuo davanti a me" (Salmo 51 :3).

L'adulterio è peccato perchè produce altro male. Una ferita della mente è come una ferita del corpo. Se vi fate un taglio a un dito, non sentirete molto male, ma se la ferita s'infetta e l'infezione entra nel sangue e viene così portata in circolo, tutto il corpo può infettarsi e l'infezione può anche provocare la morte. L'afflizione è una ferita.

Colpisce in profondità e duole terribilmente, ma è una ferita pulita e, purchè l'amarezza, il risentimento o l'autocommiserazione non vi penetrino, la ferita rimarginerà. Ma quando il mio comportamento è sbagliato, si produce una ferita infetta, che non guarisce. Distrugge la pace della mente, fa rimordere la coscienza, distorce il pensiero, crea conflitti in noi stessi, indebolisce la volontà, distrugge l'anima.

Phillips Brooks (teologo e predicatore americano, 1835-1893 - N.d.T.) diceva: "Non nascondete nulla, non mettetevi in condizione di dover nascondere qualcosa. E' un momento terribile quando per la prima volta arriva la necessità di nascondere qualcosa. Quando ci sono occhi da evitare e argomenti da non toccare, allora tutta la freschezza della vita se ne va".

La ragione principale per la quale l'adulterio è un male è che distrugge il matrimonio. Vi ricorderete la bella scena del film "La signora Miniver". Si erano comprati una nuova auto e lei aveva anche un cappellino nuovo.
 
Quando andarono a letto quella sera non avevano sonno e pensavano alla loro felicità. La signora Miniver disse: "Siamo la coppia più felice". Il marito chiese: "Perchè? Per l'auto nuova o per il tuo cappellino nuovo?" "No caro, è perchè io ho te e tu hai me!"
 
Non sono necessarie molte cose per rendere felice un matrimonio.
E' un bene avere del denaro e le cose che si possono comprare col denaro, ma se ne può fare a meno. Nel matrimonio ci sono però due cose che devono esistere assolutamente: la prima è un affetto solido, un amore reciproco completamente diverso dall'amore per chiunque altro; la seconda è una completa, assoluta fiducia reciproca.

L'adulterio distrugge tutte e due.
 
Fra gli indiani Cherokee c'era una bella usanza. Durante la cerimonia nuziale gli sposi univano le mani attraverso un ruscelletto d'acqua corrente a significare che le loro vite sarebbero scorse assieme.

Supponete che una persona sia colpevole di adulterio; che può fare· in proposito? Aprite il Vangelo di Giovanni al capitolo 8 e leggete di come una persona colpevole di questo peccato fu portata davanti a Gesù.

L'unica soluzione che la folla aveva era di ucciderla a sassate. Chiesero il parere di Gesù. La lapidazione non fu mai la Sua soluzione al peccato; Gesù odiava il peccato ma non cessò mai di amare il peccatore.

Da bambino abitavo a Tate, in Georgia, ed un giorno fui profondamente impressionato da un racconto del signor Sam Tate. Nel paese c'era un ubriacone che una mattina gli disse: "Sam, ieri sera i ragazzi mi hanno preso a sassate". "Forse volevano provare a fare di te un uomo migliore," rispose il signor Tate. "Forse," disse il pover'uomo, "ma non ho mai sentito dire che Gesù prendesse gli uomini a sassate per farli diventare migliori".

Circondato dalla folla, con la donna colpevole di fronte, Gesù tacque. Si chinò e cominciò a scrivere per terra. Mi chiedo che cosa scrivesse. Dopo un po', parlando gentilmente ma in modo che tutti potessero sentirlo, disse: "Chi tra voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro costei". Poi riprese a scrivere per terra. Forse conosceva quella gente che si credeva giusta ed era sempre pronta a spingere gli altri più in basso. lo credo che per terra scrivesse parole come "menzogna", "furto", "ipocrisia". Una a una quelle persone che erano così pronte a condannare gli altri lasciarono cadere le pietre che avevano in mano e, vergognandosi, se ne andarono cercando
di non farsi notare.

Ora arriva una delle scene più grandi dell'intera Bibbia. L'incomparabile Salvatore è solo con la donna. Nessuna parola di rimprovero esce dalle Sue labbra. Teneramente, gentilmente, le dice invece: "Neppure io ti condanno. Va' e d'ora in poi non peccare più".

Nella mia mente m'immagino quella donna. Si drizza, il petto in avanti e le spalle indietro come se il peso della sua anima le fosse caduto di dosso.
E' tutta presa dalla forza di un nuovo rispetto di se stessa e dalla possibilità di una nuova vita.
 
La tradizione vuole che quella donna fosse ai piedi della croce accanto a Maria, la vergine madre, ed anche che fosse lei a ricevere per prima il messaggio della Sua resurrezione e ad avere il benedetto privilegio di proclamarlo ad altri. Per annunziare la nascita di Gesù, Dio manda i Suoi angeli dal cielo. Quel privilegio non fu dato ad essere mortale. Ma per proclamare la Sua resurrezione fu scelta questa peccatrice.
 
Qualunque sia il mio peccato, Cristo, e Cristo soltanto, può togliermi di dosso la colpa e darmi una nuova vita.
 
Dal LIbro: La psichiatria di Dio
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Ritratto di alex

L'ottava regola di Dio per la vita, "Non rubare", è la base del nostro sistema economico, perchè riconosce che uno ha il diritto, un diritto dato da Dio, di lavorare, guadagnare, risparmiare e possedere.

Portar via a qualcuno quanto giustamente possiede è peccato di fronte a Dio. Dal racconto della creazione sappiamo che Dio creò la terra, il mare e tutto ciò che è sulla terra e nel mare. Poi creò l'uomo e gli diede il dominio del creato (Genesi 1 :2'6).

In realtà nessuno possiede alcunchè. Ogni cosa appartiene a Dio, ma poichè l'uomo è sulla terra ha il diritto, datogli da Dio, di possedere. Il negare a qualcuno questo diritto va contro le basi del piano che Dio espresse nella creazione.

E' dall'inizio dei tempi che vengono sperimentati vari sistemi economici, ma uno solo funziona davvero ed è quello della libera iniziativa svolta da persone timorate di Dio. E' stato fatto notare che i primi cristiani sperimentarono una forma di proprietà collettiva, ma dobbiamo anche ricordare che quell'esperimento falli e fu presto abbandonato.

L'apostolo Paolo scrive: "Se alcuno non vuol lavorare, neppur deve mangiare" (2 Tessalonicesi 3:10).
Una volta Gesù raccontò di un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico. S'imbattè in banditi che lo derubarono e lo ferirono lasciandolo sulla strada.

Arrivarono un sacerdote e un levita, videro l'uomo, ma passarono oltre dall'altro lato della strada. Arrivò un samaritano, aiutò l'uomo e provvide per lui anche finanziariamente, perchè qualcuno potesse curarlo finchè non fosse stato in grado di badare di nuovo a se stesso (Luca 10:30-37).

In questo semplice racconto sono descritti tre possibili atteggiamenti sulla ricchezza. Questa interpretazione non è mia, ma ve la racconto lo stesso.

I LADRI

Primo, l'atteggiamento dei ladri è: "Quel che è degli altri è mio e me lo prendo". C'è il furto aggressivo: del bandito, del truffatore e di tutti gli altri simili. Si può considerare furto aggressivo anche il vivere al di là dei propri mezzi. Far debiti senza una ragionevole possibilità di pagarli è rubare.
Anche il non lavorare onestamente è rubare. Una volta una giovane domestica fece domanda di ammissione ad una chiesa, ma non poteva fornire nessuna prova della sua conversione e stava quasi per essere respinta quando il pastore le chiese: "C'è qualche evidenza che indica un cambiamento nel tuo cuore?" Quella ragazza rispose: "Nella casa dove lavoro ora non nascondo più l'immondizia sotto il tappeto, ma la spazzo via". La sua domanda fu accolta.

Si possono anche derubare gli altri delle loro risorse interiori.
Uno non vive di solo pane. Olivia Langdon era una fervente cristiana quando si sposò con Mark Twain, il quale si mostrò così ostile nei confronti della sua fede che un po' alla volta lei rinunciò alla sua vita religiosa. Dopo qualche tempo ebbe un dolore molto profondo.
Premurosamente lui le disse: "Livy, appoggiati sulla tua fede per superare questa afflizione". Tristemente gli rispose: "Non posso. Non ne ho più". Fino alla fine dei suoi giorni fu perseguitato dal rimorso di averla derubata di qualcosa che era stato molto importante per lei.

Shakespeare indica la peggior forma di furto quando dice: "Chi mi priva della mia reputazione, mi deruba di qualcosa che non lo arricchisce, ma che rende me davvero povero". Prima di dire in giro qualcosa di male circa un'altra persona, ponetevi queste tre domande:

  • "E' vero?"
  • "E' necessario per me raccontarlo?"
  • "E' cortese dirlo?"

Ci sono molti tipi di furto aggressivo.

Secondo: non rubiamo solo prendendo da altri, rubiamo anche trattenendo quello che è di altri.

L'atteggiamento del sacerdote e del levita, nel racconto del buon samaritano, è: "Ciò che è mio è mio e me lo tengo''. Per alcune persone la misura del successo è data da quanto possono afferrare e tenere per sè. Vedo intorno a me molti "uomini-bara''.
Hanno posto solo per se stessi e per nessun altro. Vivono nello spirito di quella filastrocca che racconta di una bambina che cantava:

Ho fatto una festa oggi alle tre;
C'erano pochi ospiti: io, me stessa e me.
Me stessa mangiava tutti i panini,
Mentre io beveva tutto il tè.
Era io che mangiava i pasticcini,
E ha passato tutta la torta a me.


Gesù racconta la storia di un uomo che ragionava nello stesso modo. Ebbe successo e accumulò più di quanto gli fosse necessario.
Che fece? "Demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi; potrò così conservare tutti i miei beni''. Risparmiare è una virtù, ma una virtù molto pericolosa. Ogni lira che posseggo comporta una corrispondente obbligazione. Quell'uomo era così accecato dalla sua cupidigia che non vide le possibilità che aveva, nè le sue obbligazioni.

Come risultato perse la sua anima (Luca 12:16-21).
Il profeta Malachia pone questa domanda: "L'uomo dev'egli derubare lddio?" E risponde dicendo che abbiamo derubato Dio "nelle decime e nelle offerte" (Malachia 3:8): Una chiara legge di Dio dice che dobbiamo restituirgli il dieci per cento di tutto quello che ci permette di possedere, ed è una cosa spaventosa presentarsi in giudizio davanti a Lui col Suo denaro che abbiamo tenuto o usato per noi stessi.

Terzo: il buon samaritano vide il bisogno del suo fratello e il suo atteggiamento fu: "Quello che è mio è d'altri e lo divido con loro".

Non dimentichiamo mai che il diritto dell'iniziativa privata e della proprietà non è qualcosa che ci siamo guadagnati. E', piuttosto, un privilegio datoci da Dio. Dio manifesta la Sua fiducia in noi, ma ci chiede anche un resoconto. Capacità, talenti, opportunità, risorse materiali, in realtà non sono nostri. E' quanto Dio ha investito in noi e, come ogni altra saggia persona che fa investimenti, Dio si aspetta degli interessi. Immaginate che io metta i miei soldi in banca e che i dirigenti di quella banca si prendano tutto l'interesse. Sarebbe una truffa.

Nello stesso modo noi possiamo truffare lddio.
Ma come posso dare a Dio quello che già gli appartiene? C'è un solo modo: un servizio per altri. Così il significato positivo di "Non rubare" è il servizio consacrato sia delle mie risorse materiali che della mia vita. Bernard Shaw disse una volta: "E' un signore colui che nella vita mette più di quanto prende".

Ancora un pensiero. Una volta Gesù andò nella casa di un tale che si chiamava Zaccheo. Dopo un po' di tempo che era lì si sentì dire da Zaccheo: "Signore, la metà dei miei beni la do ai poveri, e se ho frodato qualcuno di qualche cosa gli rendo il quadruplo''. Gesù gli rispose: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa" (Luca 19:1,9).

Il furto richiede restituzione. Nessun uomo può avere contemporaneamente posto per Gesù e per guadagni disonesti. Deve prendere una decisione: o l'Uno, o gli altri. Non è sempre una decisione facile da prendere. Può essere d'aiuto porsi la domanda: "Che giova all'uomo se guadagna tutto il mondo e perde l'anima sua?" (Marco 8:36).

Dal LIbro: La psichiatria di Dio
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Ritratto di alex

Dei dieci comandamenti, quello che violiamo più frequentemente è il nono: "Non attestare il falso contro il tuo prossimo".

Una delle ragioni è che per lo più parliamo degli altri.

Chi ha un gran cervello discute di idee, la gente con mentalità media discute di eventi, chi ha una mentalità ristretta parla degli altri.

Molti di noi non hanno mai avuto un grande sviluppo mentale. Un'altra ragione per la quale violiamo questo comandamento è perché soddisfa il nostro orgoglio.

Ci sentiamo meno falliti se possiamo oscurare i meriti di qualcun altro. Il raccontare gli errori di un'altra persona è un sicuro segno di complesso d'inferiorità. A monte di molti pettegolezzi c'è la gelosia.

Eppure sono pochi coloro che si sentono colpevoli di aver violato questa legge. Ci sono state persone che mi hanno confessato di aver trasgredito tutti i comandamenti eccetto questo. Non ho mai sentito una persona ammettere di essere pettegola. Diciamo: "Non voglio parlare male di lui, ma ... ", e si parte. Assumiamo un atteggiamento di autosufficienza che ci fa sentire come se fossimo autorizzati a condannare il peccato.

Ma tutte le volte godiamo nel parlare del peccato e, in modo indiretto, ci vantiamo perchè non abbiamo commesso l'identico errore fatto dalla persona della quale parliamo.

Qualche volta il nostro pettegolezzo assume la forma di una falsa simpatia.

  • "Hai sentito della signora Bianchi? Suo marito la picchia. Poveretta."
  • O forse ci limitiamo a fare una domanda: "Ma è vero che i Bianchi sono lì lì per divorziare?"
Questo è il metodo del diavolo. Non accusò Giobbe di alcuna colpa ma si limitò a chiedere: "E' forse per nulla che Giobbe teme lddio?" (Giobbe 1 :9).
Quella semplice domanda fa sorgere dei dubbi sulla sincerità di Giobbe. Possiamo spettegolare anche solo ascoltando. Non ci può essere rumore se non c'è orecchio pronto ad ascoltarlo. Il rumore è causato dalle vibrazioni del timpano nell'orecchio e non ci può essere il minimo pettegolezzo senza un orecchio pronto ad ascoltarlo.

La legge ritiene colpevole tanto chi ruba quanto chi tiene il sacco. E' un vero insulto per voi se qualcuno viene a raccontarvi i vizi di qualcun altro, perché così facendo egli esprime un giudizio non solo sull'oggetto del pettegolezzo, ma, implicitamente, anche su di voi.

Se qualcuno vi racconta una storiella oscena, il suo agire dice che egli ritiene che voi siate interessati alle storielle oscene. Se qualcuno vi racconta i peccati di qualcun altro, significa che chi spettegola si è fatto di voi l'opinione che vi piaccia venire a conoscenza di quei fatti.

E' davvero un insulto per voi.

Generalmente non abbiamo l'intenzrone di far del male alla persona di cui si parla. Riteniamo che raccontare storie sia un passatempo innoquo. Ma ricordiamo le parole del Signore: "Non giudicate acciocché non siate giudicati; perchè col giudicio col quale giudicate sarete giudicati, e con la misura onde misurate sarà misurato a voi" (Matteo 7:1-2).

Questa affermazione m'impaurisce. Mi fa inginocchiare. lo voglio che nei miei confronti Dio sia gentile più di quanto io non lo sia stato verso altri. E voi?
"Vivete in modo da non vergognarvi se doveste vendere il pappagallo di famiglia al pettegolo del paese" consigliava Will Rogers. E' un buon consiglio, ma temo che molti di noi non lo seguano. Dovremo perciò ricordare il vecchio detto: "C'è così tanto bene nel peggiore di noi, e così tanto male nel migliore di noi, che al migliore di noi converrà parlare di tutti noi".

Una traduzione moderna delle parole di Gesù in Matteo 7:5 dice: "Ipocrita, prima togli quella traversina da binario dal tuo occhio e poi vedrai chiaramente per togliere la scheggetta dall'occhio del tuo fratello".

Ogni volta che penso al nono comandamento: "Non attestare il falso", sono ossessionato dal ricordo della storia che Pierre Van Paassen racconta nel suo libro "The Days of Our Years".

Ho visto quella storia citata in molte parti, ma voglio raccontarla brevemente.

Un gobbo chiamato Ugolino si ammalò. Non aveva mai conosciuto suo padre, e sua madre era un'ubriacona messa al bando dalla società. Aveva una bella sorella che si chiamava Solange e che amava così tanto suo fratello Ugolino da far mercato del suo corpo per le strade per avere denaro sufficiente a comprargli le medicine.

La gente chiacchierò così tanto di questo fatto, che Ugolino si buttò nel fiume e Solange si sparò. Per il loro funerale la chiesetta del villaggio era affollata. Il pastore salì sul pulpito e cominciò il suo sermone:
"Cristiani!" la parola risuonò come una frustata. "Cristiani quando il Signore della vita e della morte nel giorno del giudizio mi chiederà: 'Dove sono le tue pecore?' non Gli risponderò. Quando mi chiederà per la seconda volta: 'Dove sono le tue pecore?' rimarrò ancara in silenzio. Ma quando il Signore mi chiederà per la terza volta: 'Dove sono le tue pecore?' scrollerò la testa e pieno di vergogna Gli risponderò: 'Non erano pecore, Signore, erano un branco di lupii"

Recentemente in un sermone ho detto che la persona che parla dei peccati di un altro è peggiore di chi, in realtà, commette il peccato. E' un'affermazione decisamente forte e l'ho fatta estemporaneamente lasciandomi trasportare dalla foga del sermone.

Non sono sicuro che sia vera. Ma non sono neppure sicuro che non lo sia. Che ne pensate? Prima di rispondere aprite la vostra Bibbia e leggete il racconto dell'ubriacatura di Noè (Genesi 9:20-27).

Noè era un predicatore. E' vergognoso per chiunque ubriacarsi, ma per uno che indossa il mantello del profeta è doppiamente vergognoso.

Noè era nella sua tenda, sdraiato, tutto nudo. Suo figlio Cam entrò e vide suo padre in quelle condizioni, uscì e andò a raccontare quanto aveva visto. Gli altri due figli di Noè, Seme Jafet, si rifiutarono di guardare il loro padre ma, invece, entrarono nella tenda a ritroso e lo coprirono con un mantello.
Molte generazioni dopo, quando l'autore dell'epistola agli Ebrei scrisse dei grandi uomini di fede, parlò dell'opera potente di Noè e non· ricordò quel fatto (Ebrei 11:7).

Probabilmente anche Dio l'aveva dimenticato. Sem e Jafet furono benedetti da Dio e prosperarono, ma Cam, il figlio che aveva visto il padre nudo, fu maledetto e condannato a condurre la vita di un servo. Forse, dopo tutto, colui che commette peccato ne esce meglio di colui che ne parla.

Jim era considerato il peggior ragazzo del paese; la colpa di tutto ciò che accadeva di ma le era sempre sua. Si prendeva le punizioni senza lamentarsi e senza piangere. Un anno arrivò un nuovo insegnante e quando qualcosa accadde, tutti, naturalmente, accusarono quel ragazzo che si aspettava l'usuale punizione. L'insegnante, invece, disse: "Ora Jim ci dirà la sua". Con grande sorpresa di tutti Jim cominciò a piangere e quando l'insegnante gli chiese: "Che hai? Perchè piangi?", Jim replicò: "E' la prima volta che qualcuno dice che anch'io posso dire la mia, non credevo nemmeno d'averne il diritto".

Uno dei miei versetti preferiti nella Bibbia è: "Fratelli, quand'anche uno sia stato colto in qualche fallo, voi, che siete spirituali, rialzatelo con spirito di mansuetudine" (Galati 6: 1 ).

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Ritratto di alex

L'ultima regola di Dio per la vita è: "Non concupire". Naturalmente questo non vuol dire che tutti i'desideri siano sbagliati. Senza desideri nessuno avrebbe ambizioni, non lavoreremmo, non faremmo programmi. Nel senso del comandamento concupire, bramare, desiderare ardentemente, significa che io penso solo a me stesso e a quello che posso prendere.

Dio vorrebbe invece che dimenticassimo noi stessi e pensassimo a quello che possiamo dare. L'apostolo Paolo cita Gesù che dice: "Più felice cosa è il dare che il ricevere" (Atti 20:35).

La parola "concupire" viene da una parola greca che significa "bramare, desiderare avidamente, fuori di misura". Non ha importanza quel che uno prende; è sempre scontento e, alla fine, la cupidigia, dopo averlo spietatamente signoreggiato per tutta la vita, lo uccide lasciandolo senza nulla. Tolstoi racconta una storia che illustra gli effetti della cupidigia.

Ad un contadino fu offerto tutto il terreno attorno al quale fosse riuscito a camminare in una giornata. Cominciò così ad andare in fretta camminando quanto più possibile. Ma lo sforzo che fece fu così grande che cadde morto proprio quando arrivò al punto dal quale era partito. Finì con un nulla.

Dio ha dato queste dieci leggi per il nostro bene. Vuole il meglio per noi e che otteniamo dalla vita quanto più è possibile. Questa sua regola ci porta al vero apice della vita: la soddisfazione. Noi tutti vogliamo arrivare a questo traguardo. La soddisfazione dà pace e gioia alla nostra mente e al nostro cuore, il che è la ricompensa al vivere secondo la via di Dio. Ma questa deve essere solo l'ultima delle dieci regole. Senza le altre nove è impossibile osservarla.

Come può uno sradicare dalla soa vita desideri peccaminosi? Riempendo la sua vita di pensieri edificanti?
Il miglior riassunto dei Dieci Comandamenti è quello fatto da Gesù: "Ama il Signore lddio tuo con tutto il  tuo cuore e con tutta l'anima tua e con tutta la mente tua ... Ama il prossimo tuo come te stesso" (Matteo 22: 37-39).

Mettete Dio e gli altri al primo posto, riempitevi la mente con qualcosa più grande di voi stessi. Facendo così uno perde il proprio io, l'egoismo è cancellato; invece di rattristarsi per quello che non si ha, si comincia a provare la benedetta emozione di dare quanto è possibile.

C'è un bel racconto di quattro uomini che scalavano una montagna. Il primo si lamentava perchè i piedi gli dolevano. Il secondo aveva occhi cupidi e non faceva che desiderare ogni casa e fattoria che vedeva. Il terzo, vedendo delle nuvole, era preoccupato per la possibilità che piovesse. Ma il quarto non aveva occhi che per la vetta e il magnifico panorama che aveva davanti. Nel guardare lontano da se stesso e dalla vallata sottostante, non notava le piccole tonti di disturbo che rendevano gli altri così insoddisfatti.

Quando al nostro sguardo appare la visione di Dio e delle opportunità di servizio che abbiamo nei confronti dei nostri compagni di viaggio, facciamo l'esperienza non di un triste egoismo, ma del frutto dello Spirito. Nel perdere i nostri desideri egoistici, noi guadagnamo amore, gioia, pace, comprensione, cordialità, bontà, fedeltà, mansuetudine, temperanza. Questo è il frutto dello

Spirito, il risultato di vivere nel modo di Dio (Galati 5:22-23).

Nello· studiare i Dieci Comandamenti siamo quasi sopraffatti da un senso di colpevolezza e di vergogna. Non abbiamo vissuto secondo le regole di Dio; abbiamo tallito in molte occasioni.

lo non so che cosa accadrà nel giorno del giudizio finale. Ci immaginiamo Dio seduto come un giudice davanti ad un gran libro nel quale sono elencate tutte le nostre trasgressioni. Forse non sarà affatto così. Sappiamo però una cosa: ci sarà un giudizio. Come vi dichiarerete?
Avete adorato idoli al posto di Dio? Colpevoli!

La vostra vita non è stata all'altezza delle vostre convinzioni, avete profanato il nome di Dio? Non avete rispettato il Suo giorno? Colpevoli!

Siete stati sleali verso i vostri avi, non avete sostenuto la vita come avreste potuto, siete stati disonesti e impuri? Colpevoli!

Siete stati falsi testimoni o avete avuto desideri impuri? Colpevoli! Colpevoli!

Nel pensare al futuro noi siamo dolorosamente coscienti della nostra inadeguatezza e della nostra incapacità a vivere come dovremmo. Quasi ci arrendiamo allo sconforto e alla disperazione. Ma poi pensiamo a qualcos'altro: a quanto di più grande può occupare la mente umana. Voglio ripetervi un racconto di Morris Wee.

Da giovane il dottor A. J. Cronin era direttore di un piccolo ospedale. Una sera eseguì un'operazione d'urgenza su un bambino. Era un'operazione molto delicata e fu molto sollevato quando, dopo che  tutto era finito, il piccolo paziente riprese a respirare regolarmente.

Lasciò le disposizioni per l'assistenza ad una giovane infermiera e se ne andò a casa soddisfatto per il buon successo dell'intervento. Tardi, nella notte, arrivò una telefonata frenetica: tutto era andato per il peggio e il bambino versava in condizioni disperate.

Quando il dottor Cronin arrivò accanto al suo letto, il ragazzino era morto. L'infermiera si era spaventata ed aveva trascurato il suo dovere. Il dottor Cronin ritenne che non ci si potesse più fidare di lei e scrisse una lettera, diretta al Consiglio, che avrebbe posto termine alla sua carriera d'infermiera.

Poi la chiamò e le lesse la lettera. Lei ascoltò in silenzio soffrendo e vergognandosi. Concludendo il dottor Cronin le chiese: "Ha qualcosa da dire?" Lei scosse la testa. Non aveva scusanti. Alla fine riuscì ad articolare qualche parola: "Mi dia un'altra occasione," tu quanto riuscì a dire.

Dio ci ha dato queste dieci regole con le quali vivere. Il Suo cuore si è certamente rattristato mentre ripetutamente violavamo queste regole. Stiamo davanti a Lui  soffrendo e vergognandoci, condannati senza scusante alcuna.

Eppure, non perchè lo meritiamo ma per la Sua infinita misericordia Dio ci dà un'altra occasione. "lddio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figliuolo, atfinchè chiunque crede in lui non perisca ma abbia vita eterna" (Giovanni 3:16).

Se non avete infranto neppure uno dei comandamenti di Dio, credo proprio che non avete bisogno del Salvatore. Ma chi, tra noi, è innocente? Possiamo solo cantare: "Cosi qual sono, con nulla in me, ma pel Tuo sangue, o Salvatore ... "

Ma guardando al futuro possiamo trionfalmente affermare con l'apostolo Paolo: "lo posso ogni cosa in Colui che mi fortifica" (Filippesi 4:13). Per tede in Cristo e obbedendo alla Sua volontà i nostri peccati sono perdonati
ed abbiamo la forza di vincere domani.

Dal LIbro: La psichiatria di Dio
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