Cristiani Perseguitati

Algeria: un governatore consente la riapertura di due chiese

Porte Aperte - Mar, 19/06/2018 - 17:04

I cristiani in Algeria hanno ancora bisogno delle nostre preghiere a causa della pressione a cui sono sottoposti dal loro governo, tuttavia sono molto grati per il permesso di riaprire concesso a due chiese nella provincia di Oran, considerata la seconda più importante dopo quella di Algeri.

Tra novembre 2017 e febbraio 2018 una chiesa ad Ain Turk (30 km a ovest di Oran), un’altra ad Oran e una terza ad El Ayaida (35 km a est di Oran) sono state obbligate a chiudere i battenti. Domenica 10 giugno il governatore della provincia ha firmato l’autorizzazione alla riapertura senza condizioni di due di queste tre chiese. La notifica della decisione ha raggiunto i responsabili delle chiese e la polizia delle rispettive aree e le forze dell’ordine hanno provveduto a rimuovere i sigilli dalle porte dei locali di culto. Tutte e tre le chiese in questione sono affiliate alla Chiesa Protestante d’Algeria (l’Église Protestante d’Algérie).

L’autorizzazione alla riapertura da parte del governatore non comporta però la registrazione ufficiale dei locali come chiese. In base ad una legge del 2006 che regola i culti non islamici le chiese devono ottenere il permesso da un comitato nazionale. Nella pratica tale comitato non si riunisce mai, pertanto nessuna domanda di registrazione da parte di chiese è stata presa ufficialmente in considerazione o approvata negli ultimi anni.

Da novembre 2017 alcuni funzionari hanno condotto ispezioni, teoricamente per verificare l’adeguamento dei locali alle norme di sicurezza, ma nella pratica per verificare le registrazioni. Almeno 10 chiese sono state chiuse o hanno ricevuto l’ordine di interrompere ogni attività. Le ultime due, in ordine di tempo, il 26 maggio 2018 a Ait-Mellikeche e a Maatkas.

I cristiani algerini sono grati per l’intercessione di tutti i cristiani che pregano per loro. Chiedono di continuare a farlo indicandoci i seguenti soggetti:

  • le due chiese che hanno appena riaperto, affinché non subiscano ulteriori interferenze nella ripresa delle loro attività
  • le chiese ancora chiuse, perché possano ricevere l’autorizzazione a svolgere le loro normali attività
  • la pace, la saggezza e la guida dello Spirito Santo per i cristiani algerini sotto pressione
  • il discernimento per i responsabili delle chiese nelle trattative con le autorità
  • la conclusione da parte delle autorità algerine di questa campagna per la chiusura delle chiese e la limitazioni delle libertà di culto per i cristiani
  • le persone responsabili di questi ordini di chiusura, affinché si ravvedano, cerchino il perdono e una nuova vita in Cristo

Corea del Nord: un accordo vero?

Porte Aperte - Mar, 12/06/2018 - 15:33

Il mondo parla dello storico incontro tra Trump e Kim Jong-un, ma cosa ne pensano i cristiani nordcoreani? Simon, nostro responsabile per l’area, ci offre la sua prospettiva.

Da molti è stato definito uno storico incontro quello tra Trump e Kim Jong-un, il presidente di una superpotenza democratica, percepita come l’acerrimo nemico imperialista, e il dittatore di una nazione anacronistica, intrappolata in un regime chiuso al punto da essere definito il Regno Eremita. Abbiamo chiesto al fratello Simon, responsabile del nostro lavoro in quella regione, di commentarci l’evento.

Che cosa pensi Kim Jong-un speri di ottenere durante l’incontro?
Il regime di Kim Jong-un ha adottato e seguito la linea strategica del dualismo politico di sviluppo nucleare e sviluppo economico fino al 2017. C’era un piano strategico interno di concentrarsi sullo sviluppo economico nel 2018 che è in via di attuazione come da programma. Con l’aumento delle sanzioni economiche internazionali sulla Corea del Nord, la situazione economica è peggiorata sempre più. Ci potrebbe pertanto essere il piano di ottenere sostegno economico e scambi internazionali dopo aver stretto relazioni col governo degli Stati Uniti (ndr: strategia non nuova peraltro). La questione principale ruota attorno all’accordo tra Trump e Kim Jong-un sullo smantellamento o congelamento del programma nucleare. In qualsiasi caso l’incontro e l’accordo di oggi è molto positivo e incoraggiante, foriero di buone opportunità per i nostri progetti nordcoreani.

L’incontro rappresenta un segnale positivo di cambiamento all’interno del paese o si tratta solo di tattiche di negoziato?
Non è semplice tattica, piuttosto rappresenta una pianificazione a lungo termine della Corea del Nord riguardo alle armi nucleari. Non è affatto sicuro che ciò conduca allo smantellamento o al congelamento del nucleare. Ciò che viene trasmesso per mezzo dei canali ufficiali in Corea del Nord parla di denuclearizzazione e sviluppo economico pertanto non sembra solo tattica. Sembra ci sia una possibilità concreta in Corea del Nord di un cambiamento in positivo. Personalmente, ho una posizione neutrale. Penso che sia molto positivo che i due abbiano iniziato un dialogo e che lo proseguano. Tuttavia la direzione futura è ancora incerta. Preghiamo e continuiamo a far sentire la voce di coloro i cui diritti umani sono negati. Un trattato di pace e di disarmo nucleare sarebbero ottimi risultati, ma che ciò non avvenga a scapito della condizione della gente rinchiusa nei campi di lavoro e costretta a nascondere la propria fede in Gesù Cristo.

Che cosa pensano i cristiani di questo incontro?
I cristiani nordcoreani non si fidano del regime di Kim. Tuttavia mantengono un atteggiamento di positive aspettative e preghiera. Quello che sappiamo è che la sorveglianza interna al paese è aumentata e che i cittadini nordcoreani sperimentano crescenti difficoltà. L’unità di sorveglianza chiamata Gruppa (formata da studenti e da altri, una sorta di squadra Jugend come ai tempi di Hitler) è stata mobilitata dal governo centrale per sottoporre a maggiori controlli ogni cittadino.

Come possiamo pregare?
Pregate che il summit tra Kim Jong-un e Trump abbia successo affinché si possa conseguire la pace sulla penisola coreana e si aprano più opportunità di servizio verso la Corea del Nord. E’ anche possibile che la situazione peggiori dopo il summit in conseguenza del mancato accordo sull’aumento delle sanzioni internazionali e i conseguenti effetti in Corea del Nord dopo la denuclearizzazione. Preghiamo che Dio tocchi il cuore di Kim Jong-un in favore della denuclearizzazione e l’apertura del paese al mondo per avere aiuti. Preghiamo per entrambi i Capi di Stato. Preghiamo che Dio ci apra maggiori opportunità di servizio in Corea del Nord.

Laos: conversioni e battesimi nell’oppressione

Porte Aperte - Mar, 05/06/2018 - 15:48

Beun è un evangelista che ha già saggiato la persecuzione a causa della sua fede, ma che al tempo stesso vede frutti nella chiesa. Sostenuto da Porte Aperte con una casa e l’avvio ad un’attività economica (micro-credito e formazione), ha recentemente battezzato 4 persone, mentre 7 si sono convertite.

Beun è un evangelista in un contesto difficile in Laos. Dal momento della sua conversione non sono mancate le discriminazioni, ma quando, dopo aver fatto un cammino di discepolato e una preparazione teologica, iniziò ad evangelizzare e a vedere frutti, l’opposizione è cresciuta e con essa i frutti nel ministero. In un contesto buddista di una zona rurale del Laos, la fede di Beun è considerata una minaccia straniera, ed il fatto che alcune persone si siano convertite ha suscitato le reazioni di persone dei villaggi vicini. Così, i polli, suo unico mezzo di sostentamento, furono avvelenati. Ma nel mentre nuove persone lo avvicinavano per chiedere di più su Gesù; tra loro ci fu anche chi chiese preghiere per malattie di lungo corso, alle quali nessun medico aveva posto rimedio, sperimentando delle guarigioni che attrassero ancor più persone. Per Beun arrivò la violenza: fu arrestato e scaraventato in una cella per 5 mesi, al fine di fiaccarlo e farlo desistere. In poco tempo aveva perso l’unica fonte di reddito, la casa, il rispetto dei vicini e persino la libertà: “Se Dio ha intenzione di chiedermi la vita, sono pronto a darla in sacrificio”, in questa sua dichiarazione si comprende il risultato di queste prove.

Porte Aperte è intervenuta per sostenere Beun e la sua famiglia, costruendogli una casa in una zona al di fuori del villaggio, divenuta presto una chiesa in casa, luogo per studi, incontri di preghiera e discepolato. Al tempo stesso lo abbiamo aiutato ad avviare un piccolo progetto agricolo di produzione di funghi in un edificio separato, che gli permette di badare a se stesso e alla sua famiglia, mentre prosegue il suo ministero pastorale ed evangelistico. “Un grande grazie a tutti i fratelli e sorelle nel mondo che mi stanno sostenendo. Dio vi benedica!”, dice sorridente e poi aggiunge entusiasta: “Stiamo insegnando ad alcuni giovani pastori di altri villaggi come avviare un’attività di produzione di funghi simile alla nostra, mentre al tempo stesso approfondiamo l’insegnamento delle Scritture. In poco tempo saranno indipendenti economicamente e potranno come me continuare il loro servizio a Dio”.

Recentemente 4 persone sono state battezzate nel gruppo guidato da Beun e sette hanno accettato Gesù come loro Salvatore.

Malesia: petizione per il pastore Raymond Koh

Porte Aperte - Mar, 29/05/2018 - 17:21

Abbiamo l’opportunità di stare al fianco del pastore Raymond Koh, rapito più di un anno fa in Malesia. Finora la polizia ha seguito con riluttanza il caso, mentre vengono sollevate accuse proprio contro un apparato di polizia dello Stato, a quanto pare, coinvolto nel rapimento.


Il 13 febbraio del 2017, il pastore Raymond Koh è stato rapito vicino a casa sua a Petaling Jaya (West Malesia). Le immagini, riprese da una telecamera di sicurezza privata, hanno fatto velocemente il giro del mondo e sono reperibili su internet, ma non hanno portato a nessun risultato concreto finora.

Nelle ultime due settimane però, in Malesia, sono avvenuti dei cambiamenti significativi che offrono un’opportunità unica per l’immediata difesa del pastore Koh. Dopo le elezioni parlamentari, martedì 9 maggio 2018, Mahathir Mohamad è stato eletto come settimo Primo Ministro della Malesia. Con un risultato davvero inaspettato, egli ha sconfitto nelle ultime elezioni la coalizione politica che ha governato la nazione per 6 decadi. Alcuni segnali iniziali ci fanno sperare che il governo da lui guidato possa essere più favorevole ai cristiani e concentrare molti dei suoi sforzi a sradicare gli elementi di corruzione presenti nel governo precedente.

Il 16 maggio 2018, la Commissione per i Diritti Umani della Malesia (Suhacam) ha riaperto l’inchiesta sul rapimento del pastore Koh, che era stata congelata dopo l’arresto di un presunto sospetto nel febbraio scorso. Il 17 maggio 2018, un informatore della polizia si è fatto avanti coinvolgendo il Bukit Aman (un reparto speciale della polizia malese). L’informatore ha dichiarato che il rapimento fu eseguito con la piena conoscenza e approvazione da parte dell’allora Ispettore della Polizia Generale, Khalid Abu Bakar (vedi quanto riportato dal quotidiano FMT). Per ulteriori approfondimenti leggi QUI, oltre che QUI.

Attraverso questa petizione vogliamo fare immediata pressione sul nuovo governo malese perché agisca rapidamente per far venire a galla la verità e il luogo dove si trova il pastore Koh e le altre vittime dei recenti rapimenti (Amri Che Mat, Joshua Hilimi e sua moglie Ruth Sitepu).

Ti chiediamo di partecipare alla petizione seguendo le linee guida che puoi trovare sul nostro sito.

5 cose per cui pregare durante il Ramadan

Porte Aperte - Mar, 22/05/2018 - 16:47

Durante il Ramadan, che quest’anno è iniziato il 16 maggio e finirà il 15 giugno, i musulmani digiunano e pregano per avvicinarsi di più ad Allah. In questo mese, milioni di musulmani stanno osservando questa ricorrenza islamica. Ecco 5 soggetti specifici, connessi a ciò che Porte Aperte conosce di prima mano, per cui pregare durante questo importante periodo.

  • In generale preghiamo che tutti i musulmani possano trovare il vero Dio e che Lui si riveli in questa loro ricerca.
  • In particolare preghiamo per i fratelli e le sorelle ex-musulmani che hanno già dichiarato apertamente la loro fede e che cercano opportunità di contatto con parenti e vicini musulmani. Pregate per saggezza e protezione, poiché spesso proprio in questo mese affrontano maggiore persecuzione.
  • Preghiamo poi per i credenti nascosti che mantengono la loro fede segreta. Anche loro possono andare incontro a crescenti pressioni se familiari e amici si rendono conto che stanno seguendo i rituali tipici del Ramadan con minor impegno ed enfasi. Preghiamo che rimangano fermi nella loro nuova fede e che Dio apra loro porte per condividerla.
  • Ricordiamoci in preghiera ancora degli ex-musulmani che si incontrano in piccoli gruppi per pregare, per studi biblici e per seminari di discepolato, tra i quali vi sono anche quelli organizzati da Porte Aperte. Preghiamo per la loro protezione e affinché la loro vita sia una testimonianza vivente tramite la quale molti altri possano giungere a Cristo.

Durante il Ramadan, la percentuale di crimini in molti paesi musulmani tende a crescere rispetto al resto dell’anno. Un velo di tensione copre intere nazioni. Preghiamo per la protezione delle comunità cristiane, spesso bersaglio di aggressioni in questo periodo dell’anno.

Indonesia: colpita una chiesa partner di Porte Aperte

Porte Aperte - Mar, 15/05/2018 - 17:18

L’Indonesia è scossa dalla sequela di attentati terroristici. Tra le chiese attaccate c’è anche una comunità che collabora con Porte Aperte, il cui pastore aveva seguito i nostri corsi di preparazione alla persecuzione.

L’Indonesia è scossa dalla sequela di attentati terroristici. Ieri i membri di un’intera famiglia (compresi bambini) si sono fatti esplodere nei pressi di una stazione di polizia, attentato che segue quello alle 3 chiese di domenica, in una progressione che ha già dato prova di essere una precisa strategia terroristica rivendicata da affiliati allo Stato Islamico. Una chiesa cattolica (Santa Maria), una protestante (Chiesa Cristiana Indonesiana – GKI) e una pentecostale (Chiesa Pentecostale di Surabaya) sono state i bersagli di questa ferocia, con almeno 14 vittime e svariati feriti.

La Chiesa Pentecostale di Surabaya collabora con Porte Aperte da tempo. Il pastore Yonathan ci ha riferito che la guardia di sicurezza (Min, 52 anni) è morta nell’attentato, assieme a 4 membri di chiesa. La comunità è scioccata, ferita e in angoscia. Tra le vittime c’è anche Daniel, un ragazzo di 17 anni che ha tentato di evitare che il mezzo dell’attentatore varcasse il cancello di entrata della chiesa: “Se non fosse stato per il suo coraggio, le vittime sarebbero state molte di più”, molti hanno commentato nei social media.

Il pastore Yonathan, che ha frequentato i nostri corsi Resistere nella tempesta (preparazione alla persecuzione), ci ha detto di aver riunito la chiesa per pregare subito dopo l’attacco. Ha incoraggiato i fratelli e le sorelle a vedere l’incidente come una preparazione ai tempi che verranno: “Dobbiamo stare ancor più vicini a Dio. Qualcuno potrebbe aver paura di lodare Dio in chiesa, ma noi non possiamo farci vincere dalla paura”, ci ha detto. “Per favore pregate per i fratelli e sorelle della chiesa affinché possano crescere più forti nella fede. Il pericolo maggiore è allontanarsi da Dio. Potremmo non conoscere o capire le Sue vie, ma Lui è un Dio buono, sempre”.

La polizia ha dichiarato che gli attentatori erano una famiglia: Dita Supriyanto (47), sua moglie (43) e i loro 4 figli di 8, 12, 16 e 18 anni (2 femmine e 2 maschi). Dita, che è la mente dell’attentato e leader di un gruppo terroristico locale affiliato all’ISIS, ha fatto scendere la moglie e le 2 figlie (8 e 12 anni) nel parcheggio della Chiesa Cristiana Indonesiana, ha poi proseguito fino all’entrata della Chiesa del pastore Yonathan dove si è fatto esplodere, mentre i figli maschi si dirigevano verso la Chiesa Cattolica di Santa Maria con lo stesso scopo. Preghiamo per i fratelli e sorelle colpiti, ma preghiamo anche per questi persecutori, per queste intere famiglie radicalizzate convinte di servire un qualche dio feroce e distante: che possano incontrare il Dio della pace e convertirsi all’Amore vero.

Myanmar: la guerra in Kachin colpisce i cristiani

Porte Aperte - Mar, 08/05/2018 - 17:42

C’è una guerra tra le truppe del governo del Myanmar (24° nella nostra WWList 2018) e i guerriglieri dell’Esercito per l’Indipendenza del Kachin. In migliaia scappano dall’area per salvarsi la vita e particolarmente colpita è proprio la minoranza cristiana.

C’è una guerra tra le truppe del governo del Myanmar e i guerriglieri dell’Esercito per l’Indipendenza del Kachin. L’inviato speciale dell’Onu denuncia che la situazione nello stato di Kachin “è del tutto inaccettabile e deve cessare immediatamente. I civili non devono essere sottoposti a violenza durante il conflitto”. La dinamica di questo conflitto è simile a molte altre: i guerriglieri chiedono autonomia dello stato del Kachin, mentre il governo centrale chiede di deporre prima le armi. Intanto in migliaia scappano dall’area per salvarsi la vita (si stima oltre 300 mila), e particolarmente colpita è proprio la minoranza cristiana.

Un pastore e la moglie, che hanno partecipato a un nostro corso per coppie, ci sono 85 sfollati accampati nella loro piccola chiesa, i quali non sanno se e quando potranno tornare nelle loro case. I villaggi sono spesso attaccati e bruciati. Altri nostri contatti ci informano che sostanzialmente tutte le chiese della zona stanno accogliendo credenti sfollati. “Le chiese locali stanno facendo il possibile, donando cibo e altri beni di necessità per aiutare. Tuttavia le autorità locali ufficialmente non permettono alle chiese e ad altre organizzazioni locali di accogliere sfollati, pena dei problemi legali. I prezzi degli affitti sono saliti alle stelle (5 volte più cari)”, ci riferiscono, facendo capire che la situazione è delicata e che queste proibizioni dei governi locali impediscono ogni attività benefica ufficiale in soccorso della popolazione. E’ incomprensibile la strategia del governo del Myanmar, che colpisce duro anche i civili, compresi i cristiani.

La gente che vive nei piccoli villaggi rurali nella zona di guerra è forzata ad abbandonare tutto sotto minaccia di morte, e molte case vengono date alle fiamme, il tutto dai soldati governativi. Per diverse incomprensibili ragioni, molti civili non vengono accettati nei campi sfollati interni e quindi improvvisano accampamenti fuori di essi, in campi aperti, mentre altri si nascondono nelle foreste, affrontando mancanza di cibo e malattie: purtroppo si contano molti morti.

Algeria: incomprensibile chiusura di un asilo cristiano

Porte Aperte - Mar, 01/05/2018 - 17:13

Le autorità della città di Tizi-Ouzou (Kabylia) hanno imposto la chiusura di un asilo gestito dalla più grande chiesa in Algeria. I cristiani s’interrogano su questa decisione immotivata, che segue l’ondata di chiusure di chiese degli ultimi mesi.

Il 17 aprile scorso, una notifica da parte del governatore della regione, si è abbattuta come una scure su una chiesa protestante della città di Tizi-Ouzou (Kabylia): la porta che conduce all’asilo situato nei locali della chiesa è stata sigillata. Salah Chalah, pastore della congregazione locale del Pieno Evangelo, è stato convocato alla centrale della polizia. Le autorità lo hanno rimproverato per “aver gestito illegalmente” questo asilo per bambini, che deve rimanere chiuso “fino a quando la situazione amministrativa non sarà sistemata”. Venti bambini di età compresa fra 1 e 5 anni hanno frequentato finora questo centro, diretto da quattro puericultori cristiani.

La decisione arriva dopo che un’ispezione condotta il 25 marzo dalla Direzione dell’Azione Sociale, accompagnata dalla polizia, aveva imposto la chiusura temporanea per tre settimane. Per Salah Chalah, tutto questo è molto scoraggiante: “Dalla sua apertura 14 anni fa, questo asilo non era mai stato minacciato dalle autorità, sebbene i locali della chiesa siano stati ispezionati regolarmente. Questo centro non ha scopo di lucro: è stato creato solo per trasmettere valori cristiani ai figli dei cristiani perché, negli asili vicini, l’insegnamento del Corano fa parte del programma ufficiale”. In Algeria, i valori islamici sono inculcati fin dalla prima infanzia in tutte le scuole e la lingua araba sta progressivamente soppiantando il francese nell’insegnamento di tutte le materie.

Già nel 2016, un gruppo di accademici algerini ha denunciato la crescente influenza dei gruppi salafiti ed estremisti.

Nell’aprile 2017, le autorità di Tizi-Ouzou avevano rifiutato ad un cristiano l’autorizzazione per aprire un asilo nido che potesse ospitare 80 bambini, nonostante egli avesse un’esperienza alle spalle di cinque anni e tutte le condizioni richieste dalla legge fossero soddisfatte. Molti ritengono che le motivazioni religiose fossero alla base del rifiuto.

Negli ultimi mesi, le chiese algerine sono state sottoposte a continue pressioni. Da novembre 2017 ad oggi sono state chiuse tre chiese a Orano e una ad Akbou. Altre comunità, come quella del Pieno Evangelo, hanno ricevuto una notifica di chiusura. Le autorità accusano queste chiese di operare senza autorizzazione, sebbene siano affiliate alla Chiesa Protestante d’Algeria, il principale gruppo cristiano del paese. Inoltre negli ultimi anni, le stesse autorità, non hanno quasi mai concesso autorizzazioni alle chiese che le hanno richieste.

 

Maldive: il paese al 100% musulmano

Porte Aperte - Mar, 24/04/2018 - 15:20

Il governo maldiviano rifiuta i passi in avanti verso la libertà religiosa, consigliate anche dall’UE. Convertirsi è illegale, così come ogni maldiviano deve essere musulmano per legge.

 

Le Maldive occupano il 13° posto della WWList, la lista dei primi 50 paesi dove più si perseguitano i cristiani. A settembre vi saranno nuove elezioni, ma i pochi cristiani vivono nel segreto, consapevoli di non essere accettati nel loro stesso paese.

Il governo maldiviano ha espressamente dichiarato all’Unione Europea che non prenderà in considerazione una modifica della Costituzione per permettere una libertà religiosa nella nazione, secondo quanto riporta un media locale. A quanto pare si tratta di una risposta a un report pubblicato dall’Unione Europea la scorsa settimana, nel quale si riporta che nessuna delle 22 raccomandazioni in materia di riforma elettorale sono state recepite nell’anno trascorso.

Il comunicato del governo maldiviano sostiene che l’UE ha trascurato nel suo report i progressi fatti dal piccolo arcipelago; al tempo stesso ha chiaramente affermato che non cambierà la costituzione perché: “La religione di Stato delle Maldive è l’islam e proprio l’islam deve essere la base di tutte le leggi del paese”.

Va detto che le Maldive è l’unico paese al mondo in cui per un maldiviano è illegale essere un non musulmano; le conversioni al cristianesimo sono proibite e di fatto il paese si autodefinisce al 100% musulmano. La verità è che il paese sembra regredire progressivamente in termini di libertà religiosa, e ad oggi per i cristiani maldiviani l’unica via per vivere la propria fede è nel segreto.

Cina: presentato il “libro bianco” sulla religione

Porte Aperte - Mar, 17/04/2018 - 15:45

Mercoledì 4 aprile 2018 il governo cinese ha presentato ufficialmente il “libro bianco” sulla religione, garantendo attraverso di esso la libertà religiosa. La presentazione è avvenuta però solo quattro giorni dopo il divieto alla vendita online della Bibbia.

Il documento, intitolato “Politiche e pratiche cinesi sulla protezione della libertà di credo religioso”, è stato presentato mercoledì 4 aprile dall’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato attraverso una conferenza stampa e ha seguito la chiusura dell’Ufficio Affari Religiosi (le cui competenze sono passate sotto il diretto controllo del Partito Comunista).

Nel frattempo il divieto di vendita di Bibbie online è diventato fattivo; una nostra fonte locale ci ha informato di non essere stata in grado di trovare o scaricare la Bibbia da una delle principali piattaforme di vendita online (simile ad Amazon), e che altre persone hanno segnalato esperienze simili negli altri negozi di e-commerce.

Secondo Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews, il “libro bianco” è comunque un segnale di allontanamento dalla filosofia marxista che definiva la religione “l’oppio dei popoli”; in esso infatti la Cina viene definita un “paese multi-religioso fin da tempi antichi”. Tuttavia, il documento politico del governo aggiunge che era necessaria una “guida attiva” in modo che le religioni potessero “adattarsi alla comunità socialista”.

Sotto il governo del presidente Xi Jinping, il controllo della vita religiosa è aumentato, così come la pressione sui cristiani, sui musulmani e sui buddisti. Il commentatore cattolico Eric Lai ha dichiarato a marzo che il Partito Comunista vuole “usare la religione come strumento per la stabilità”, imitando l’approccio di altri governi autoritari, come la Russia. Mentre Anthony Lamb, del Holy Spirit Study Center di Hong Kong, ha dichiarato a RFA (Radio Free Asia) che il documento politico cinese sulle religioni non “è di buon auspicio per qualsiasi accordo futuro”.

Una fonte locale ha inoltre riferito a World Watch Monitor che il “libro bianco” dimostra che il cristianesimo è un argomento delicato per il governo cinese.

Tra le altre cose il documento politico del governo afferma che in Cina ci sono cinque religioni riconosciute, con un totale di 200 milioni di fedeli. I cristiani, cattolici e protestanti, sarebbero rispettivamente 6 e 30 milioni. Ma Cervellera afferma che i dati si basano solo sulle comunità registrate, non considerando quindi il gran numero di cristiani che si incontrano in chiese non ufficiali o “clandestine”.

World Watch Monitor ha riferito nell’ottobre scorso che, secondo le stime di alcuni studiosi, il numero dei cristiani in Cina potrebbe raggiungere i 247 milioni entro il 2030, “diventando la più grande congregazione del mondo”.

Algeria: cristiano rilasciato dopo 3 anni di carcere

Porte Aperte - Mar, 10/04/2018 - 16:54

Il cristiano algerino Slimane Bouhafs si è finalmente ricongiunto con la sua famiglia dopo aver passato un periodo di detenzione molto pesante.

«Finalmente mi è stato restituito mio padre…», ha scritto la figlia di Slimane Bouhafs su Facebook durante le feste di Pasqua. Egli ha potuto ricongiungersi con la famiglia domenica 1 aprile 2018.

Slimane, 51 anni, è un cristiano ex-musulmano arrestato il 31 luglio 2016 per «insulti verso l’islam e il suo profeta» a seguito della pubblicazione di un post su Facebook. Condannato a 5 anni di prigione, la sua pena è stata ridotta nel settembre del 2016 a 3 anni e poi nuovamente il 4 luglio 2017 avendo ottenuto la grazia da parte del presidente Abdelaziz Bouteflika.

A causa della sua fede, durante la detenzione, è stato aggredito numerose volte dagli altri carcerati. Inoltre, lo scorso ottobre ha intrapreso uno sciopero della fame di 16 giorni, malgrado la salute piuttosto precaria, per protestare contro il rifiuto della libertà condizionata.

Ora che è stato liberato Slimane Bouhafs ha testimoniato al giornale algerino El-Watan:«Sono pieno di gioia perché ho potuto riunirmi alla mia famiglia, che ha sofferto enormemente». Ha inoltre aggiunto: «Ho subito una terribile ingiustizia, se ho potuto resistere è solo grazie alle lettere di incoraggiamento che mi sono arrivate da tutto il mondo».

La sua liberazione è una grande gioia per tutte le comunità cristiane che si sono mobilitate in preghiera con perseveranza e fede sia in Algeria che all’estero.

Ricordiamo che l’Algeria si trova al quarantaduesimo posto della WWL2018, la lista delle nazioni dove i cristiani sono più perseguitati, a motivo dell’intolleranza familiare e della comunità, della burocrazia e delle leggi restrittive dello stato che colpiscono in modo particolare i cristiani ex-musulmani. Nonostante questo, soprattutto in alcune zone del Paese come la Cabilia, la Chiesa sta sperimentando una grande crescita.

India: recenti attacchi a chiese e pastori

Porte Aperte - Mar, 03/04/2018 - 15:12

Lo scorso 1°aprile, in occasione della domenica di Pasqua, si è verificato l’ultimo di una serie di attacchi susseguitisi nell’ultima settimana. Erano le 9:30 del mattino quando, nel locale della Bethel Prayer Assembly di Marudur, Coimbatore, un gruppo di estremisti indù ha fatto irruzione minacciando il pastore Rajesh e i cristiani presenti. È stato proprio il pastore (nella foto) a essere preso di mira dagli estremisti riportando un trauma cranico.

Un avvenimento simile si è riscontrato anche lo scorso 28 marzo in Uttar Pradesh, nell’India Orientale. Un gruppo di circa 20 estremisti indù ha interrotto un incontro organizzato in occasione di alcuni battesimi accusando i responsabili di organizzare conversioni forzate. L’irruzione nell’edificio di una delle Chiese Evangeliche dell’India (ECI) del distretto di Fatehpur, ha procurato al pastore Jose Prakash delle percosse, così come ad altri 2 membri di chiesa lì presenti.

Stavamo allestendo la sala per i battesimi“, racconta il pastore, “quando all’improvviso 20 persone sono apparse. Avevano tra le mani dei bastoni di legno. Ho provato a parlare con loro ma tenendomi per il colletto gridavano: stai facendo convertire delle persone qui!”. Il pastore poi continua: “Ho cercato di calmarli e spiegare loro che battezzo solo coloro che lo decidono volontariamente, senza alcuna forzatura, ma non mi hanno creduto”. Dinesh Kumar, giovane di 25 anni, ha tentato di intervenire senza successo. È finito in ospedale con diversi lividi sul corpo e il lobo dell’orecchio sinistro tagliato. Anche un altro uomo di 45 anni, in lista tra coloro che dovevano essere battezzati, è stato picchiato dovendo poi andare in ospedale.
Solo qualche giorno prima, il 25 marzo, un gruppo di 10 estremisti indù aveva fatto irruzione nella Sheloha Prayer House a Hyderabad, capitale dello stato di Telangana a sud dell’India, inveendo contro il pastore e rovesciando sedie. L’incidente è stato riportato alla polizia e ha procurato timore nei presenti.

I cristiani indiani si trovano quindi a vivere momenti difficili, dovuti a un’esponenziale crescita dell’intolleraza e della violenza da parte di gruppi estremisti indù.

Nigeria: cristiani nel mirino di estremisti e Fulani

Porte Aperte - Mar, 27/03/2018 - 16:42

Le oltre 100 studentesse rapite a febbraio dal villaggio di Dapchi (stato di Yobe nel Nord-Est della Nigeria), sono state rilasciate sei giorni fa e ricondotte alle loro famiglie lo scorso 25 marzo. Trasportate nella capitale Abuja subito dopo il rilascio, si sono sottoposte allo screening medico e di sicurezza, per poi incontrare il presidente Buhari.

Nel frattempo vengono posti interrogativi sul motivo per cui Leah Sharibu, una ragazza cristiana di 15 anni, non abbia fatto parte dell’accordo negoziato dal governo per la liberazione delle studentesse. Ai suoi genitori è stato detto che i militanti non hanno voluto rilasciarla perché si rifiutava di rinnegare la fede cristiana. Era l’unica di ragazza cristiana tra le rapite.

Siamo perplessi e rattristati dal fatto che Leah sia stata esclusa dall’accordo negoziato per il ritorno delle ragazze” ha detto Mervyn Thomas, amministratore delegato di Christian Solidarity Worldwide (CSW).

Questa notizia riporta alla mente l’episodio di Chibok, quando il 14 aprile del 2014 Boko Haram prese d’assalto la scuola dove 275 ragazze erano radunate per sostenere un esame, rapendone più di 230. 47 riuscirono a scappare durante e poco dopo l’attacco mentre altre vennero successivamente rilasciate. Ancora oggi metà di quelle studentesse rimane prigioniera. Durante una recente visita, alcuni genitori hanno condiviso che fino a quando tutte le ragazze non saranno liberate, Chibok non festeggerà. Le famiglie in attesa di riabbracciare le proprie figlie hanno un disperato bisogno di preghiera e incoraggiamento.

La violenza in Nigeria sembra dunque non terminare, contando 57 vittime solo nelle ultime due settimane. A gennaio, almeno 75 persone hanno perso la vita in una serie di attacchi perpetrati da parte di allevatori Fulani (etnia nomade, pressoché totalmente islamica, dedita alla pastorizia e al commercio) nella comunità prevalentemente cristiana di Miango. In tutto sono stati presi di mira 14 villaggi, con 89 case incendiate e vaste distese di terreni agricoli anch’essi distrutti dagli assalitori. 3.000 gli abitanti dei villaggi che, insieme alle famiglie, hanno cercato rifugio nelle comunità vicine. Continua dunque il processo di radicalizzazione degli stati del nord della Nigeria, con la comunità cristiana a farne le spese.

Colombia: la doppia vulnerabilità delle donne cristiane

Porte Aperte - Mar, 20/03/2018 - 12:56

Le donne indigene sperimentano sulla base del loro status di genere e di minoranza religiosa una doppia vulnerabilità. Spesso vengono “legalmente” perseguitate grazie al diritto all’autonomia indigena riconosciuto e tutelato dalla Costituzione del 1991.

Le popolazioni indigene in Colombia sono costituite da circa 1,5 milioni di persone (poco più del 3% della popolazione) e sono considerate dalla legge come una “famiglia allargata” che ha il diritto di gestire i propri affari, purché questo non vada in contrasto con la costituzione del Paese. Per questo motivo molte donne cristiane appartenenti ai vari gruppi indigeni vivono la persecuzione e sperimentano una doppia vulnerabilità a causa del loro status di genere e della loro scelta di fede.

Soraya, una ragazza 15 anni, e la sua famiglia appartengono ad una delle quattro tribù che formano la comunità indigena di circa 30.000 persone della Sierra Nevada di Santa Marta, una regione montuosa isolata nel nord della Colombia. Quest’area è considerata il centro spirituale e politico della cultura Arhuaca: le credenze e le tradizioni indigene in queste tribù prevedono rituali di stregoneria e ogni membro della tribù è chiamato a parteciparvi.

Spesso in questa regione le ragazze cristiane adolescenti, già attorno ai 14 anni, sono costrette a sposare uomini che praticano la religione tradizionale con l’intento di far loro abbandonare la fede.

Circa nove mesi fa, Soraya e un’altra ragazza, Hernán, di 14 anni, sono state convocate dai leader indigeni della tribù ed è stato chiesto loro di prendere le distanze dalla fede cristiana. L’obiettivo era quello di reintrodurle nella comunità senza mettere in pratica metodi più violenti come minacce, detenzioni, torture o costrizione a sposare un uomo scelto dai membri della tribù. Le ragazze e i rispettivi genitori hanno rifiutato di abbandonare la loro fede, ma hanno dovuto lasciare la comunità indigena per trovare un rifugio in un centro di accoglienza.

In seguito alla chiusura del centro, però, Soraya e la sua famiglia sono dovuti ritornare nella comunità di origine. Nel lento viaggio verso casa, una camminata di alcuni giorni attraverso le rigogliose montagne verdi, la madre di Soraya, Elvia, ci ha confidato di temere per se stessa e per la figlia: è possibile infatti che la famiglia venga sottoposta ad un tribunale indigeno e che venga tolta loro la libertà.

I nomi sono modificati per ragioni di sicurezza.

Afghanistan: uno sguardo nell’oscurità

Porte Aperte - Mar, 13/03/2018 - 15:58

Il paese vive un’epoca difficile di instabilità e radicalismo, dove un ennesimo processo di pace non offrirà un miglioramento della vita dei pochi cristiani afgani che vivono la loro fede nella clandestinità.

Vivere la fede cristiana apertamente in Afghanistan non è possibile: per questo si trova al 2° posto della nostra WWList 2018. Le ragioni per le quali questo paese ha quasi lo stesso punteggio nelle nostre ricerche della Corea del Nord sono molte. L’islam è la religione dominante e il paese si definisce una repubblica islamica. Il governo centrale non riesce a controllare l’intero territorio; talebani, ISIS e altre milizie sono parte integrante del panorama sociale. Nei primi mesi del 2018 già diversi attacchi terroristici hanno mietuto molte vittime. Nel solo 2017 vi sono state almeno 10 volte più morti in attentati terroristici del totale delle vittime di attentati nell’intera Unione Europea in tutti gli anni di attività terroristica dell’ISIS!

Il presidente Ghani, nel suo tentativo di recuperare una sorta di pace, sta invitando da tempo i talebani a diventare un partito rappresentato nel Parlamento afgano (non è il primo tentativo ed inoltre i talebani non si riuniscono sotto un unico gruppo, quindi il processo non è di certo facile). “Anche se fossero d’accordo, bisogna capire a che prezzo”, afferma Muller, un nostro analista. “In ogni caso alcuni gruppi continueranno a combattere il governo centrale e probabilmente altri potrebbero considerare di unire le forze con gruppi radicali diversi come l’ISIS, nonostante le diversità ideologiche. Questo processo di pace difficilmente renderà l’esistenza più facile ai cristiani, i quali vivono la loro fede nel segreto in Afghanistan”.

Tra le cose in discussione, inoltre, vi è una sorta di nuova carta di identità elettronica (per favorire censimento) per i cittadini afgani. Si discute quali dati essenziali debba contenere, e si parla di inserire il gruppo etnico di appartenenza e anche la religione. Nessun afgano sottoscriverà mai un documento dove nero su bianco attesti di essere cristiano, sottolinea Muller. I cristiani afgani sono ex-musulmani, quindi persone che hanno abbandonato l’islam a rischio di pagare anche con la vita questa scelta: in tutte le sfere dell’esistenza possono sperimentare persecuzione estrema questi convertiti, figuriamoci se attesteranno nella loro carta identità la loro reale fede.

Riscontri da beneficiari del progetto Emergenza Corea del Nord

Porte Aperte - Mar, 06/03/2018 - 12:02

Abbiamo ricevuto un messaggio molto incoraggiante da un gruppo di credenti nascosti nordcoreani, beneficiari di Bibbie, beni di prima necessità, medicine, formazione e altre risorse fondamentali per il rafforzamento della Chiesa clandestina. Tutto questo è stato reso possibile anche grazie al contributo di molti di voi, che siete parte della Chiesa italiana.

“Rendiamo grazie al nostro Dio, che protegge i credenti della Chiesa clandestina in Corea del Nord quando percorrono la via del pellegrino. Preghiamo che Dio possa condurci a un porto di speranza in questa forte tempesta. Il Padre celeste è il nostro rifugio e attendiamo solo Lui con lode e gloria.

Ringraziamo anche te che supporti la chiesa nordcoreana con amore e urgenza, lo dico di nuovo: Ti ringraziamo per aver sostenuto al meglio la nostra Chiesa clandestina, ogni giorno e ogni notte per tutto il 2017. Preghiamo Dio possa riversare su di te le abbondanti benedizioni preparate per questo nuovo anno.

Il tuo incoraggiamento e supporto sono il nostro fondamento e fonte di forza. Noi, credenti nordcoreani, seguiamo le parole del Signore come una nave segue la luce di un faro. Anche se a volte le strade della vita sono oscure manteniamo lo sguardo fisso su quella luce con fede, come fedeli soldati di Gesù Cristo. Supereremo tutte le barriere e le lotte con la potente fede in Lui”.

L’aiuto per la Chiesa nordcoreana non finisce qui! Continuate a unirvi a noi nella preghiera e nel sostegno pratico dei nostri fratelli perseguitati sotto il regime di Kim Jong-un.

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