15.04.2011 - La morte di Vittorio Arrigoni

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Una voce fuori dal coro, Fiamma Nirenstein, sul triste epilogo della vita del concittadino italiano...
 
Ci sono tre o quattro cose chiare e tuttavia difficili da digerire nell'orribile omicidio di Vittorio Arri­goni. La prima naturalmente è la crudeltà della pubblica esecu­zione di un giovane uomo che aveva famiglia e amici. E ciò è chiaro. Ma non lo è la patente re­al­tà che gli assassini siano jihadi­sti islamici di Gaza. Avrebbero potuto essere afghani, o irache­ni.
 
Nel 2002 Daniel Pearl fu ucci­so a Karachi con metodi analo­ghi perché era ebreo; nel 2004 l'americano Nick Berg in Iraq fu decapitato in vi­deo per, dissero gli jihadisti, «da­re un chiaro messaggio all'Occi­dente »; Fabrizio Quattrocchi perché «nemico di Dio, nemico di Allah» e Arrigoni, come dico­no i suoi carnefici nel video con la scritta che scorre, perché «dif­fondeva a Gaza il malcostume occidentale» e «l'Italia combat­te i Paesi musulmani». Si ripete molto che Hamas, di cui Arrigo­ni era amico, ha condannato il delitto. Ma in realtà non impor­ta se gli assassini sono iscritti a Hamas oppure no. Lo sono sta­ti, lo saranno, lo sono... Anche Al Qaida, che a Gaza c'è, è me­glio o peggio accolta a seconda dei momenti. Ma Hamas è sem­pre padrona di Gaza.

Suo è il ra­pimento di Shalit, sua la distru­zione armata del campo di ricre­azione dell'Onu per bambini non confacente ai dettami isla­mici, suo l'arresto di 150 donne con l'accusa di stregoneria e l'as­sassinio di alcune, sua l'acquisi­zione nella legge della pena di morte, la fustigazione, il taglio della mano, la crocifissione. Sua l'uccisione del libraio Rami Khader Ayyad, cristiano di 32 anni che vendeva Bibbie. Maga­ri non sono tutti iscritti a Hamas quelli che compiono queste operazioni, o quelli che manda a sparare i missili Qassam con­tro Israele, mentre a volte li trat­tiene. E a volte reprime i giovani come ha fatto nei giorni scorsi in piazza. Hamas è un mo­vimento, un partito, uno Stato integralista, nel suo statuto sta­bilisce che vuole la distruzione dello Stato ebraico, lo sterminio degli ebrei e la sottomissione di tutto il mondo al califfato islami­co. Le frange salafite e quelle più legate alla Fratellanza Mu­sulmana in Egitto, di maggiore o minore influenza iraniana o qaedista residenti nella Striscia, si associano e si dissociano. Il fat­to ­che Hamas adesso li discono­sca non ha nessunissima impor­tanza.

Per capire la morte del giovane italiano è invece impor­tante ­afferrare che essa è stata in­nescata dallo spurio mescola­mento dei suoi ideali umanitari con la causa di Gaza integrali­sta, dalla sua vita mescolata a quella dei suoi potenziali nemi­c­i nell'illusione di accattivarseli. Non c'è simpatia stabile da par­te di un integralista. Solo la sua idea di Dio conta. La Gaza di Ha­mas, dove Arrigoni viene ucci­so, per come la conosciamo è sempre terra incognita. Arrigo­ni amava i palestinesi, ma resta­va un estraneo. Per quanto uno possa combattere per uno Stato palestinese è poi difficile vivere con chi spara missili sui civili, in­dossa cinture di tritolo, distribu­isce caramell­e quando viene uc­cisa a Itamar una famiglia israe­liana di cui fanno parte un bam­bino di tre mesi, uno di quattro anni, uno di nove.

È un punto teorico molto importante: quando vai a Gaza, come in Af­ghanistan, devi sapere bene che la nostra concezione della vita, con tutti i suoi difetti e le sue falle, è tuttavia così carica di valore in sé che ci è difficile acce­de­re l'idea che un terrorista sui­cida, o la madre di terrorista sui­cida, o un gruppo di amici che magari vedi tutti i giorni, possa­no attribuirle valore a seconda di una scala che vige solo secon­do la sharia e l'interpretazione del potere vigente. Puoi morire perché sei ebreo, perché sei ita­liano, o cristiano, perché sei un apostata, o un corrotto occiden­tale... la fantasia estremista, non ci si può illudere, elide ami­ci e sodali. Per quanto uno si sia speso contro «il potere sionista» e abbia usato per gli ebrei l'ap­pellativo «ratti» (purtroppo Arri­goni l'ha fatto, e questo tuttavia non può cambiare la pietas per lui e la sua famiglia), niente vale se sgarri rispetto a una norma non tua, che resterà indistinta fi­no alla lama del coltello. L'isla­mismo politico può ammicca­re, ma poi uccide, anche se nes­suno di noi, gente della cultura ebraico-cristiana, lo può, oggi, capire.

E dunque, è intellettualmen­te triste e anche pericoloso che una manifestazione davanti al Parlamento incolpi Israele e l'Italia della morte di Arrigoni; o che l'Ism, Ong filopalestinese cui Arrigoni apparteneva, dia «responsabilità morali allo Sta­to d'Israele». Queste reazioni sembrano uscire da uno shock di perdita o da un cieco odio ide­ologico. Ma più ancora colpi­sce, con tutto il sincero rispetto per la figura del presidente della Repubblica, che nel suo giusto comunicato di cordoglio Gior­gio Napolitano, invece di biasi­mare l'integralismo islamico, chieda la «ricerca di una soluzio­ne negoziale al conflitto che in­sanguina la regione». Con la stessa coerenza, avrebbe potu­to invocare qualsiasi altra buo­na causa: la lotta alla fame nel mondo o alla prostituzione in­fantile. Invece ecco che si richia­ma Israele a qualche misteriosa responsabilità. Ma la colpa è dell'integralismo islamico, che c'entra tirarci dentro il dolente testimone e vittima di questo grande problema comune?
 
Il Giornale, 16 aprile 2011

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Commenti

Ritratto di alex



di Claudio Alberti

Parlando della puntata di Qui Radio Londra del 15 aprile

È vero, la morte di Arrigoni è stata struggente, e non può che suscitare pietà. Ma concordo che la pietà non può portare a nascondere che Arrigoni combatteva dalla parte sbagliata. Chi sta con Hamas, chi non si dissocia in pieno da un'organizzazione che ha instaurato una dittatura, e ha come suo obiettivo la distruzione di Israele, non può, secondo me, essere definito un pacifista, perché fa esattamente il contrario di quello che dovrebbe fare chiunque voglia la pace e la stabilità in Medio Oriente.
Chi la pensa come la pensava Arrigoni (che chiamava gli israeliani "ratti", quando era particolarmente polemico), in queste ore non ha la minima difficoltà ad incolpare Israele di responsabilità morale per aver causato il clima che ha portato alla violenza mortale contro il volontario italiano: in realtà è probabilmente il contrario. Il gruppo salafita è nato e cresciuto nelle stesse case e nelle stesse strade di Hamas, radicalizzando il suo stesso odio e innalzando le sue stesse aspirazioni. Arrigoni è stato ucciso da quelli che voleva difendere. Il resto, sono solo chiacchiere.

(Roma MMXI, 16 aprile 2011)

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