L'antichità dei vangeli sinottici

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E' una domanda alla quale si cerca di rispondere in maniera soddisfacente da secoli. Non ci illudiamo, nessuno può essere dogmatico su una questione che riguarda dei documenti così antichi, scritti in un periodo storico molto particolare e diffusi senza una regia centralizzata, all'interno delle variegate ed indipendenti comunità cristiane del primo e secondo secolo.

Ma qualcosa possiamo dirla.

Intanto esprimo subito la mia convinzione che molti dei capisaldi della critica liberale del XIX e XX secolo sono ormai datati e difficilmente sostenibili alla luce delle più recenti scoperte archeologiche e filologiche.

"Si è dato per scontato che, se il Vangelo secondo Marco fosse stato composto approssimativamente verso il 70 d.C., il Vangelo secondo Matteo sarebbe stato scritto intorno all'anno 80 d.C. Schadewaldt (importante filologo classico contemporaneo) riconosce che "questo errore nella storia della tradizione" - come egli lo definisce - era piuttosto frequente negli studi classici, finché i filologi, diversamente dagli studiosi del Nuovo Testamento, non migliorarono le loro conoscenze". Carsten P. Thiede e Matthew D'Ancona, Testimone oculare di Gesù, Edizioni Piemme, pag.25.

Sarebbe ormai tempo che anche i più critici si arrendessero all'evidenza ed ammettessero l'antichità ed unità della composizione dei vangeli canonici.

 

Sostrato ebraico dei vangeli sinottici

Jean Carmignac ha scritto un libro davvero molto illuminante sulla questione, intitolato La nascita dei vangeli sinottici. Con competenza e sobrietà egli prende in considerazione la possibilità che i vangeli, giunti a noi soltanto in manoscritti in greco, siano in realtà delle traduzioni di documenti originali in ebraico andati perduti. Le prove proposte dallo studioso sono molto convincenti e, sebbene sia azzardato dire che i vangeli che possediamo oggi in originale greco siano semplici traduzioni di perduti originali ebraici, è quasi impossibile ormai sostenere che gli autori dei sinottici non abbiano utilizzato delle fonti ebraiche per la redazione finale delle loro narrazioni, avvenuta poi in greco.

"L'apparenza è perfettamente greca, troppo greca per venire da persone che possedevano male questa lingua; ma la realtà è perfettamente semitica, talmente semitica da non poter provenire da persone che si esprimevano del tutto naturalmente nella loro lingua materna. Detto in altri termini: il greco dei Vangeli non è un cattivo greco, né un greco maldestro: è un buon greco di un traduttore rispettoso di un originale semitico, che ne conserva il sapore e il profumo", Jean Carmignac, La nascita dei Vangeli Sinottici, Edizioni Paoline, pag. 10.

Per la redazione delle loro narrazioni è naturale che gli evangelisti abbiano attinto a delle fonti, siano esse orali che documentali ebraiche. Ed è quasi strano che una tale convinzione si sia maturata così tardi. E' fin troppo evidente, infatti, per degli ebrei, popolo così legato alla cultura dello scritto, deve essere stato naturale trascrivere e raccogliere i detti di Gesù, i suoi insegnamenti, gli eventi che hanno caratterizzato il suo ministero, e farlo nella loro lingua natia, l'ebraico. Che gli apostoli fossero delle persone con una buona istruzione, sebbene di umili origini, è innegabile; basta considerare i libri del Nuovo Testamento scritti da Giacomo, Giovanni, Pietro, Giuda, i quali si cimentano in quella che non era nemmeno la loro lingua natia, ottenendo dei risultati davvero notevoli, anche dal punto di vista squisitamente letterario.

Il prologo di Luca è importantissimo nel contesto di questa discussione.

"Poiché molti hanno intrapreso a ordinare una narrazione dei fatti che hanno avuto compimento in mezzo a noi, come ce li hanno tramandati quelli che da principio ne furono testimoni oculari e che divennero ministri della Parola, è parso bene anche a me, dopo essermi accuratamente informato di ogni cosa dall'origine, di scrivertene per ordine, illustre Teofilo, perché tu riconosca la certezza delle cose che ti sono state insegnate". Luca 1:1-4

Il greco colto dell'inizio del vangelo di Luca cozzerebbe con la dipendenza dalla lingua ebraica delle altre porzioni del suo scritto, se non fosse per il fatto che ciò spiega la condotta dell'evangelista ed il suo interesse a recuperare informazioni attendibili (quindi originali ebraiche) per la redazione del suo vangelo. Paradossalmente Luca è additato come lo scritto che ha il maggior numero di semitismi e, quindi, una più diretta dipendenza dalla lingua ebraica rispetto agli altri sinottici, Matteo e Marco. Fenomeno spiegabile semplicemente nel fatto che l'autore di questo vangelo abbia tradotto letteralmente i documenti originali ebraici ai quali ha attinto per i detti e fatti di Gesù.

Facendo delle ricerche mi sono accorto che accostando Matteo 5:15 a Marco 4:21, è evidente che in un caso la "e" di una possibile fonte originale ebraica viene tradotta letteralmente con la corrispondente copula greca "kai" in Matteo, mentre nell'altro vangelo la stessa viene intesa nel senso più ampio che questa può assumere nella lingua ebraica ed è tradotta con "ina", che indica lo scopo per cui una cosa viene fatta.

Marco 4:21, "Poi diceva ancora: "Si prende forse la lampada per metterla sotto il vaso o sotto il letto? Non la si prende invece per metterla sul candeliere?" (Nuova Riveduta).

Matteo 5:15, "e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa." (Nuova Riveduta).

La Nuova Riveduta, in linea con le traduzioni più recenti, in ossequio al chiaro sostrato semitico di Matteo, traduce la congiunzione "kai", "e", con "per". Che la stessa considerazione non vi fosse anni orsono lo conferma l'antica traduzione di Diodati che rende letteralmente il brano: "Parimente, non si accende la lampada, e si mette sotto il moggio".

La dipendenza da fonti ebraiche per i vangeli ci assicura antichità ed affidabilità. Ed anche unità di intenti, visto che le fonti vengono raccolte all'interno di una narrazione che segue un filo logico ed uno scopo ben precisi.

Ad esempio, quando notiamo nei sinottici delle differenze nelle cronologie, nell'ordine degli eventi descritti, è ingenuo credere che ciò accada per caso o per errore; mentre è più rispondente a verità ritenere che, in ossequio ad un modello narrativo ben preciso, la cronologia sia stata messa a disposizione dell'autore (qui quasi redattore) per la dimostrazione di profonde verità spirituali.

Se la narrazione di Giovanni è così diversa da quella di Matteo, è perché diversi sono gli scopi che si prefiggono i due evangelisti. Se Matteo cita un evento prima di Marco, o dopo, non è un errore nella sua cronologia, ma ciò accade perché vuole dire qualcosa di specifico.

Di questo mi sono convinto ormai da anni. In particolare, studiando i commenti di Arno C. Gaebelein, ho visto la grandezza dell'insegnamento ricavato dall'attento esame del vangelo di Matteo. E' fin troppo chiara l'opera diretta dello Spirito Santo nella presentazione di eventi e detti di Gesù per arrivare ad un meraviglioso disegno finale dell'opera narrativa.

 

Le date di composizione dei vangeli

Oggi possiamo difendere con maggiore convinzione e dimostrabilità l'antichità delle narrazioni canoniche della vita di Gesù.

La papirologia è una scienza in un certo senso neutrale nel campo della discussione relativa alla datazione dei vangeli, quindi è oggettivamente interessante il suo contributo alla questione quando propone l'identificazione di 7Q5, un frammento di rotolo in greco (nella figura qui a sinistra), ritrovato nelle grotte di Qumran, con il vangelo di Marco. Tenendo conto che la comunità di Qumran venne abbandonata nel 70 d.C. e che la datazione paleografica proposta per 7Q5 è il 50 d.C. circa, comprendiamo bene l'importanza di tali conclusioni. Se una copia di Marco in greco era già disponibile presso la comunità giudaica di Qumran verso l'anno 50 d.C., bisogna che certi studiosi rivedano drasticamente le loro pessimistiche previsioni sulla data di composizione di questo vangelo. Purtroppo certe convinzioni, ormai profondamente radicate all'interno di certe scuole di pensiero, spingono alcuni a negare una possibile identificazione di 7Q5 con un frammento di Marco. Si tratta di una presa di posizione non scientifica (la papirologia è una scienza!) e nemmeno logica; piuttosto di comodo, nell'interesse di confermare la validità di testi e teorie che rischierebbero di crollare in un sol colpo.

Orsolina Montevecchi è una papirologa di fama mondiale. Questa la sua opinione: "Come papirologa posso dire che l'identificazione mi sembra sicura. Le cinque righe ancora visibili di cui consiste il frammento corrispondono a Mc 6,52-53. E' estremamente improbabile la corrispondenza con un altro testo... le tracce sono in righe diverse: una volta trovato che queste coincidono con un brano di Marco, è difficilissimo, praticamente impossibile, che possa trattarsi di un altro testo, magari sconosciuto... Quanto alla data di composizione, mi pare non si possa andare oltre la metà del I secolo. Cioè oltre il 50. Al massimo, quindi, questo frammento del vangelo di Marco è databile 20 anni dopo la morte di Cristo". Marco e il suo Vangelo, Atti del Convegno internazionale di studi "Il vangelo di Marco", Venezia, 30-31 maggio 1995, a cura di Lucio Cilia, Edizioni San Paolo, pag.122.

Nel corso del convegno di Venezia appena considerato, venne esaminato anche il parere di Albert Dou, ingegnere e dottore in matematica, ordinario di matematica presso il Politecnico di Madrid, ordinario di equazioni differenziali presso l'Università di Madrid, membro della Reale Accademia delle Scienze di Madrid. Proponendo la disarmante testimonianza dei numeri sulla questione, il professor Dou formula due ipotesi:

"1) La probabilità che si trovi casualmente un altro testo, con lo stesso numero di spazi e lettere e con una sticometria che oscilli - come quella di 7Q5, secondo l'identificazione di Marco - tra 20 e 30 lettere è di una su trentaseimila milioni.

2) Dal punto di vista del calcolo delle probabilità, nell'equiparare un testo letterario espressivo con un testo matematico inespressivo, si dà luogo a un errore di difficile stima, di cui non si è tenuto conto nel calcolo precedente.

Trattandosi di un testo letterario, particolarità che modifica il primo calcolo, il professor Dou propone il nuovo valore matematico: con la stessa sticometria di 7Q5, come prima, la probabilità che si trovi casualmente un altro testo è di una su novecentomila milioni.", pag. 122.

Nel 1972, sulla rivista italiana "Biblica" il papirologo cattolico José O' Callaghan ipotizzò e difese per primo l'identificazione di 7Q5 con Marco 6:52-53. Ovviamente ciò scosse il mondo scientifico. Eppure, per quanto la sua ipotesi potesse essere scomoda per gli studiosi contrari all'antichità dei vangeli, vi furono altri che presero in seria considerazione il risultato dei suoi studi.

Carsten P. Thiede ha proseguito il lavoro di O' Callaghan dimostrando di essere seriamente interessato, prima a convincersi dell'identificazione di 7Q5 e poi a convincere la comunità degli studiosi, ma anche il grande pubblico, che il Vangelo di Marco si trovasse realmente in quella grotta di Qumran. Per accertarsi dell'identificazione dubbia di una lettera in particolare, nel 1992 Thiede non esitò ad interpellare il Dipartimento di Scienze Investigative e Legali della Polizia di Israele. Il risultato ottenuto avvalorava l'ipotesi dell'identificazione di Marco col frammento.

Evidenze di questo genere dovrebbero abbattere il muro di idee preconcette, per quanto radicate possano essere. Ma non è così facile.

Thiede comunque non si fermò all'esame di 7Q5, ma, seguendo una strada che anche altri studiosi stanno coraggiosamente iniziando a percorrere, ha rivisto le datazioni di diversi manoscritti del Nuovo Testamento. In particolare il suo studio del papiro Magdalen (P64) lo convince che la datazione di questo reperto manoscritto sia da collocarsi intorno all'anno 70 d.C. Così facendo egli infligge un colpo di grazia (se la sua teoria è corretta) alle supposizioni di coloro che non ritengono possibile che Matteo fosse stato composto così presto.

Vale la pena menzionare, in ultimo, J.A.T. Robinson che nel 1976 pubblicò Redating the New Testament, dove il famoso studioso ridata il Nuovo Testamento a favore di una sua maggiore antichità.

Le posizioni di chi non crede attendibili le concezioni tradizionali sull'antichità del Nuovo Testamento, in particolare dei vangeli, oggetto della nostra breve discussione, sono basate su considerazioni derivate da un'analisi interna del testo, quindi soggettiva, e dalla supposizione che una teologia così avanzata come la propongono i vangeli - in particolare poi quello di Giovanni - non supporta l'antichità dei vangeli canonici come noi li conosciamo. Un'argomentazione di questo genere, senza volere entrare nel merito nelle competenze di chi la propone, ma mettendo radicalmente in discussione il metodo stesso dell'indagine, è un colosso dai piedi d'argilla.

Oggi sempre più prove oggettive fanno propendere per l'antichità e, per giusta conseguenza, vista la vicinanza con gli eventi narrati, per l'attendibilità storica delle narrazioni evangeliche.

Ma c'è un'ultima considerazione che voglio fare prima di concludere il mio discorso.

 

Famoso per il suo vangelo

C'è un'affermazione nel Nuovo Testamento davvero degna di seria nota, senz'altro rilevante nel contesto della nostra discussione sull'antichità dei vangeli.

La rinveniamo in una epistola di Paolo. In 2 Corinzi 8:18, scrive l'apostolo: "E noi abbiamo mandato con lui (Tito) il fratello la cui lode è per l'evangelo in tutte le chiese".

Il fratello menzionato da Paolo ed associato a Tito è Luca. Ciò è dimostrabile anche dalla parte finale della narrazione del libro degli Atti degli Apostoli, dove il racconto in prima persona fa intendere che l'autore del libro si sia associato a Paolo nei suoi spostamenti.

Possiamo concludere che, quando l'apostolo Paolo scriveva la sua epistola ai Corinzi, Luca era già conosciuto in tutte le chiese a motivo del suo Vangelo. E' un'affermazione importante ed una testimonianza interna al Nuovo Testamento stesso di non poco conto. Eppure, nelle versioni oggi comunemente disponibili, il testo è totalmente diverso dalla traduzione (mia) che ho proposto.

Il testo greco originale di questo brano legge: "συνεπέμψαμεν δὲ μετ᾿ αὐτοῦ τὸν ἀδελφὸν οὗ ὁ ἔπαινος ἐν τῷ εὐαγγελίῳ διὰ πασῶν τῶν ἐκκλησιῶν".

La Riveduta Luzzi traduce: "E assieme a lui abbiam mandato questo fratello, la cui lode nella predicazione dell'Evangelo è sparsa per tutte le chiese". Il testo originale non dice "questo" fratello, bensì "il" fratello. La frase "nella predicazione" non c'è nell'originale.

La Nuova Riveduta traduce: "Insieme a lui abbiamo mandato il fratello il cui servizio nel vangelo è apprezzato in tutte le chiese". La parola "servizio" traduce male la parola che nell'originale invece è "lode". La parola "apprezzato" non è nel testo greco.

Il tentativo, lo capisco, è quello di dare un significato alla frase di Paolo. Ma forse nel farlo, assecondando visioni preconcette, che ritengono impossibile la composizione del vangelo di Luca già in un'epoca tanto remota, non si rischia di allontanarsi dal semplice ed immediato senso letterale della frase di Paolo? E' per questo motivo che, in via generale, quindi con le dovute eccezioni ed una ovvia flessibilità, prediligo di solito le traduzioni letterali.

Una traduzione letterale di 2 Corinzi 8:18, e, secondo me, di conseguenza più corretta, la troviamo nella versione della CEI: "Con lui (con Tito) abbiamo inviato pure il fratello che ha lode in tutte le Chiese a motivo del vangelo".

Se riteniamo autentico il prologo di Luca e non un artificio letterario, il suo essersi diligentemente informato presso i testimoni oculari per proporre una narrazione qmaccurata ed attendibile, colloca l'opera dell'evangelista nel periodo apostolico e tale datazione spiegherebbe benissimo l'affermazione di Paolo nella lettera ai corinzi, altrimenti di difficile comprensione.

 

Conclusioni

Antichità, nel caso della composizione dei vangeli, è sinonimo di attendibilità. Negare l'antichità dei vangeli significa negarne anche l'attendibilità storica. Vedere che la seria valutazione di nuove evidenze, provenienti soprattutto da ambienti dove non si è influenzabili dall'infinita diatriba sull'attendibilità teologica dei vangeli, ci danno maggiori e più concrete ragioni a favore della composizione dei sinottici in particolare nel periodo apostolico, dovrebbe fare seriamente riflettere i tanti che frettolosamente o per comodità si liberano della Bibbia, marchiandola come un testo non attendibile dal punto di vista storico. Forse riporre la propria fede nelle congetture degli studiosi, o meglio ancora, di un certo tipo di studiosi, non è stato altrettanto saggio come riporre la propria fede nel Dio che si è incarnato, è morto ed è risorto, secondo le Scritture, ed ha voluto che la testimonianza di coloro che furono spettatori di quegli eventi giungesse a noi nelle preziose pagine del Nuovo Testamento.

Giovanni 20:29, "Gesù gli disse: "Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!"

Queste parole di Gesù, credo di poterlo dire con una certa sicurezza, valgono più per le generazioni che ci hanno preceduto che per la nostra. Oggi, grazie alle molte nuove prove a nostra disposizione (archeologiche, manoscritte, ecc...) c'è da chiedersi se molti non scelgano deliberatamente di non vedere, per non essere "costretti" a credere.

Per la nostra generazione, allora, forse occorrono parole di Gesù ben più forti, che scuotano le coscienze, che siano quasi, come lo furono per la sua generazione, di rimprovero. Le rinveniamo in Marco 4:12, "Vedendo, vedano sì, ma non discernano; udendo, odano sì, ma non comprendano; affinché non si convertano, e i peccati non siano loro perdonati".

Mi perdoni il lettore se mi congedo da lui con un'osservazione tanto cruda dei nostri tempi. Ma oggi più che mai, c'è più disperato bisogno di Verità che di gentilezza e di invito alla conversione piuttosto che di accondiscendenza.

20 Febbraio 2012.

Fonte: http://www.studibiblici.eu/pagina%20iniziale%20scritti.htm

 

 

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