Un futuro di speranza nonostante...

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Richard Njoroge Mugi è nato come tutti gli altri bimbi, con due occhi. Ma già al compimento del primo anno di età aveva sviluppato un’infezione, probabilmente ereditata dal padre; difatti entrambi i suoi fratellini erano nati ciechi. In tenerissima età gli venne rimosso un occhio, mentre dall’altro riusciva ancora a vedere, anche se a stento.

 

Ma questo era solo l’inizio dei guai: alla morte del padre madre e figli furono cacciati di casa e costretti a vivere sotto una tenda, perché i parenti avevano vergogna di avere in famiglia una donna che aveva messo al mondo solo bambini ciechi. “La vita divenne molto dura per noi. Molte volte andavamo a letto senza cena, mentre i nostri parenti avevano da mangiare in abbondanza.

Dio però non ci ha mai abbandonato, non ci ha mai permesso di andare a letto per due giorni di fila senza cibo. Una cosa che non dimenticherò mai di fare è ringraziare il Signore che ha sempre provveduto per noi, anche in circostanze insperate.”

All’età di 4 anni l’infezione si estese anche all’altro occhio. Sua madre lo portò dallo stesso medico, che insistette per rimuovergli anche il secondo. Fortunatamente questa volta la madre si oppose e portò Richard in un altro ospedale. “Per la prima volta ho visto un dottore versare lacrime”, ammette Richard. "Non poteva credere che un medico avesse deciso di rimuovermi gli occhi anziché curarli". Purtroppo, la madre non poteva permettersi di pagare l’operazione, così il medico lo operò gratuitamente. In questo modo l’occhio fu salvo e il ragazzo ebbe per la prima volta un paio di occhiali che gli furono di grande aiuto. “Ringrazio Dio che posso vedere un po’ anche se sono miope e con un occhio solo.”

 

Impossibilitato a frequentare l’asilo perché vedeva troppo poco, fu inserito in una scuola per bimbi ciechi. A 9 anni Compassion aprì un centro nella sua comunità e Richard vi venne iscritto, ancora una volta appena in tempo, perché la mamma non aveva più i mezzi per pagargli la retta scolastica: “Il Signore interviene sempre al momento giusto, senza essere mai in ritardo”, può ora sostenere con sicurezza. “Essere un ragazzo disabile in Africa significa venire escluso dalla società e subire discriminazioni, ma tutte queste difficoltà le ho superate grazie all’amore del Signore, il mio creatore, e del mio sostenitore.”

 

“L’insegnamento che ho ricevuto al Centro mi ha aiutato a comprendere che sono una creatura speciale per il Signore, a prescindere dalle discriminazioni subite dagli uomini. La sicurezza che Dio mi ama e che ha meravigliosi progetti per la mia vita mi ha sempre fatto sentire accolto da Lui.”

 

Terminate le scuole secondarie, Richard cercò in tutti i modi di finanziarsi gli studi universitari, facendo anche l’attore alla radio. Il momento della disperazione venne quando, “alla ricerca di un sostenitore che mi potesse aiutare per il college, incontrai una persona che mi disse che l’unica possibilità che avevo era di andare per le strade a mendicare come tutti gli altri ciechi. Dopo aver sentito queste parole pensai veramente al suicidio, perché ero convinto che ormai non avrei più avuto alcuna speranza.”

 

Fu a quel punto che Dio intervenne nuovamente tramite l'incoraggiamento ricevuto dal personale di Compassion e il successivo inserimento nel programma LDP. Ora Richard studia Scienze dell’Educazione, ma il suo sogno rimane quello di diventare un pastore.

 

“Ho tante difficoltà da superare qui, dal momento che sono il primo ragazzo cieco che frequenta l’università, ma sono contento perché attraverso me il Signore potrà aprire la strada a tanti altri studenti ciechi che riusciranno ad avere delle strutture idonee. Richard è ormai un leader nella sua università ed è dirigente dell’associazione per gli studenti disabili e del club biblico dell’ateneo. “Il mio obiettivo è di lavorare con ragazzi ciechi per portare un po’ di luce nella loro vita, assistendoli ed educandoli ad essere autosufficienti. Il mio motto è: ’Portare speranza alle persone meno fortunate, aiutandole a sviluppare i loro talenti poiché essere disabili non significa essere inabili‘.”

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