I nostri peccati infiniti in numero e gravità

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Cerchiamo di spiegare in modo chiaro il significato dei termini "peccato" e "empietà" secondo la Parola di Dio. Dico "secondo la Parola di Dio", perché è indiscutibile che gli uomini usino questi vocaboli in modo molto diverso da quello degli scrittori ispirati. La parola peccato, ad esempio, è considerata da molti un sinonimo di crimine. Quest'ultimo termine sottintende la trasgressione di qualche legge umana, oppure la violazione delle regole morali comuni. Perciò si conclude che quando una persona rispetta le leggi della propria nazione, vivendo in modo civilmente corretto, ha pochi peccati, o addirittura nessuno, di cui dover rispondere. La stessa cosa avviene nel caso del termine empietà: gli uomini ritengono empio colui che si comporta pubblicamente in modo immorale e profano.

Tuttavia, il significato che gli scrittori ispirati attribuiscono a questi termini è ben diverso. Secondo la Scrittura, "empio" è colui che non solo è ingiusto, ma che inoltre rifiuta di ravvedersi e credere nel Vangelo e che, per quanto corretta possa apparire esteriormente la sua condotta, non ha timore di Dio. Quando la Bibbia parla di peccato si riferisce ad una violazione della legge divina, la quale comanda all'uomo di amare Dio con tutto il cuore e il suo prossimo come se stesso. L'apostolo, infatti, afferma che il peccato è una violazione della legge (1 Giovanni 3:4). La legge di Dio si esplica secondo vari precetti che indicano minuziosamente i nostri doveri verso le persone con cui siamo in relazione, e le disposizioni interiori che dobbiamo avere in ogni circostanza. La violazione o la negligenza di uno qualsiasi di questi doveri costituisce un peccato. Anche il Vangelo, come la legge, implica diversi precetti: il ravvedimento, la fede e l'obbedienza, ed anche in questo caso la disubbidienza è considerata un peccato. In altre parole, quando non obbediamo perfettamente a tutti i comandamenti di Dio circa i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni, noi pecchiamo.
Queste considerazioni generali sono sufficienti a convincere chiunque conosca qualcosa di Dio, di se stesso o della legge divina, che i suoi peccati sono numerosissimi. Tuttavia, poiché la maggior parte degli uomini ignora queste realtà, soprattutto quella riguardo la natura, la severità e l'estensione della legge di Dio, è necessario entrare più in dettaglio.

Cristo paragona il cuore dell'uomo a una fontana dalla quale scaturisce ogni sorta di male (Marco 7:20-23). È quindi opportuno iniziare considerando il peccato dei nostri cuori o, in altre parole, la corruzione delle nostre disposizioni e dei nostri sentimenti. Anche solo i peccati di questo tipo, dei quali è colpevole anche il migliore degli uomini, sono innumerevoli! Possiamo affermare con certezza che essi costituiranno l'accusa più grave che sarà rivolta ai peccatori impenitenti nel giorno del giudizio. Eppure, molti uomini non considerano affatto questi peccati: essi si illudono pensando che, se mantengono un atteggiamento esteriore corretto, i sentimenti e le disposizioni del cuore avranno poca rilevanza. Ma i pensieri di Dio sono ben diversi! Basterà un momento di riflessione per convincerci che un uomo che non commetta alcun peccato visibile può, ugualmente, essere considerato il primo fra i peccatori. Questo, ad esempio, può essere detto degli spiriti maligni: nessuno negherà, infatti, che siano pieni di peccato; eppure, non hanno mani per agire, né lingua per parlare. I loro peccati sono solo quelli interiori: i peccati del cuore. Questo esempio è sufficiente a dimostrare che un individuo può essere il più grande peccatore del mondo, pur non commettendo neanche un solo peccato esteriore.

La legge di Dio e il Vangelo di Cristo richiedono innanzi tutto sentimenti giusti e disposizioni d'animo rette. Basterà riflettere un po' per rendersi conto che essi giudicano principalmente gli atteggiamenti e i sentimenti del cuore. Ad esempio, l'amore è un sentimento, e la stessa cosa può essere detta del ravvedimento, della fede, dell'umiltà, della speranza, della pazienza, della confidanza e dell'allegrezza. Eppure, tutte queste cose ci sono richieste come dei doveri indispensabili. Anche l'incredulità è un sentimento, come pure l'egoismo, la durezza di cuore, l'orgoglio, l'amore per il mondo, la concupiscenza, l'invidia, l'ira, l'odio e la vendetta. Tutto ciò è proibito perché sono tra i peccati peggiori e nessuno di coloro che li commette "erediterà il regno di Dio" (Galati 5:19-21).
È evidente perciò che, se desideriamo conoscere il numero dei nostri peccati, dobbiamo esaminare prima di ogni altra cosa i sentimenti e le disposizioni dei nostri cuori. Se considereremo le nostre iniquità in questo modo, saremo convinti in un momento che i nostri peccati sono innumerevoli! Ogni istante della nostra esistenza in cui non amiamo Dio con tutto il nostro cuore noi pecchiamo. perché la Sua legge esige da noi un amore costante e perfetto verso di Lui. Allo stesso modo, ogni volta che non amiamo il nostro prossimo come noi stessi, noi pecchiamo.
Ogni momento in cui non esercitiamo il ravvedimento nella nostra vita, noi pecchiamo, perché il ravvedimento è uno dei primi doveri che ci sono richiesti. Ogni momento in cui noi non confidiamo in Cristo con tutto il nostro cuore noi pecchiamo, perché il Vangelo ci chiama in continuazione ad esercitare costantemente la nostra fede nel Salvatore. Quando i nostri sentimenti non sono rivolti alle cose "di lassù" noi pecchiamo, perché è là che la nostra vita è nascosta (Colossesi 3:1-3). Quando non abbiamo timore di Dio noi pecchiamo, perché ci è stato comandato di temere il Signore sempre. Quando non ci rallegriamo nel Signore noi pecchiamo, perché la Scrittura afferma: "Rallegratevi sempre nel Signore" (Filippesi 4:4). Quando rimaniamo freddi davanti alla Parola di Dio noi pecchiamo, perché quest'indifferenza è segno della durezza del nostro cuore. Quando non perdoniamo coloro che ci maltrattano noi pecchiamo, perché questo è ciò che Cristo ci ha insegnato a fare.
In breve, ogni qualvolta i nostri cuori non sono in uno stato di santità perfetta noi stiamo peccando. La Parola di Dio dichiara: "Siate santi, perché Io sono santo"; "siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste" (1 Pietro 1:16; Matteo 5:48). Perciò, se noi pecchiamo perché non abbiamo i giusti sentimenti, quanto più lo facciamo quando dimora in noi un atteggiamento corrotto! Quando dimostriamo insoddisfazione rispetto a una qualche parte della Scrittura, oppure quando mormoriamo a causa della guida della provvidenza divina, della nostra condizione, delle nostre delusioni o afflizioni, delle condizioni del tempo o di come vanno gli affari, noi pecchiamo. Tali atteggiamenti, infatti, nascondono una ribellione del cuore contro Dio che ci impedisce di poter dire sinceramente: "Sia fatta la Tua volontà".
Quando odiamo qualcuno, noi pecchiamo e "chiunque odia suo fratello è un omicida" (1 Giovanni 3:15). Quando nutriamo un sentimento di vendetta e siamo ostili al perdono pecchiamo, perché se non perdoniamo i nostri nemici, Dio non perdonerà noi (Matteo 6:15). Quando nel nostro cuore ci rallegriamo delle calamità altrui pecchiamo e "chi si rallegra dell'altrui sventura non rimarrà impunito" (Proverbi 17:5). Quando invidiamo gli altri pecchiamo, perché l'invidia è menzionata tra le opere peccaminose della carne. Quando desideriamo una qualsiasi cosa che appartiene al nostro prossimo noi pecchiamo, perché questo è espressamente proibito dal decimo comandamento. Quando amiamo il mondo pecchiamo; infatti, "se un uomo ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui" (1 Giovanni 2:15-17). Chi è quell'uomo che, se conosce anche solo un po' se stesso, neghi che la malvagità del suo cuore è grande e che le sue iniquità sono infinite?

In secondo luogo, consideriamo la peccaminosità dei nostri pensieri. Come i sentimenti sono il frutto del cuore, così i pensieri sono il frutto della mente. La Scrittura insegna che anche questi possono essere peccaminosi. Cristo, ad esempio, classifica i cattivi pensieri con le fornicazioni, i furti e gli omicidi (Marco 7:21). Il Signore afferma: "Gerusalemme, purifica il tuo cuore dalla malvagità, affinché tu sia salvata. Fino a quando albergheranno in te i tuoi pensieri iniqui?" (Geremia 4:14); "Lasci... l'uomo iniquo i suoi pensieri" (Isaia 55:7); "I pensieri malvagi sono in abominio al Signore" (Proverbi 15:26); "Ascolta, terra! Ecco, io faccio venire su questo popolo una calamità, frutto dei loro pensieri" (Geremia 6:19). Perfino il carattere degli uomini è determinato dai pensieri e dalle intenzioni: una persona è ciò che pensa! I passi che abbiamo letto sono più che sufficienti a dimostrare che è possibile peccare con i nostri pensieri.
Se, dunque, i pensieri vani e insensati sono peccato, chi, miei cari, può fare il conto dei propri peccati? Chi di noi può contare i pensieri malvagi che sorgono nel cuore in un solo giorno? Molti di questi pensieri diventano ancora più peccaminosi quando sono pensati nella casa di Dio, quando la mente più che mai dovrebbe raccogliersi in una disposizione sobria e solenne. In questa occasione non scenderemo nei particolari di questo soggetto, ma ognuno di noi deve riflettere sui propri pensieri di incredulità, di empietà, su quelli caratterizzati da concupiscenza, orgoglio e mondanità. Mentre riflettete su queste realtà, ricordatevi che i pensieri sono le parole dello spirito pronunciate all'orecchio di Dio. Per questa ragione, quando pecchiamo coi nostri pensieri la nostra colpa non è meno grave. Quante volte leggiamo che il Signore rispondeva alle persone in base a ciò che pensavano anche se non si erano espresse a parole! Dio spesso accusa i peccatori di aver detto ciò che, in realtà, hanno soltanto pensato (Isaia 14:13; Abdia 1:3). Alle orecchie del Signore, dunque, i nostri pensieri parlano e possiamo comprendere ciò che Egli ode da quello che Mosè disse per lo Spirito Santo: "Tutti i disegni dei pensieri del loro cuore non era altro che male in ogni tempo" (Genesi 6:5). Sicuramente, nessuno che sia persuaso sulla verità di tale dichiarazione, cioè che i nostri pensieri sono parole, dubiterà che le sue iniquità siano infinite.

Dopo i peccati della mente, riflettiamo adesso su quelli della lingua. Anche queste trasgressioni sono infinitamente numerose, perché "dall'abbondanza del cuore la bocca parla" (Matteo 12:34). Se, dunque, il peccato prevale nel cuore, esso si manifesterà mediante la bocca. Ciò che mi propongo non è di insistere sulla falsità, sulle maldicenze, sulle espressioni empie ed indecenti che giornalmente sono pronunciate da miriadi di persone. Che tale linguaggio sia un grave peccato è ovvio e per dimostrarlo vorrei ricordarvi che "di ogni parola oziosa che avranno detta, gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio" (Matteo 12:36).
Ogni parola "oziosa" è, dunque, un peccato. Ma quali sono le parole oziose? Sono quelle parole non necessarie e che non tendono a produrre effetti benefici. I comandamenti del Signore sono: "Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca: ma se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo il bisogno, ditela affinché conferisca grazia a chi l'ascolta" (Efesini 4:29); "II vostro parlare sia sempre con grazia" (Colossesi 4:6): "Come si addice ai santi, né fornicazione, né impurità, né avarizia, sia neppure nominata tra di voi; né oscenità, né parole sciocche o volgari, che sono cose sconvenienti; ma piuttosto abbondi il ringraziamento" (Efesini 5:3-4).
Forse alcuni considerano questi precetti troppo rigidi, ma, cari amici, questi sono i precetti che Dio ha prescritto nella Sua Parola e costituiscono la misura in base alla quale saremo provati nel giorno del giudizio. E allora, anche i peccati della nostra bocca sono infiniti! Già le sole parole oziose che pronunciamo sono innumerevoli! Per non parlare, poi, di quelle che sono apertamente volgari e corrotte! Desidero inoltre ricordarvi che ogni volta che parliamo degli altri come non vorremmo che essi facessero di noi, pecchiamo contro la legge dell'amore e trasgrediamo la "regola d'oro'' del nostro Salvatore: "Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro" (Matteo 7:12).

Consideriamo ora le nostre azioni. Ma, miei cari, non parleremo di ciò che il mondo chiama "peccato"; non menzioneremo affatto i furti, le frodi, le ingiurie, l'intemperanza e le dissolutezze. Se ci sono fra voi persone schiave di queste nefandezze, lascio alle loro coscienze il compito di richiamarle. La nostra attenzione sarà rivolta principalmente a quei comportamenti che la maggior parte degli uomini considerano innocenti e per i quali la coscienza li richiama raramente, o addirittura per niente.
Consideriamo in primo luogo quelli che sono stati definiti peccati "di omissione". La Scrittura afferma: "Non rifiutare un beneficio a chi vi ha diritto, quando è in tuo potere di farlo" (Proverbi 3:27); "Chi dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato" (Giacomo 4:17). Da questi passi appare chiaro che ogni qualvolta gli uomini hanno l'opportunità di fare del bene al loro prossimo, oppure quando possono compiere un'azione alla gloria di Dio, ma non lo fanno, essi peccano. Oh, quanti peccati, dunque, abbiamo commesso! Quante migliaia di opportunità abbiamo avuto per fare il bene, ma non le abbiamo sfruttate! Altre persone che non dispongono di grandi capacità o mezzi hanno fatto agli altri molto più bene di noi! Quante volte abbiamo mancato di glorificare il Dio che tiene nelle Sue mani il nostro respiro! La preghiera e la lode glorificano Dio, ma noi abbiamo spesso trascurato questi doveri. E molti, qui, tuttora trascurano di onorare il Signore. La Bibbia ci comanda che "sia che mangiamo, sia che beviamo, sia che facciamo qualsiasi altra cosa" dobbiamo fare tutto alla gloria di Dio.
Questi precetti provano che ogni parola che non abbiamo detto e ogni azione che non abbiamo compiuto, al fine di santificare il nome del Padre ed onorare quello del Figlio, è un peccato. Alla luce di tale verità ogni parola e ogni azione di chi non si è convertito a Dio è peccato, in quanto nessuna di esse può contribuire in alcun modo alla gloria di Dio e di Cristo. Per questo motivo leggiamo che ciò che costituisce "la lucerna degli empi" è peccato (Proverbi 21:4), che la preghiera e il sacrificio dell'empio sono "in abominio" al Signore (Proverbi 15:8) e che quelli che sono nella carne, ossia che sono inconvertiti, "non possono piacere a Dio" (Romani 8:8), perché "senza la fede è impossibile piacere a Dio" (Ebrei 1:1:6).
Questo non significa che tutto ciò che gli increduli fanno e dicono sia esteriormente sbagliato e dannoso, ma che procede da motivazioni sbagliate, tali da non essere accompagnate dal giusto sentimento verso Dio. Le azioni degli empi non scaturiscono dal timore di Dio e per questa ragione esse sono peccato. Il cuore degli empi, a cui Dio guarda prima di ogni altra cosa, non è santificato e di conseguenza questo si riflette nelle loro azioni. Tale è il senso della similitudine del nostro Salvatore, il quale disse che siccome l'albero è cattivo, anche il frutto sarà tale, perché un albero cattivo non può portare frutto buono. Ogni sentimento, ogni pensiero, ogni parola ed ogni azione che non siano, in ogni loro aspetto, consoni al volere di Dio è peccato. E siccome nessun sentimento, pensiero, parola o azione di un peccatore inconvertito è, come abbiamo visto, conforme alla volontà di Dio, ogni suo sentimento, pensiero, parola e azione è peccato! Ne consegue che, poiché i sentimenti degli uomini, i loro pensieri, le loro parole e le loro azioni sono innumerevoli, tali sono anche i loro peccati!
Mi rendo conto che questa conclusione sorprenderà e forse offenderà qualcuno, ma se prendiamo in considerazione l'insegnamento della Parola di Dio, non vedo come si possa arrivare ad una conclusione diversa. Vi chiedo soltanto di lasciarvi giudicare, o, piuttosto, di giudicare voi stessi alla luce della Scrittura e se riuscirete a provare che anche un solo vostro atteggiamento o un solo vostro pensiero è giusto agli occhi di Dio, ammetterò che la mia conclusione è sbagliata. Ma se quanto abbiamo considerato corrisponde alla realtà, allora siete voi a dover ammettere che le nostre iniquità sono infinite e assolutamente incalcolabili!

Inoltre, è necessario dimostrare che non solo la quantità dei nostri peccati è infinita, ma lo è anche la loro gravità. I nostri peccati sono infinitamente malvagi e meritano una punizione infinita. Eccone i motivi.

a) Siccome ogni peccato è commesso contro Dio, è infinito, perché Dio è un essere infinito, onnipotente, onnisciente ed infinitamente santo, giusto e buono. La gravità di un'offesa è proporzionata all'eccellenza e alla grandezza della persona contro cui è commessa. Per esempio, se è sbagliato che un bambino picchi suo fratello, qualora dovesse colpire il padre, la sua azione diventerebbe più grave, e se il padre di questo fanciullo fosse un re buono, l'offesa sarebbe gravissima! Dio è il nostro Padre celeste, il Re dell'universo, Egli è infinitamente elevato al di sopra di qualsiasi padre e di ogni sovrano terreno! La perfezione di ogni Suo attributo è infinita e per questo è degno di essere amato di un amore perfetto! Egli è anche il creatore e il sostenitore della vita e il donatore di quei poteri e di quelle facoltà che noi invece impieghiamo per peccare contro di Lui. Inoltre, Egli ci ha concesso innumerevoli favori e per tutti questi motivi siamo eternamente obbligati ad amarLo e ad ubbidirGli. Perciò, la violazione di quest'obbligo e ogni peccato contro un essere simile è un male infinito!

b) In secondo luogo, la gravità di ogni peccato è infinita in quanto costituisce una trasgressione di una legge assolutamente perfetta. È ovvio che la violazione di una legge giusta e buona è un male più grave dell'inadempienza verso una qualsiasi legge la cui giustizia non è così evidente. Sicuramente, saremo anche d'accordo nel riconoscere che se l'onore, il benessere e anche l'esistenza di una nazione dipendesse dall'ubbidienza ad una legge promulgata dal suo governo, colui che la dovesse trasgredire si macchierebbe di un crimine gravissimo. Ora, la legge del Signore è perfettamente santa, giusta e buona (Romani 7:12). Se la osservassimo in modo irreprensibile, otterremmo una beatitudine universale ed eterna. Viceversa, la disobbedienza ai comandamenti di Dio è causa di una miseria universale ed eterna. Se la legge di Dio fosse abolita e la sua autorità venisse meno, l'umanità si troverebbe ad essere sotto la legge del più forte, e violenza, discordia e confusione regnerebbero nell'universo. Ogni trasgressione della legge di Dio tende a produrre questo effetto.

c) In terzo luogo, affermiamo che ogni peccato è infinitamente grave perché causa un danno infinito. Immaginate un universo che viva in santità e nella beatitudine. Ad un certo momento, un pensiero o un sentimento che tende a produrre peccato sorge in una delle creature. In seguito, tale pensiero o sentimento non è soppresso: anzi, grazie alla libertà concessa alla creatura, si rafforza. Gradualmente, a causa dell'indulgenza tale desiderio influenza tutte le facoltà della mente, schiavizza e incita la creatura alla disubbidienza a Dio. Ora, anche se non dovesse essere commesso effettivamente un peccato, tali pensieri e desideri costituiscono già un male di una gravità infinita, perché hanno depravato un essere immortale, un essere che, se non fosse stato per il peccato, sarebbe stato eternamente felice. Invece, a causa del peccato, la creatura è caduta in uno stato di miseria eterna. In seguito, colui che è corrotto tenterà i suoi simili cercando di sedurli, e coloro che saranno sedotti ne sedurranno altri e la corruzione si estenderà a tutto l'universo, trasformando esseri santi in demoni e il paradiso in un inferno!
C'è qualcuno disposto a negare queste cose? Non si tratta forse della realtà? Non è questa la storia dell'universo? Un tempo, l'intera creazione viveva in santità e beatitudine. Un pensiero o un sentimento peccaminoso sorse nel cuore di Satana. Egli fu indulgente e non soppresse tale desiderio: da cherubino, diventò un demonio! In seguito, tentò altri angeli che, a loro volta, divennero demoni. Satana tentò anche Adamo ed Eva, i quali volontariamente si lasciarono sedurre e peccarono, divenendo così progenitori di una discendenza corrotta e perversa.
Vi rendete conto che tutto il peccato e tutta la miseria dell'universo, la morte e l'inferno, hanno avuto origine in un pensiero intrattenuto, in principio, nel cuore di un'unica creatura? Il peccato e la miseria sarebbero senz'altro più grandi di ciò che sono se la grazia di Dio non ne limitasse la manifestazione. Questo, dunque, è ciò a cui tende ogni singolo peccato. Un pensiero o un sentimento peccaminoso sono come una fiammella che ci sembra innocua e che pensiamo di poter spegnere senza alcuna difficoltà, ma la realtà è ben diversa! Il più piccolo peccato distrugge e produce miseria e morte! Nutrite una scintilla con materiali combustibili o lasciate che il vento l'alimenti e vedrete in quale rogo ardente si trasformerà! II potere distruttivo e devastante del peccato più insignificante è come quello di questa fiammella. Chi, allora, potrà negare che il peccato sia un male la cui gravità è infinita?
Il peccato è infinitamente empio perché vìola motivazioni ed obblighi infinitamente importanti. Infatti, è evidente che la gravità di ogni peccato dipende dalla grandezza dei doveri e dei motivi a cui si oppone. Supponete che una persona venga avvertita che qualora commetta un certo crimine sarà imprigionata. Se, nonostante l'avvertimento, quella persona commette il reato, dimostra di amare il carcere più della libertà! Provate adesso ad immaginare qualcuno che sia avvertito che un certo delitto prevede la pena di morte. In caso di trasgressione, tale misfatto sarebbe indice di una depravazione maggiore di quella precedente e proverebbe che colui che si è reso colpevole ama il male più della sua stessa vita. La Parola di Dio avverte i peccatori che se continueranno a vivere nel peccato saranno condannati ad una miseria eterna, ma promette anche vita eterna a coloro che si ravvedono. Ecco, dunque, che siamo di fronte a due motivi infinitamente importanti che dovrebbero trattenere i peccatori dal peccare: l'eterna beatitudine e l'eterna miseria. Colui che persiste a vivere nel peccato nonostante queste due realtà, dimostra di amare il peccato più della beatitudine eterna e che il suo odio per la santità è maggiore della sua paura della morte eterna! II suo attaccamento al peccato e la sua depravazione sono infiniti! Oh, miei cari, i nostri peccati non sono solo innumerevoli, ma ognuno di essi è immensamente grave e perverso! Perciò, se vogliamo esseri sinceri di fronte all'interrogativo del nostro testo, dobbiamo rispondere affermativamente.

A questo punto dobbiamo trarre delle conclusioni.

a) Se i nostri peccati sono infiniti in numero e gravità, allora meritano una punizione infinita. Questo è il giudizio di cui parla la Scrittura. Ci sono poche verità che, come questa, gli uomini cercano di negare. Essi affermano che non è corretto da parte di Dio punire i peccati commessi nel breve periodo della nostra vita sulla terra con una miseria che non ha mai fine. Esaminiamo questa obiezione: non siamo forse tutti d'accordo nell'affermare che un omicida può, giustamente, essere condannato a morte? Eppure, il suo delitto si è consumato in un brevissimo arco di tempo! Noi uomini giudichiamo il male alla luce della sua gravità nell'ambito della società e delle sue ripercussioni in essa. Per noi un crimine è grande quando produce conseguenze dannose e concludiamo subito che esso deve essere punito molto severamente. Ma, come abbiamo dimostrato, il peccato è un male infinito i cui effetti sono infinitamente dannosi e per questa ragione merita un castigo infinito.
Permettetemi di precisare che coloro che si lamentano della severità di questa punizione sono quei peccatori che rifiutano di ravvedersi. Costoro continuano a peccare nonostante sappiano quale sia la punizione loro riservata. A me pare che, piuttosto di parlare di punizione troppo severa, essa non lo sia abbastanza da trattenerli dal peccare. Se gli uomini trasgrediscono le leggi di Dio nonostante la portata eterna del giudizio che subiranno, cosa farebbero se questo fosse soltanto temporaneo?

b) Se il peccato merita una punizione infinita, allora Dio è giusto nel condannare i peccatori all'inferno. La perfezione morale del carattere di Dio non viene meno quando Egli esegue i Suoi giudizi. Infatti, la vera giustizia consiste nel rendere a ciascuno secondo le sue opere. Se i peccatori meritano una punizione senza fine, allora è perfettamente giusto e corretto da parte di Dio infliggere loro un tale castigo.

c) Se è una cosa giusta infliggere tale condanna ai peccatori che non aprono il cuore all'amore della verità per essere salvati, allora Dio deve agire in questo modo, perché ciò che Egli fa deve essere sempre giusto e perfettamente retto. Quindi, se è una cosa giusta punire i peccatori che non si ravvedono, il non farlo sarebbe ingiusto e risparmiarli vorrebbe dire non trattarli come meritano, mentre la coerenza con la giustizia consiste nel rendere a ciascuno secondo le proprie opere. Possiamo affermare con certezza che se il colpevole fosse risparmiato saremmo di fronte ad un atto estremamente ingiusto, come ingiusto è condannare l'innocente. Dio stesso ce lo insegna nella sua Parola: "Chi assolve il reo e chi condanna il giusto sono entrambi detestati dal Signore" (Proverbi 17:15). Colui che "giudica con giustizia" potrebbe mai contraddire Se stesso? Il "Giudice di tutta la terra" deve fare giustizia.

d) Alla luce di tali verità comprendiamo perché il sacrificio espiatorio di Cristo è necessario. Tutti gli uomini hanno peccato, la loro malvagità è grande e le loro trasgressioni sono infinite in numero e gravità. Per questa ragione essi meritano un castigo infinito. Dio, nella Sua giustizia, è obbligato a condannare il peccatore, a meno che i suoi peccati non siano espiati efficacemente. Poiché il peccato e il giudizio che comporta sono infiniti, nessuna espiazione che non sia di valore infinito sarebbe sufficiente. Ma chi potrebbe realizzare una tale espiazione? L'uomo non può assolutamente compierla in quanto ha perduto tutto ciò che possedeva ed è già colpevole e condannato a morte. Tuttavia, l'espiazione deve essere compiuta da lui, ossia da un uomo, perché è l'uomo che deve riceverne i benefici. Questo è il dilemma da risolvere.

Di fronte a una simile situazione la Parola eterna, il Figlio di Dio, intervenne. Cristo acconsentì a divenire uomo, a caricarsi dei peccati degli uomini sopportando il castigo che essi meritavano. Accettò di rappresentare i peccatori e subì la maledizione della legge al loro posto (Galati 3:13). Sostituendosi ai peccatori, Cristo ha onorato la legge di Dio. In questo modo egli ha acquistato il perdono e la salvezza per il Suo popolo, ossia di ogni peccatore che confida nella Sua mediazione e nei meriti del Suo sacrificio per essere riconciliato con Dio. Ora, in Cristo, Dio può giustificare il peccatore che ha fede in Gesù senza contraddire la propria giustizia (Romani 3:26). Nessuno, però, confiderà in Cristo per ottenere salvezza se non coloro che vedono e sentono che la loro malvagità è immensa e che le loro iniquità sono infinite.

Perciò, miei cari, penso che adesso possiate comprendere perché ho voluto attirare la vostra attenzione su questo soggetto. Non è perché provo piacere nell'accusare e condannare gli altri, ma perché io sono un peccatore perdonato, un peccatore purificato dal sangue espiatorio di Gesù Cristo, un peccatore giustificato delle sue innumerevoli trasgressioni e delle sue infinite iniquità, e che desidera guidare altri peccatori a quella sorgente preziosa! Vi ho detto queste cose perché come "ambasciatore" del Signore mi è stato comandato di far udire la mia voce e di mostrare alle persone quali siano le loro trasgressioni e i loro misfatti e anche perché sono stato chiamato a proclamare "le insondabili ricchezze di Cristo".
Voi potrete capire quanto sia prezioso il Salvatore solo quando vi sentirete schiacciati dal peso dei vostri peccati. Miei cari, i peccatori che si sono ravveduti, cioè i veri cristiani, sentono questo peso. Essi sono consapevoli che la loro malvagità è grande e che le loro iniquità sono infinite in numero e gravità. Questo è il motivo che li spinge ad usare quelle espressioni particolari che udite quando pregano. È questa la ragione per cui essi "fanno cordoglio". Essi sono dispiaciuti perché sanno di essere peccatori e gridano insieme all'apostolo Paolo: "Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?" (Romani 7:24).

Se comprendessi anche tu la condizione in cui ti trovi, quale speranza sorgerebbe in te sentendo parlare del Salvatore dei peccatori! Come confideresti nel sangue dell'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Giovanni 1:29)! Non ti senti oppresso dal giudizio che grava su te? Non sei stato spaventato dalla considerazione dell'infinito numero e dall'infinita gravità delle tue trasgressioni? Non gridi anche tu come Davide: "Mali innumerevoli mi circondano; i miei peccati mi pesano e non posso più guardarli. Sono più numerosi dei capelli del mio capo e il mio cuore vien meno" (Salmi 40:12) ?
Corri alla croce di Cristo! Rifugiati all'ombra del Calvario, perché solo in Cristo "abbiamo la redenzione mediante il Suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della Sua grazia" (Efesini 1:7).

 

Fonte: Il Cammino Cristiano

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