Barbarie in Israele. Trucidati i tre studenti rapiti da Hamas

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Paese sconvolto dalla notizia dei brutali omicidi. Il governo ritarda la notizia per avvisare le madri.

di Fiamma Nirenstein

Corne una madre che non vuole sapere della morte del figlio e fugge quanto più lontano, così ieri Israele ha evitato di dare la notizia anche dopo ore che AlJazeera e Al Arabiya avevano annunciato che i ragazzi rapiti per cui da due settimane si prega e si trema sono stati ritrovati morti. Si fa così in Israele: prima sono stati avvertiti i genitori, che non apprendano dalla televisione l'accaduto. Naftali Frenkel,16 anni, Gilad Shaar, 16 anni, Eyal Yfrach, 19 sono stati abbandonati insepolti dai loro rapitori, terroristi di Hamas, islamisti estremi, a dieci chilometri da dove erano stati rapiti, tre studenti che tornano a casa da scuola chiedendo un passaggio. Pochi minuti dopo essere stati rapiti sono stati ammazzati, tutti e tre. Dai titoli sulla stampa palestinesese si è potuta notare la soddisfazione e l'incitamento popolare, ogni giorno, nonostante la condanna di Abu Mazen, per il rapimento di tre «uomini ebrei», tre settler, tre odiati usurpatori, tre mostri occupanti, che osavano tornare da scuola calpestando il territorio della sacra umma islamica che gli ebrei non devono abitare, possedere, abitare, neanche quando tornano a casa da scuola.
   La morte dei ragazzi è una verità micidiale sulla realtà attuale, sulla pace, sulla vita della gente che abita quell'area. Israele non si riprenderà presto, i teenager uccisi erano figli di ciascuno: ha cercato con tutta la sua anima quei tre ragazzini, notte e giomo. Come ha detto una delle mamme parlando di loro erano semplicemente dei ragazzi che giocavano a ping pong, suonavano la chitarra, erano oggetto della cura estrema delle loro famiglie, come i nostri ragazzi attraversano da bambini la strada per la mano, avevano mille sogni, uno di loro aveva la passione della cucina, voleva essere uno chef. Nessuno, in Israele, né le famiglie, né i compagni di scuola che abbiamo incontrato, né i politici, hanno mai detto una parola d'odio sui rapitori. Si sono riempiti per loro le sinagoghe e le grandi piazze laiche, come Kikar Rabin a Tel Aviv, i soldati hanno battuto tutta l'area spostando letteralmente ogni pietra, penetrando in ogni casa a rischio della loro vita, in zone come Halcul e Hebron che sono la serra di Hamas, mentre i giudici, i giornali, osservavano con giustizia e severità ogni loro mossa nel campo palestinese. I genitori dei tre ragazzi non hanno mai smesso di presentarsi in pubblico ordinati e calmi, grati, persino sorridenti. Tutta Israele non pensava che a loro senza perdere la testa, il Capo di Stato Maggiore diceva la sera «Cercateli come fossero vostri fratelli, ma stanotte nelle case di Hebron ricordatevi che ci sono anche molti che non la pensano come Hamas». Forse. Ma quello lo spettacolo che offre questo assassinio è quello di una società da cui l'odio ribolle eguale a quello fanatico in Siria, in Iraq, la malattia dell'Islam estremo di Hamas qui è diventata, e non per la prima volta, assassinio di bambini. Li hanno presi per ammazzarli, non hanno nemmeno provato a utilizzare il rapimento per ricattare il governo e ottenere, come fecero con Gilad Shalit e tanti altri, il rilascio di prigionieri. Il rapimento è stato un modo di umiliare, di mettere inginocchio, di fare uno sberleffo a un Paese che mette nella sua difesa un punto di onore, lo scopo però era ammazzare tre ragazzini che tornavano da scuola.
   Abu Mazen adesso capirà che la sua alleanza con Hamas, tanto da formarci insieme un governo, è stata un'alleanza con assassini pericolosi anche per lui? Saran capaci Obama o l'Europa di vedere quanto è indispensabile per Israele difendersi da i nemici senza limiti che la penetrano e la circondano? La scelta di uccidere Naftali, Gilad, Yfrach frutto della volontà di terrorizzare Israele, e piegarlo sul suo dolore. Non funzionerà, ancora una volta Hamas si illude di poter piegare gente che persino dopo la Shoah si è arrotolatale maniche ed è riuscita a far fiorire il deserto e a combattere in nome della vita del popolo ebraico. Così sarà anche questa volta.

(il Giornale, 1 luglio 2014)

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Ritratto di alex

Indagava su Israele per l'Onu ma era sul libro paga dell'Olp

Scandalo a Palazzo di Vetro. Si dimette il presidente della Commissione d'Inchiesta sugli attacchi del 2014 a Gaza. Netanyahu: "Nominare Schabas a capo dell'inchiesta Onu è stato come chiedere a Caino di scoprire chi ha ucciso Abele."

di Carlo Panella

 
Nuova meschina figura dell'Onu: William Schabas è stato costretto a dare le dimissioni da presidente della Commissione di Inchiesta sulla violazione dei diritti umani commessi da Israele durante l'ultima occupazione di Gaza. Un incidente che squalifica ulteriormente - se ce ne fosse bisogno - quella Commissione dei Diritti Umani della Nazioni Unite che a suo tempo assegnò la presidenza persino alla Libia di Gheddafi. Soprattutto, dimostrazione che gli alti responsabili dell'Onu, oltre a essere scandalosamente schierati con i palestinesi, hanno anche un quoziente d'intelligenza e una prassi politica demenziali. Schabas, infatti, è stato costretto a lasciare l'incarico dopo avere rilasciato dichiarazioni di questo tenore: «Il primo ministro d'Israele, Benjamin Netanyahu, e il ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, sono maestri di dichiarazioni ridicole e stravaganti e credo continueranno a rilasciarle». Un giudizio equilibrato ed equidistante, come si vede. Non solo, Jerusalem Post di martedì ha rivelato con prove inoppugnabili che lo stesso Schabas, che è un accademico canadese, ha lavorato come consulente, e quindi è stato a libro paga, della Olp. Esempio preclaro di imparzialità e di professionalità politica made in Onu. Secco il commento di Netanyahu: «Nominare Schabas a capo dell'inchiesta Onu è stato come chiedere a Caino di scoprire chi ha ucciso Abele». Naturalmente, il premier israeliano ha colto l'occasione di queste dimissioni dalle motivazioni scandalose per chiedere che l'Onu archivi del tutto l'inchiesta e che non pubblichi quindi il primo Rapporto previsto il 3 marzo prossimo. Netanyhau ha anche attaccato, e nel suo complesso, la Commissione per i Diritti Umani dell'Onu (Unhrc), accusandola di essere «un organismo anti israeliano» che nel 2014 ha approvato più risoluzioni contro Israele che l'Iran, la Siria e la Corea del nord messi assieme». Questo dato è tanto inequivocabile e scandaloso e dipende dalla composizione "paritaria" di questo, come di tutti gli organismi dell'Onu, che fa sì che i diritti umani vengano monitorati dai Paesi che più li violano al mondo, uniti solo e unicamente dall'odio verso Israele (che molti dei suoi paesi membri si rifiutano peraltro di riconoscere).
   Questo episodio, apparentemente marginale, è invece di importanza cruciale alla luce della avventurista manovra avviata dal leader dell'Olp Abu Mazen. Questi, incapace persino di mantenere un accordo di governo unitario con Hamas - in un clima di guerra civile palestinese a bassa tensione - ha infatti deciso di scaricare la sua debolezza interna sul fronte palestinese, aggredendo Israele sul piano diplomatico. Passaggio cruciale di questa strategia avventurista è stata la domanda di iscrizione della sua Autorità Nazionale Palestinese al Tribunale Penale Internazionale, davanti al quale si prepara a denunciare Israele per «crimini contro l'umanità». Durissima è stata la reazione di Israele, come di Obama nei confronti di una mossa, finalizzata con tutta evidenza non a concludere una trattativa positiva con Israele per la nascita di uno Stato Palestinese, ma solo a rinfocolare l'odio antisionista e antiebraico e a dare armi alla propaganda araba più oltranzista. È dunque evidente che il rapporto Onu sull'ultima guerra di Gaza, scritto sotto la direzione dell'anti israeliano Schabas, costituirà un atto d'accusa determinante davanti a questo tribunale. A questo proposito è bene ricordare che l'ultimo Rapporto dell'Onu sulla precedente operazione di Israele a Gaza "Piombo fuso" del 2008, è stato clamorosamente smentito dallo stesso presidente di allora di questa stessa Commissione. Dopo tre anni dalla sua pubblicazione infatti, il sud africano Richard Goldstone ha ammesso che le sue accuse di crimini di guerra a Israele erano inattendibili per la ovvia ragione che Hamas - che aveva iniziato le ostilità, nascondendo le sue batterie di missili tra i civili, come sempre - non aveva risposto alla sua Commissione e quindi le sue responsabilità primarie erano semplicemente state ignorate: «Oggi sappiamo molto di più su quanto avvenne nella guerra di Gaza del 2008-2009 rispetto al periodo nel quale condussi l'inchiesta; se avessi saputo allora ciò che sappiamo oggi, il Rapporto Goldstone sarebbe stato differente. Israele infatti ha dedicato risorse significative per indagare su oltre 400 accuse riguardo alle proprie operazioni militari, mentre Hamas non ha svolto alcuna indagine sul lancio di missili e mortai contro Israele».

(Libero, 4 febbraio 2015)

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L'inquisitore di Israele prendeva soldi dall'Olp. Si dimette dall'Onu

di Giulio Meotti

ROMA - Le commissioni d'inchiesta dell'Onu sulle guerre di Israele non hanno molta fortuna. La prima, sull'operazione "Piombo fuso", capitanata dal magistrato sudafricano Richard Goldstone, si concluse con la clamorosa abiura da parte del suo stesso autore ("se avessi saputo allora quello che so oggi, il rapporto Goldstone sarebbe stato molto diverso"). La seconda commissione, sulla guerra a Gaza della scorsa estate, ieri ha assistito alle dimissioni del suo capo, il professore canadese William Schabas, a causa di un clamoroso conflitto di interessi.
   Gli israeliani, che lo scorso dicembre avevano comunicato che non avrebbero mai collaborato con la commissione fino a quando non sarebbe stata composta da persone veramente imparziali e al di sopra delle parti, nei giorni scorsi avevano depositato al Consiglio del diritti umani di Ginevra una denuncia formale per la cacciata del professor Schabas, citando, tra le altre cose, una sua consulenza del 2012 che Schabas, docente di Diritto internazionale presso la Middlesex University di Londra, aveva svolto per l'Organizzazione per la liberazione della Palestina. Consulenza pagata 1.300 dollari.
   Appena nominato, lo scorso agosto, Schabas disse: "La mia ambizione è portare Netanyahu davanti alla Corte penale internazionale" per i crimini commessi da Gerusalemme durante Piombo fuso. Dettaglio: all'epoca dell'operazione Piombo fuso, Netanyahu non era al governo e il primo ministro era Ehud Olmert. La procura della Corte internazionale dell'Aia ha appena annunciato di avere avviato una "inchiesta preliminare" su Israele, che il procuratore capo, Fatou Bensouda, ha promesso sarà "indipendente e imparziale".
   In un articolo per una rivista di legge scritto nel dicembre 2010, il professor Schabas aveva dichiarato che Netanyahu va considerato "il singolo individuo che con più probabilità minaccia la sopravvivenza di Israele". Schabas aveva anche detto in un'intervista: "Perché stiamo cercando il presidente del Sudan per il Darfur e non il presidente di Israele per Gaza?". Nel 2011, Schabas ha sponsorizzato un Centro per i diritti umani e la diversità culturale in Iran. Il centro, che accusa Israele di politiche di apartheid, ha forti legami con il regime iraniano, che al momento era guidato da Mahmoud Ahmadinejad. In uno di quei viaggi Schabas dichiarò che "l'Iran ha il diritto di acquisire armi atomiche a scopi difensivi". L'ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite, Ron Prosor, ha detto che far presiedere a Schabas una Commissione di inchiesta "è come invitare l'Is a organizzare all'Onu una settimana sulla tolleranza religiosa", mentre il ministro degli Esteri del Canada John Baird (connazionale di Schabas) ha dichiarato che "il Consiglio Onu dei diritti umani continua a essere una vergogna in fatto di promozione dei diritti umani".
   Ieri, dopo le dimissioni di Schabas, Netanyahu ha chiesto al Consiglio dei diritti umani di accantonare il rapporto sulla guerra di Gaza. Nel 2014 quel Consiglio dell'Onu ha approvato 57 risoluzioni contro Israele, 14 contro la Siria, sette contro la Corea del nord e quattro contro l'Iran.

(Il Foglio, 3 febbraio 2015)
Ritratto di alex

GERUSALEMME - Due palestinesi scelgono i coltelli da cucina per portare il terrore fra gli israeliani. Nur a-DM Hashiya ha 18 anni, viene dal campo profughi di Askar vicino Nablus, e alle 12 di ieri passeggia alla stazione Haganà del treno di Tel Aviv. Si avvicina a un soldato, di 20 anni, estrae un coltello rudimentale e lo colpisce per venti volte. Quando il militare si accascia in una pozza di sangue, gli prende il fucile e fugge. Un passante di 50 anni tenta di fermarlo ma viene anch'esso ferito. Nur a-Din Hashiya si rifugia in un vicino edificio e nello scontro che segue con la polizia viene ucciso. Il controspionaggio Shin Bet non fa fatica a ricostruirne il profilo: il killer ha postato foto in cui innalza la bandiera di Hamas e il cartello «amiamo la morte più di quanto i nostri nemici amano la vita». Il soldato, ricoverato d'urgenza, muore a causa dei gravi danni subiti.
   Passano poche ore e arriva il secondo attacco. Questa volta alla fermata del bus di Mon Shvut a Gush Etzion, oltre la linea verde a Sud di Gerusalemme, ovvero a pochi metri dove il 12 giugno scorso due palestinesi di Hamas rapirono i tre ragazzi ebrei poi uccisi. In questo caso il killer è Maher Hamdi A-Shalmon, 30 anni, viene da Hebron, appartiene alla Jihad islamica e ha alle spalle cinque anni di detenzione per terrorismo: alla guida di un'auto, travolge una donna di 26 anni, scende, torna indietro con il coltello e infierisce più volte sul corpo caduto. Poi aggredisce un altro passante ma un agente lo ferisce, viene arrestato e ora è ricoverato sotto sorveglianza della polizia, intenzionata a sapere se vi sono complici o mandanti.
   Le tv israeliane parlano di «Ondata di terrore» spiegando che «sebbene non sia ancora un'Intifada gli attacchi si succedono rapidamente» con «il consenso non solo di Hamas e Jihad ma anche di Fatah». Nelle ultime settimane ne sono avvenuti cinque: tre con auto e ora due con coltelli. A compierli sono dei singoli, più o meno legati a altri armati, e per le forze di sicurezza è una sfida temibile perché agiscono da «lupi solitari» sfuggendo alla prevenzione. A rendere incandescente la situazione è la sovrapposizione con due rivolte: nei quartieri arabi di Gerusalemme, da Wadi Joz a Si-Iwan, dove i «shaabab» lanciano pietre contro i «sacrilegi sulla Spianata delle Moschee», e a Kfar Kanna, il villaggio arabo della Galilea dove migliaia manifestano contro l'uccisione di un 20enne da parte della polizia.
   Hamas plaude da Gaza agli autori dei «gesti eroici» e lo scontento contagia la Galilea araba, arrivando al Monte Carmelo dove compaiono le scritte «Daesh Falistin» ovvero «Isis Palestina». II premier Benjamin Netanyahu ammonisce gli arabi-israeliani: «Chi nuoce a Israele può trasferirsi a Gaza o nei Territori palestinesi». E per la sicurezza vara un piano di emergenza. La rabbia è palpabile a Tel Aviv dove la gente grida «Morte agli arabi», mentre alla Knesset il premier deve vedersela con l'ala destra della coalizione, guidata da Naftali Ben-net, che lo accusa di inerzia: «Non sai proteggere i cittadini».
   
(La Stampa, 11 novembre 2014)

 Israele ancora nel mirino, due assassinati

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Forse non è ancora una vera intifada, ma il pericolo è grande. Il secondo regolare attacco terrorista della giornata ha avuto luogo proprio allo stesso incrocio, la «trampiada» dove i ragazzi chiedono un passaggio a Allon Shvut, nel Gush Etzion, appena fuori di Gerusalemme. Fu là che il 12 giugno scorso cominciò ad avvolgersi la spirale di violenza col rapimento dei tre studenti subito macellati sulla strada. A seguire, alcuni pazzi il 5 luglio rapirono e uccisero un ragazzo arabo, Mohammed Abu Khdeir.
   Le tre famiglie, la società, le istituzioni israeliane respinsero con orrore l'atto. Invece Abu Mazen flirta con la violenza e Hamas esalta gli innumerevoli attacchi terroristi di questi giorni. Ieri ci ha lasciato la vita una ragazza, e i feriti ad Allon Shvut sono due. Il tenorista ha cercato di investire con l'auto un gruppo alla «trampiada», non ci è riuscito, è uscito col coltello e ha tagliato la gola alla giovane e il viso e una spalla ad altri due. II terrorista è un ventenne proveniente da Hebron, città tutta di Hamas. Poco prima, lontano dai «territori», alla stazione di Tel Aviv è stato ucciso un soldato di vent'anni mentre aspettava il treno. II terrorista, un ragazzo di Nablus, Nur a-Din Hashiya, è stato affrontato da un passante di mezza età che gli ha tirato un pugno in faccia, la polizia l'ha ferito e catturato. Sulla strada di Eilat, nell'estremo sud, un autobus veniva attaccato; a Fureidis domenica la polizia è stata bersagliata da una bomba; a Taibe, mentre l'auto veniva data alle fiamme, una folla di arabi israeliani cercava di linciare un israeliano che è stato salvato da un coraggioso arabo locale. Magli ha salvato Misha da morte certa. L'ultima esplosione di rabbia nasce dall'uccisione da parte della polizia israeliana, due giorni fa, del ventiduenne Kheir a-Din Hamdan, nel corso di una manifestazione violenta. La polizia è adesso sotto inchiesta per aver ucciso Hamdan. La sua città, Kfar Khana, nella Bassa Galilea, è adesso uno dei centri della rivolta. I toni sono saliti a tal punto che Netanyahu ha dichiarato che gli arabi israeliani sono parte integrante del Paese, ma chi preferisce la parte palestinese, non verrà trattenuto con la forza. Un'imponente escalation di attentati disegna l'ultimo periodo, e un'intenzione suicida domina i terroristi ovunque esaltati. La risposta è stata molto decisa: fermare l'assassino. Ma i palestinesi protestano che viene usato dalla polizia un «happy nigger» dovuto alla mancanza di rispetto per gli arabi. Gli israeliani vivono invece l'angoscia di una possibile nuova intifada, vogliono fermare l'ondata fomentata da Hamas, esaltata da Facebook che invita al martirio, dalla lettera di Abu Mazen in cui si fanno le condoglianze alla famiglia di uno dei terroristi. Accanto a questo, monta la questione della Spianata delle Moschee, il Monte del Tempio: di venerdì per evitare scontri è stato spesso bloccato ai minori di cinquant'anni.
   L'interpretazione che ha preso piede è che Israele voglia cambiare lo status quo sul Monte del Tempio. Una teoria della cospirazione che incita la violenza alimentata dalle accuse di razzismo, apartheid, discriminazione. Prevale lo spirito rappresentato da una canzone palestinese che dice «Investili, distruggili, annientali, falli esplodere, non lasciare che nessun ebreo possa diventare vecchio, o Al Aqsa noi siamo i tuoi difensori.»
   
(il Giornale, 11 novembre 2014)

Ritratto di alex

Di Ben Dror Yemini

 

Shalom Fathi,
Questa settimana, per pochi minuti, siamo riusciti a rinnovare il nostro contatto. Mi hai raccontato dell’enorme sofferenza, dei bombardamenti, dei morti. Ne ho provato un grande dolore. Abbiamo conosciuto tempi migliori. Abbiamo sognato insieme. Gli anni passano. Nel frattempo sono accadute alcune cose nel mondo mussulmano – in Somalia, in Pakistan, in Nigeria, in Siria, in Iraq. Questa è la regola, Fathi: ogni luogo in cui uno dei rami della Jihad si rafforza, si trasforma in un focolaio di un bagno di sangue. I Talebani, Hamas, Boko Haram, Al-Qaeda, Daash, Al-Shabab, tutti insieme ed ognuno singolarmente, vi promettono solo sangue e sofferenza.

La settimana scorsa, Fathi, un terrorista kamikaze si è fatto esplodere in un mercato affollato in Afghanistan. Un musulmano ha ucciso altri 89 musulmani. Questo fine settimana Daash ha ucciso 270 persone nella città di Homs in Siria. All’inizio della settimana sono state uccise 121 persone a Damboa in Nigeria, altre 21 sono state uccise al confine tra l’Egitto e la Libia. Si può continuare, Fathi, la lista è ancora lunga. Essi si aggiungono alle decine di migliaia di persone uccise durante le ultime settimane. Musulmani uccidono musulmani. La Jihad compie massacri, Fathi. Questo accade in ogni luogo in cui è presente. Questo accade già da oltre dieci anni, e si aggrava ogni giorno di più. Dove sono i musulmani, Fathi? Perché restano in silenzio? Perché il mondo resta in silenzio? Dove sono i dimostranti della sinistra di tutto il mondo? Come mai non hanno bruciato le bandiere della Jihad? Come mai nessuno è sceso in piazza, non a Parigi, non a Londra, non a Casablanca e non a Amman?

Questo è successo anche nella striscia di Gaza. Il paragrafo 2 dello statuto di Hamas, che si è impadronito della striscia, parla dello sterminio degli ebrei. Sterminio, nientemeno. Quando noi vediamo quello che fanno gli uomini della Jihad nel mondo – ai mussulmani, non agli ebrei – abbiamo il diritto di essere preoccupati. Chi ha adottato l’ideologia nazista, che non si lamenti poi del fatto che l’altra parte tenti di sconfiggerlo. Allora per favore, Fathi, non parlare di occupazione, non parlare di Israele, non parlare di blocco, basta con le menzogne.

Il solito pretesto, Fathi, è che voi siete ancora infuriati per il peccato originale – la Nakba del 1948. Dici sul serio? Decine di milioni di persone in tutto il mondo sono diventate profughi negli anni 40. Anche i paesi arabi hanno compiuto un transfer di ebrei, nonostante che essi non abbiano dichiarato loro alcuna guerra. Nessuno ha creato la sua identità solamente sulla miseria, sulla vendetta e sul terrore. Soltanto voi. Vuoi che ti dica di più? Le organizzazioni della Jihad non solo uccidono poveri innocenti senza sosta. Durante gli ultimi anni le nazioni musulmane hanno creato milioni di nuovi profughi. In Somalia, in Afghanistan, in Iraq, in Sudan, in Siria. Dov’è la protesta musulmana? Dov’è la protesta del mondo?

Quelli che scendono in piazza e bruciano le bandiere di Israele, quelli che chiamano i piloti israeliani crudeli, e i soldati israeliani assassini, quelli che vi assolvono da ogni responsabilità e vi forniscono scuse e giustificazioni, gli uomini delle “forze del progresso”, della sinistra israeliana e mondiale, sono parte del vostro problema. Quando viene detto loro che voi opprimete le donne, uccidete in continuazione poveri innocenti, sparate su zone popolate, essi rispondono che “non si può paragonare”. Hai capito questo, Fathi? Vi perdonano perché vi considerano inferiori. E’ questo che vuoi?

Durante gli ultimi anni vi siete lamentati del fatto che il blocco vi soffoca, e che a causa del blocco non potete costruire, non vi sono industrie, non c’è speranza. Il blocco è una menzogna, Fathi. Non solo per il fatto che Israele fa passare ogni settimana, anche in questi giorni, centinaia di camion con forniture alla striscia. Il blocco non è causato da Israele. Il blocco è conseguenza del rifiuto di Hamas di accettare le condizioni del quartetto. Avevate anche un confine completamente aperto con l’Egitto durante il periodo in cui il presidente egiziano era un uomo dei Fratelli Mussulmani. E cosa avete fatto? Siete riusciti a sviluppare due industrie: una dei missili e l’altra delle gallerie. Centinaia di milioni di dollari sono stati investiti nella Striscia, nonostante il dominio di Hamas. Dove sono andati a finire, Fathi? In armi, munizioni, in missili e razzi. Dove sono andate a finire le più di 70 mila tonnellate di cemento che Israele vi ha fornito l’anno scorso? Non alla costruzione di fabbriche e nemmeno di scuole. Tutto è stato sprecato nella costruzione di gallerie e bunker, per uccidere ancora ebrei. Allora non parlare di blocco. Perché Hamas avrebbe potuto investire in opere sociali, in prosperità alla popolazione. Ma ha preferito investire nell’industria della morte e della distruzione.

Nonostante tutto questo, Fathi, voglio aggrapparmi ad un barlume di speranza. Pochi giorni fa è stato eseguito un sondaggio fra gli abitanti della striscia, sotto l’egida dell’Istituto Washington. I risultati sono sorprendenti: la stragrande maggioranza, il 70%, si sono dichiarati a favore della cessazione del fuoco e della cessazione delle ostilità. La maggioranza è disillusa. Tra la minoranza dominante c’è invece ostinazione e stupidità, distruttrice e omicida. Anche i milioni di cittadini nei paesi arabi non sono scesi in piazza stavolta a dimostrare in vostro favore. Sai perché, Fathi? Perché oramai sanno quello che succederà a loro nel caso in cui Hamas dovesse continuare ad essere forte. Essi vedono le stragi in Iraq ed in Siria. Sanno che non c’è grande differenza tra Daash, i Talebani e Hamas. Persino l’istigazione continua trasmessa da Al-Jazira, che è diventata una filiale di Hamas, a malapena riesce ad influenzarli.

C’è bisogno di speranza. Non risolveremo subito tutti i problemi del conflitto. Ma incominciamo con qualcosa di più modesto. Immagina, Fathi, che scendiate in piazza, esigendo un armistizio e la fine del blocco, accettando le condizioni del quartetto (cessazione della violenza, riconoscimento dei precedenti accordi). La Jihad e Hamas si rifiuteranno. Questo è ciò che sanno fare. Ma non dovete rinunciare. Si dice che avete paura di Hamas. Avete paura? Ma allora perché vi entusiasmate delle organizzazioni terroristiche, che vi promettono un bagno di sangue?

Suvvia, Fathi, ascolta ciò che ha affermato questa settimana il portavoce di Hamas, Sami Abu-Zahari, alla televisione di Al-Aqza: “Noi non conduciamo i nostri uomini alla distruzione, noi li conduciamo alla morte”. Ascolta le parole che trasmettono da voi in continuazione, nelle giornate di quiete: “bisogna uccidere i cristiani, gli ebrei, i comunisti, fino all’ultimo”. Gli uomini di Hamas e della Jihad non solo minacciano, non solo promettono, essi mantengono le loro promesse. La Jihad negli ultimi anni è diventata un mostro che macella musulmani senza tregua. L’eliminazione della Jihad, Fathi, è interesse vostro e di ogni musulmano. Se non combatterete, la Jihad continuerà a servirsi di voi come carne da macello. Non sa fare altro.

Fathi, Israele è costretta a difendersi, perché nessun paese può tollerare un’entità terroristica, con ideologia nazista, che lancia razzi senza interruzione sulla sua popolazione civile. La maggioranza in Israele non desidera alcuna vendetta, oppressione o blocco. La maggioranza in Israele vede le sconcertanti immagini da Gaza, le vittime, gli innocenti che vengono uccisi, perché Hamas si serve di loro. Non vi è in noi alcuna gioia, vi è in noi solo un vero dolore. Noi non vogliamo uccidere e non vogliamo essere uccisi. La richiesta di smilitarizzazione della striscia di Gaza non è solo in favore degli israeliani. E’ anche a vostro favore. Noi preferiamo vicini felici. Noi vogliamo degli alleati ma nemmeno dei nemici.

Allora assumetevi le vostre responsabilità, Fathi. Potete continuare a soffrire infinitamente sotto il dominio della Jihad (come a Mosul), ma potete prosperare (come in Kurdistan). Avete voi le chiavi in mano. L’autoinganno non vi aiuterà. Non siete inferiori, Fathi. Allora incominciate ad agire. E tanto per cambiare, fate qualcosa a vostro favore, non contro gli altri.

Con dolore, e con speranza in giorni migliori

(Right Reporters, 3 settembre 2014)

Ritratto di alex

Israele ha vinto

di Fiamma Nirenstein

 
 
Nessuno deve farsi intrappolare dalle urla e dagli spari di "vittoria" di Hamas, cui si accompagnano in queste ore i ghigni dei terroristi di tutto il mondo. Nel 1967, conclusasi la Guerra dei Sei Giorni, dopo una storica sconfitta l'Egitto gridava alla vittoria. Hamas ha perso e Israele ha vinto non solo con l'uso di un esercito valoroso che ha combattuto con le mani legate dietro la schiena, ma per lo spirito che lo anima.
   Israele vince perché Hamas non ottiene nessun vantaggio significativo; ha perso alcuni fra i suoi capi più importanti; la sua riserva di armi è decimata; le sue gallerie distrutte per il maggiore numero; Gaza ha ha riportato danni molto importanti; ha perso un numero molto alto di cittadini; in definitiva ha accettato semplicemente la proposta egiziana che Israele aveva accettato fin dal primo momento, ovvero trattare solo dopo il cessate il fuoco; Abu Mazen prende una grande parte del suo potere nel territorio di Gaza controllandone, così sembra, gli ingressi; Hamas è isolato nel mondo arabo: solo il Qatar e la Turchia sono dalla sua parte, mentre si sta formando uno schieramento moderato che tende invece ad avvicinarsi alle posizioni di Gerusalemme.
Israele invece ha subito sul suo territorio danni molto relativi; ha vinto la sua incredibile capacità di difendere la vita dei cittadini benché il suo territorio sia stato bombardato da 4500 missili solo sei cittadini sono stati uccisi. La gente è stata salvata da un incredibile sistema di protezione teso a difendere ogni vita casa per casa con i rifugi e dal cielo con ilpreziososistema antimissile "Kipat Barzel". Nonostante la guerra asimmetrica in cui Hamas ha usato i suoi cittadini, vecchi, donne, malati e soprattutto bambini come scudi umani e carne da cannone, l'esercito ha mantenuto un atteggiamento di ritegno, ha cercato sempre solo il contenimento e mai la vendetta, nonostante proseguisse il lancio di missili e Hamas violasse le tregue insieme a tutte le regole di guerra.
   Israele, investito da un'ondata di disinformazione e di diffamazione che ha infettato l'Europa con manifestazioni antisemite, ha usato con estrema misura la forza di terra; la perdita di 64 soldati è stata quasi sempre dovuta all'uso di sistemi subdoli e vili, adescamenti in trappole minate, uso delle gallerie terroriste per compiere rapimenti. I soldati perduti, uno a uno, sono stati pianti dal Paese per ciò che veramente erano, esseri umani di valore, ragazzi pieni di speranze di vita, di capacità purtroppo andate perdute, che i genitori hanno raccontato funerale dopo funerale fra le lacrime, senza mai dire una parola di odio, sempre ricordandone la vita, la speranza e l'amore per il loro Paese come patria democratica e pacifica.
   Hamas può ubriacarsi di spari in aria e di proclamazioni di vittoria, ma il suo slogan resta quello enunciato più volte durante questa guerra: "Noi amiamo la morte molto di più di quanto voi amiate la vita". La filosofia di Israele è tutto il contrario, la pazienza, l'accettazione delle tregue, la capacità di resistere a quello che nessun altro popolo sopporterebbe, con fiducia nel futuro, ne fanno l'unico bastione credibile contro l'ondata di terrorismo jihadista mondiale di cui Hamas è parte.
   L'immagine che meglio rappresenta Hamas è quella degli incappucciati che hanno giustiziato 18 palestinesi anche loro senza volto, senza processo, senza pietà, inginocchiati in mezzo alla strada. Quella di Israele è una maestra con uno dei bambini del suo giardino d'infanzia di fronte alle rovine della scuola distrutta da un razzo mentre gli dice: "Hai ragione, ha fatto bum, ma adesso la ricostruiamo molto più bella di prima".

(blog di Fiamma Nirenstein, 27 agosto 2014)

La vulnerabilità di Israele

Hamas doveva alzare bandiera bianca, invece ha di che essere fiera.

Hamas ha poco da festeggiare. Ci vorranno dieci anni per riportare la Striscia di Gaza al punto in cui era prima di questa guerra. Mille terroristi sono rimasti uccisi nei combattimenti con Israele, i cui soldati si sono dimostrati in grado di combattere nell'ostile ambiente urbano di Gaza. Hamas ha consumato tre quarti del suo arsenale bellico. E nella tregua siglata dall'Egitto ha ottenuto quello che gli veniva offerto all'inizio del conflitto, ossia quando la conta dei morti era ferma a duecento, non duemila. Eppure Hamas ha anche molto di cui essere fiera. Fino all'ultimo minuto prima della tregua, i suoi miliziani hanno lanciato decine di missili contro le città israeliane, colpendo zone del paese che si credevano immuni dalla minaccia. Le tre vittime civili israeliane sono arrivate negli ultimi due giorni di conflitto, quando in teoria la capacità bellica di Hamas doveva essere indebolita. Hamas ha costretto tre quarti delle compagnie aeree internazionali a cancellare i voli su Tel Aviv e ha inflitto un durissimo colpo all'economia israeliana. Soprattutto, Hamas ha esposto tutta la vulnerabilità di Israele, ha archiviato per il momento la possibilità dei "due stati per due popoli", ha scatenato una spaventosa ondata di antisemitismo in Europa e ha dimostrato di non essere affatto un corpo estraneo palestinese. Quando i leader di Hamas, Ismail Haniyeh e Mahmoud Zahar, sono usciti dalle loro tane, la popolazione palestinese avrebbe dovuto linciarli e contestarli per la rovina che hanno portato nella regione. Invece no. Feste, giubilo e danze hanno accompagnato il ritorno in superficie degli assassini.
   E' Israele che ha molto su cui riflettere e infatti la popolarità del premier Benjamin Netanyahu è ai minimi storici. Roni Daniel, il maggiore analista militare, ha detto che "per due mesi una banda di terroristi ha tenuto testa al più forte esercito del medio oriente". Israele non è mai stato in grado di fermare il lancio di missili, ha ignorato la minaccia dei tunnel e ha dovuto persino evacuare il sud del paese. La resistenza islamica palestinese, soprattutto, non ha mai alzato bandiera bianca. "La guerra doveva finire con Hamas che implorava", ha scandito Roni Daniel. E' così che doveva concludersi la guerra fra una banda di fanatici assetati di sangue ebraico e una grande democrazia. Con i primi con la coda fra le gambe. Questa tregua, invece, sarà il preludio a una guerra ancora più sanguinosa che Gerusalemme, prima o poi, sarà costretta a combattere. Israele non può accettare come status quo quello in cui un regime islamico alle sue porte decide di tenere in scacco il paese per cinquanta giorni.

(Il Foglio, 29 agosto 2014)


"Costringeremo Hamas ad alzare bandiera bianca”, aveva detto Avigdor Lieberman, ed è indubbio che al Ministro degli Esteri israeliano questa imprudente (o arrogante?) parola Hamas gliel’ha fatta ringoiare. "La guerra doveva finire con Hamas che implorava", ha detto Roni Daniel: bellissimo, certo, se fosse avvenuto. Ma era possibile? Attenzione, nella trappola del wishful thinking non è solo John Kerry che può cadere. E’ vero: Hamas è riuscito ad esporre tutta la vulnerabilità di Israele. Questa è la realtà. Colpa di Netanyahu? Di nuovo attenzione: il pensiero desiderante frustrato parte subito alla ricerca di chi è la colpa. E non appena pensa di averlo trovato riparte subito verso nuovo forme di pensiero desiderante. E il ciclo si riattiva. Di realismo c’è bisogno. Ma una nazione come Israele può essere realistica e speranzosa senza considerare la realtà del Dio d’Israele? M.C.
Ritratto di alex

L'ambasciatore israeliano a Berlino denuncia: "E' come il 1938". Ovunque ion Europa riecheggia il grido "morte agli ebrei". Salto di qualità dell'antisemitismo.

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Ritratto di alex

Lettera a un amico che mi vuole bene, ma non accetta l'operato di Israele

di Angelica Calò Livnè

«Ecco questa è la vera nostra tragedia caro G.: noi in Israele, stiamo combattendo per tutto l'Occidente, siamo di nuovo e come ogni volta la diga che argina e combatte il califfato, la sharia, quei barbari che tagliano le teste».

Ieri su Facebook un ragazzo ha pubblicato un messaggio: «Shalom a tutti, sono comandante di un battaglione nell'esercito di difesa di Israele. Da quasi un mese siamo in servizio di emergenza e lavoriamo 24 ore su 24 in missioni varie e impegnative. I nostri soldati giovani e meno giovani, erano già stati dimessi dell'esercito regolare ma sono stati richiamati, come sempre, quando ce n'è bisogno. Queste persone lasciano le loro case, le mogli, i figli, gli esami di laurea, le fabbriche e i campi per dare il proprio contributo ogni volta che il nostro Paese è in crisi con i nostri vicini. Vorremmo rendere meno difficili le operazioni. Abbiamo bisogno di lampade frontali e saremmo felici di ricevere il vostro aiuto per acquistarle….».
   Di seguito una foto dei ragazzi, pronti per uscire in una delle loro missioni. Il primo commento è stato un enorme "NO LIKE - Non mi piace!!!!". Era di un amico. Avrei potuto sorvolare e cancellarlo dalla lista ma ho capito che le divise, i fucili che avevano in mano quei ragazzi avevano sollevato l'istinto di una persona buona d'animo che davanti a dei soldati immagina violenza, guerra e ingiustizie. E ho deciso di scrivergli: «Caro G., se potessi immaginare quanto sia difficile per noi guardare questa immagine! Quanto desidereremmo che i nostri figli potessero essere in casa loro a studiare, a suonare, ad incontrarsi con gli amici, e invece, caro G. passano ore a cercare terroristi, a scovare tunnel di morte, a montare di guardia mentre il pericolo è sulla soglia. Le ultime notizie comunicano: "Una vasta rete terroristica di Hamas, basata in Cisgiordania e a Gerusalemme, progettava di destabilizzare la regione attraverso una serie di sanguinosi attacchi terroristici in Israele per poi rovesciare l'Autorità Palestinese governata da Fatah. Lo hanno rivelato lunedì i servizi di sicurezza israeliani che indagano sulla rete terroristica dal maggio scorso e hanno operato una novantina di arresti, scoprendo cellule terroristiche in 46 città e villaggi palestinesi tra cui a Jenin, Nablus, Ramallah, Hebron oltre che a Gerusalemme est, e sequestrando ingenti somme di denaro e armi da guerra. Il quartier generale di Hamas all'estero con base in Turchia aveva orchestrato il piano, incentrato su una serie di stragi terroristiche contro obiettivi israeliani".
   Caro G. sai perché Hamas ricevono tanti consensi? Perché mostrano senza posa immagini terribili di feriti e distruzione (che, come sai, è generata spesso dai loro stessi missili). Noi, in Israele, non mostriamo queste immagini per non ferire e colpire ulteriormente le famiglie già provate da tanta sofferenza. E cosa mostriamo? Mostriamo i nostri ragazzi, i mariti, i padri che lasciano tutto per difendere non solo noi…! Ecco questa è la vera nostra tragedia caro G.: noi in Israele, stiamo combattendo per tutto l'Occidente, siamo di nuovo e come ogni volta la diga che argina e combatte il califfato, la sharia, quei barbari che tagliano le teste, che violentano, infibulano, che perseguitano i cristiani, le donne e tutti coloro che non reagiscono per paura o perché credono, come credevamo noi ebrei negli anni Trenta, che le leggi razziali fossero un episodio passeggero, che i nazisti non sarebbero arrivati a tanto.
   I soldati di Zahal sono all'erta per proteggere noi, che la storia la conosciamo bene, ma anche per affrancare i poveri cittadini palestinesi che sono schiavi del terrorismo come noi. I cittadini israeliani sono anche loro in prima linea, di nuovo, sotto una pioggia di missili. Guardo di nuovo gli sguardi rassicuranti dei soldati israeliani, che sono lì per difendere e le facce travisate dall'odio dei capi di Hamas che vivono per affermare il loro potere e che giurano la distruzione di Israele. Ascolto le parole del giornalista americano, inginocchiato davanti all'aguzzino del Daesh e vorrei dirti caro G. che i nostri ragazzi stanno combattendo strenuamente anche per te, per la tua famiglia e per tutto l'Occidente. Meritano il tuo "mi piace"!

(Tempi, 25 agosto 2014) 

 

 

Ritratto di alex

Solo ora il mondo inorridisce?

Israele combatte contro la stessa mentalità dell'ISIS, ma lo sdegno del mondo è solo contro Israele

di Justin Amler

Il presidente Obama ha detto che il mondo è rimasto inorridito per l'assassinio del giornalista James Foley, decapitato dal gruppo terroristico islamista ISIS. Ha anche detto che il gruppo è un relitto del passato che non ha posto nel XXI secolo. Purtroppo è il presidente Obama che vive fuori dal mondo del XXI secolo.
La realtà è che l'assassinio di James Foley, benché estremamente barbaro e crudele, non è affatto unico. E' solo uno degli innumerevoli spietati omicidi di persone innocenti perpetrati nella regione da questo genere di terroristi. E non si tratta solo dell'assassinio di uomini adulti. Si tratta anche di donne. E bambini. E neonati. Eppure il presidente Obama dice che ora il mondo è inorridito?
 
L'amara realtà è che il mondo non è realmente inorridito. Non ci sono cortei per le strade di Parigi o New York o Londra che invochino l'intervento della comunità internazionale. Non ci sono manifestazioni di massa nelle capitali arabe contro questo orrore, con espressioni di furore e bandiere bruciate. E certamente non ci sono riunioni d'emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Per dirla tutta, sebbene la gente abbia sicuramente condannato quell'orribile assassinio davanti alla telecamera, non si può dire che se ne preoccupi come di qualcosa che la riguardi direttamente.
 
Ed è qui che entra in ballo Israele. Israele sta combattendo contro la stessa mentalità che anima il gruppo ISIS, che qui da noi si fa chiamare Hamas. Una rapida lettura della loro Carta fondamentale rivela immediatamente che gli obiettivi sono gli stessi.
Ma mentre l'America ha il lusso di un Oceano Atlantico che la separa da questa gente, Israele non ce l'ha. Ciò che separa Israele da Hamas sono pochi chilometri, talvolta poche centinaia di metri, e la bravura delle Forze di Difesa israeliane. Se Hamas dovesse mai sconfiggere Israele, non è difficile immaginare quale sarebbe il destino delle persone che vi abitano. E non solo degli ebrei, per inciso. Chiaramente anche cristiani e musulmani moderati sarebbero sulla lista.
Eppure, non appena Israele si è difeso contro Hamas, ecco che il mondo è improvvisamente inorridito. Improvvisamente tutto lo sdegno che era rimasto penosamente assente negli anni in cui si consumava la carneficina della guerra civile siriana e l'impetuosa avanzata dei terroristi dell'ISIS, improvvisamente è traboccato da tutto il mondo: ma non a difesa di Israele, bensì contro.
Il mondo ha finalmente ritrovato la voce, e l'indignazione trasuda da tutte le manifestazioni a New York, a Londra a Parigi, nelle capitali arabe: ma non contro le persone che sbraitano di gioia mentre tagliano la testa degli innocenti, bensì contro l'unico paese che lotta in prima linea per la propria stessa sopravvivenza contro un male che, così com'è, non si vedeva dai tempi del nazismo.
 
Il presidente Obama l'ha quasi detta giusta. Ha detto che il mondo è inorridito. In realtà avrebbe dovuto dire che il mondo, talvolta, fa inorridire.
 
Ritratto di alex

Quanto conta la paura a Gaza?

Esistono numerose testimonianze di come Hamas abbia minacciato i giornalisti presenti a Gaza, condizionando pesantemente la copertura del conflitto da parte dei media. Il motivo principale per cui non esistono inchieste giornalistiche sull'operato e sui crimini di Hamas potrebbe essere semplicemente la paura. Il Times of Israel, per esempio, ha confermato come ci siano stati numerosi casi in cui i giornalisti sono stati interrogati e minacciati, con una particolare aggressività di coloro che avevano scattato fotografie o effettuato riprese di terroristi impegnati a preparare il lancio di missili in aree in cui erano presenti strutture civili. Apparecchiatura sequestrata, minacce, in alcuni casi il divieto di lasciare Gaza, probabilmente sono le ragioni di una autocensura che però sta ora lasciando filtrare notizie sempre più precise.
Un giornalista spagnolo ha raccontato che vedere uomini in abiti civili ma armati, assistere alla preparazione e al lancio dei missili che continuano implacabilmente a colpire Israele da settimane non è affatto impossibile: "È molto semplice: noi tutti siamo stati testimoni di numerosi lanci di razzi, avvenivano anche molto vicino all'albergo dove stavano i giornalisti ma nel momento stesso in cui cercavamo di filmarli ci sparavano e minacciavano di morte".
Alcuni giornalisti, nonostante le minacce, hanno raccontato di aver assistito in prima persona all'utilizzo dei civili come scudi umani. Aishi Zidan, giornalista finlandese di Helsingin Sanomat, ha riferito di un razzo partito dal cortile dello Shifa Hospital, e anche altri due giornalisti di Al-Jazeera e di France 24 hanno ripreso, seppure in maniera del tutto involontaria, Hamas che faceva partire missili da aree densamente popolate.
La New Delhi Television, il cui corrispondente ha filmato la preparazione di una base di lancio, ha messo in onda le immagini solo dopo che la troupe ha lasciato Gaza.
Un giornalista italiano, Gabriele Barbati, corrispondente di TgCom24, ha aspettato di essere uscito da Gaza per confermare la responsabilità di Hamas per i colpi che hanno colpito il campo profughi di Shati (uccidendo anche nove bambini). Hamas ha anche ordinato al giornalista - nativo di Gaza - Radjaa Abou Dagga, collaboratore di Liberation di lasciare la Striscia immediatamente. Sarebbe stato convocato da membri del servizio di sicurezza del movimento islamista nei locali dell'ospedale Al Shifa, nel centro di Gaza, dove ha subito un interrogatorio in piena regola. "Sono rimasto sorpreso dal loro modo di fare - ha affermato il giornalista - quando mi hanno lasciato andare mi hanno lanciato un avvertimento ben chiaro: 'Per il tuo bene faresti bene a lasciare Gaza il più presto possibile'". E l'associazione Reporters sans frontieres conferma che i militanti di Hamas avrebbero minacciato diversi altri giornalisti, sia palestinesi che stranieri.

(moked, 21 agosto 2014)
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La ferocia di Hamas - di Daniel Reichel

Una vendetta per la morte di alcuni dei suoi capi militari. Secondo l'esercito israeliano, è possibile che Hamas stia preparando un piano per un attacco terroristico su larga scala contro Israele oppure il rapimento di civili o soldati sul confine con Gaza. Per questo la zona di frontiera è stata rinforzata, con i soldati di Tzahal a perlustrare la zona. C'è il rischio, dichiarano dall'esercito, che il movimento terroristico possa utilizzare dei tunnel sotterranei per infiltrarsi in territorio israeliano. Nonostante l'ampia operazione portata avanti da Israele per distruggere la rete di cunicoli costruita da Hamas, il pericolo che alcuni di questi tunnel non siano stati scoperti esiste. E mentre le autorità israeliane controllano i confini con Gaza, dalla Striscia continuano a partire razzi contro Israele. A Beersheva, un uomo è rimasto ferito da colpi di mortaio mentre un missile è caduto in un'area vicino a Tel Aviv. Nella sola giornata di ieri, 109 razzi sono stati sparati contro Israele. Alcuni esperti israeliani dicono che Hamas stia esaurendo le scorte di armi (avrebbe ancora a disposizione il 25% del suo arsenale). Il premier Benjamin Netanyahu afferma che il movimento non è mai stato colpito così duramente e ieri tre dei suoi capi militari sono stati uccisi. Il nervosismo di Hamas nelle ultime ore ha mostrato una volta di più il volto del gruppo che controlla Gaza: 18 palestinesi sono stati giustiziati perché sospettati di aver passato informazioni a Israele. Almeno sei in pubblico, di fronte a una moschea.
Stando alle ricostruzioni dell'Agenzia France Press, uomini con le uniformi delle Brigate Ezzedine al-Qassam hanno portato i sei sospettati davanti alla moschea e, dopo averli spinti a terra, li hanno
giustiziati (si dovrebbe dire uccide, come per la mafia Hamas non ha un sistema di giustizia) a colpi di pistola. Un testimone - riporta la Afp - ha sentito uno degli aguzzini gridare: "questo è l'ultimo attimo dei collaboratori del nemico sionista".
Secondo Hamas, le 18 vittime avrebbero collaborato con Israele, indicando a Tzahal e all'intelligence israeliana tunnel e posizioni dei leader e miliziani del movimento nella Striscia, facendone un bersaglio dei raid israeliani. Nessun processo, ma solo efferata giustizia sommaria.

(moked, 22 agosto 2014)

Ritratto di alex

Hamas ammette la paternità dell'uccisione dei tre ragazzi israeliani

Una registrazione diffusa dal portavoce militare israeliano

Hamas ha ammesso la paternita' del rapimento e della uccisione dei tre ragazzi ebrei nel giugno scorso in Giudea-Samaria: lo afferma il portavoce militare israeliano sulla base di una dichiarazione di Salleh Aruri (un esponente di Hamas attivo in Turchia) diffusa ieri su internet.
Fin dalle prime fasi del rapimento Israele ne aveva attribuita la responsabilita', che invece se ne era detto estraneo. Parlando di fronte ai delegati dell'Unione internazionale degli studiosi islamici, Aruri ha detto: ''La lotta delle masse del nostro popolo si e' estesa in tutti i territori occupati ed il suo punto piu' fulgido e' stata la azione eroica condotta dalle Brigate al-Qassam (l'ala militare di Hamas) del rapimento dei tre coloni a Hebron'', in Cisgiordania.
Questa settimana lo Shin Bet (il servizio di sicurezza israeliano) ha indicato in Aruri l'istigatore di una vasta campagna di attentati che dovevano avvenire nei mesi scorsi in Israele e in Cisgiordania.
Il suo intento - seconndo lo Shin Bet - era sia di mietere numerose vittime fra gli israeliani sia di destabilizzare la situazione generale nei Territori, nella speranza anche di abbattere il regime di Abu Mazen. Ma, secondo Israele, gli arresti tempestivi di un centinaio di membri di Hamas hanno sventato questi progetti.

(ANSAmed, 21 agosto 2014)
Ritratto di alex


22 agosto 2005: drammatica ricorrenza

Esattamente nove anni fa, il 22 agosto 2005, si concludeva l'operazione di sgombero dei "coloni" israeliani dalla striscia di Gaza con il trasferimento delle ultime famiglie dall'insediamento di Netzarim. Allora il mondo applaudì a questo gesto israeliano di "buona volontà" e volle interpretarlo come un promettente passo avanti sulla via della pace.
Molti però erano quelli che avevano seri dubbi in proposito. Tra questi c'era sicuramente Michael Freund, a suo tempo consigliere del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e fondatore di "Shavei Israel", un gruppo operante a Gerusalemme con lo scopo di aiutare i «perduti ebrei» a ritornare a Sion. Due mesi prima che avvenisse la drammatica evacuazione, Freund scrisse una lettera aperta ai "Cari credenti biblici cristiani" invitandoli a elevare preghiere al Signore. La lettera iniziava così:
    «Cari credenti biblici cristiani,
     
    questo è un caso di emergenza. Fra meno di due mesi il Primo Ministro israeliano Ariel Sharon ha in programma di cacciare migliaia di ebrei dalle loro case e consegnare agli arabi parti della terra d'Israele.
    Tutto di un colpo, tutte le grandi città di Israele si troveranno alla portata dei razzi palestinesi e gruppi terroristici palestinesi avranno la possibilità di creare uno Stato canaglia terroristico da cui potranno destabilizzare tutta la regione.
    Adesso potreste chiedervi in che cosa tutto questo vi riguardi. Che cosa abbiamo a che fare con quello che accade a migliaia di chilometri di distanza nelle dune sabbiose di Gaza o nelle colline di Samaria?
    La risposta dovrebbe essere naturale. Può essere riassunta in una sola parola: Genesi.
    Più di tremila anni fa un brillante e originale pensatore di nome Abraamo riconobbe l'unico vero D_o e si incamminò sui suoi sentieri. Quando D_o gli ordinò di lasciare la sua patria, la sua terra natìa e la famiglia di suo padre, Abraamo ubbidì senza esitare. In questo modo entrò nella storia come il primo ebreo che fece alià e andò in Israele.
    E là, alla quercia di More, presso Sichem (Nablus), D_o concluse con il padre del popolo ebraico quel patto indissolubile: «Io darò questo paese alla tua discendenza» (Genesi 12:7).
    Se a quel tempo ci fosse stato l'ONU, si può immaginare come avrebbe reagito. Se fossero stati presenti i media liberali, nel riferire tutto quello che lì era successo certamente avrebbero criticato e distorto i fatti.
    Ma resta il fatto che la promessa di D_o al suo popolo eletto costituisce un tema centrale che percorre tutta la Bibbia. La promessa fu ripetuta a Giacobbe e a Isacco, e in seguito ai loro discendenti. E anche i profeti la ricordarono continuamente.
    Non c'è niente da fare: la terra d'Israele appartiene a Israele perché il D_o d'Israele ha detto così. Punto.
    E tuttavia in Israele si è fatto avanti un Primo Ministro che sta tentando di agire contro la promessa di D_o. Soltanto 38 anni dopo che Giudea, Samaria e Gaza sono ritornate per un miracolo al popolo ebraico, con la guerra dei sei giorni, Ariel Sharon vorrebbe far ritornare indietro questo miracolo e far passare grosse parti di territorio sotto il controllo dei palestinesi.
    E c'è anche il Presidente USA George W. Bush, che insiste a voler dividere la Terra Santa di D_o con la formazione di uno Stato palestinese parallelo a quello attuale di Israele.»
Nel seguito Freund invitava “i credenti biblici cristiani” a pregare affinché questo non avvenisse. Preghiere al Signore nella direzione richiesta certamente sono state elevate, ma è giocoforza riconoscere che Dio aveva altri piani. La previsione di Michael Freund però era giusta, e si è puntualmente avverata: tutte le grandi città di Israele si trovano oggi alla portata dei razzi palestinesi e gruppi terroristici palestinesi hanno avuto la possibilità di creare uno Stato canaglia terroristico da cui possono destabilizzare tutta la regione. Come aveva previsto Michael Freund. Oggi lo tocchiamo con mano.
Pochi mesi dopo quel fatale sgombero, nel gennaio 2006, l'ostinato artefice di quel trasferimento, il Primo Ministro Ariel Sharon, dovette lasciare definitivamente la guida di Israele a causa di una grave emorragia che lo colpì improvvisamente e lo lasciò in coma per il resto dei suoi giorni. Nella Bibbia il modo di morire dei personaggi legati alle sorti di Israele ha sempre un significato. Sarà così anche adesso? Forse. Resta il fatto che quella lacerante operazione non fece avanzare la pace neanche di un millimentro. Tutto il contrario: ha favorito la guerra e provocato sofferenze e lutti da tutte le parti.
Ripresentiamo, come spunto per una riflessione, due articoli apparsi sulle nostre pagine pochi giorni dopo quei drammatici fatti. M.C.


«Fate che Israele muoia». Firmato: Hamas

di Federico Steinhaus

Lo scorso 18 agosto [2005], nel pieno delle drammatiche attività di sgombero degli insediamenti israeliani nella striscia di Gaza, il leader di Hamas Mahmoud Al-Zahar ha rilasciato un'intervista ad Asharq Al-Awsat. Questa intervista è particolarmente illuminante sulla tattica e la strategia di Hamas, e ne chiarisce a fondo i motivi. Riteniamo di rendere un servizio al nostro pubblico di lettori pubblicandone alcuni estratti dal testo inglese diffuso da MEMRI.
"Il nostro progetto non è di liberare la striscia di Gaza, o la Cisgiordania o Gerusalemme. Il nostro progetto nella sua prima fase è di liberare le terre occupate nel 1967. Coloro che ritengono si tratti di una visione strategica e coloro che ritengono che si tratti di una soluzione provvisoria si sono trovati d'accordo su questo progetto. Pertanto noi non ci riprenderemo la striscia di Gaza per viverci in pace mentre il nemico sionista tiene prigionieri migliaia dei nostri figli ed occupa la Cisgiordania. La resistenza deve spostarsi nella Cisgiordania per espellere gli occupanti".
Alla domanda se Hamas riprenderà le sue operazioni contro città israeliane dopo il ritiro da Gaza la risposta è stata: "In primo luogo non esistono città israeliane. Quelli sono insediamenti di coloni. Se l'aggressione e l'occupazione continueranno il popolo palestinese non avrà altra alternativa che difendersi. Il popolo palestinese non uccide gli occupanti o sé stessi per divertimento o follia..."
Domanda: "Lei parla di attacchi sul territorio palestinese come se riconoscesse l'esistenza di Israele".
Risposta: "Sono fortemente in disaccordo con quanto dice. Noi non riconosciamo e non riconosceremo mai un cosiddetto stato di Israele. Israele non ha diritti su neppure un pollice di territorio palestinese. Questa è una affermazione importante. La nostra posizione deriva dalle nostre convinzioni religiose. Questa è terra sacra. Non è proprietà dei palestinesi o degli arabi. Questa terra è proprietà di tutti i musulmani in ogni parte del mondo. Noi consideriamo la striscia di Gaza, Gerusalemme e la Cisgiordania come una unità geografica, come citano le risoluzioni ONU 242 e 238, che non sono state applicate...".
Nelle fasi successive dell'intervista, il leader di Hamas mette a fuoco i difficili rapporti fra la sua organizzazione e l'Autorità Palestinese, condannando i tentativi di sbloccare la situazione con l'uso della forza da parte di Abu Mazen ed auspicando un dialogo fra le due componenti palestinesi che conduca alla costituzione di un potere forte ed unitario che lotti da pari a pari contro Israele.
Nel corso di questa intervista, il leader di Hamas precisa alcuni altri punti del programma che intende realizzare: "...Nel campo dell'educazione noi vogliamo insegnare al popolo la nostra storia, ed insistiamo che il popolo deve imparare il Corano. Anche se il Corano attacca gli ebrei in alcuni dei suoi versetti, il popolo lo deve leggere. Non possiamo accettare una manipolazione del Corano e della religione. Noi siamo contrari ad ogni cooperazione economica con Israele... Vogliamo ampliare ed allargare la cultura della resistenza... Cambieremo i nomi degli insediamenti per onorare i martiri morti attaccandoli... Diremo ai turisti che l'onesto fucile è stato capace di conquistare la vittoria".
Hamas intende - afferma il suo leader- partecipare a future elezioni palestinesi sulla base di un programma che ponga fine agli accordi di Oslo. Hamas è parte del movimento internazionale islamico ed è in questa prospettiva che vanno considerate le sue decisioni anche per quanto riguarda la partecipazione ad elezioni palestinesi.
Infine, la domanda: "Gli israeliani temono che Gaza possa diventare la terra di Hamas dopo il ritiro", e la lapidaria risposta: "Fate che Israele muoia".
"Noi non cederemo mai il nostro diritto al ritorno. Tutta la Palestina è nostra. Quando una parte qualsiasi di essa è liberata, qualsiasi palestinese e musulmano avrà il diritto di stabilirvisi... Noi non consideriamo l'Occidente come un nemico ma crediamo che il sionismo cristiano sia criminale".
A ben considerare, questa intervista non contiene novità sostanziali. L'aspetto che la rende interessante è il contesto: essa viene rilasciata dal leader di Hamas ed è destinata al pubblico arabo ed islamico; viene rilasciata nel pieno dello sgombero di Gaza e prefigura lo scontro con l'Autorità Palestinese per il predominio politico in questo primo vero nucleo di stato; delinea la strategia non solo riferita alla politica interna ma anche ai progetti educativi ed ai rapporti con l'occidente. Adesso si tratta di verificare se l'occidente, come aveva fatto in passato con Hitler e Stalin, vorrà girare altrove lo sguardo dicendo che quelle sono solo parole, o se vorrà dare loro il peso reale di un programma politico che Hamas ha la capacità e la forza di imporre, in una prospettiva non tranquillizzante di fusione ideologica ed operativa con le strategie globali dell'Islam radicale, si chiami Al Qaeda o Iran.

(Informazione Corretta, 22 agosto 2005)

*
La guerra continua

di Marcello Cicchese

E' fatta! I territori "occupati" dagli insediamenti ebraici sono stati sgomberati. I "coloni" si sono lasciati "trasferire" più velocemente e più pacificamente del previsto. La comunità internazionale ha applaudito, i potenti della terra si sono congratulati con i capi d'Israele per la relativa calma con cui il tutto è avvenuto. «E' un avanzamento verso la pace», hanno detto, mentre in realtà è un arretramento del fronte in una situazione di guerra. Ed è una guerra feroce, quella che conducono gli arabi, simile a quella che Hitler scatenò contro la Russia. Una guerra in cui non è in gioco la terra, ma le persone. E' guerra contro un tipo umano, non contro una nazione. Proprio la calma in cui il "trasferimento" è avvenuto dovrebbe far riflettere e provocare forse qualche problema di coscienza, soprattutto negli spettatori internazionali che hanno guardato e applaudito lo spettacolo. I prepotenti "coloni" erano dunque gente tranquilla, a quel che sembra. Perché se ne sono dovuti andare? Perché il prodotto di anni di lavoro, case, aziende, piantagioni, tutti beni di cui anche altri avrebbero potuto godere, hanno dovuto essere distrutti? Si conosce la risposta: perché su quella terra deve nascere il futuro stato palestinese, il quale, dopo le dovute "prove di buona volontà" da parte dei vicini ebrei, vivrà in pace con l'attuale stato israeliano. E perché mai in uno stato arabo che vivrebbe in pace con lo stato ebraico non potrebbe vivere una piccola minoranza di ebrei, quando nel vicino stato ebraico vivono da anni centinaia di migliaia di arabi? Sembra che per far nascere uno stato palestinese sia assolutamente indispensabile che sulla sua terra non si trovi traccia di ebrei. E la cosa sembra ragionevole, anche a molti ebrei. Ma è questo il significato della parola "pace"? Vivere in pace per gli arabi significa non essere disturbati dalla presenza di ebrei? Si dirà che i "coloni" volevano il grande Israele, e che occupavano illegittimamente un territorio non loro. Potrebbe anche essere, ma quanto alle intenzioni, sarebbe stato sufficiente far sapere loro che erano desideri destinati ad essere vanificati; e quanto alla legittimità della loro presenza su quella terra, era una cosa che poteva e doveva essere verificata soltanto dopo avere costituito uno stato di diritto, e non prima. Su questo avrebbe dovuto esercitare la sorveglianza la comunità internazionale: avrebbe dovuto esigere che prima di tutto su quella terra si costituisca uno stato di diritto, in cui l'autorizzazione a vivere in certe zone sia stabilita dalla legge, e non dagli attentati terroristici. I capi delle nazioni avrebbero dovuto dire: «Nascerà uno stato palestinese soltanto quando gli arabi avranno dato prova di saper accettare sulla loro terra anche la presenza di ebrei, e non solo come turisti, ma anche come cittadini dello stato o come cittadini stranieri che hanno dei possedimenti in una nazione estera, come accade in tutte le parti del mondo.» Avrebbe dovuto essere questa la "prova di buona volontà" da richiedere ai palestinesi. Ma questo non è stato fatto. «Prima di tutto gli ebrei se ne devono andare, poi si potrà parlare», questa è la filosofia corrente.
Nessuno s'illuda: la guerra continua.  (infatti è continuata) 

(Notizie su Israele, 24 agosto 2005) 
Ritratto di alex

"Perché il mondo tace sul massacro dei cristiani?"

L'articolo del presidente del Congresso ebraico mondiale sul New York times: «Chi difenderà i perseguitati? Perché nessuno fa niente? Noi non staremo in silenzio. Questa campagna di morte deve essere fermata».

Martedì il presidente del Congresso ebraico mondiale, Roland S. Lauder, ha scritto un appello sul New York Times in difesa dei cristiani in Medio Oriente e in Africa, affinché il mondo si muova contro il massacro da parte dei fondamentalisti dell'Isis. Qui sotto una nostra traduzione di ampia parte del testo.
     
    Roland S. Lauder
    «Perché il mondo sta in silenzio mentre i Cristiani vengono massacrati in Medio Oriente e in Africa? In Europa e negli Stati Uniti abbiamo assistito a molte manifestazioni per la tragica morte dei palestinesi che sono stati usati come scudi umani da Hamas, l'organizzazione terroristica che controlla Gaza. Le Nazioni Unite hanno svolto indagini e concentrato il proprio sdegno nei confronti di Israele (…). Ma il barbaro massacro di migliaia e migliaia di Cristiani viene affrontato con relativa indifferenza.
      Il Medio Oriente e parte dell'Africa centrale stanno perdendo intere comunità cristiane che hanno vissuto in pace per secoli. Il gruppo terroristico Boko Haram quest'anno ha violentato e ucciso centinaia di cristiani, devastando due giorni fa la città prevalentemente cristiana di Gwoza, nello Stato di Borno, nel nordest della Nigeria. Mezzo milione di arabi cristiani sono stati cacciati dalla Siria durante gli oltre tre anni di guerra civile. I Cristiani sono stati perseguitati e uccisi in paesi che vanno dal Libano al Sudan. Gli storici potrebbero guardare indietro a questo periodo e chiedersi se la gente aveva perso la rotta. Pochi giornalisti hanno viaggiato in Iraq per testimoniare l'ondata nazista di terrore che si sta diffondendo all'interno del paese (…). I leader mondiali sembrano consumarsi in altre questioni durante questa strana estate del 2014. Non ci sono flotte in viaggio per la Siria o l'Iraq. E le belle celebrità e le vecchie rock star, perché il massacro dei Cristiani non pare attivare i loro sensori sociali? Obama dovrebbe essere lodato per aver ordinato agli aerei di attaccare e salvare le decine di migliaia di Yazidi (…), ma purtroppo gli attacchi aerei non bastano a fermare questa ondata grottesca di terrorismo.
      Lo Stato islamico in Iraq e in Siria (Isis) non è una libera coalizione di gruppi jihadisti, ma una forza militare vera e propria che è riuscita a impossessarsi di gran parte dell'Iraq grazie al business (…). Usa i soldi delle banche e dei negozi di oro di cui si è appropriato tramite il controllo delle risorse petrolifere e tramite le estorsioni in vecchio stile, per finanziare la propria macchina di morte, rendendosi probabilmente il gruppo islamista più ricco del mondo. Ma ciò in cui più di tutto eccelle è la carneficina, che compete con le orge di morte del Medio Evo. Prendono spietatamente di mira gli sciiti, i curdi e i cristiani. «Hanno infatti decapitato i bambini e messo le loro teste su un bastone», ha dichiarato alla Bbc un uomo d'affari americano-caldeo di nome Mark Arabo, descrivendo una scena in un parco di Mosul. «Altri bambini vengono decapitati, le mamme sono violentate e uccise e i padri vengono crocifissi». Questa settimana 200mila armeni sono fuggiti dalla terra dei loro avi vicino a Ninive, dopo essere già scappati da Mosul. L'indifferenza generale verso l'Isis, con le sue esecuzioni di massa dei cristiani e la sua volontà di morte di Israele, non è solo sbagliata; è oscena.
      In un discorso davanti a migliaia di cristiani a Budapest nel mese di giugno, ho fatto una promessa solenne che, come non starò in silenzio di fronte alla crescente minaccia dell'antisemitismo in Europa e in Medio Oriente, non rimarrò neppure indifferente alla sofferenza cristiana. Storicamente, è quasi sempre stato il contrario: gli ebrei sono stati troppo spesso la minoranza perseguitata.
      Ma Israele è stato tra i primi paesi ad aiutare i cristiani in Sud Sudan. I cristiani possono praticare apertamente la loro religione in Israele, a differenza di quanto avviene in gran parte del Medio Oriente. Questo legame tra ebrei e cristiani ha assolutamente senso. Condividiamo molto di più della maggior parte delle religioni. Leggiamo la stessa Bibbia e condividiamo un nucleo morale e etico. Ora, purtroppo, condividiamo un tipo di sofferenza: i cristiani stanno morendo a causa delle loro convinzioni, perché sono indifesi e perché il mondo resta indifferente alle loro sofferenze.
      Le persone buone devono unirsi e fermare questa ondata di violenza rivoltante. Non è come se noi fossimo impotenti. Scrivo questo da cittadino della più forte potenza militare sulla terra. Scrivo questo da leader ebreo che si preoccupa per i suoi fratelli e sorelle cristiani. Il popolo ebraico capisce fin troppo bene cosa può accadere quando il mondo tace. Questa campagna di morte deve essere fermata.»
(Tempi, 21 agosto 2014)
Ritratto di alex

Perché in tutte le epoche qualcuno ha tentato di eliminare gli Ebrei ed Israele? --- scopriamolo nella Bibbia ---

In tutto questo, dal punto di vista Satanico, la distruzione d'Israele diventa strategica. L'ottenimento di tale risultato ha ancora una volta una valenza doppia: la prima è di smentire la Bibbia, la cancellazione della nazione d'Israele rende nullo tutto il Piano di Dio descritto nella Bibbia, perché viene a mancare l'elemento umano che fa da riscontro alle profezie (Gesù nasce dalla discendenza di Davide sia Giuseppe, padre adottivo, che Maria)

Il secondo aspetto è militare, nell'ambito del conflitto umano-spirituale in essere sulla terra. L'eliminazione fisica del popolo e della nazione d'Israele in anticipo rispetto ad Harmaghedon rende vittorioso Satana già in questo momento. Il primo giudizio dell'operato di Satana avviene in corrispondenza dell'ultima battaglia della nostra storia che si svolgerà in Israele a Meghiddo dopo che questi si sarà convertito a Cristo, un monte con di fronte una piana immensa, detto Harmaghedon.

Questa battaglia è descritta in Apocalisse 16: "Poi il sesto angelo versò la sua coppa sul gran fiume Eufrate, e l’acqua ne fu asciugata affinché fosse preparata la via ai re che vengono dal levante. E vidi uscir dalla bocca del dragone e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta tre spiriti immondi simili a rane; perché sono spiriti di demoni che fanno dei segni e si recano dai re di tutto il mondo per radunarli per la battaglia del gran giorno dell’Iddio Onnipotente. Ed essi li radunarono nel luogo che si chiama in ebraico Harmaghedon. "

Perciò se Satana riuscisse a distruggere completamente Israele, smentirebbe la Bibbia e non assedierebbe Israele a Meghiddo dove sarà sconfitto: "E vidi la bestia e i re della terra e i loro eserciti radunati per muover guerra a colui che cavalcava il cavallo e all’esercito suo. E la bestia fu presa, e con lei fu preso il falso profeta che aveva fatto i miracoli davanti a lei, coi quali aveva sedotto quelli che avevano preso il marchio della bestia e quelli che adoravano la sua immagine. Ambedue furono gettati vivi nello stagno ardente di fuoco e di zolfo. E il rimanente fu ucciso con la spada che usciva dalla bocca di colui che cavalcava il cavallo; e tutti gli uccelli si satollarono delle loro carni." (Apoc 19:19-21).

Da il libro: il piano di Dio
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Ritratto di alex

In merito a quest'ultima guerra è utile fare una piccola cronologia degli eventi.

L'uccisione di tre adolescenti da parte di Hamas (con feste in strada) (orribile poi l'uccisione del palestinese da parte di ragazi ebrei, arrestati e probabilmente condannati presto all'ergastolo da Israele)...
A seguito di queste uccisione Israele, ispezionando il territorio circostante, ha scoperto che si erano infiltrati tramite dei tunnel dei palestinesi in terra d'Israele.

Israele ha deciso, quindi, di smantellare queste ramificazioni nel quale sono stati trovati anche grossi stanzoni che sarebbero stati utilizzati per sequestrare centinaia di ebrei... Questo sarebbe accaduto alla prossima festa ebraica come si può leggere qui sotto.

Entrate di tunnel e riserve di armi, in particolare razzi e lanciarazzi, spesso ubicate in palazzine, scuole, moschee....

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In questi giorni circola in Israele una e-mail, naturalmente in ebraico, che riporta il racconto di un militare israeliano che sta combattendo a Gaza. La scrittice israeliana Naomi Ragen ne ha fatto girare una traduzione in inglese che qui traduciamo in italiano.

Io e i miei compagni avevamo catturato un certo numero di terroristi di Hamas. Quando li abbiamo interrogati, abbiamo chiesto loro: visto che avete costruito così tanti tunnel a 7/8 metri di profondità per entrare in Israele e raggiungere Beer Sheva, perché avete aspettato fino ad ora ad utilizzarli per i vostri attacchi terroristici e rapire o uccidere israeliani?
Questa è stata la loro risposta:

"Abbiamo costruito queste gallerie per dodici anni e stavamo aspettando il momento giusto, quando saremmo stati addestrati e pronti. Avevamo deciso che il momento giusto sarebbe stato quest'anno a Rosh Hashanà, 2014. Abbiamo scelto Rosh Hashanà perché la maggior parte dei soldati in quell'occasione ottiene il permesso per tornare casa, non ci sono molti militari di guardia ed è una vacanza di due giorni. I miliziani di Hamas sarebbero passati attraverso i tunnel che abbiamo costruito in dodici anni e avrebbero attaccato Israele. In ogni tunnel avremmo inviato due, tre dozzine di miliziani per catturare e rapire civili, donne e bambini, e portarli a Gaza attraverso i tunnel. Israele allora non avrebbe potuto bombardare i tunnel, a causa di tutti i civili israeliani che erano al loro interno. In questo modo avremmo occupato l'intero paese, governato Israele e ucciso tutti i sionisti. Per anni abbiamo pianificato questo e la cosa sarebbe avvenuta fra due mesi. I vostri attacchi su Gaza hanno distrutto i nostri piani."

A queste parole una persona ha aggiunto: Dopo che i nostri tre ragazzi sono stati trovati morti, molte persone religiose si sono chieste: che ne è stato, di tutte le nostre preghiere? Adesso si vede quello che è successo. Dio ci ha ascoltati: con la morte di questi tre ragazzi martiri tutto Israele è stato salvato da un terribile massacro. Tutte le cose che abbiamo visto quest'estate sono un miracolo, uno dopo l'altro. Continuate a pregare e fortificatevi a vicenda. E rendete grazie a Dio che veglia sul popolo ebraico nella terra Egli ha promesso loro.

(Newsletter di Naomi Ragen, 28 luglio 2014 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

 
 
 
 
 
 
 
Tunnel e armi per attaccare Israele a sangue freddo in una moschea a Gaza
Tali strutture sarebbero state utilizzate per sequestrare cittadini Israeliani

 
 



Missili partiti da Gaza, prima dell'intervento armato d'Israele
I lanci avvengono da strutture equipaggiate (lanciatori)
Installati in condomini e in scuole
questa tecnica di Hamas è ben nota, eventuali risposte d'Israele, come stanno avvenendo in questi giorni, provocherebbe vittimi tra i civili ad uso della causa rilanciata dai media internazionali
Ritratto di alex

La tregua doveva durare 72 ore e invece non è mai iniziata. Strage a Rafah Dagli interrogatori emerge che diversi terroristi verrebbero addestrati in Malesia.

di Michael Sfaradi

Quella che doveva essere una giornata tranquilla si è purtroppo rivelata una delle più sanguinose dall'inizio della guerra. Alle ore 09.30, infatti, un'ora e mezzo dopo l'entrata in vigore del "cessate il fuoco" voluto da Onu e dagli Usa, diversi combattenti di Hamas, contro tutte le regole della convenzione di Ginevra riguardanti le tregue, soprattutto quelle di tipo umanitario come in questo caso, sono usciti da un tunnel nella città di Rafiah e hanno aggredito dei soldati israeliani che si trovavano non molto lontano dall'entrata del tunnel stesso. Un terrorista suicida si è fatto esplodere uccidendo sul colpo 2 soldati e ferendone altri 5 e un altro (si tratterebbe del sottotenente Hadar Goldin, 23 anni), di cui non si conoscono le condizioni
Uomini di Hamas sono stati addestrati in Malesia, questo particolare è uscito durante gli interrogatori di alcuni prigionieri.  
fisiche, è stato rapito. In queste ore è in corso una vasta battuta di ricerca con l'ausilio di unità cinofile e tank. Il valico di Rafiah al confine fra Gaza ed Egitto, che doveva essere aperto per permettere il passaggio di aiuti umanitari, è rimasto chiuso a causa dell'attacco e la popolazione non ha potuto ricevere le derrate alimentari e le forniture mediche che aspetta da giorni. Dopo pochi minuti una salva di colpi di mortaio è stata sparata dai combattenti di Hamas verso un accampamento dell'esercito israeliano. Altri nove soldati sono stati uccisi e altri dieci feriti, e per finire, il "cessate il fuoco" che praticamente non ha mai avuto inizio, è stato definitivamente infranto con il lancio di decine di missili dalla Striscia verso i villaggi israeliani nel raggio di 40 chilometri dal confine. L'Idf ha allora ripreso le operazioni dal punto in cui le aveva sospese e ha ricominciato a martellare la Striscia con il tiro delle artiglierie. L'azione di guerra in tempo di tregua non ha permesso alla popolazione di ricevere gli aiuti e l'ha rimessa sotto bombardamento con i risultati che sono davanti agli occhi di tutti. Fonti mediche palestinesi hanno reso noto che 62 persone sono state uccise in un attacco nella zona di Rafah, le bombe hanno colpito l'ospedale della città Abu Yussuf al-Najar, i feriti sono centinaia e gli sbarramenti dell'artiglieria israeliana impediscono ai soccorritori di recuperare i morti.
   I missili che vengono lanciati verso Israele stanno diminuendo, secondo stime ne sono rimasti alcune centinaia a lungo e a medio raggio, e diverse migliaia quelli che raggiungono le città nel raggio di 20 / 25 chilometri dal confine con la Striscia.
   Si è chiarita la dinamica dell'incidente cha ha causato la morte dei 3 soldati israeliani e del ferimento di altri 15 all'interno di una struttura dell'Onu. Dopo aver fatto uscire in sicurezza alcuni anziani dalla clinica, all'interno della quale c'era l'ingresso a un tunnel, sono entrati e in quel momento una bomba di 80 chili che si trovava nell'intercapedine di un muro è esplosa. A guerra conclusa anche questa vicenda sarà al centro del contenzioso fra Israele e Onu sulla gestione delle strutture Unrwa e della mancata denuncia degli abusi che Ha-mas ha fatto su scuole, ospedali e ambulanze che godevano di extraterritorialità.
   Uomini di Hamas sono stati addestrati in Malesia, questo particolare è uscito durante gli interrogatori di alcuni prigionieri. La presenza di istruttori iraniani e di Hetzbollah a Gaza era nota, ma che la Malesia fosse implicata nell'addestramento di terroristi fa temere che nuove tattiche di guerriglia possano essere ora adottate. Ieri girava la notizia che Gerusalemme avesse richiesto l'uso dei depositi strategici di armi Usa in Israele, anche si era pensato a una mossa per tastare il polso dell'alleato le voci che oggi danno per certo movimenti di truppe Hetzbollah in Libano spiegano la mossa e aprono nuovi scenari che potrebbero preannunciare l'apertura di un fronte al Nord.

(Libero, 2 agosto 2014)
Ritratto di alex

 

“Sappiamo che Hamas usa gli scudi umani. Ma perché riportare questa notizia quando si è seduti nel bel mezzo della striscia di Gaza, circondati da uomini armati di Hamas?” si chiede un reporter di guerra, che vuole rimanere anonimo.

Oltre alla questione degli scudi umani c’è qualcos’altro che i media internazionali preferiscono ignorare: le esecuzioni sommarie di palestinesi accusati di “collaborazionismo” commesse nel corso delle ultime due settimane.

I media stanno aiutando Hamas a farla franca con i crimini di guerra. Hamas e i suoi propagandisti palestinesi continuano a sostenere che i movimenti islamisti non utilizzano i civili come scudi umani nella striscia di Gaza durante la guerra. Ma la verità è che Hamas ammette di usare civili innocenti come scudi umani per aumentare il numero delle vittime e screditare Israele agli occhi della comunità internazionale.

Tuttavia, quest’ammissione è passata inosservata alla maggior parte dei giornalisti e degli analisti occidentali. Molti reporter sembrano essere all’oscuro che gli alti dirigenti e i miliziani di Hamas trovino rifugio fra i civili e negli ospedali, soprattutto nello Shifa Hospital di Gaza City. È davvero una coincidenza che i portavoce di Hamas rilascino interviste ai media arabi e occidentali dai locali dello Shifa Hospital? Perché a nessuno è parso strano?

Naturalmente, i portavoce di Hamas, per attirare l’attenzione dei mezzi di comunicazione, fingono di andare a visitare i feriti in ospedale, mentre in realtà se ne stanno all’interno dell’edificio, sapendo bene che Israele non colpirebbe un sito così sensibile. Ciò che è inquietante è che i giornalisti stranieri non si sono preoccupati di chiedere (né hanno osato farlo) se qualcuno dei leader di Hamas e dei sedicenti portavoce si fosse nascosto all’interno del nosocomio, indipendentemente dalla risposta che avrebbero ricevuto.

Un inviato straniero ha spiegato che porre una domanda del genere avrebbe “messo in pericolo la mia vita”. Un altro ha ammesso davanti a un caffè che lui e i suoi colleghi erano troppo spaventati per riportare la notizia che avrebbe irritato Hamas e altri gruppi radicali.

Il 22 luglio Hamas e gli altri gruppi della “resistenza” palestinese hanno invitato gli abitanti della striscia di Gaza a non uscire di casa dopo le 23. Il monito, che è stato ignorato dalla maggior parte dei giornalisti, è stato pubblicato su molti siti web legati a Hamas. Ecco cosa fa: impone un vero e proprio coprifuoco agli abitanti della striscia di Gaza, nella speranza che essi siano uccisi o feriti da Israele. Ma questa, per quanto riguarda i media internazionali, è una notizia che ovviamente non vale la pena riportare.

Il 10 luglio sono emerse ulteriori prove dell’uso di civili come scudi umani da parte di Hamas. Il ministero degli Interni di Gaza ha pubblicato sul suo sito web in arabo un comunicato in cui si chiede ai residenti di non dare ascolto agli inviti israeliani di lasciare le proprie case, per evitare di essere feriti o uccisi dalle Idf, le forze di difesa israeliane.

Questo monito non è stato postato sul sito web in lingua inglese del ministero. Non sembra sorprendere che Hamas non voglia che il mondo sappia che i suoi dirigenti, dalle suite di lusso degli alberghi in Qatar e in altri Paesi, usino i civili come scudi umani.

Anche se quasi tutti gli inviati stranieri che si occupano del conflitto nella striscia di Gaza hanno degli “assistenti” di lingua araba, nessuno di questi “tuttofare” ha ritenuto necessario mettere in guardia i loro colleghi stranieri dai moniti lanciati da Hamas. Alcuni reporter occidentali, che sono venuti a conoscenza in seguito dell’avvertimento, hanno preferito far finta di nulla. Dopotutto, chi vuole avere seccature con Hamas, in particolar modo quando i suoi dirigenti e i combattenti sono molto nervosi e occupati a spostarsi da un nascondiglio all’altro? Fonti palestinesi hanno confermato che Hamas ha giustiziato almeno tredici palestinesi sospettati di “collaborazionismo” con Israele. Nessuno dei sospetti è stato processato e le esecuzioni sarebbero state eseguite nel modo più brutale, infliggendo varie torture dai violenti pestaggi alla rottura delle braccia e delle gambe.

Sempre secondo le fonti, Hamas gambizza altresì i sospetti “collaborazionisti” per impedire loro di muoversi. Molti altri, tra cui gli attivisti di Fatah, sono stati messi agli arresti domiciliari per volontà di Hamas. E anche di questo Hamas non vuole che i media internazionali parlino. Nemmeno uno dei giornalisti stranieri presenti nella striscia di Gaza ha menzionato nei suoi servizi le uccisioni brutali. Forse essi temevano di essere allontanati dal teatro di guerra e di essere inviati a svolgere il loro lavoro in un luogo anonimo.

Hamas è riuscita a evitare che i mezzi di comunicazione internazionali fornissero informazioni sulla perdita di vite umane tra gli appartenenti all’organizzazione. Ai reporter è stato permesso di parlare solo delle vittime civili. Avete visto qualche foto o avete letto qualche pezzo sugli uomini armati di Hamas? Ovviamente, no. La versione ufficiale è che non esistono. I giornalisti stranieri hanno soddisfatto le richieste di Hamas e continuano a evitare le notizie o le foto che mostrano un cinico sfruttamento dei civili innocenti in tempo di guerra da parte del movimento islamista. I mezzi di comunicazione si sono ancora una volta schierati nel conflitto israelo-palestinese. Così facendo, stanno aiutando Hamas a farla franca con i crimini di guerra.

(*) Gatestone Institute

Traduzione a cura di Angelita La Spada

Ritratto di alex

Hamas turned the neighborhood of Shuja'iya into a fortress for its weapons. It used the city of Beit Hanoun as a base for launching rockets. As this map shows, Hamas fires at Israel from everywhere in Gaza.

 

Ritratto di alex

 
Il sistema di difesa missilistica israeliano Iron Dome è entrato in funzione nella notte intercettando nei cieli di Tel Aviv due razzi lanciati dalla Striscia di Gaza.
Intanto la campagna militare dello Stato Ebraico è proseguita ieri mantenendo l'obiettivo già esplicitamente dichiarato dal Premier Benjamin Netanyauh: demilitarizzare la Striscia. Prima tappa, la distruzione dei tunnel, operazione di cui l'esercito stesso ha diffuso ieri delle immagini.
Le incursioni dei militari israeliani all'interno della Striscia di Gaza sono finalizzate proprio ad individuare le entrate e distruggere i tunnel utilizzati da Hamas, con l'impiego di robot inviati nelle cavità prima che i militari vi accedano.
L'altro obiettivo prioritario è quello di isolare e smantellare le postazioni da cui i militanti palestinesi sparano i razzi Grad e Katyusa con i quali Hamas penetra sempre più a fondo nel territorio israeliano.
Una guerra dai costi spropositati per la popolazione palestinese, ma che potrebbe incrinare in parte anche l'appoggio israeliano: sono ormai 53 i soldati dello Stato Ebraico morti dall'inizio delle operazioni, in appena tre settimane.

(euronews, 30 luglio 2014)

Una domanda che è anche una proposta: esiste la possibilità di fare modelli virtuali di quello che avrebbe provocato un razzo se non fosse stato interecettato? La rappresentazione simulata di quello che sarebbe successo potrebbe far riflettere qualcuno.


Ma tu, Israele, mio servo, Giacobbe che io ho scelto, progenie di Abraamo, l'amico mio, tu che ho preso dalle estremità della terra, che ho chiamato dalle parti più remote di essa e a cui ho detto: 'Tu sei il mio servo; ti ho scelto e non ti ho reietto', tu, non temere, perché io sono con te; non ti smarrire, perché io sono il tuo Dio; io ti fortifico, io ti soccorro, io ti sostengo con la destra della mia giustizia. Ecco, tutti quelli che si sono infiammati contro di te saranno svergognati e confusi; i tuoi avversari saranno ridotti a nulla e periranno. Tu li cercherai e non troverai più quelli che contendevano con te. Quelli che ti facevano guerra saranno come nulla, come cosa che non è più; perché io, l'Eterno, il tuo Dio, sono colui che ti prende per la mano destra e ti dico: 'Non temere, io t'aiuto!'
dal libro del profeta Isaia, cap. 41


Fonte: http://www.ilvangelo-israele.it/
Ritratto di alex

Ospedale e campo palestinese sono stati colpiti dai razzi della Jihad Islamica

I terroristi palestinesi a Gaza lanciano razzi dalle aree civili e colpiscono la loro popolazione

Foto aeree su cui sono indicati i luoghi dove sono stati lanciati e quelli dove si sono abbattuti i razzi palestinesi, lunedì scorso, intorno alle 16.58 (ora locale) - cliccare sull'immagine per ingrandire
L'ospedale Shifa e il campo palestinese di Al-Shati nella striscia di Gaza sono stati colpiti lunedì scorso da razzi palestinesi che le organizzazioni terroristiche avevano lanciato verso Israele, ma che sono ricaduti in territorio palestinese.
Lo ha ribadito Yoav Mordechai, Coordinatore delle attività governative israeliane nei territori, parlando all'agenzia di stampa palestinese Ma'an. Yoav Mordechai ha confermato che la morte dei bambini nel campo di Al-Shati e i danni all'ospedale Shifa sono stati causati da falliti attacchi missilistici della Jihad Islamica contro Israele, spiegando che i razzi sono stati sparati dalla direzione di Tel al-Hawa, a Gaza.
In particolare un razzo Fajr-5 con testata da 100 kg di esplosivo, lanciato da un parco giochi all'esterno dell'ospedale Shifa perché andasse ad abbattersi sul centro di Israele, è esploso anticipatamente causando vittime.
Hamas e Jihad Islamica si erano precipitate ad accusare Israele, automaticamente riprese senza verifiche da social network e stampa internazionale....

(israele.net, 30 luglio 2014)
Ritratto di alex

Colpita a Gaza una scuola dell'Onu. Razzi nascosti nella sua sede

Durante la notte tra il 29 e il 30 luglio gli attacchi aerei israeliani hanno colpito una scuola dell'Onu, dove si erano rifugiati molti civili palestinesi, nonostante Israele avesse avvertito che quel quartiere sarebbe stato bombardato. Sono morte 20 persone. Nei giorni scorsi è accaduto che Hamas contrastasse le evacuazioni, inducendo la gente a restare nelle proprie case. Israele ha del resto più volte accusato l'organizzazione terroristica palestinese di usare la popolazione come scudo umano.
I raid dell'aviazione di Tel Aviv sono proseguiti fino all'alba. Al momento si contano 43 morti. Contemporaneamente sono proseguiti i lanci di missili su Israele. Da fonti delle Nazioni Unite arriva una denuncia contro Hamas: ha nascosto parecchi razzi all'interno delle scuole Onu aperte a Gaza, violandone la neutralità.

(Leonardo.it, 30 luglio 2014
Ritratto di alex

La strage dei bimbi nel parco giochi è stata colpa di un razzo di Hamas e non di Israele

«Lo confermo ora che sono fuori da Gaza: la strage di bambini a Shati non è colpa di Israele». A scriverlo, con un tweet che in pochi minuti è stato fatto rimbalzare oltre 200 volte nella Rete, è Gabriele Barbati, giornalista italiano, corrispondente dalla striscia di Gaza di TgCom24. Dopo la morte dei bimbi sulla giostra a Gaza sono arrivati tipi di Hamas o di altra fazione a ripulire i detriti del razzo impazzito.

- Il massacro di Shati
  La strage di bambini a cui si riferisce è quella "del parco giochi": nove piccoli uccisi il 28 luglio nel campo profughi di Shati mentre giocavano nei pressi di una giostra (altri hanno parlato di un'altalena). Il messaggio del giornalista contiene due informazioni. La prima, la più esplicita, è la conferma di quanto denunciato da Israele subito dopo la diffusione della notizia: quei nove morti non sono colpa dei bombardamenti di Israele, bensì di un razzo "impazzito" di Hamas. La seconda informazione riguarda invece lo stesso reporter e la gestione dei media a Gaza: finché Barbati si è trovato all'interno della Striscia non ha potuto twittare la verità. Da più parti sono arrivate denunce circa il controllo e le pressioni che Hamas esercita su chi da dentro Gaza raccoglie e diffonde notizie nel mondo. E' di questi giorni la notizia del giornalista francese di Liberation cacciato da Hamas
Ma ecco il tweet completo di Gabriele:


Insomma un'altra verità rispetto a quella diffusa ieri da quasi tutti i media italiani.
Ma Barbati non è solo. Sempre su Twitter il giornalista del Wall Street Journal, El-Ghobashy ha scritto che le lesioni al muro esterno dell'ospedale di Shati suggeriscono l'ipotesi di "un razzo impazzito" di Hamas. Il tweet, poco dopo la pubblicazione è stato rimosso.

(Il Messaggero, 30 luglio 2014)
Ritratto di alex

Il consulente di Netanyahu ci spiega la lunga guerra d'attrito a Gaza

di Giulio Meotti

C'è una espressione che riassume la strategia di Israele a Gaza: "Tagliare l'erba". Quando il nemico si fa aggressivo, si taglia l'erba. Quando ricresce si torna a tagliarla. "E' la 'long war strategy' di Israele", ci dice Efraim Inbar, stratega fra i più ascoltati, capo del Besa Center e consulente ufficioso del premier Benjamin Netanyahu.
Ieri Israele ha accettato una nuova tregua umanitaria, mentre aggiungeva altri tre soldati alla conta dei propri caduti. Fra Hamas e Israele rimbalzano le accuse per una bomba in un mercato a Shejaiya (quindici i morti palestinesi).
"Hamas, Jihad islamico e salafiti vedono Israele come un'aberrazione teologica", ci dice Inbar. "Il fanatismo di questi gruppi, l'ideologia radicale e la loro strategia a lungo termine della violenza porta a un conflitto irrisolvibile. E' impossibile distruggere Hamas, come è impossibile distruggere i Talebani in Afghanistan. Puoi infliggergli un colpo durissimo, ma sono parte della popolazione. Basta un trenta per cento di fedeli per creare un regime omicida come quello di Gaza". Che fare allora?
Il governo sta pensando a occupare parti strategiche della Striscia senza per questo prendersi in carico la vita dei palestinesi.
La domanda sta dividendo il gabinetto di sicurezza di Netanyahu e l'Idf, l'esercito israeliano. Ieri, sulla stampa in lingua ebraica sono uscite le critiche di alti ufficiali a Netanyahu. "O andiamo avanti o dobbiamo ritirarci". Il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, quello dell'Economia Naftali Bennett e dell'Interno Gideon Saar chiedono al premier di andare fino in fondo, fino a Jabalya, il cuore del potere di Hamas. "Non dobbiamo togliere il piede dal gas", dicono gli ambienti vicini al capo della diplomazia israeliana. Efraim Inbar non è d'accordo. "Israele non ha una strategia, ma soltanto tattiche. Hamas ha pagato un prezzo sufficiente? Se sì e il regime islamico resta in piedi, Israele deve basarsi sulla deterrenza. Il governo sta pensando a occupare parti strategiche della Striscia senza per questo prendersi in carico la vita dei palestinesi. Potrebbe essere una soluzione. E se decide di andare fino in fondo, sarà in gioco la vita di tanti soldati, l'amicizia con l'America, l'opinione pubblica interna".
E' il dilemma di Netanyahu. "Il successo di Israele finora è stato il suo sistema di difesa missilistico, che ha permesso al fronte interno di mantenere la normalità. Israele ha mostrato determinazione per le operazioni a terra, nonostante le vittime. La maggioranza della popolazione sa che non possiamo abbandonare i kibbutz del sud. E che questa, come altre, è una guerra senza scelta". Hamas non sta sanguinando abbastanza. "Israele ha distrutto la sua prima linea di difesa, i tunnel. Ma gli uomini, le armi pesanti e i macchinari per fabbricare i missili sono tutti nel nord. La vera battaglia per Gaza deve ancora iniziare e forse non inizierà. Perché è un conflitto irrisolvibile e prolungato. Non c'è soluzione politica".
Hamas può essere rovesciato, ma le alternative sono peggiori: "Il controllo israeliano, gruppi più radicali, o il caos. Nessuna delle tre è una alternativa. Il governo ha saggiamente definito obiettivi politici e militari limitati per l'offensiva. Nel lungo termine si tratta di logorare le capacità del nemico. Distruggere i tunnel era un obiettivo militare raggiungibile".
La storia sembra dare ragione a Inbar. Da quando ha lasciato Gaza nel 2005, Israele ha già condotto tre operazioni militari limitate. "E' la strategia militare che è cambiata". Fino a dieci anni fa, Israele non aveva misure difensive, oggi è sotto gli occhi di tutti il successo della barriera "Iron Dome". Inoltre oggi l'aviazione, come ha detto il suo comandante Amir Eshel, "è in grado di colpire in meno di 24 ore gli stessi obiettivi che nel 2006 distrusse in trentatré giorni".
Come Inbar la pensa il ministro della Difesa, Moshe Yaalon, che giorni fa derideva il "soluzionismo" degli Stati Uniti. Il paradosso è che la sinistra militare, guidata dall'ex capo dello Shin Bet, Yuval Diskin, e dal generale Amos Yadlin, spinge per distruggere Hamas e salvare il presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen, e con lui la soluzione a due stati. "Ma il presidente dell'Anp non metterebbe mai piede a Gaza, verrebbe impiccato al primo palo", ci dice Inbar. "E' l'utopia della sinistra, come quando riportarono Arafat da Tunisi a Gaza pensando di avere in cambio la pace. Il pensiero occidentale è orientato alla soluzione. Ciò spiega parte della mancanza di comprensione per ciò che Israele sta facendo. Una guerra di logoramento contro Hamas è probabilmente il destino di Israele per il lungo termine. Lo scenario più probabile è un periodo di calma, Hamas che si riarma, ricalibra la sua strategia e attacca di nuovo Israele. E noi tagliamo l'erba".

(Il Foglio, 31 luglio 2014)

Ritratto di alex

Ritratto di alex

di Fabrizio Rondolino

Smettiamola con i bambini: i bambini in guerra muoiono come chiunque altro, perché la guerra è orrenda. Sono morti e muoiono dappertutto, i bambini: a Belgrado e in Kosovo, in Iraq e in Siria e ovunque si combatta una guerra. Ne sono morti molti anche a Dresda, sotto i bombardamenti alleati che hanno piegato Hitler, e a Hiroshima e Nagasaki, dove le atomiche americane hanno portato la pace nel Pacifico. Dunque il problema non è se muoiono i bambini, ma se è giusta la guerra.
   I media italiani sono quasi tutti totalmente subornati alla propaganda di Hamas, che sfrutta cinicamente le vittime civili - molte delle quali sono letteralmente costrette dai terroristi a restare nelle case o a salire sui tetti - per muovere a pietà l'Occidente.

   I nostri media ogni giorno si prestano alla pornografia della morte, ogni giorno titolano in prima pagina sui morti innocenti: così l'attenzione non è più sulle ragioni della guerra, sul terrorismo di Hamas, sull'offensiva fondamentalista islamica che da Mosul a Gaza ha come obiettivo i valori e le libertà dell'Occidente, ma sui bambini, decontestualizzati e angelicati nel pantheon delle emozioni mediatiche: e chi non inorridisce di fronte a un bimbo morto ammazzato?

   I nostri media non osano scrivere che Israele uccide senza scrupoli, ma probabilmente lo pensano e di sicuro vogliono farcelo credere. Giocano con i sentimenti e ricattano ogni giorno i lettori: da una parte ci sono i bambini morti, e dall'altra c'è - senza dirlo mai esplicitamente, per paura e vigliaccheria - un esercito spietato, un governo spietato, uno Stato e un popolo spietati.

 Israele non è spietato. Non è neanche guerrafondaio: non lo è mai stato. Tutte le guerre che Israele ha dovuto combattere dal 15 maggio 1948, cioè dal giorno della sua nascita, sono state e sono guerre di difesa. Ogni volta che Israele è stato costretto a prendere le armi e a versare il sangue dei suoi figli, è perché ha subito un attacco mortale. Questa guerra non è diversa: Hamas, attraverso i tunnel e con i razzi, ha colpito e colpisce Israele, e Israele non ha altra scelta che difendersi.
 

  Di tutto questo ai media italiani importa molto poco. La guerra è uno spettacolo, e più grande è l'orrore più il pubblico accorre. I bambini morti commuovono e lo sdegno assolve la coscienza: e che importa se Hamas ha scritto nel suo statuto che Israele va cancellato dalla carta geografica, o che nascondere i razzi nelle scuole e negli ospedali è un crimine contro l'umanità, o che i tunnel con aria condizionata costruiti per ammazzare i cittadini israeliani potrebbero accogliere i civili palestinesi durante i bombardamenti e ridurre a zero le vittime.

   Così monta nell'opinione pubblica un'ondata molto pericolosa, che comincia col distinguere dottamente fra gli ebrei - una specie di idea platonica da commemorare compunti nel Giorno della Memoria - e il governo di Israele, poi s'allarga allo Stato ebraico nel suo insieme, la cui stessa esistenza è considerata un'anomalia, e infine sfocia nell'antisemitismo esplicito, nell'assalto ad una sinagoga a Parigi o nelle botte ai calciatori del Maccabi Haifa in Austria. Di questo l'informazione porta una responsabilità pesante, di cui prima o poi dovrà rendere conto.

   Criticare Israele non è antisemitismo: lo fanno molti ebrei e lo fanno molti israeliani (non altrettanto si può dire dell'altra parte). Ma dipingere giorno dopo giorno Israele come un mostro, speculando sui sentimenti più elementari dell'opinione pubblica e rifiutandosi di illustrarne le molte ragioni, produce nel tempo un diffuso e pericoloso sentimento antiebraico, tanto più intollerabile quanto più è evidente che Israele, in questa come in tutte le altre guerre, è la vittima.

   Israele ha il diritto di continuare a combattere fino a che l'ultimo tunnel e l'ultimo razzo di Gaza non saranno annientati (o fino a quando Hamas non annuncerà il disarmo unilaterale), perché ha diritto ad esistere. Che altro dovrebbe fare, che altro potrebbe fare Israele per fermare la guerra? L'unica opzione che il terrorismo palestinese gli offre è scomparire. L'unica scelta che ha è difendersi. Chi non comprende a fondo questo punto, chi specula sui morti innocenti e si nasconde, naturalmente in nome della "pace", dietro un'ammiccante equidistanza, fa la parte dell'utile idiota di Hamas. E una scelta legittima, ma bisogna saperlo e assumersene la responsabilità.

(Europa, 26 luglio 2014)


Articolo magistrale sotto tutti i punti di vista. Dice in modo sintetico e chiaro ciò che dovrebbe essere ovvio a tutte le persone oneste e di buon senso, ma che così non è perché la semplice e onesta ovvietà oggi è merce rara, soprattutto quando si parla di Israele. Un sincero grazie all’autore e un invito a tutti a diffondere questo articolo in tutti i modi possibili. M.C.

 

http://www.ilvangelo-israele.it/

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usano le foto di bambini ebrei assassinati per far credere in una carneficina a Gaza

Com'era prevedibile, dopo che i pro-palestinesi hanno usato parole come "colonizzazione", "furto di un paese", "genocidio", "apartheid" per descrivere la situazione degli arabi di Gaza e della Giudea Samaria; dopo la manipolazione delle immagini del massacro di musulmani ad opera di musulmani in Siria e Iraq; dopo le false citazioni ultrarazziste di leader israeliani; dopo anni di incitamento all'odio, indottrinamento dei bambini contro gli ebrei e Israele; ecco la "perla" del momento: osano utilizzare le immagini della famiglia Fogel... Una famiglia sterminata a forza di coltellate da fedayn palestinesi, un'intera famiglia decimata: anche un bambino di tre mesi sgozzato tra le braccia di suo padre!
Com'è possibile usare foto di bambini ebrei brutalmente uccisi con un coltello per mettere in piedi un trucco che non si può dire umano al solo scopo di ricoprire ancora una volta di menzogne lo stato ebraico?

(JSS News, 25 luglio 2014) - trad. www.ilvangelo-israele.it 

Ritratto di alex

Niente auto militari, un semplice taxi civile. E abiti civili sono indossati anche dalla prima persona a scendere dalla macchina per verificare di aver individuato l'indirizzo giusto. Talvolta, se qualche dubbio persiste, viene chiamato il telefono di casa, per avere conferma, sentendo squillare l'apparecchio dalla parte opposta della porta, di essere davvero arrivati. È così che gli incaricati delle forze di difesa israeliane portano alle famiglie dei soldati caduti la notizia più terribile. Un percorso studiato nei minimi dettagli perché se non esiste al mondo la possibilità di rendere meno atroce la perdita, si tenta almeno di "ammorbidire il momento" come ha raccontato al Times of Israel un capitano che ha servito a lungo nel dipartimento incaricato di questo compito, fino al momento in cui ha realizzato di non avere più "l'immensa forza spirituale necessaria" per una mansione del genere.
Sono stati 43 fino alla mattina di domenica i caduti di Tzahal. Tanti giovani, 19, 20, 21 anni ma anche padri di famiglia, di leva e riservisti. Il numero di perdite registrato nell'operazione Margine Difensivo è il più alto dalla guerra contro Hezbollah nel 2006.
Quando un soldato rimane ucciso, la prima operazione necessaria è quella di raggiungere la certezza della sua identità. Poi viene preso contatto con l'ufficiale responsabile della città di provenienza, il quale avverte un gruppo di volontari "informatori", tutti riservisti, spesso passati attraverso l'esperienza di una perdita e dunque consapevoli dell'importanza del primo contatto con le famiglie. Tra loro solitamente c'è anche un medico.
Così si arriva davanti alla casa. "In quel momento c'è la consapevolezza che in pochi istanti la vita delle persone dall'altro lato della porta cambierà per sempre" spiega il capitano.
Quando qualcuno apre, si chiede di riunire la famiglia e si legge loro una nota preparata prima "fattuale, laconica, succinta". Niente spazio all'improvvisazione.
La squadra, composta da persone che parlano diverse lingue e conoscono le usanze del lutto nelle diverse tradizioni, assiste la famiglia in tutte la necessità fino alla celebrazione al funerale. Non oltre, "perché la famiglia assocerà sempre quegli ufficiali con il ricordo del momento in cui è stata comunicata loro la perdita". A occuparsi di seguirle dopo quel momento sono ufficiali diversi, quasi tutti donne, il cui incarico dura solitamente a lungo e le trasforma in un punto di riferimento.
"Il nostro compito è quello di rappresentare l'esercito presso le famiglie e le famiglie presso l'esercito" spiega il maggiore Aviv Marom, che si occupa di seguire i parenti dei soldati di Tzahal arabi, beduini e drusi, rimasti uccisi. Perché dolore della perdita di un proprio caro non conosce differenze di etnie, né di religione e Tzahal non lascia soli.

(moked, 27 luglio 2014)

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Medici arabi ed ebrei fianco a fianco. "Lavoriamo per tutti, e per la pace"

di Fiamma Nirenstein

 
TEL HASHOMER (Israele) - Più che un ospedale, quello di Tel Hashomer, è un microcosmo di Israele: ultratecnologico, 2000 pazienti in una città di padiglioni.
   Girando per le stanze si comprende perché in cambio di Gilad Shalit furono consegnati 1500 terroristi palestinesi. In Israele la vita non ha prezzo. Qui arrivano soldati feriti direttamente dal campo: ce n'è uno semisvenuto, 20enne pallido, bruno, in barella subito dopo l'operazione. Per arrivare alla sua stanza gli infermieri si fanno largo fra una folla diretta al terzo piano, dove sono ricoverati i soldati: ragazzine che portano panieri di biscotti, bambini con disegni, palloncini, anziane signore americane con «burekas» fatte in casa. Il ragazzo non capisce, non guarda, chissà quale granata, quale scheggia l'ha colpito, ha gli occhi rovesciati dell'anestesia. Lo seguono la madre, col padre che la tiene per mano.
   Un altro padre di guardia alla stanza del suo Roy, 21 anni, racconta: «È stato ferito di mattina, ha ricordato il numero della mamma, ci hanno fatto sentire la sua voce, poi ci hanno detto che aveva la mano e parte del braccio spappolato. È svenuto, 4 ore sotto i ferri. Noi vogliamo la pace, facciamo di tutto per risparmiare la vita della gente a Gaza, ma che ci possiamo fare se una banda cerca di ucciderci coi missili, usa le loro case per nascondere le gallerie, le armi, i terroristi?». Natan Mor, 20 anni, ora può essere trasportato dalla mamma sulla sedia a rotelle nel corridoio, lei sorride anche se il figlio è fasciato su gambe e braccia.
   A una persona di cultura europea fa impressione questo mondo di giovani, studenti, lavoratori, in cui la motivazione verso la difesa del proprio Paese è uguale a destra e a sinistra. «Siamo molto uniti, persino medici israeliani e arabi», dice il direttore generale dell'ospedale, Ari Shamis. «Questo è l'unico ospedale, sui quattro del centro, in cui i soldati vengono trasportati dal campo. Il tempo è fattore essenziale, da quando vengono soccorsi a quando scendono con l'elicottero. E noi siamo già pronti con trasfusioni, operazioni, assistenza ai genitori. Quando li chiamiamo cerchiamo di far sentire loro la voce del ragazzo, anche dalla camera operatoria. Abbiamo avuto 50 su 123 soldati feriti in guerra, ora qui ne abbiamo 29. No -sorride trionfante- non abbiamo perdite per ora.
   Stiamo curando con successo anche una famiglia palestinese evacuata da Gaza. Per noi non c'è nessuna differenza: ricoveriamo chi arriva e lo curiamo al massimo livello». Medici palestinesi, malati palestinesi, bambini di Gaza sono la prassi dell'ospedale: saliamo col professor Yoram Neumann al terzo piano, reparto oncologico pediatrico. In ogni stanza, in cui l'aria ha il filtro «luminar airflow», isolato e sterilizzato - «più che negli ospedali americani», dice Nemann - è ricoverato un bambino di Gaza insieme ai familiari che se ne occupano. Su 22 bimbi, 18 vengono dalla Striscia. Le mamme, col velo, siedono quiete. C'è chi fa la chemio, chi ha bisogno del trapianto di midollo, chi ha terminato la cura ma resta perché a casa non hanno gli strumenti necessari.
   In inglese la mamma Nevin mi parla di Aid, di un anno: «Sono qui da 4 mesi, penso che ci dovrò restare ancora 3». E il marito? «È a Gaza, molto pericoloso, sta bene, telefono, mi manca». Nevin dice che vuole la pace, «shalom» ripete. Non vuole dare il nome completo, Hamas può vendicarsi.
   Il padre di Mordechai, 22 anni, anche lui è stato avvertito delle ferite dalla voce del figlio prima che affrontasse cinque operazioni a viso, braccia, gambe. Non c'è ansia o angoscia nello sporgersi sull'orlo della morte alla sua età. Bisogna salvare il Paese.
   Dice il professor Zeev Rostein, presidente dell'ospedale: «I soldati sono oggi meglio protetti sulla testa e sul petto, le ferite sono soprattutto agli arti. Li curiamo col massimo della tecnologia. Senza differenze coi palestinesi. È un investimento per la pace: pensi che choc, per una famiglia di Gaza, vedere che abbiamo con loro lo stesso rapporto che con i nostri malati, dopo tutto quello che gli hanno messo in testa».

(il Giornale, 28 luglio 2014)
Ritratto di alex

La capitale si è risvegliata con centinaia di slogan e volantini lasciati sui mure e sulle vetrine di alcuni punti vendita di proprietà di ebrei. Il presidente della Comunità ebraica, Pacifici: "E' come nel 1993, quando alcune stelle gialle furono attaccate all'entrata dei negozi".

Roma tappezzata da scritte antisemite. Dal quartiere Prati all'Appia fino a San Giovanni, quartiere dove numerose attività commerciali sono gestite da famiglie di ebrei. Sui muri e sulle vetrine di molti negozio questa mattina sono apparse più di 70 scritte e volantini contro Israele e pro Palestina affiancate da svastiche e celtiche. 'Anna Frank cantastorie', 'ogni palestinese è come un camera! Stesso nemico stessa barricata', si legge su un altro manifesto con accanto una celtica sono comparsi sui muri di via Cola di Rienzo. Altre minacce poi in via Ottaviano, via del Leoncino, via della Lupa.
"Questa mattina Roma si è svegliata nel peggiore dei modi. I suoi muri sono stati imbrattati da decine di scritte neonaziste inneggianti odio nei confronti degli ebrei. Dall'Appia fino in Prati, dal centro storico alla periferia, svastiche, insulti e minacce di morte hanno tappezzato le serrande dei commercianti. La mente corre al 1993, quando alcune stelle gialle furono attaccate all'entrata dei negozi di proprietà di ebrei - ha osservato il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici - Oggi Roma e l'Italia sono diverse, le Istituzioni sono con noi nel rispetto dei principi costituzionali. Ma non dobbiamo mai abbassare la guardia, per questo facciamo appello al sindaco di Roma Capitale, Ignazio Marino, e al questore di Roma per individuare gli autori di questi gesti nella speranza che anche le attività di prevenzione possano arginare questa campagna di odio. Roma non può diventare come Parigi dove gli ebrei sono assaltati, le sinagoghe circondate e girare con la kippà in testa - il copricapo ebraico - è un pericolo concreto. Siamo fiduciosi che le forze di sicurezza e le autorità politiche prenderanno in considerazione ogni iniziativa volta a prevenire ciò che la Francia ha sottovalutato per troppi anni".
Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha promesso: "Appena appresa la notizia ho chiesto la immediata cancellazione delle scritte. Mi auguro che siano al più presto individuati i responsabili di questo ignobile gesto che condanniamo con forza. Le scritte antisemite apparse oggi in diverse aree della città sono una vergogna e un'offesa a tutti i romani. Voglio dunque esprimere solidarietà e vicinanza alla comunità ebraica. Roma vuole e deve essere capitale del dialogo e della pace e non terreno di barbarie". [...]

(la Repubblica - Roma, 28 luglio 2014)


Abbiamo omesso, alla fine dell’articolo, varie rituali manifestazioni di solidarietà di uomini politici perché davvero non è il caso di riportarle. Non fanno notizia. Finché si continuerà a fare fini distinzioni fra antisionismo e antisemitismo, finché le prese di distanza da quelli che giustamente assumono le svastiche come simbolo del propalestinismo servono a proteggere dall’accusa di antisemitismo chi appoggia la fiera resistenza dei poveri palestinesi di Hamas contro il perfido Israele di Netanyahu, gli ebrei farebbero bene a respingere certe melliflue espressioni di solidarietà, e a chiedere che sia risparmiata loro almeno questa forma aggiuntiva di sofferenza. M.C.

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Ritratto di alex

In questi giorni circola in Israele una e-mail, naturalmente in ebraico, che riporta il racconto di un militare israeliano che sta combattendo a Gaza. La scrittice israeliana Naomi Ragen ne ha fatto girare una traduzione in inglese che qui traduciamo in italiano.

Io e i miei compagni avevamo catturato un certo numero di terroristi di Hamas. Quando li abbiamo interrogati, abbiamo chiesto loro: visto che avete costruito così tanti tunnel a 7/8 metri di profondità per entrare in Israele e raggiungere Beer Sheva, perché avete aspettato fino ad ora ad utilizzarli per i vostri attacchi terroristici e rapire o uccidere israeliani?
Questa è stata la loro risposta:
    "Abbiamo costruito queste gallerie per dodici anni e stavamo aspettando il momento giusto, quando saremmo stati addestrati e pronti. Avevamo deciso che il momento giusto sarebbe stato quest'anno a Rosh Hashanà, 2014. Abbiamo scelto Rosh Hashanà perché la maggior parte dei soldati in quell'occasione ottiene il permesso per tornare casa, non ci sono molti militari di guardia ed è una vacanza di due giorni. I miliziani di Hamas sarebbero passati attraverso i tunnel che abbiamo costruito in dodici anni e avrebbero attaccato Israele. In ogni tunnel avremmo inviato due, tre dozzine di miliziani per catturare e rapire civili, donne e bambini, e portarli a Gaza attraverso i tunnel. Israele allora non avrebbe potuto bombardare i tunnel, a causa di tutti i civili israeliani che erano al loro interno. In questo modo avremmo occupato l'intero paese, governato Israele e ucciso tutti i sionisti. Per anni abbiamo pianificato questo e la cosa sarebbe avvenuta fra due mesi. I vostri attacchi su Gaza hanno distrutto i nostri piani."
A queste parole una persona ha aggiunto: Dopo che i nostri tre ragazzi sono stati trovati morti, molte persone religiose si sono chieste: che ne è stato, di tutte le nostre preghiere? Adesso si vede quello che è successo. Dio ci ha ascoltati: con la morte di questi tre ragazzi martiri tutto Israele è stato salvato da un terribile massacro. Tutte le cose che abbiamo visto quest'estate sono un miracolo, uno dopo l'altro. Continuate a pregare e fortificatevi a vicenda. E rendete grazie a Dio che veglia sul popolo ebraico nella terra Egli ha promesso loro.

(Newsletter di Naomi Ragen, 28 luglio 2014 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
Ritratto di alex

Tratto da un articolo ​di Charles Krauthammer, pubblicato sul Washington Post il 17 luglio 2014

Israele accetta le proposte egiziane di tregua a Gaza; Hamas continua a sparare. Hamas spara deliberatamente razzi contro i civili; Israele cerca accuratamente di evitare i civili, telefonando ai civili nella zona e lanciando colpi di avvertimento, il cosiddetto roof-knocking.

 
"Ecco la differenza tra noi e loro", spiega il Primo Ministro israeliano: "Noi utilizziamo una difesa missilistica per proteggere i nostri civili, mentre loro usano i loro civili per proteggere i loro missili".
 
Raramente la politica internazionale presenta un momento di tale chiarezza morale. Eppure si sente regolarmente definire questi combattimenti tra Israele e Gaza come un "ciclo della violenza" moralmente equivalente. Questo è assurdo. Quale interesse può mai avere Israele nella lotta oltre confine? Tutti sanno che Hamas ha dato inizio a questa mini-guerra. E tutti conoscono la ragion d’essere di Hamas autoproclamata orgogliosamente: l'eliminazione di Israele e dei suoi ebrei.
 
Gli apologeti di Hamas attribuiscono questo spargimento di sangue all'occupazione israeliana e al blocco. Occupazione? Nessuno ricorda nulla? Era meno di 10 anni fa che le televisioni di tutto il mondo mostravano l'esercito israeliano trascinare via a forza i coloni irriducibili giù dai tetti di una sinagoga nella Striscia di Gaza, mentre Israele sradicava gli insediamenti, espelleva i suoi cittadini e ritirava il suo esercito, restituendo ogni centimetro di Gaza ai palestinesi. Non era rimasto un solo soldato, non un solo colono, non un solo israeliano a Gaza.
 
E non c'era nessun blocco. Anzi. Israele voleva che questo nuovo stato palestinese avesse successo. Per aiutare l'economia di Gaza, Israele aveva dato ai palestinesi le sue 3.000 serre che producevano frutta e fiori per l'esportazione. Aveva aperto i valichi di frontiera e incoraggiato il commercio.
 
L'idea era quella di stabilire il modello per due Stati che vivono pacificamente e produttivamente fianco a fianco. Nessuno sembra ricordare che, contemporaneamente con il ritiro da Gaza, Israele aveva smantellato anche quattro piccoli insediamenti nel nord della Cisgiordania, come chiaro segnale della volontà di Israele di lasciare anche la Cisgiordania e quindi giungere a una soluzione amichevole di due stati.
 
Questa non è storia antica. Questo è successo nove anni fa.
 
E come hanno reagito i palestinesi di Gaza alle concessioni degli israeliani, concessioni che nessun dominio precedente, né egiziano, né inglese, né turco, aveva mai dato loro: un territorio indipendente? In primo luogo, hanno demolito le serre. Poi hanno eletto Hamas. Poi, invece di costruire uno stato con le sue relative istituzioni politiche ed economiche, hanno impiegato buona parte di un decennio a trasformare Gaza in un’enorme base militare, piena zeppa di armi del terrorismo, per fare la guerra incessantemente contro Israele.
 
Dove sono le strade e le ferrovie, l'industria e le infrastrutture del nuovo stato palestinese? Da nessuna parte. Invece, hanno costruito chilometri e chilometri di tunnel sotterranei per nascondervi le armi e, quando il gioco si fa duro, anche i loro comandanti militari. Hanno speso milioni a importazione e produrre razzi, lanciarazzi, mortai, armi leggere, e anche droni. Li hanno deliberatamente collocati in scuole, ospedali, moschee e case private, per esporre meglio i propri civili. (Solo giovedì, l'Onu ha annunciato di aver trovato 20 razzi in una sua scuola a Gaza.) E da questi luoghi sparano razzi su Gerusalemme e Tel Aviv.
 
Perché? I razzi non possono nemmeno infliggere gravi danni, essendo quasi tutti intercettati dal sistema antimissile Iron Dome di Israele. Anche il leader della Cisgiordania Mahmoud Abbas ha posto la domanda: "Che cosa state cercando di ottenere con il lancio di razzi?".
 
Non ha senso. A meno che non si capisca, come spiegato dell’editoriale di martedì, che il punto è quello di attirare la risposta israeliana.
 
Questa produce morti palestinesi per la televisione internazionale. È per questo che Hamas esorta perversamente il suo popolo a non mettersi in salvo quando Israele lancia volantini di avvertimento per un imminente attacco.
 
Muovere deliberatamente guerra in modo che il tuo popolo possa essere telegenicamente ucciso è pura follia morale e tattico. Ma poggia su una premessa molto razionale: dato lo stato orwelliano del trattamento che il mondo riserva a Israele (vedi: il grottesco Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani), alimentato da un mix di classico antisemitismo, ignoranza storica pressoché totale e simpatia riflessiva per l'apparente diseredato Terzo Mondo, queste eruzioni che mostrano vittime palestinesi in definitiva minano il supporto per la legittimità e il diritto all'autodifesa di Israele.
 
In un mondo di tali kafkiane inversioni etiche, la depravazione di Hamas comincia ad avere un senso. Questo è un mondo in cui il massacro di Monaco è un film e l’assassinio di Klinghoffer è un’opera - entrambi profondamente indulgenti con gli assassini. Questo è un mondo in cui l'Onu ignora i peggiori criminali di guerra dell'umanità, mentre condanna incessantemente Israele, uno stato guerreggiato da 66 anni che fa comunque di tutto per evitare di fare del male agli innocenti che i suoi stessi nemici usano come scudi.
 
Va a credito degli israeliani che, in mezzo a tutta questa follia, non hanno perso i loro scrupoli morali, o i loro nervi saldi. Quelli che stanno fuori della regione hanno l'obbligo minimo, dunque, di svelare questa follia e di dire la verità. Raramente è stato così accecantemente chiaro.
 

Dopo otto anni e migliaia di inutili morti, arriva il verdetto : Mohammed Al Dura, il bimbo icona della seconda intifada, non è stato ucciso dal fuoco dell’esercito israeliano. Noi lo sapevamo già, ma le implicazioni di questa vicenda sono d’una gravità senza precedenti.

Andiamo con ordine. Il 30 settembre del 2000, poco dopo la famosa passeggiata del primo ministro israeliano Arik Sharon a cui erroneamente si imputa lo scoppio della seconda intifada,  Mohammed Al Dura - un bimbo di dodici anni - fu ucciso a Gaza (Netzarim conjuction) a causa di un fuoco incrociato di  israeliani e palestinesi. Israele si dichiarò subito colpevole, per poi fare marcia indietro perché un esame balistico aveva dimostrato che la pallottola non poteva essere stata sparata dalle postazioni dell’IDF. I giochi, però, al quel punto erano fatti e il danno arrecato ad Israele (ma anche agli stessi palestinesi), incalcolabile.

Il video della (supposta)uccisione del bimbo (oggi si dubita perfino della sua effettiva morte) girato  dal cameraman palestinese Talal Abu Rhama – addirittura premiato per il suo lavoro – con il commento del corrispondente dei territori occupati di France 2 Charles Enderlin, fece il giro del mondo in pochi attimi.

Il sentimento dei palestinesi prese il sopravvento sulla razionalità: ne scaturì uno spargimento di sangue senza precedenti. Lo Stato d’Israele venne demonizzato, paragonato ad un regime nazista, accusato di avere deliberatamente colpito un innocente. Da quel momento s’intensificarono i ben noti atti terroristici contro Israele e certi (sedicenti) intellettuali nostrani approfittarono della morte di Al Dura (!) per accusare lo Stato Ebraico di tutti i mali del mondo.  Lo stesso Bin Laden sfruttò l’episodio dichiarando in suo discorso: “uccidendo questo bimbo gli israeliani hanno ucciso tutti i bambini del mondo”. Come se non bastasse, quando il giornalista americano Daniel Pearl venne decapitato, i suoi carnefici dichiararono di aver vendicato la morte del “bimbo ucciso dagli israeliani”.

Per fortuna, alcuni giornalisti (troppo pochi a dire il vero) misero in dubbio la veridicità dei fatti (e l’autenticità dello stesso video).  France 2, però, non tornò sui suoi passi e anzi rincarò la dose rifiutandosi perfino di mettere a disposizione i 27 minuti di video che avrebbero potuto far luce sulla vicenda.

Si sa, però, che l’eccezione conferma sempre la regola. L’eccezione in questo caso si chiama Philippe Karsenty, giovane giornalista francese che “non ci sta” ed è convinto che il video girato da Abu Rhama sia uno dei tanti falsi prodotti dagli estremisti anti-israeliani allo scopo di diffamare l’IDF. Karsenty scrive un articolo nel 2004 in cui espone il suo “j’accuse”, arrivando a chiedere le dimissioni di Charles Enderlin, colpevole di non aver esaminato il contenuto del video prima di mandarlo in onda. Enderlin, tra le altre cose, al momento dei fatti non si trovava nemmeno a Gaza ma a Ramallah.

Karsenty, però, sta lottando da solo contro Golia e, invece di essere ascoltato, è accusato di diffamazione nei confronti di un collega. Infatti il primo processo è stato vinto il 19 ottobre del 2006 da France 2, l’emittente francese per la quale lavorano sia Abu Rhama sia Charles Enderlin. 

Il nostro Davide, però, è scagionato dall’accusa di diffamazione anche se gli si chiede di risarcire simbolicamente (con un euro) France 2. C’è chi sostiene che sia stato l’esecutivo Chirac a fare pressioni politiche in tal senso, infatti lo stesso Prèsident francese, si scomodò a scrivere una missiva di suo pugno nella quale s’attestava l’integrità morale di Enderlin.  Chirac e France 2, però, non avevano fatto i conti con la tenacia di Karsenty che decise di ricorrere in appello.

Passa un altro anno. France 2 si decide finalmente a fornire alla corte 18 minuti del girato su 27. La scusa ufficiale per la mancanza dei minuti restanti è che non si trovano  più, che non ci sono mai stati, che - bontà sua  - Enderlin non ha voluto mandare in onda l’agonia del bimbo morente(non esiste un’immagine della morte stessa , il girato mostra il prima e il dopo).

Ora, come in tutti drammi che si rispettino, il colpo di scena: Il girato fornito alla corte dimostra che Al Dura, dopo essere morto, alza un braccio e apre gli occhi. Arriviamo ai giorni nostri: il mercoledì 21 maggio 2008 la Corte francese ha deciso che Karsenty non può essere accusato di diffamazione, l’esercito israeliano non ha mai sparato e – molto probabilmente – il fatto non sussiste, ergo: il bimbo (non possiamo nemmeno chiamarlo più per nome, non conoscendone l’identità) non è mai morto. In realtà, questo, la Corte non l’ha detto e - allo stato attuale delle cose - non si può sapere, visto che tutte le motivazioni non sono ancora state rese pubbliche.    

France 2, ovviamente, nega una sua complicità con Enderlin e Abu Rhama ma, sotto la superficie delle cose, rimane colpevole di essersi tenuta per anni dentro gli archivi il video “insanguinato”, rifiutandosi di farlo visionare. In pratica ha retto le accuse che venivano rivolte al “ piccolo satana” Israele, per uno scoop.

In un goffo tentativo di dimostrare la veridicità della propria tesi, France 2 aveva anche invitato Denis Jeambar (L’Express) e il regista Daniel Leconte a visionare il luogo “del crimine”.  Dopo il sopralluogo I due hanno dichiarato che i soldati israeliani non potevano aver colpito il bambino, secondo loro, infatti: “se le pallottole fossero state israeliane dovevano essere molto strane, avrebbero dovuto girare l’angolo” . Inoltre, i primi venti minuti del filmato consistevano in giochi di guerra dei bambini palestinesi che facevano finta di spararsi e morire.

Tanto per dare un’idea di quello che il fenomeno Al Dura ha significato per i detrattori di Israele, considerate che in giro per il mondo arabo ci sono 150 scuole che portano il suo nome (e che ora, per sfortuna loro dovranno inventarsi un modello vero a cui ispirarsi). Il fantomatico Muhammad Jamal al-Durrah (1988-2000) è stato dichiarato un martire e per tutti questi anni, intere generazioni di arabi si sono formati in scuole che predicavano la sua causa contro Israele e contro gli ebrei.

Ci sono poi centinaia di siti internet, francobolli che portano il suo nome in Egitto, in Giordania etc., ci sono strade dedicate ad Al Dura a Hebron, Baghdad e in Marocco. Quasi come se non si aspettasse altro che questa messa in scena per puntare il dito contro Israele e le sue (presunte) malefatte. Un po’ come  quando nel seicento si accusavano le vedove benestanti di stregoneria, adducendo motivi insulsi, e poi gli si confiscavano le proprietà. Un po’ come una profezia che si auto-adempie: “Israele è uno Stato guerrafondaio”, e quindi è chiaro che Al Dura è morto per mano degli israeliani. La voce si sparge e l’odio si semina, causando danni oramai irreparabili.

Secondo il Colonnello (donna) Anat Berko  (che ha passato 25 anni nell’IDF) infatti: “il verdetto non cambierà nulla,  non perché la notizia non sia di fondamentale importanza ma perché i media stranieri nei territori occupati hanno una loro agenda che è la demonizzazione di Israele e questo non ci rientra.  Anche in Israele la notizia è stata poco seguita, forse sanno che non farà clamore”.

Poi, con la voce sconsolata, la Berko aggiunge anche: “I media dovrebbero fare una riflessione sul loro operato, ne dovrebbero rispondere. Questo potrebbe cambiare il modo di fare giornalismo . Già quattro anni fa nel mio libro dissi che l’immagine è più forte del fatto stesso. La storia [di Al Dura, ndr] era una grande bugia, un blood libel, ma questo non importa a nessuno. Non fa notizia.  E’ terribile che l’essere politicamente corretto sia più importante della divulgazione dei fatti”.

Rimane da citare la dichiarazione di Karsenty dopo il verdetto: “E’ arrivato il momento che France 2 ammetta di avere creato e fomentato uno dei più forti sentimenti antisemiti della nostra epoca. Il governo francese e il presidente Nicolas Sarkozy, in qualità di amministratore delle televisione di stato francese, avranno la responsabilità di rivelare finalmente tutta la verità”.

Questa verità, c’è da chiedersi,  verrà urlata al mondo con lo stesso impeto con cui si è pianto l’omicidio del promettente attore Muhammad Jamal al-Durrah ? 

Fonte: l'occidentale



Ritratto di Al Dura ispirato al falso documentario prodotto da France 2


Ritratto di alex

Il caso Al Dura e la morale di Goebbels


Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli


Joseph Goebbels : "Una bugia ripetuta abbastanza a lungo diventa la verità"

Cari amici,

a proposito di notizie che si devono gustare fredde, avete visto che finalmente, dopo una decina d'anni, la verità sul caso Al Dura comincia a venir fuori?  Dodici anni e mezzo dopo, ma emerge.

Cerco di riassumere velocemente.  il 30 settembre del 2000 ci furono degli incidenti provocati dall'assedio di alcune centinaia di palestinesi a un posto di guardia israeliano che si trovava all'incrocio di Netzarim, nella Striscia di Gaza. Ci furono lanci di molotov e di pietre, anche un tentativo di sfondare la rete di protezione del corpo di guardia. La manifestazione era stata preannunciata per cui sul posto c'erano diversi fotografi e troupe televisive: non giornalisti occidentali, timorosi del rischio, ma agenti palestinesi, non si sa se davvero al loro servizio o a quello della “rivoluzione”. Parte dei materiali girati in quell'occasione sono stati scoperti e divulgati: si vedono strane attività teatrali: falsi feriti che vengono portati di corsa in ambulanza e poi si alzano e camminano tranquillamente, terroristi che fingono un assalto e sparano con gesto teatrale in un ambiente da cui sono usciti tranquillamente pochi istanti prima, cose così.



Charles Enderlin

Uno di questi filmati però assume un'importanza enorme. Vi si vede un giovane arabo accucciato dietro un bidone che stringe dietro di sé un ragazzino, che a un certo punto si abbandona per terra. Il reportage dice che il ragazzo è stato ucciso dal fuoco israeliano: la prova evidente, in pieno periodo di attentati suicidi, sono gli israeliani ammazzano i bambini. Lo firma un giornalista piuttosto noto di France 2, Charles Enderlin,  che non era presente ai fatti, ma monta il servizio. Lo potete vedere qui: http://www.dailymotion.com/video/xbl5r2_le-reportage-de-charles-enderlin-ob_news Il ragazzino in questione, Muhammed Al Dura, viene trasformato in un eroe, gli si dedicano funerali solenni, i palestinesi diffondono fotomontaggi in cui si vedono soldati israeliani sparargli addosso, la Tunisia gli dedica un francobollo, tutto ilo mondo arabo lo onora in vari modi, l'odio per Israele cresce nel mondo.

Philippe Karsenty

Molti però non sono convinti, in particolare un  francese, l'analista dei media Philippe Karsenty. Ci sono nel filmato molte incongruenze. Non si vedono i tiri che avrebbero colpito il ragazzino, e neppure una goccia di sangue  né sul corpo, né su quello del padre né per terra (qui il sangue compare il giorno dopo, quando i giornalisti vengono portati a visitare il posto). Ci sono un paio di sbuffi sul muro, che indicano le pallottole, ma sembrano tiri perpendicolari, cioè provenienti dalle postazioni palestinesi dall'altra parte della strada, non quasi paralleli al muro, come dovrebbero essere se venissero dal posto israeliano, lontano un centinaio di metri, rispetto a cui peraltro la posizione dei due arabi risulta coperta dal bidone. Le pallottole nel muro, che permetterebbero di capire da che armi sono state sparate, peraltro sono immediatamente estratte, forse dallo stesso operatore di Enderlin, e mai esibite. Come nessuno ha potuto vedere l'autopsia del bambino né gli eventuali proiettili nel suo corpo. Già nei due minuti del servizio trasmesso da France 2 si vede il bambino “dopo morto” assumere molte posizioni diverse, e ancor di più nel resto del filmato, cinquanta minuti che France 2 si è sempre ostinatamente rifiutata di mostrare a chiunque, salvo ordini del tribunale francese che ha gestito il processo per diffamazione successivo. Una ditta tedesca specializzata di lettura del labiale ha testimoniato che il ragazzino continuava a dire al padre di essere stufo e di volersene andare. L'operatore e il giornalista sono stati molto restii a confermare la loro storia, fino ad arrivare a negare di aver detto che Al Dura fosse stato vittima degli spari israeliani.

Trovate qui (http://www.europe-israel.org/2013/05/petition-pour-demander-le-licenciement-de-charles-enderlin-par-france-2-et-des-excuses-aux-citoyens-francais-pour-navoir-pas-retabli-la-verite-pendant-plus-de-13-ans/ ) due filmati che esaminano con molta chiarezza ed evidenza grafica le prove di falsificazione e qui un buon riassunto di tutta la storia (http://www.aish.com/jw/mo/Muhammad-al-Duras-Faked-Death.html ). Il governo di Israele, che ha sempre espresso dubbi sul modo in cui erano andate davvero le cose, pur esprimendo rincrescimento SE il bambino era stato davvero ucciso da pallottole, ha finalmente emanato un rapporto ufficiale molto chiaro e analitico in cui si arriva alla conclusione che non solo Al Dura non è stato ucciso dall'esercito israeliano, ma che fosse davvero morto. Trovate il rapporto qui ( http://www.scribd.com/doc/142658793/Kuperwasser-Report ). Vale la pena di leggerlo perché non è solo un'inchiesta sui fatti, ma una lezione di giornalismo, fa cioè il mestiere che non fu fatto non solo dal giornalista e dall'emittente che diffuse la bufala, ma neppure dai suoi colleghi.  Se oggi sappiamo qualcosa di reale su quel che è successo in quella strana giornata, lo dobbiamo innanzitutto all'ostinazione di Philippe Karsenty (http://en.wikipedia.org/wiki/Philippe_Karsenty ), che si è battuto contro la corporazione dei media francesi, arroccata a difesa di un suo esponente e di un'emittente “di prestigio” e anche contro molti scetticismi nel mondo ebraico.

La foto taroccata per diffamare Israele e premiata

In realtà la storia di Al Dura è un esempio insigne di quella guerra mediatica che i palestinesi e i loro alleati continuano a portare contro Israele, senza il minimo ritegno o il minimo interesse per la verità dei fatti. Si costruiscono eventi dal niente, come in questo caso. Oppure se ne rivolta il senso come nella fotografia premiata di recente, assai taroccata nella forma, ma ancor più nella sostanza, perché mostra come vittima dell'azione israeliana due bambini (ancora bambini uccisi dagli ebrei... come nei processi antisemiti del medioevo), che in realtà sono stati uccisi da un razzo di Hamas che è ricaduto nel quartiere popoloso dove si nascondono i terroristi per tirarli; pensate che la commissione internazionale che ha premiato questa foto, di fronte alla dimostrazione che era stata taroccata con Photoshop per renderla così simile a un videogame, ha decretato che si trattava di un grado “accettabile” di manipolazione  ( http://www.independent.co.uk/news/media/press/world-press-photo-winner-cleared-after-forensic-examination-8616334.html)... Si creano incidenti apposta perché siano ripresi, com'è accaduto quel 30 settembre 2000 e tante volte ancora, oppure addirittura si simula la presenza del “nemico sionista” per inventare “eroici assalti” o “povere vittime”. Si cerca in tutti i modi di occultare le tracce più atroci del terrorismo: il caso Al Dura è quasi contemporaneo al caso Cristiano, il “giornalista” della Rai che si scusò con l'Anp perché “la concorrenza” aveva ritratto il linciaggio di Ramallah in cui furono barbaramente uccisi due israeliani e assicurò di ispirare il suo lavoro informativo alle disposizioni dell'Autorità Palestinese (http://www.focusonisrael.org/2008/12/07/riccardo-cristiano-una-storia-che-e-bene-non-dimenticare/ ): una morale non diversa da quella di chi ha avallato , riferito e difeso “la calunnia del sangue” (http://www.israelnationalnews.com/News/Flash.aspx/268681#.UZxwj6JM-Sp ) di Al Dura, ora finalmente smascherata.


Il linciaggio di Ramallah

Non illudiamoci, perché come diceva Goebbels, maestro spirituale della comunicazione palestinese, una bugia ripetuta abbastanza a lungo diventa la verità. E i danni della falsificazione degli incidenti di Netzarim, come quelli della “strage di Jenin”, in realtà un combattimento  condotto dall'esercito israeliano a carissimo prezzo casa per casa, proprio per non produrre una strage vera: http://digilander.libero.it/asdfghj2/dossier/Il%20massacro%20di%20Jenin.htm ) e di mille altri episodi del genere, restano. Perché la stampa europea americana “di qualità”, cioè di sinistra, non si cura delle verifiche, dei dubbi e neppure della verità conclamata quando si tratta di diffamare Israele. E se non può fare danni, tace, come sta accadendo ora con la notizia che non c'è mai stata l'uccisione di Al Dura.


Ugo Volli

http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
Ritratto di alex

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La guerra immorale di Hamas

La guerra porta sempre con se' il suo carico di dolore, devastazioni e lutti; per cui sarebbe ingenuo o ipocrita credere che l'ultimo conflitto scatenato e perpetrato da Hamas , fosse diverso rispetto a quelli deflagrati in passato nell'area. Ciò non toglie che in tutte le guerre sia sempre stato rispettato un codice etico; una moralità che escludeva condotte palesemente ripugnanti, ancor prima che le stesse fossero censurate dal codice di guerra. Più volte Hamas in questi giorni sta violando senza scrupoli un codice non scritto ma rispettato da anni.
Così, mentre l'aviazione israeliana si è preoccupata di avvisare i civili sciaguratamente residenti negli obiettivi terroristici di evacuare prima dello strike, al punto da abortire il bombardamento in presenza di uomini, donne e bambini privi di divisa; Hamas non ha esitato a macchiarsi di condotte esecrabili:
- ha conservato interi arsenali negli scantinati delle scuole gestite a Gaza dall'UNRWA; l'agenzia ONU che si occupa esclusivamente dei rifugiati palestinesi. Non che questo atteggiamento - se non di manifesta complicità, quantomeno di fiancheggiamento - fosse in precedenza ignoto; ma l'opinione pubblica mondiale nel complesso l'apprende soltanto ora. A riprova della malafede dell'UNRWA, che pochi giorni fa ha "fortemente condannato" la scoperta (come se fosse facile occultare in una scuola 20 missili); apprendiamo oggi che ha riconsegnato i missili ad Hamas.

- pochi giorni fa un commando di terroristi palestinesi è penetrato in Israele, servendosi di uno dei tanti tunnel scavati nel sottosuolo della Striscia di Gaza. Tunnel lunghi diversi chilometri, e costruiti con il cemento che Israele ha fatto entrare nell'ultimo anno nell'enclave palestinese, assecondando le richieste internazionali di allentare l'embargo, deciso nel 2007 proprio con l'avvento al potere degli integralisti islamici con il loro carico di minacce. Ebbene, è nato uno scontro a fuoco in cui hanno perso la vita anche soldati israeliani. Ma grande è stato lo sgomento e l'indignazione quando i terroristi intercettati, sono stati colti nell'indossare le uniformi in dotazione all'IDF. Se fossero entrati in territorio israeliano, avrebbero potuto penetrare indisturbati nelle città, prima di compiere una strage.
Hamas non ha esitato a servirsi di asini, imbottiti di esplosivo, per colpire e tentare di uccidere i soldati israeliani. In passato l'organizzazione terroristica ha attaccato le postazioni di confine con cani dotati di cinture esplosive, e persino con vecchi apparentemente malati e malconci, provvisti però di finalità omicide-suicide. L'utilizzo spudorato di animali per finalità offensive è apparso talmente ripugnante che persino RaiNews, solitamente sbilanciata da un lato, ha dovuto rendicontare questa deplorevole manovra. Siamo in attesa di denunce infiammate da parte delle organizzazioni per la tutela degli animali, solitamente tempestive in passato per questioni ben meno rilevanti.
- E spregiudicato appare tuttora l'utilizzo di ambulanze per il trasporto di terroristi e miliziani di Hamas; contando sul fatto che l'esercito israeliano rispetta il codice di guerra, ed evita di colpire i mezzi di soccorso. Le stesse ambulanze - quelle recanti le insegne della Croce Rossa Israeliana - che non sono state fatte entrare a Gaza, pur se si proponevano di portare ai feriti sacche di sangue e plasma per trasfusioni. Hamas ha tutto l'interesse di accrescere il numero delle vittime, e malvede il proposito di Gerusalemme di fornire sollievo ai sofferenti.
- In più di un'occasione i missili da Gaza hanno tentato di centrare il reattore nucleare di Dimona. Un tentativo macabro, che provocherebbe vittime in modo devastante non soltanto in Israele, ma in tutta l'area e l'intero Medio Oriente. Si consideri che le vittime di Chernobyl hanno pagato la "semplice" fusione del nocciolo del reattore, e non l'esplosione della centrale, grazie al provvidenziale intervento di volontari che nelle ore successive al disastro spensero il reattore con colate di cemento dagli elicotteri, prima di perire pochi giorni dopo per le radiazioni subite.
- E non parliamo dell'uso disinvolto di foto ed immagini provenienti da altri conflitti - Siria, perlopiù; ma anche Iraq - per addossare ad Israele colpe non sue. La "Pallywood" è talmente dilagante che spesso, nella fretta di distribuire viralmente testimonianze farlocche, si conseguono risultati grotteschi: come quando ieri è stata diffusa la foto di "forze di polizia" che sarebbero entrate a Gaza per maltrattare degli innocenti palestinesi. Peccato che le pettorine in dotazione riportassero la scritta "Carabineri del Cile"...


- A proposito di disinvoltura, bisogna accertarsi che i giornalisti che lavorano a Gaza e dintorni, stiano seguendo scrupolosamente le direttive ricevute da Hamas. Che ha esortato attivisti, simpatizzanti e collaboratori, a precisare che le vittime riportate fra i palestinesi, siano sempre e comunque civili: "civili innocenti", per l'esattezza. I quotidiani italiani stanno docilmente seguendo le prescrizioni.
- E sorvoliamo infine sull'uso deliberato e spregiudicato di civili come "scudi umani". Una condotta deplorevole, e condannata risolutamente dalla Convenzione di Ginevra, che assegna a chi se ne serve l'intera responsabilità delle sorti delle vittime; ma su cui ancora oggi diversi strati dell'opinione pubblica tace, nel timore di apparire benevola nei confronti di Israele. Diversi uomini, donne e bambini non sarebbero periti, a Gaza, se fossero stati collocati per sicurezza nei bunker anziché sui tetti. Ma i primi servono per stipare le munizioni che utilizza Hamas...

 http://ilborghesino.blogspot.it/2014/07/la-guerra-immorale-di-hamas.html#more

 

Ritratto di alex

Manifestare liberamente e pacificamente (e sottolineo pacificamente) è un Diritto di qualsiasi cittadino europeo. Come era ampiamente prevedibile e previsto al primo accenno di reazione israeliana il movimento pacivendolo si è scatenato un po’ in tutta Europa riempiendo le piazze per manifestare solidarietà verso i palestinesi “aggrediti dagli israeliani cattivi” e spesso (molto spesso) odio verso Israele più che solidarietà verso i palestinesi. Quello che noi vorremmo chiedervi è: ma sapete per chi o per cosa manifestate?

Dando per scontato che tra chi manifesta per la Palestina ci sia anche chi lo fa in buona fede, magari perché poco informato, quello che ci appare chiaro è che la maggioranza di coloro che dicono di volere il bene del popolo palestinese vogliano in affetti il bene di Hamas e di conseguenza la distruzione di Israele come da statuto del gruppo terrorista. Vorremmo quindi rivolgerci a coloro che tengono veramente ai palestinesi e non a sostenere un gruppo terrorista come Hamas, perché, cari amici, non è la stessa cosa.

Vi hanno detto che la guerra a Gaza è iniziata per iniziativa di Israele e/o per vendetta per l’uccisione di tre giovani ragazzi israeliani. Non è vero. La guerra a Gaza è iniziata perché da mesi i terroristi di Hamas e della Jihad Islamica lanciano decine e decine di missili contro la popolazione civile del sud di Israele. Non contro obbiettivi militari o contro depositi di armi israeliane, contro la popolazione civile. Dopo mesi in cui si è tentato di risolvere tutto con la calma è diventato impossibile per Israele non reagire (sottolineo reagire). E quando pochi giorni fa è stata proposta una tregua Israele l’ha accettata mentre Hamas, infischiandosene dei civili, l’ha rifiutata continuando a lanciare missili anche quando Israele aveva sospeso ogni attività. Anche durante la tregua umanitaria Hamas ha lanciato i suoi missili.

Vi dicono che a Gaza i civili muoiono mentre in Israele no. Ogni minuto vi tartassano con il conto dei morti palestinesi a causa “della aggressione israeliana” (la reazione di cui sopra). E’ vero, c’è una enorme disparità tra il numero dei morti a Gaza e quello in Israele, ma c’è un motivo preciso per questo, un motivo che gli amici di Hamas si guardano bene dal dirvi: Israele usa le armi per proteggere la sua popolazione, Hamas usa la sua popolazione per difendere le armi e se stesso. C’è una enorme differenza tra le due cose e questa differenza genera quella disparità su cui tanto battono gli amici di Hamas. Israele prima di bombardare avvisa i residenti di lasciare l’area, Hamas li costringe a rimanere. Vi diranno che li convincono, non ci credete, sono costretti perché ogni morto civile è una vittoria per Hamas (come disse qualche anno fa Khaled Meshaal). Il sangue di quei morti è tutto nelle mani di Hamas.

Vi dicono che Gaza vive da anni un vero e proprio assedio. Vi parlano delle terribili condizioni di vita in cui versano i palestinesi di Gaza. Ma non vi dicono che secondo il quotidiano arabo Asharq Al-Awsat a Gaza ci sono almeno 600 milionari, che i boss di Hamas vivono nel lusso più sfrenato, che prima che l’Egitto chiudesse il valico di Rafah ogni giorno entravano a Gaza decine di macchine di lusso. E’ vero, queste cose non riguardano la maggioranza della popolazione ma riguardano Hamas, quello che voi state difendendo. Perché non vi parlano degli oltre 20 miliardi di dollari destinati dalla comunità internazionale a Gaza (fonti UE e FMI) ma dei quali si è persa ogni traccia? Chi li ha presi dato che i progetti a cui erano destinati (desalinatori, infrastrutture basilari come le fognature, centrali elettriche ecc. ecc.) non sono mai stati implementati? Perché non vi parlano del pizzo che Hamas pretende su tutto, compreso gli aiuti umanitari? E qualcuno vi ha mai detto che il 95% degli aiuti umanitari per Gaza arriva da Israele? Qualcuno vi ha detto che la centrale elettrica di Gaza funziona grazie al carburante fornito da Israele? E allora, chi tiene in ostaggio la Striscia di Gaza, Hamas oppure Israele?

Qualcuno vi ha mai detto che la Cisgiordania libera da Hamas cresce a livelli superiori a quelli di un qualsiasi paese occidentale nonostante la corruzione in seno alla ANP? Qualcuno vi ha detto che oltre 150.000 palestinesi della West Bank libera da Hamas lavora in Israele? Qualcuno vi ha mai detto che ogni anno oltre 180.000 palestinesi vengono curati gratuitamente in Israele? Se la Cisgiordania libera da Hamas ha tutte queste possibilità, perché Gaza non può averle? Ve lo domandate mai?

Cari amici che manifestate per i palestinesi, lo fate veramente per loro oppure manifestate a favore di Hamas? Lo fate perché credete che un giorno ci possa e ci debba essere pace, due popoli in due Stati, oppure lo fate perché odiate Israele e lo vorreste vedere cancellato dalle mappe? Se manifestate per i palestinesi allora iniziate a chiedere loro di liberarsi di Hamas, la base di tutti i loro problemi. Se invece manifestate per Hamas non andate in giro a dire che lo fate per i palestinesi perché state sostenendo il peggior nemico della Palestina e dei palestinesi.

Scritto da Sonia G.

http://www.rightsreporter.org/lettera-aperta-a-chi-manifesta-per-la-palestina/

 

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Gaza, saltata subito la tregua. Kerry: Hamas usa i civili come scudi

Israele estende l'offensiva. Almeno 60 palestinesi morti nella notte. Emergenza sfollati. In Qatar summit Ban Ki-moon-Abu Mazen.

di Orlando Sacchelli

La tregua tra Israele e Hamas siglata per consentire di evacuare i morti dopo un pesante bombardamento nel quartiere di Shejaya, a Gaza City, è durata meno di un'ora.
Subito si è ripreso a combattere. L'esercito israeliano ha reso noto che i propri soldati hanno sparato "per rispondere al fuoco di Hamas"
L'esercito con la stella di David ha impresso una forte accelerazione alla guerra.
La fase terrestre dell'operazione "Margine di Protezione" si allarga: al tredicesimo giorno di conflitto, almeno 60 palestinesi sono morti e circa 400 sono rimasti ferite nei bombardamenti sul quartiere di Shejaia, nella parte orientale di Gaza City (fonti mediche palestinesi). Le immagini diffuse dalla televisione al-Aqsa di Hamas hanno mostrato vari civili, tra cui donne e bambini, stesi a terra. Intanto migliaia di persone fuggono dalla zona. Secondo i commentatori dell'emittente si tratta di una nuova "Sabra e Shatila", il massacro commesso nel 1982 nei due campi profughi palestinesi in Libano dai falangisti cristiani. Un comunicato diffuso dal ministero della Sanità a Gaza rende noto che tra le vittime ci sono i familiari di un noto dirigente del movimento islamista, morti in una casa obiettivo del bombardamento aereo. Sono circa cinquanta i militari feriti da ieri nei combattimenti a Gaza e ricoverati in Israele. Lo riferisce la tv commerciale Canale 10 secondo cui due di loro versano in condizioni gravi. L'esercito israeliano, riferiscono i suoi portavoce, ha avuto finora cinque morti.

Gli obiettivi centrati dai militari israeliani nell'ultima notte: distrutti 2 tunnel e attaccati 45 obiettivi, tra questi 10 lanciatori di razzi nascosti. Dall'inizio dell'operazione, secondo il portavoce militare i siti "del terrore" colpiti sono stati 2570. Intanto è salito a oltre 62.000 il numero degli sfollati a Gaza: lo ha comunicato l'Unrwa, l'agenzia per i rifugiati dell'Onu.
Le persone hanno trovato rifugio in 49 scuole dell'agenzia, che ha lanciato un appello per continuare a fornire loro cibo, cure mediche e aiuti d'emergenza come materassi, coperte e kit per igiene personale
L'Egitto intanto apre il valico di Rafah con la Striscia per una settimana, per consentire il passaggio dei feriti. Lo riferisce il sito israeliano Ynet.

- Kerry: Hamas usa i civili come scudi
  Molto duro il commento del segretario di Stato americano, John Kerry: "Hamas usa i civili come scudo e rifiuta ostinatamente un cessate il fuoco". Ha poi aggiunto che Israele "ha tutti i diritti del mondo di difendersi", sottolineando che nessuno paese sotto attacco resterebbe immobile. Kerry ritiene che il presidente americano, Barack Obama, gli chiederà di tornare in Medio Oriente a breve per lavorare a un cessate il fuoco.

- Abu Mazen e Ban Ki-moon in Qatar
  Ferventi lavori a livello diplomatico. Oggi il presidente palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), e il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, si incontrano in Qatar per discutere una possibile tregua a Gaza. A presiedere la riunione l'emiro del Qatar, Sheikh Tamim, che opera come canale di collegamento tra Hamas e la comunità internazionale. Sabato il Qatar ha consegnato all'Onu la lista con le condizioni poste dal gruppo islamico palestinese per una tregua. In Qatar vivono numerosi islamisti in esilio, tra cui Khaled Meshaal, il leader di Hamas. Secondo fonti qatariote, Abu Mazen, dopo l'incontro con Ban Ki-moon, incontrerà proprio Khaled Meshaal, che vive in Qatar da tre anni, dopo aver lasciato Damasco.

(il Giornale, 20 luglio 2014)
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Mentre la diplomazia lavora ad un cessate il fuoco, continuano i bombardamenti israeliani sulla striscia di gaza, da cui partono razzi verso Israele. L'inviata di RaiNews24 Annamaria Esposito è andata a vedere la situazione in un ospedale della città israeliana di Ashkelon.

 

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di Daniel Pipes

In uno studio magistrale, dal titolo Le cause delle guerra, Geoffrey Blainey osserva che i politici iniziano le guerre quando sono ottimisti sulle prospettive di vincere, altrimenti eviterebbero di combattere.
E allora perché Hamas ha provocato una guerra con Israele? Di punto in bianco, l'11 giugno è iniziato il lancio di razzi, che ha mandato in frantumi una quiete in vigore dal novembre 2012. Il mistero di questa esplosione di violenza ha spinto David Horowitz, direttore del Times of Israel, a rilevare che i combattimenti in corso "non sono minimamente giustificati". E perché la leadership israeliana ha risposto in modo irrisorio, cercando di evitare il combattimento? È così, anche se entrambe le parti sanno che le forze israeliane sono di gran lunga superiori a Hamas in ogni settore - raccolta di informazioni, comando e controllo, tecnologia, potenza di fuoco, dominio dello spazio aereo.
Come si spiega questa inversione di ruoli? Gli islamisti sono così fanatici al punto che non gliene importa nulla di perdere? I sionisti hanno troppa paura di morire nei combattimenti?
In realtà, i leader di Hamas sono abbastanza razionali. Periodicamente (è successo nel 2006, 2008, 2012), essi decidono di fare guerra a Israele ben sapendo di essere battuti sul campo di battaglia, ma ottimisti di vincere a livello politico. I leader israeliani, al contrario, ritengono di poter vincere a livello militare ma temono una sconfitta politica - critiche da parte della stampa, risoluzioni delle Nazioni Unite, e così via.
Concentrarsi sulla politica rappresenta un cambiamento storico; nei primi venticinque anni di vita di Israele abbiamo assistito a ripetute sfide alla sua esistenza (soprattutto nel 1948-1949, 1967 e nel 1973) e non si sapeva come quelle guerre sarebbero andate a finire. Ricordo il primo giorno della guerra dei Sei giorni del 1967, quando gli egiziani proclamavano splendidi trionfi, mentre il totale silenzio della stampa israeliana faceva pensare a una catastrofe. È stato uno shock apprendere che Israele aveva ottenuto la più grande vittoria negli annali della guerra. Il punto è che le sorti della guerra furono decise in modo imprevedibile sul campo di battaglia.
Non è più così: le sorti delle guerre arabo-israeliane degli ultimi quarant'anni sono state prevedibili; tutti sapevano che le forze israeliane avrebbero prevalso. È stato come giocare a guardie e ladri piuttosto che combattere una guerra. Paradossalmente, questa asimmetria sposta l'attenzione dalla vittoria e dalla sconfitta alle questioni etiche e politiche. I nemici di Israele lo provocano per uccidere civili, la cui morte arreca loro molteplici vantaggi.
I quattro conflitti scoppiati dal 2006 hanno rinverdito la reputazione offuscata di Hamas di "movimento di resistenza", hanno costruito la solidarietà sul fronte interno, hanno fomentato il disaccordo fra arabi ed ebrei in Israele, hanno spronato i palestinesi e altri musulmani a diventare degli attentatori suicidi, hanno imbarazzato i leader arabi non-islamisti, hanno garantito nuove risoluzioni da parte delle Nazioni Unite a discapito di Israele, hanno indotto gli europei a imporre delle sanzioni più severe contro Israele, hanno aperto i rubinetti della critica corrosiva contro lo Stato ebraico da parte della sinistra internazionale e sono riusciti a ottenere un aiuto supplementare dalla Repubblica islamica dell'Iran.
Il Santo Graal della guerra politica è riscuotere la simpatia della sinistra globale presentandosi come perdenti e vittime. (Va sottolineato che, da un punto di vista storico, questo è molto strano: tradizionalmente i combattenti hanno sempre cercato di spaventare il nemico mostrandosi come terribili e inarrestabili.)
Le strategia di questa nuova guerra annovera una serie di espedienti come invocare l'appoggio di personaggi famosi, fare appello alle coscienze e l'utilizzo di semplici ma efficaci vignette politiche (i sostenitori di Israele tendono a eccellere in questo, ora come in passato). I palestinesi sono ancora più creativi, sviluppando due tecniche fraudolente: la "disinformazione attraverso le foto" e la cosiddetta "Pallywood" [secondo Wikipedia è un termine composto da "Palestinese" e "Hollywood, un neologismo utilizzato per indicare "la manipolazione dei media, la loro distorsione e la completa truffa da parte dei palestinesi col fine di vincere la guerra mediatica e della propaganda contro Israele", N.d.T.] utilizzata nei video. In passato, gli israeliani assecondavano la necessità di ciò che chiamano hasbara, ossia veicolare i messaggi [o fare propaganda], ma negli ultimi anni si sono maggiormente concentrati su questo.
Nelle guerre civili in Siria e in Iraq, sono di estrema importanza le sommità delle colline, le città e le strade strategiche, mentre la moralità, la proporzionalità e la giustizia dominano le guerre arabo-israeliane. Come scrissi nel 2006 durante lo scontro diretto tra Israele e Hamas, "la solidarietà, la moralità, la lealtà e la comprensione sono l'acciaio, la gomma, il carburante e le armi dei nostri tempi". O nel 2012: "Gli op-ed hanno sostituito le pallottole, i social media hanno rimpiazzato i carri armati". Più in generale, questo fa parte del profondo cambiamento della guerra moderna quando le forze occidentali e non-occidentali combattono, come ad esempio nelle guerre condotte dagli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq. Come diceva lo stratega prussiano Carl von Clausewitz, l'opinione pubblica è il nuovo centro di gravità.
Detto questo, come procede Hamas? Non bene. Le perdite subite sul campo di battaglia dall'8 luglio sembrano più ingenti del previsto e Israele non ha ancora fatto incetta di condanne internazionali. Anche i media arabi sono relativamente tranquilli. Se va avanti così, Hamas potrebbe arguire che lanciare razzi sulle case israeliane non è una buona idea. Anzi, per essere dissuasa dall'intento di lanciare un nuovo attacco nel giro di qualche anno, Hamas ha bisogno di subire una sconfitta molto pesante sul terreno politico e su quello militare.

(L'Opinione, 17 luglio 2014 - trad. Angelita La Spada)

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Israele, governo accetta proposta tregua Egitto

Ma Hamas dice no: sarebbe resa. Kerry oggi al Cairo, Mogherini a Tel Aviiv

Il governo israeliano ha deciso di accettare l'iniziativa egiziana per un cessate il fuoco, che inizi stamattina alle 9 (le 8 in Italia). Lo rende noto lo stesso governo.

Nonostante le pressioni di Egitto, Lega araba e Usa, invece, Hamas e il suo braccio armato - le Brigate Ezzedin al-Qassam - rifiutano una tregua. "Se il contenuto di questa proposta è quel che sembra, si tratterebbe di una resa e noi la rigettiamo senza appello", affermano le Brigate in un comunicato. "La nostra battaglia contro il nemico si intensificherà", aggiungono.

Il presidente dell'Anp Abu Mazen - come riferito dalla agenzia di stampa ufficiale palestinese Wafa - sostiene la proposta egiziana per riportare la calma fra Israele e la striscia di Gaza. Abu Mazen ha lanciato un appello ''a tutte le parti'' affinche' assecondino gli sforzi egiziani, nell' intento di risparmiare ulteriori vittime al popolo palestinese e ''nel supremo interesse nazionale''.

Oggi al Cairo arriva il segretario di Stato americano John Kerry, mentre il ministro italiano Federica Mogherini sarà a Tel Aviv.

Intanto il bilancio delle vittime continua a salire: sono almeno 194 i palestinesi rimasti uccisi a Gaza nei combattimenti con Israele, dopo un'ulteriore nottata di raid in cui altre 7 persone hanno perso la vita. I feriti sono stimati in circa 1400.

Il presidente americano Barack Obama ha salutato positivamente la proposta egiziana di cessate il fuoco in Medio Oriente, sperando che possa ristabilire la calma. Nel corso di una cena offerta in occasione del Ramadan, Obama ha dichiarato che Israele ha il diritto di difendersi contro attacchi "inaccettabili", parlando però anche delle vittime civili palestinesi come una "tragedia". "Nessun paese può accettare dei razzi lanciati alla cieca sui civili. Siamo stati molto chiari: Israele ha il diritto di difendersi contro quelli che consideriamo attacchi inaccettabili da parte di Hamas", ha detto il presidente Usa. "Allo stesso tempo - ha aggiunto Obama - la morte ed il ferimento di civili palestinesi sono una tragedia: per questo sottolineiamo la necessità di proteggere i civili, chiunque siano ed ovunque vivano". "Siamo incoraggiati dal fatto che l'Egitto abbia avanzato questa proposta per raggiungere tale obiettivo", ha concluso il presidente americano.

Nella notte razzi sono stati sparati verso il territorio israeliano dal Sinai egiziano, dal Libano e dalla Siria. L'attacco piu' grave e' stato diretto verso la citta' turistica israeliana di Eilat (mar Rosso), dove sono esplosi tre razzi che hanno ferito tre persone, mentre altre 20 venti sono rimaste in stato di shock. Dal Libano due razzi sono stati sparati verso la Galilea occidentale e dalla Siria altri due razzi sono stati lanciati verso il Golan. Lo stato di allarme resta elevato nel Sud di Israele. Le sirene risuonano ad Ashqelon e in altre località vicine alla striscia di Gaza, mentre da Gaza proseguono sporadici lanci di razzi. Non si ha notizia di vittime. Intanto restano gravi le condizioni di una beduina israeliana di circa 12 anni, colpita ieri nel Neghev dal frammento di un razzo palestinese.

La tensione resta alta: con un provvedimento a sorpresa, Hamas ha deciso di impedire da oggi il transito fra Gaza ed Israele attraverso il valico di Erez. La misura, afferma un comunicato, riguarda anche i giornalisti stranieri, nonche' i malati palestinesi che progettavano oggi di sottoporsi a cure in Israele. Hamas esige ora garanzie internazionali per la sicurezza del proprio personale al confine dopo che nei giorni scorsi la aviazione israeliana ha bombardato i suoi uffici.

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di Giulia Pula Machtey*

Erano le 8 e mi dondolavo sulla mia nuova sedia rossa, mentre il mio bimbo di tre mesi mi regalava uno dei suoi primi sorrisi del mattino. Improvvisamente la sirena. I primi attimi sono sempre gli stessi: il cuore si ferma, perde un battito. Forse lo sto immaginando ancora. Perché da quando hanno cominciato a sparare missili io i rumori li ascolto tutti. Non sono mica nata qui aTel Aviv. Mi devo abituare. Mi alzo dalla sedia e trascino il mio cane, chiamo mio marito e mia mamma, venuta a trovare per pochi giorni il suo primo nipote. Poi chiudo dietro di me la porta del bunker. Appena mi siedo un «boom» risuona nella stanza. Poi un altro. Un altro ancora. E la porta si apre improvvisamente. Non parliamo, per qualche secondo. Aspettiamo. In silenzio. Forse è finita, per ora. Usciamo. Ho paura e abbraccio il mio bimbo. Eppure mi sento fortunata! Avrò impiegato 45 secondi a scendere nel bunker. La sirena dà un margine di 1,5 minuti. A Sderot hanno 15 secondi per salvarsi: forse lì non sopravviverei. I
   Io a Tel Aviv sono venuta assieme a mio marito che è ebreo e israeliano. Sono una dottoressa. E sono una normale ragazza romagnola. La mia vita è stata sempre tranquilla. Ora sono spettatrice in un mondo diverso dal mio. Non è stato sempre facile. Ho imparato che gli israeliani sono difficili. Cocciuti. Orgogliosi. Ma che sono anche persone buone. Con un cuore grande. Sono sognatori. E sanno combattere come nessun altro per i loro sogni. Per capirlo bisogna solo venire in Israele. Sono specializzanda in Cardiochirurgia e almeno la metà della mia giornata lavorativa la passo in sala a operare bimbi con patologie cardiache e provenienti da tanti Paesi nel mondo. E' risultato dell'enorme sforzo di una associazione israeliana, "save a child's heart". Il mio primario, il dottor Lior Sasson, opera almeno due bimbi al giorno. Non si prende vacanze. Torna in ospedale a tutte le ore della notte. E lo sapete da dove vengono la maggior parte dei bambini? Da Gaza. Quella stessa che ora mi rinchiude con il mio bambino dentro questo bunker e minaccia di abbattere l'aereo che mia mamma prenderàoggi per tornare in Italia dopo essermi venuta a trovare. Nonostante i missili e le minacce, però, il mio cuore è pieno di forza, e posso solo essere orgogliosa di essere una cittadina di questo meraviglioso Paese che è Israele, capitale dell'Umanità, della Compassione e dell'Inventiva.

* Medico al Wolfson Medical Center di Holon

(Il Tempo, 14 luglio 2014)
Ritratto di alex

di Michael Sfaradi

SDEROT - Per capire com'è una città che si trova sulla linea del fronte bisogna vedere Sderot. Strade deserte, negozi chiusi, la popolazione rintanata nei rifugi. E il posto dove non ci si può muovere se si è su una sedia a rotelle o si ha un bambino in braccio, in 15 secondi bisogna essere al sicuro. In questo centro del sud d'Israele anche le fermate degli autobus sono di cemento armato. I rifugi sono mostruosi cubi, anche questi di cemento armato, che possono ospitare fino a dieci persone, poggiati sui marciapiede a quindici secondi di distanza uno dall'altro. La gente di Sderot vive così da almeno 14 anni, quella di Gaza è da 9 anni sotto il tallone della dittatura islamica di Hamas. La fine di questo regime porterebbe a tutti benessere e libertà.
Ma la guerra continua e siamo costretti ad aggiornare il conto del sangue. Secondo fonti palestinesi i morti sono saliti a 135, tra loro diversi capi di Hamas (fra i quali due nipoti di Ismail Haniyeh, che di Hamas è il leader politico), i feriti nell'ordine di diverse centinaia, i più gravi vengono trasportati in Israele attraverso il valico di Kerem Shalom. Impossibile sapere quale sia, all'interno della tragica statistica, la percentuale dei "veri" civili. Il ministero della Difesa israeliano ha rilasciato diversi filmati e foto scattate dai droni dove si vede che i lanci dei missili palestinesi vengono effettuati dai tetti dei palazzi civili o dalle strade vicine a scuole o moschee. Proprio ieri un razzo lanciato vicino a uno dei magazzini della Unrwa, l'ente dell'Onu che si occupa dei profughi palestinesi, ha colpito lo stesso magazzino, incendiandolo e distruggendolo. Il denso fumo nero era visibile a chilometri di distanza. Il portavoce di Hamas ha dichiarato durante una conferenza stampa che sono 570 i missili lanciati verso Israele negli ultimi tre giorni, e i lanci continueranno con la stessa intensità. «Stasera colpiremo Tel Aviv», ha annunciato. E ieri sera hanno risuonato esplosioni in città, le sirene come impazzite. Cosi anche a Gerusalemme.
In Israele oltre gli ingenti danni si contano diversi feriti, alcuni anche gravi. Un uomo ad Ashdod è morto d'infarto durante un allarme, una donna ha perso la vita caduta dalle scale mentre correva nel rifugio. In molti richiedono assistenza psicologica, soprattutto per i bambini che sono terrorizzati proprio dal suono delle sirene e dalle esplosioni che si susseguono a ritmo intenso, per ogni missile lanciato la deflagrazione si somma a quella del razzo intercettore Iron Dome.
E poi c'è la guerra mediatica. Nel primo pomeriggio s'era diffusa - per la verità più che altrove in Italia - la notizia, subito ripresa dai siti di pressoché tutte le più importanti testate italiane, che alcune bombe lanciate dai jet israeliani avessero colpito un orfanotrofio a Beit Lahiya, nel nord della Striscia, e che nell'esplosione fossero morti anche dei bambini. Questa notizia, nella sua tragicità, è stata col passar delle ore ridimensionata, non era un orfanotrofio ma un centro per disabili, non si contano bambini fra le vittime anche se sfortunatamente due donne hanno perso la vita. E però resta la diffusione di una notizia che è rimbalzata per tutto il giorno condita con elementi non veri. Il portavoce dell'Idf ha fatto sapere che gli esperti analizzeranno i filmati e solo dopo commenterà l'accaduto.
Peraltro, secondo voci non confermate, commando dell'esercito israeliano sarebbero entrati nella notte all'interno della Striscia di Gaza, distruggendo alcune postazioni palestinesi di frontiera. E forse anche preparando l'ingresso dei mezzi corrazzati: l'avanzata di terra potrebbe davvero essere ormai questione di ore.
E poi la diplomazia. Tony Blair al Cairo che prepara una bozza per il cessate il fuoco insieme con il presidente egiziano Al Sissi, il vertice America-Europa in programma oggi. Potrebbe essere tardi: sulla strada per Gaza intenso è il traffico degli autotreni che trasportano i carri armati Merkava, e in serata il lancio di razzi su Israele è notevolmente aumentato.

(Libero, 13 luglio 2014)

Ritratto di alex

Shimon Peres: "Non può esistere compromesso con il terrore"

di Rossella Tercatin

Una contabilità che non si arresta. I razzi da Gaza continuano a essere sparati contro le città israeliane, le sirene suonano, per avvertire la popolazione di mettersi al riparo nei rifugi, e prosegue senza sosta l'opera di Iron Dome per neutralizzare la minaccia. Solo nelle ultime ore, tra le altre, Sderot, Ashkelon, Ashdod, Tel Aviv mentre nella notte alcuni razzi sono stati sparati anche dal Libano contro il nord di Israele. Ad Ashkelon, un ragazzino israeliano di 16 anni è rimasto ferito da razzo ed è in condizioni critiche secondo quanto riferisce la stampa israeliana.
"I terroristi di Hamas puntano a uccidere e ferire il maggior numero possibile di israeliani innocenti. Non vogliamo fare del male ai civili - ha sottolineato il presidente Shimon Peres -Una realtà in cui cinque milioni di persone, incluse donne e bambini, sono costretti a correre nei rifugi, è intollerabile. Non possiamo permettere al terrorismo di costringere i nostri cittadini nei rifugi. Non ci può essere un compromesso con il terrore". Peres ha ricordato anche come Gaza sia stata lasciata da Israele. "Avrebbe potuto prosperare e invece è diventata una base di terrore. Gaza potrà essere davvero libera quando romperà le catene dell'organizzazione terrorista".
Nella Striscia, l'esercito di difesa israeliano prosegue l'Operazione Protective Edge contro gli obiettivi legati al gruppo terroristico di Hamas. Nella notte un'incursione israeliana ha distrutto una base di lancio di missili a lungo raggio, secondo quanto confermato dallo stesso Idf, che riporta anche la notizia di quattro soldati feriti in modo lieve nello scontro a fuoco, che però sono tornati tutti a casa senza problemi, mentre prosegue l'offensiva area e navale e si registrano vittime anche tra i civili.
In previsione dell'inizio di una massiccia operazione di terra, in migliaia nel nord della Striscia starebbero lasciando le proprie case, seguendo l'invito di Tzahal per evitare al massimo il coinvolgimento della popolazione nei combattimenti, nonostante l'invito di Hamas a ignorare gli avvertimenti israeliani.
Se l'ingresso dell'Idf a Gaza non è, per ora iniziato, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha però ammonito che Protective Edge potrebbe durare a lungo, fino a che non sarà "riportata la quiete".

(moked, 13 luglio 2014)

Ritratto di alex

Diritto all'esistenza? Assolutamente sì! Diritto alla difesa dell'esistenza? Parliamone

di Marcello Cicchese

Con encomiabile coerenza Hamas continua a dichiarare che vuol distruggere Israele. Dunque, non è per qualche lancio di razzi in più sulle teste degl'israeliani che dev'essere rimproverato. In fondo, la corrispondenza tra parole e azioni è sempre stata elogiata nella comune morale occidentale. Sono quindi le parole di Hamas che devono essere prese in considerazione. Che risponde l'Occidente alla dichiarata intenzione di Hamas di distruggere Israele? La risposta è pronta e decisa:
- Noi difendiamo il diritto all'esistenza di Israele, - dice l'Occidente.
- Bene, quindi voi sarete d'accordo se noi cerchiamo di difendere la nostra esistenza in tutti i modi che
  riteniamo necessari, - osserva Israele.
- No, questo non è diritto all'esistenza, ma diritto alla difesa dell'esistenza, che è un'altra cosa. Di questo,
  bisogna parlarne alle Nazioni Unite, - risponde l'Occidente.
- Quindi, per difendere la nostra esistenza noi dobbiamo chiedere a voi il permesso di farlo e come farlo? -
- Naturalmente, vi abbiamo già dato il diritto all'esistenza e dovreste essercene grati, ma il diritto alla
  difesa dell'esistenza deve essere oggetto di discussione e approvazione nelle sedi competenti. -
- Ma se nel frattempo che voi discutete sulle norme da osservare per difendere in modo legale l'esistenza,
  i nostri nemici, che se ne infischiano di queste regole, riuscissero a distruggerci e a porre fine alla nostra
  esistenza? -
- Questo non cambia nulla. I trasgressori sarebbero pubblicamente redarguiti per le loro inadempienze,
  mentre voi sareste eternamente additati come esempio di scrupolosa osservanza delle regole di
  comportamento internazionali. E anche se Israele cesserà di esistere, noi continueremo dire alto e forte
  che ISRAELE AVEVA IL DIRITTO ALL'ESISTENZA. -

(Notizie su Israele, 11 luglio 2014)
Ritratto di alex

Editoriale comparso sul numero di ieri del Wall Street Journal, ripreso oggi dal quotidiano "Il Foglio".

Nel 2005 Israele si è ritirato da Gaza, ma da allora è stato costretto a ingaggiare due guerre per fermare la pioggia di missili e di colpi di mortaio sparati dal gruppo terroristico Hamas e dai suoi alleati. Oggi Israele potrebbe dover combattere per la terza volta per proteggere i suoi cittadini da questi attacchi aerei lanciati senza un obiettivo preciso. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu sta progettando una campagna militare dopo che Hamas ha scatenato un'altra indiscriminata raffica di razzi caduti in profondità dentro al territorio israeliano. Un video postato su Facebook mostra un razzo lanciato sopra a un matrimonio, con tanto di grida e di sposina in fuga. Questa volta però Netanyahu dovrebbe scegliere di occuparsi della causa del problema più che trattarne soltanto i sintomi. Come "causa" intendiamo Hamas.
Quando Israele si è ritirato da Gaza, ha distrutto 21 insediamenti (e altri quattro in Cisgiordania) e ha trascinato via - forzatamente - novemila settler. Allora i governi occidentali nominarono emissari di alto livello, come l'ex presidente della Banca centrale, James Wolfensohn, per trasformare Gaza in una vetrina per il futuro stato palestinese. Gaza è diventata sì una vetrina, ma di tutt'altro tipo. In un anno - e in parte proprio a causa dell'assenza di Israele - è scoppiata nella Striscia la guerra civile tra Hamas e Fatah, il partito politico del presidente palestinese Abu Mazen. La guerra s'è stabilizzata nel 2007 quando Hamas ha preso il potere con la forza. E poi sono ricominciati i razzi contro Israele, un attacco che è finito con la reinvasione temporanea nel 2009.
Visto che ha voluto difendersi, Israele è stato denigrato come mai prima, anche attraverso il report Goldstone delle Nazioni Unite - di recente decantato dal suo autore, il giudice sudafricano Richard Goldstone (il report voluto dalla comunità internazionale accusava Israele così come anche i palestinesi di crimini di guerra e contro l'umanità). La guerra del 2009 ha ridotto il lancio dei missili in Israele per qualche tempo, ma nel novembre del 2012 Israele s'è trovato di nuovo costretto a combattere. Molte vite israeliane sono state risparmiate solo grazie alla nuova difesa missilistica di Iron Dome. Ora Hamas sembra aver deciso che un'altra guerra potrebbe fornire una grande opportunità politica - e pazienza per gli abitanti di Gaza. Nella regione, Hamas ha perso peso da quando non c'è più il sostegno del siriano Bashar el Assad e soprattutto dopo che l'esercito egiziano ha rovesciato il governo dei Fratelli musulmani di Mohammed Morsi al Cairo l'estate scorsa. Ecco che ora c'è l'occasione di ricominciare l'offensiva dei terroristi.
Hamas deve aver pensato di poter utilizzare l'assassinio del giovane palestinese da parte di una banda di vigilantes ebrei la settimana scorsa - che ha scatenato scontri a Gerusalemme est - per iniziare una terza Intifada contro Israele in tutto il territorio palestinese. La Cisgiordania è stata relativamente calma e prospera per quasi un decennio, e un nuovo confronto militare può mettere nell'angolo Abu Mazen e diminuire il potere politico di Fatah, creando nuove aperture per Hamas, mentre a livello internazionale Israele è ostracizzato. Hamas pensa di poter reiterare la guerra contro una potenza molto più forte perché Israele non ha mai preteso un prezzo fatale. L'aggressione di Hamas serve i suoi interessi politici, mentre i morti palestinesi servono i suoi interessi di propaganda. Questi obiettivi s'allargano quando i governi occidentali chiedono un contenimento mutuale, come se le due parti fossero egualmente responsabili delle violenze. "Insistiamo nel chiedere una de-escalation da entrambe le parti", ha detto la portavoce del dipartimento di stato Jen Psaki, una richiesta che non ha alcun effetto su Hamas ma che mette pressione solo su Israele.
Il nostro consiglio agli israeliani è questo: se vogliono evitare di andare in guerra a Gaza ogni tre anni, devono distruggere Hamas come entità politica e come potere militare. Non c'è bisogno di una rioccupazione permanente di tutta Gaza, ma una campagna di terra che distrugga la capacità di Hamas di fare una guerra potrebbe essere necessaria. Forse bisognerà riprendere il controllo sul corridoio di Filadelfia lungo il confine con l'Egitto per prevenire il contrabbando sotterraneo di munizioni sempre più sofisticate, per lo più provenienti dall'Iran. Tutto questo sarà condannato dai soliti sospetti. Ma Israele sarà denunciato in ogni caso, per cui gli conviene almeno essere efficace. Nel lungo periodo, Gaza beneficerà del fatto di non dover per forza vivere sotto una leadership che porta senza motivo i cittadini in guerre distruttive e i palestinesi moderati della Cisgiordania potrebbero pure essere sotto sotto soddisfatti nel vedere umiliati i loro oppositori interni.
La pace tra Israele e i suoi vicini rimane un progetto a lungo termine, ma non ha alcuna possibilità di concretizzarsi finché Hamas è visto come un forte e quasi legittimo interlocutore politico.

(Il Foglio, 11 luglio 2014)

Ritratto di alex

RAMALLAH, 10 lug. - Il movimento islamico Hamas invita i palestinesi della Striscia di Gaza a fare da scudi umani contro i raid aerei israeliani. "Chiediamo che venga seguita questa pratica", ha detto in televisione un portavoce di Hamas elogiando, come riferisce l'agenzia di stampa Dpa, i palestinesi che poco prima di un attacco israeliano sono saliti sul tetto della sua abitazione.
Ieri, ricorda la Dpa, il gruppo israeliano per i diritti umani B'Tselem ha riferito che alcuni membri di una famiglia e vicini di casa di un militante di Hamas sono saliti sul tetto della sua casa prima di un attacco israeliano. Un missile ha ucciso otto persone. L'Esercito israeliano ha detto di aver avvertito ripetutamente gli abitanti della zona e di aver aspettato fin quando la casa è stata abbandonata, ma alcune persone sarebbero tornate poco prima dell'attacco, quando non era più possibile fermare il raid, come ha spiegato il portavoce dell'Esercito Arye Shalicar, sottolineando che le forze israeliane fanno tutto il possibile per evitare vittime civili.
Oggi il ministero dell'Interno di Gaza ha diramato un comunicato per i cittadini della Striscia contro la cosiddetta procedura "bussare sul tetto", in base alla quale Israele avverte i residenti di evacuare le proprie abitazioni prima di effettuare un bombardamento. "Invitiamo i cittadini a non collaborare con questi messaggi, a non lasciare le proprie abitazioni e a mantenere un basso profilo", è scritto nel messaggio, secondo quanto riportato dai media israeliani.

(Adnkronos, 10 luglio 2014)

Ritratto di alex

L'antisemitismo non muore mai. Tre ragazzi massacrati a sangue freddo non contano, per i giornali italiani Israele è comunque colpevole e non sa piangere i morti degli altri. Carnefici a prescindere.

di Maria G. Maglie

Se poi viene confermato quel che già si sa, ovvero che il povero ragazzino palestinese non lo hanno ucciso dei coloni vendicativi ma è stato vittima di un delitto di famiglia o di vicinato perché omosessuale, caratteristica serenamente ammessa in Israele, considerata un peccato intollerabile tra i palestinesi, credete che qualcuno tornerà indietro sui titoli sparati ieri? Oggi che ritorsioni per la macellazione dei tre ragazzi israeliani ancora non se ne vedono, a dimostrazione di quale e quanto timore il terrorismo possa incutere anche nella nazione più coraggiosa, credete che qualcuno tomerà indietro sui titoli sparati da giorni? Ne ricordo alcuni. Dal Corriere della Sera, il commento di Ala Hlehel dal titolo «Incapaci di mostrare dolore se muoiono i figli degli altri», e gli incapaci sono gli israeliani, da Avvenire, l'editoriale di Riccardo Redaelli dal titolo «La logica perdente della vendetta», la logica perdente manco a dirla è quella di Israele. Nei giorni precedenti: l'Unità «Israele, l'escalation dell'orrore»; La Stampa, «Uccisi i tre ragazzi sequestrati. Israele: sarà la fine di Hamas»; il Fatto Quotidiano, «Uccisi i ragazzi rapiti. Israele giura vendetta»; la pagina on line di Rifondazione «Palestina, Ferrero: Criminale ritorsione del governo israeliano contro il popolo palestinese»; Il Manifesto, «Uccisi i ragazzi rapiti. Israele accusa Hamas». Che avete capito voi? Che si sta preparando una reazione feroce, non che hanno trucidato tre innocenti che facevano l'autostop. Non che il premier Bibi Netanyahu ha condannato qualsiasi ritorsione personale con parole durissime.

- Concessioni
  Il terrorismo palestinese ottiene il suo scopo infame anche grazie ai media europei. Quello contro Israele è un terrorismo «politico», compagni che sbagliano si diceva un tempo. I terroristi processati da uno Stato democratico scontano dieci, quindici anni di prigione e poi ricominciano il loro sporco lavoro. Piegati dal terrorismo gli israeliani si sono ritirati dal Libano del sud, da Gaza, dal nord della Samaria. Oggi sono piegati anche nella capacità di resistenza: il 39% di israeliani era pronto a «concessioni» nel 1988, contro il sessanta per cento di oggi. Il terrore funziona, gli ebrei sono vittime di seconda classe per il mondo.
   Gilad, Naftali ed Eyal, due sedici anni, uno diciannove, erano studenti di una scuola rabbinica di Gush Etzion, un insediamento ebraico nei pressi di Hebron. Non erano soldati, non erano coloni armati, non minacciavano nessuno, stavano tomando a casa; li hanno rapiti dei terroristi palestinesi travestiti da ebrei ortodossi, li hanno portali nel centro palestinese di Halhoul, li hanno massacrati, hanno devastato i loro corpi. Non volevano, come pure si è detto, scambi di prigionieri, quelli li hanno sempre ottenuti, a ritmi di un prigioniero israeliano in cambio di mille palestinesi. È un cambio di passo nel terrorismo politico, la vigilia di una terza Intifada, preparino lo sdegno i filo arabi, ci sarà spazio come già in passato per stragi inventate e per assedi fasulli, protagonista il perfido Israele in armi contro ragazzini dotati solo di pietre. Ai distratti del governo Renzi, uno che alla Leopolda si proclamava gran sostenitore di Israele ma poi ha mandato la Mogherini agli Esteri, già la vorrebbe sostituire, ma per mandarla in Europa, e pare che al suo posto ci voglia Lapo Pistelli, amico del cuore dell'Autorità Palestinese, ai distratti in generale è d'obbligo ricordare che l'Autorità Palestinese ha cooptato il mese scorso Harnas in un governo di unità nazionale e che basta guardare la carta geopolitica del caos mediorientale per capire che oggi, parlare di «processo di pace in Medio Oriente», come pure si ostinano a fare, è grottesco. Oggi tra Isis a Bagdad che annuncia la conquista di Roma, Iran che finanzia i terroristi indisturbato, anzi ci facciamo le trattative, Libia che si avvia a essere come la Somalia fuori controllo, perfino con un leader turco, Erdogan, che era un baluardo della Nato e oggi conciona spiegando che guai a distinguere tra islam moderato ed estremista, ecco, oggi non rimane all'Occidente che il baluardo di Israele. Comprenderlo vorrebbe dire rinviare il suicidio.
   Invece no, invece il Corriere pubblica un articolo infame dello scrittore arabo israeliano, e cittadino israeliano, Ala Hlehel, il quale, dato per scontato che l'omicidio di Mohammed Abu Khdair sia una vendetta, giustifica l'appoggio al rapimento e all'uccisione dei tre ragazzi. Per lui sono eguali il terrorismo da un lato, le operazioni militari di difesa dal terrorismo dall'altro.

- Doppiezza
  Peggio, c'è come un marchio di razza, gli israeliani sarebbero incapaci di empatia e comprensione umana verso gli arabi. Che dovrebbero fare i cattivoni per dimostrare empatia? Ovvio, trattare con un governo che include Hamas, astenersi dal difendersi, cedere nei negoziati. Osservate nella prosa di Ala Hlehel la doppiezza del messaggio proposto a lettori compiacenti. «L'opinione pubblica sionista non tollera più la solidarietà con le vittime "dell'altra parte" ma pretende che l'identificazione e la solidarietà siano solo ed esclusivamente con "le nostre vittime"», e poi «sono sicuro che la stragrande maggioranza del popolo palestinese non abbia gioito per l'uccisione di tre ragazzi, sebbene non sia neppure in lutto». Da dove trae tali certezze? Non è dato saperlo. Dice due parole che siano due contro il terrorismo? Macché, perfetto per pubblicazione su giomalone italiano.

(Libero, 4 luglio 2014)
Ritratto di alex

  
Non c'è "ciclo della violenza" in Israele. C'è un aggressore integralista islamico, identico a quello che in questo momento fa centinaia di migliaia di morti in tutto il Medio Oriente, che odia gli ebrei, ha ricevuto l'ordine di ucciderli nella sua stessa carta costitutiva, rapisce a sangue freddo tre ragazzini e li uccide cantando di gioia, come si sente nella terribile cassetta arrivata nelle nostre mani.
Se il ragazzo palestinese ritrovato ieri mattina nella foresta di Gerusalemme è stato ucciso da un gruppo di israeliani delinquenti psicopatici e razzisti (cosa per niente sicura al momento) questo non ha niente a che fare con l'assassinio sistematico e programmatico perpetrato da decenni da Hamas, una grande organizzazione che controlla un esercito, una porzione territoriale notevole, Gaza, una quantità di denaro.
Se gli assassini fossero ebrei di estrema destra, prima di tutto sono degli assassini, e questo non ha niente a che fare nè con l'ebraismo, nè col fatto che si tratti, se così fosse, di "coloni" categoria vituperata anche se il mondo ha appena avuto l'occasione di incontrare la grandissima pietà, onorabilità, la dignità infinita dei genitori dei ragazzi uccisi. Tutte persone che vivono nei famigerati Territori, come tante altre persone per bene che hanno agli occhi del mondo il difetto di ritenere che per accettare la cessione di parte dei luoghi oggi abitati dagli ebrei, Israele ha diritto a una maggiore sicurezza.
Cosa che davvero oggi esiste. Pensate se il Golan fosse stato sgombrato: sarebbe oggi terreno dell'assassino Assad o dei mostri qaedisti. Pensate se la valle del Giordano fosse stata concessa: sarebbe ora preda dell'ISIS, e li avremmo affacciati sul Mediterraneo. Un po 'di buon senso e nessuna equivalenza morale, non è proprio il caso.

(Blog di Fiamma Nirenstein, 4 luglio 2014)
Ritratto di alex

Gerusalemme: ragazzo palestinese ucciso: quello che i media non vi dicono 

Gerusalemme, 03/07/2014 – Cerchiamo di fare un ragionamento logico sull’omicidio di Mohammed Abu Khdeir, il ragazzino palestinese trovato bruciato nei pressi di Gerusalemme della cui morte tutti i media mondiali accusano gli estremisti ebraici. Cerchiamo di farlo senza farci condizionare dagli stessi media e soprattutto nel rispetto di quanto chiesto dal portavoce della polizia israeliana, Rafi Yafeh, in merito al tenere un profilo basso fino a quando non sarà la stessa polizia a dare informazioni ufficiali.

Prima di tutto ripercorriamo gli eventi. Tre giorni fa vengono trovati i corpi trucidati dei tre ragazzi ebrei rapiti e ammazzati da Hamas. Grande indignazione in Israele, poche reazioni dalla comunità internazionale se non quelle di circostanza. L’unica preoccupazione è relativa alla possibile reazione israeliana. Il giorno dopo ci sono i funerali dei tre ragazzi il tutto mentre su tutto il sud di Israele piovono decine di missili. L’indignazione internazionale (se così la vogliamo chiamare) è già scemata. Ma d’altra parte non è mai stata alta nemmeno nei giorni del sequestro quando ancora si credeva che i ragazzi fossero vivi. Ieri viene trovato i corpo bruciato di un ragazzino arabo e scoppia il pandemonio, sia a livello locale con un atipasto di intifada che a livello mediatico globale. Non c’è un solo media internazionale che non parli di “vendetta israeliana”. Non servono gli appelli della polizia alla prudenza, i media e isoliti idioti soffiano volentieri sul fuoco delle violenze. Pochi fanno caso al fatto che il ragazzino palestinese è stato bruciato, una cosa che un ebreo (specie se ortodosso) non farebbe mai e poi mai, nemmeno per il peggior nemico.

Nella tarda mattinata di ieri Rights Reporter parla con alcuni esponenti della polizia e viene fuori che in pochissimi pensano che il ragazzo sia stato ucciso da ebrei. Anzi, la storia criminale della famiglia del giovane arabo fa supporre che si tratti di un delitto maturato nel mondo criminale di Gerusalemme Est. Poi le prime voci, confermate da conoscenti, della omosessualità del ragazzino fanno addirittura pensare a un delitto d’onore. Ma la situazione a Gerusalemme è gravissima, la polizia non può diffondere questi sospetti che verrebbero presi come una “montatura” e potrebbero accendere ancora di più gli animi. Nella tarda serata di ieri sera si diffondono voci dell’arresto di due famigliari del ragazzino arabo, ma le voci non trovano conferme ufficiali ma nemmeno smentite. Un dirigente della polizia, sotto condizione di anonimato, conferma che c’è un filmato ripreso da una telecamera di sicurezza che mostra il momento del sequestro del giovane arabo. Ma naturalmente di tutto questo i media non ne parlano e continuano a dare per scontato che si tratti di una vendetta israeliana. I medi israeliani, in conformità con quanto chiesto da Rafi Yafeh, continuano a mantenere un basso profilo.

E siamo a questa mattina. Rights Reporter viene a sapere che il padre del ragazzino ucciso aveva denunciato qualche giorno fa alla polizia il rapimento del figlio più piccolo affermando poi in seguito che si trattava di “un errore”. Viene così fuori che il ragazzino veniva continuamente vezzato e deriso per la sua condizione e più di una volta sarebbe stato minacciato di morte. In Palestina non è necessario che sia provata l’omosessualità di qualcuno, basta il sospetto.

Ora, facciamoci due conti. La tempistica dei fatti è davvero allucinante. In tre giorni si è passati da una flebile condanna per l’omicidio dei tre ragazzi israeliani e alla paura di una reazione armata israeliana nei confronti di Hamas (che continua a tirare missili a getto continuo), ad una generalizzata condanna di Israele per una presunta vendetta che quasi certamente non c’è stata (noi ne siamo ragionevolmente certi). Non solo si è oscurato a livello globale il brutale omicidio dei tre ragazzi, ma si è trovata quella scusa che mancava per dare il via a violenze inaudite a Gerusalemme Est e, quasi, a giustificare il lancio di missili sul sud di Israele. Non solo, come ci faceva notare questa mattina un dirigente della polizia di Gerusalemme, si è creata una condizione per la quale anche se la polizia avesse i nomi degli assassini del ragazzino arabo e questi non fossero israeliani, non potrebbe né diffonderli né tantomeno procedere al loro arresto perché darebbe la scusa agli arabi per scatenare ulteriori violenze. A qualcuno non viene in mente che ci si trovi di fronte all’ennesimo trabocchetto palestinese?

(Right Reporters, 3 luglio 2014)

Ritratto di alex

Palestinese ucciso. Israele arresta sei estremisti ebrei

Uno dei giovani avrebbe confessato: c'era un piano Caccia ai complici per l'omicidio di Mohammed. La reazione di Netanyahu: «Qui non c'è spazio per gli assassini».

di Maurizio Molinari

GERUSALEMME - Almeno sei estremisti ebrei sono stati arrestati dalla polizia israeliana per l'omicidio del giovane palestinese Mohammed Abu Khdeir, bruciato vivo. Sono considerati terroristi e in quanto tali per dieci giorni saranno detenuti senza poter incontrare un legale. La loro identità non viene divulgata perché l'intento della polizia è arrivare a sgominare l'intero network di complicità che ha consentito, giovedì scorso, di rapire Abu Khdeir mentre andava alla moschea di Shuafat, dopo aver tentato di sequestrare un altro bambino il giorno precedente. Uno degli arrestati - secondo quanto rivelano fonti del quotidiano on line Ynet - avrebbe confessato di aver partecipato all'omicidio e accusato i propri compagni.
   «Gli autori di questo crimine orrendo devono essere condannati con i termini più duri - ha commentato il premier Benjamin Netanyahu - e subiranno il potente impatto della legge perché nella società israeliana non c'è spazio per gli assassini, ebrei o arabi». Poche ore prime era stato il presidente di Israele, Shimon Pers, a dire da Sderot: «Non c'è differenza fra sangue e sangue, un killer è un killer e sarà punito con la forza della legge perché siamo uno Stato di diritto».
   Gli apparati di sicurezza si preparano ad una stretta contro gli estremisti che giovedì scorso, all'indomani della sepoltura a Modiin delle salme dei tre ragazzi ebrei rapiti in Cisgiordania, avevano manifestato a Gerusalemme simulando una «caccia all'arabo». «L'assassinio di Abu Khdeir è stato un atto malato - afferma Yithak Aharonovitch, ministro della Pubblica sicurezza - e non ci fermeremo finché tutti i responsabili non avranno pagato davanti alla legge». Alla vigilia degli arresti era stato il capo del Mossad, Tamir Pardo, a far sapere dalle colonne di «Haaretz» la propria opinione sui disordini a Gerusalemme Est seguiti all'uccisione di Abu Khdeir: «II problema palestinese è una minaccia esistenziale per Israele più seria del nucleare dell'Iran». Saranno le prossime ore a dire se le proteste di palestinesi e arabo-israeliani si placheranno dopo gli arresti. La madre del ragazzo ucciso, Suha Abu Khdeir, non mostre fiducia nella giustizia israeliana: «Faranno loro qualche domanda e poi li manderanno a casa, dovrebbero distruggere le case come fanno con i nostri». La rabbia della famiglia Khdeir si deve anche a quanto avvenuto a Tariq, 15enne cugino della vittima, picchiato con forza dagli agenti durante i disordini a Shuafat sollevando una richiesta di «chiarimenti» da Washington, in ragione del fatto che è cittadino americano. Il presidente dell'Anp, Abu Mazen, ha chiamato il Segretario generale dell'Onu Ban Ki moon chiedendo «un'inchiesta sui crimini commessi da Israele». La replica di Netanyahu è stata immediata: «Noi processiamo i killer, i palestinesi ne esaltano le gesta nelle scuole».
   Intanto a Hebron, l'esercito ha arrestato Hassam Dopash considerato un fiancheggiatore dei sequestratori dei tre ragazzi uccisi. Le indagini su rapimenti e delitti spingono Netanyahu a dare tempo ai mediatori egiziani affinché negozino una tregua con Hamas a Gaza: «Serve contenimento davanti agli attacchi».

(La Stampa, 7 luglio 2014)


Questo omicidio di vendetta contro un ragazzo palestinese innocente potrebbe essere l’elemento relativamente nuovo nella recente storia di Israele. Altri elementi però non sono nuovi. Non è nuovo il tipo di reazione di condanna del governo israeliano; non è nuovo il rapido sfruttamento delle autorità palestinesi, e l’ancor più rapido riallineamento dell’opinione pubblica alla consueta, per molti addirittura “doverosa”, riprovazione non dell’atto commesso in Israele, ma proprio del popolo e dello Stato di Israele. Non si sottolinea il fatto che si tratta di una reazione, sia pure indegna, a un fatto indegnissimo, ma anzi si direbbe che il gioco delle motivazioni sia invertito: non è che il palestinese Mohammad sia stato ucciso perché tre giovani israeliani sono stati prima immotivatamente uccisi, ma, al contrario, è l’omicidio di Mohammad che mette in luce chi è veramente Israele: il “carnefice a prescindere” dei palestinesi. E questo spiega il motivo per cui degli arabi palestinesi sono stati spinti ad ammazzare tre giovani ebrei. Quindi la colpa principale non è loro: la colpa originaria è di Israele, che continua la sua illegale occupazione. Occupazione della Palestina? No, occupazione di un posto in cui esistere su questa terra. La colpa di esistere: questo è da sempre il peccato originale del popolo ebraico e, negli ultimi decenni, dello Stato d’Israele. “Israele, per favore, te lo chiediamo con le buone maniere: sparisci! E tutto si risolverà”. Questo è l’educato appello della comunità internazionale “moderata” che dà voce alle Nazioni Unite, a cui speranzoso si rivolge Abu Mazen per avere “giustizia” contro il perfido Israele. M.C

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