"Salvale dalla malvagità...."

Versione stampabileSend by emailVersione PDF

Piacenza ore 6.00, l'arrivo alla stazione è puntuale. Il freddo pungente, come ricordavo. Il viaggio da Roma un po travagliato. Dalla stazione Roma Termini salgo sulla giusta corazza, arrivo alla cabina prenotata.

Ma qualcosa non quadra non c'è posto, la cabina è piena e dei coloriti napoletani mi invitano, simpaticamente, a passare oltre, mi siedo nella cabina adiacente. Alla partenza un'altra piacevole sorpresa, il collega Antonio C. è in viaggio anch'egli verso l'Istituto Penitenziario. Nostro luogo di servizio ormai da anni.

L'occasione mi è preziosa per documentarmi sugli eventi trascorsi in questi 10 anni di assenza dal capoluogo Emiliano. In una decade ne cambiano di cose. Gli aggiornamenti riguardano colleghi che si sono congedati per cambiar lavoro e vita, altri, come me, in distacco verso zone più vicine a casa. Altri amici morti, incidente, malattia, suicidio.
Ed è proprio per un suicidio che mi ritrovo stamani in questa stazione, lontano dalle mie piccole, tra strade che mi ricordano la neve e il suo candore.

Arrivo a casa di Alfonso, il mio amico gigante. In ogni senso, fisicamente possente, caratterialmente forte, ed un cuore degno della sua statura. Certo lui mi conosce e mi ha conosciuto nelle follie di all'ora, ne ridiamo ancora insieme. Arrivo alle 6.45 davanti al suo uscio. Mi fa accomodare e conosco i suoi due figli, in verità li avevo già visti seppur in culla. Che bei doni gli ha fatto il Signore, a lui e alla dolcissima Katia. Bimbi intelligenti, Michele e Federica, sani curiosi ed affettuosi. Il tutto condito dalla presenza del piccolo e fedele Tobia.

I figli, ho pensato fra me, benedizioni condite da gioia e dolori. Ed è per un dolore che oggi sono qui.

Abbraccio Alfonso, comincia la giornata. Accompagnare i bimbi a scuola, la Katia, instancabile, è già al lavoro. Poi una corroborante colazione in un locale stupendo, vuol pagare lui, è inutile insitere.
Quindi alle porte del carcere. Alla casa Circondariale di Piacenza.
L'arrivo al blocco, l'accesso nel piazzale, l'aria è pungente, i ricordi  altrettanto, riaffiorano piaceri, sofferenze, battaglie, vittorie, sconfitte, la mente è in subbuglio, quasi vengo rapito, scosso, agitato, schiaffeggiato dalle sensazioni.

Inconto i primi colleghi si ricordano, mi salutano cordialmente, che sollievo, so che per alcuni sono un amico, per altri un traditore e per altri ancora .... fratello.

Arrivo allo spaccio anche li le sensazioni raffiorano e quasi mi sfiorano, mi toccano i momenti vissuti in quel luogo. Non era importante la qualità del caffe, ma sapere che li era possibile gustarlo dopo una notte di servizio, e quale notte passai una notte. Arrivare il pomeriggio per fare il turno pomeridiano e poter passare di li, cominciando il servcizio con una risata, una battuta, una confidenza, un litigio. Luogo di incontro, scontro, amore, odio, occhiate, sorrisi, questo e molto altro è lo spaccio per gli agenti di un carcere.

Un amico non mi saluta, capisco, lo saluto. Altri mi abbracciano, si confidano. Saluto il Comandante, giovane Commissario, e la Direttrice che solo sulla carta mi ha conosciuto. Risulto ancora in forza in quell'Istituto, benché da anni in distacco sindacale presso la UILPenitenziari nella sede di Roma.

Ogni saluto anche se gioviale si trasforma subito in tristezza, capiscono il perché della mia visita. "Una tragedia", "impazzirei", "non è giusto", queste alcune delle parole scambiate e smorzate dalla commozione.

Una visita alla mensa, Alfonso ha da dire alcune cose al titolare della ditta appaltatrice, un'ora incessante di "martellate"  il solito gigante Alfonso Sorriso.
Mi trovo da solo nella sala adibita ai pasti, i tavolini, le sedie, le mattonelle, i distributori, ogni accessorio di quel luogo è una fotografia mnemonica ancora viva e pulsante di colore, di odore. Le emozioni mi travolgono devo chiamare qualche fratello, telefono alla cara sorella Marisa, che amo in Cristo. Lei, come me, non ha avuto una famiglia di credenti in cui crescere, sentivo la necessità di parlarle. Le emozioni mi soffocano, devo sentire qualcuno. E' irraggiungibile. Mi calmo, prego, trovo la pace. Certo da chi potrei andare.
Si avvicina l'ora del pranzo, e del rito. Usciamo dal carcere ci dirigiamo al McDonald's, non c'era anni fa.

Curioso proprio al Mac avevo cenato la sera prima, ancora a Termini. In largo anticipo per la partenza, mi sono nutrito di due cheeseburger e patatine. Curioso dicevo. Noto qualcosa di strano in uno, o forse due, dei cassieri. Un modo particolare di parlare, dolce, femminile. Ed un modo di gesticolare tutt'altro che mascolino. Sorrido e penso: "chissà cosa farebbe di voi Ratzinger (si proprio la mattina precedente avevo letto la notizia secondo la quale l'osservatore del Vaticano aveva espresso parere negativo sulla proposta francese per un intervento ONU al fine di depenalizzare il reato di omosessualità, certamente vietata nella Bibbia, e che in alcuni stati è punita con il carcere e la morte)". Il sorriso fatto in sovrappensiero mi procura una razione enorme di patatine, praticamente sparse nel cestino da viaggio. Ho voluto bene a quel ragazzo, nella maniera più casta possibile, il mio fegato decisamente meno....
"ma bando al sorriso e allo scherzo, è una tragedia" continuavo a ripetermi, continuo a ripetermi.

"Veloci dai che inizia il rito", pranzo veloce, la telefonata di Marisa che mi comunica che era al supermercato con difficoltà di lnea, sono lieto di sentirla, le racconto il viaggio e che ancora non era iniziato il rito....

Arriviamo a rito iniziato. Entriamo nello splendido edificio di culto, stracolmo. Non mi interessa sedere. Mi pongo ad un lato del papà di Annalisa e alla moglie, non in maniera da farmi vedere. Il pianto all'ora comincia a scrosciare, non riesco a trattenermi, non mi emoziona quello che dice il prete, mi strazia vedere il mo amico, un omone alto, rannicchiato, quasi scomparso in quel cappotto, abbracciato alla sua donna, la mamma di Annalisa. Lei è nella bara, poco più al centro, coperta di fiori.

Non riesco a smettere di piangere, 26 anni una tesi ti laurea, proprio 6 anni fa moriva il ragazzo in un incidente stradale, forse una scottatura recente, la sveglia, chissà, di notte dopo un incubo e via quel salto senza fine, ed è la fine.

Termina la celebrazione del rituale, i saluti doverosi agli genitori. Vorrei andare, scappare, ma Alfonso mi trattiene e mi dice sei qui per il tuo amico, vai a salutarlo.

E come potrei non farlo. Fu lui che, quando arrivai a Piacenza mi prese in simpatia, mi fece iscrive alla UIL, mi fece fare sindacato, mi fece conoscere alla Segreteria Nazionale e, quindi, a motivo della necessità di un esperto informatico da Roma e per Roma venne l'inaspettato distacco proprio nella mia città.

Mi avvicino lo stringo, mi dice "quando vai a Roma abbraccia le piccoline, salvale dalla malvagità, io non ci sono riuscito."

In molti lo vogliono salutare, sono letteralmente spinto ed allontanato, i nosctri occhi si incontrano e poi si chiudono. 

Esco dall'edifico ritrovo i miei fratelli. Che abbraccio, che amore, Gerardo, Angelo, altri e poi Guido. Questi colleghi che disprezzavo, fino a che, chissà proprio grazie ad uno di loro, trovai quel vangelo sul posto di servizio. Il tempo di condividere alcune cose, lo scambio dei contatti e poi ancora a casa di Alfonso, incontro Katia e nuovamente i loro piccoli.

La giornata volge al termine ed ora, alle ore 0.20, mi trovo sul treno che mi riporterà a casa, dalle mie piccole, le abbraccerò e pregherò il Signore che le preservi dalla malvagità.

facebook icona twitter iconawhatapps icona

Opera evangelica a favore dei non vedenti

Opere evangelica per sordi

La chiesa perseguitata

Pregare ed aiutare

Il vangelo tra gli stranieri